“Caos creativo”, tempestività e squadra: a San Francisco i consigli per startup di Francesco Lacapra

Un po’ di “caos creativo” può essere utile… tempestività e squadra sono cruciali, così come un senso di “autocritica costruttiva”. E innovare può essere non solo inventare un prodotto nuovo ma intuire che un’idea che ha funzionato può esser trasferita in un altro settore di mercato… Questi alcuni dei  consigli per una startup del bravo Francesco Lacapra, vecchio amico e protagonista di IdF, veterano Olivetti già docente, imprenditore e startupper seriale. Francesco ha anche ricordato come l’ecosistema di Silicon Valley possa essere spietato e grandi aziende con megauffici legali possano intentare cause temerarie su presunte violazioni di copyright solo per strangolare una startup ritenuta rivale  Vincere la causa costa qualche milione di dollari, spiccioli per un colosso, quanto basta per paralizzare la startup, che per ottenere il risarcimento delle spese legali dovrebbe intentare un’altra causa… L’incontro a San Francisco nella sessione a Galvanize  per il progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli. Qui il primo incontro con Francesco dall’archivio 2008 di Italiani di Frontiera: “Da Olivetti e Università al fare impresa in Suilicon Valley”.

Francesco Lacapra, da Olivetti e Università al fare impresa a Silicon Valley

I razzi caserecci che creava da ragazzino li considera un presagio. La vocazione per scienza e tecnologia l’ha espressa all’Olivetti e insegnando all’Universita’ a Milano, prima di scegliere di fre impresa a Silicon Valley. Cosi’ si racconta Francesco Lacapra, oggi alla vigilia di un’altra sfida con il lancio di nuovi prodotti MaxiScale, a fianco di Gianluca Rattazzi. UN PRESAGIO QUEI RAZZI DA BAMBINI -Scienza e tecnologia mi hanno sempre interessato moltissimo. Da ragazzini si leggeva Scientific American e ci si appassionava alle soluzioni ingegnose. Sono nato a Potenza in Lucania e in una piccola citta’ si godono delle liberta’ che in citta’ grandi non hai. Ricordo che nella casa di campagna costruivamo razzi con gli amici, sempre piu’ complessi. Ad un certo punto capimmo che quei tubi metallici con reazioni chimiche potevano diventare pericolosi. E cosi’ per la prima volta al posto del solito innesco a miccia ne realizzammo uno che si accendeva a distanza, mediante pulsantiera. Fu il culmine della nostra esperienza tecnologica. Forse un presagio… NEGLI USA DA LICEALE – Devo moltissimo ai miei genitori, all’esempio di serieta’ e integrita’ con le quali mio padre e mia madre affrontavano tutto. E al fatto che mi hanno sempre lasciato libero di scegliere. Come quando a 16 anni ho deciso di venire per un anno negli Usa come liceale nell’ambito di un programma di scambi studenteschi. Gia’ dall’inizio del ginnasio non ho mai avuto dubbi che mi sarei laureato in ingegneria elettronica. L”ho fatto all’Universita’ di Roma, uscendo nel 1973 con il premio Mose’ Ascoli di miglior laureato dell’anno. Avevo avuto offerte dall’Universita’ ma volevo fare qualcosa di pratico. Cosi’ho vinto il concorso all’Enel entrando nel loro centro di ricerca, diretto dal professor Giorgio Quazza del Politecnico di Milano. Poi visto che sapevo bene l’inglese partecipai al concorso per una borsa di studio Fulbright per andare a Berkeley, dove ho conseguito il Master degree in Computer Science. Fu un’esperienza che mi apri’ orizzonti incredibili, a contatto con persone eccezionali, tra i docenti ma anche tra gli studenti. Uno stimolo straordinario, dal confronto con nuove idee che fanno venire nuove idee anche a te… col Master tornai in Italia al centro di ricerca per un altro anno. L’ ESPERIENZA OLIVETTI – Poi nel 1981 passai a Olivetti che mi mando’ di nuovo qui negli Usa per lavorare ad un nuovo sistema operativo, Progetto Linea Uno, dove ritrovai Gianluca Rattazzi, conosciuto Berkeley, col quale abbiamo fondato MaxiScale. Olivetti cominciava a capire che era il caso di muoversi verso sistemi operativi standard piu’ che fatti in casa. Era il momento di grande crescita di Unix, noi ne sviluppammo una versione nostra. Nel frattempo, insegnavo informatica alla Statale a Milano, un’esperienza straordinaria, fu un’enorme fortuna disporre di un patrimonio umano eccezionale. a contatto con ragazzi estremamente plasmabili, e interessati a capire e voler fare cose interessanti. Tra loro Giamma Clerici, venuto anche lui nella Bay Area, Franco Renne, oggi amministratore delegato ICTeam di Bergamo, uno dei piu’ dotati. Facemmo cose al di fuori del comune, lavorando nelle stesse aree in cui mi muovevo al centro sviluppo Olivetti. In un certo senso, creammo un’atmosfera a Silicon Valley: meno distanze tra studenti e docenti, come avviene nelle universita’ Usa, possibilita’ di integrare lo studio con progetti imprenditoriali. Mentre altri realizzavano sistemi simili quasi fatti con lo stampino, il nostro a Olivetti aveva funzionalita’ e prestazioni uniche, era all’avanguardia. Il gruppo crebbe da 4 a oltre 60 persone e Unix divento’ un prodotto fondamentale di Olivetti. Ma dopo che At&T e Sun ne crearono una versione comune, ci furono poche possibilita’ di continuare a svilupparne uno “made in Ivrea. Aprii cosi’ una mia societa’ di consulenza su Milano. Lavoro interessante ma sempre piu’ su applicazioni che su sistemi complessi, che e’ quel che piu’ mi piaceva. In piu’ grazie all’universita’ potevo mantenere il rapporto con gli studenti. DIECI ANNI FA A SILICON VALLEY – Ma le cose cambiavano, l’impressione era che ci fossero sempre meno spazi per attivita’ tecnologicamente significative. Per trovarli, sono giunto alla conclusione che sarei dovuto venire a Silicon Valley. Abbiamo caricato un container e siamo arrivati qui nel giugno 1998. Avrei dovuto farlo prima. Non sono amante di grandi aziende, Gianluca Rattazzi partiva con un nuovo prodotto per piccoli uffici e la casa, concetto molto interessante, di file server a basso costo, anche con Luciano Dalle Ore. Meridian Data poi acquisita da Quantum. (Si chiama Snap Appliances). Dopo un breve periodo con una societa’ che faceva switch per comunicazioni, che non mi piaceva, ho seguito Gianluca in BlueArc. Dove ho progettato cluster di file system, connessioni di macchine multiple. Poi con Luciano Dalle Ore nel 2003 sono passato a Z-Force (divenuta poi Attune Systems), dove ho progettato una nuova architettura di prodottio per una sorta di aggregatore di file server, come un cluster senza cluster. Intanto Gianluca ha aveva colto l’opportunità di un prodotto basato su una infrastruttura di storage (inteso come sistema per la memorizzazione dati) capace di crescere a dismisura. Cei sono delle aziende i cui requisiti necessari per un efficace piattaforma storage sono diversei da quelli tradizionali dei sistemi informatici di grandi aziende. Sono le aziende di social networking, che hanno bisogno di spazi enormi. E quando si ha a che fare con un universo di clienti, sono necessari sistemi di storage capaci di crescere con le esigenze, senza essere limitati dai confini di un singolo computer. Cosi’, mi sono messo a progettare un sistema che realizza una “federazione” di computer distinti, facendoli apparire come un tutt’uno. Quando qualcuno ha bisogno di piu’ spazio, non deve far altro che aggiungere un computer della stessa classe e il nostro software fa il resto. Questa e’ l’ idea di MaxiScale, partita nel marzo 2007: un progetto Che mi entusiasma piu’ di tutto quello che ho fatto sinora. Usciremo a breve, con una soluzione molto innovativa e per soddisfare una serie di esigenze che nessun altro copre. La richiesta c’e’ e ci sono buone possibilita’che l’idea funzioni anche sul piano commerciale ITALIANI

Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Con Italiani di Frontiera nuovo Tour a Silicon Valley. Ecco il programma

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno è ormai alle porte. Un gruppo più che mai eterogeneo ed agguerrito, la partenza sabato 31 ottobre. Ecco il calendario delle visite. Lunedì 2  inizio alla grande, con la visita a Stanford University e nel pomeriggio a SLAC, l’acceleratore nazionale gestito dall’Università. Martedì 3 novembre, le visite a due colossi di Silicon Valley,  Facebook e Oracle. In serata, eccezionale evento SVIEC da Donato Enoteca a Redwood City: speaker Kenny Lauer, VP Digital Marketing dei Golden State Warriors, vincitori dell’NBA! Mercoledì 4 sarà la volta di una novità per il Tour, prima visita a Dropbox, poi il ritorno a Novedge, che nel frattempo ha cambiato sede spostandosi nel cuore di San Francisco. In serata, altra preziosa occasione di networking con l’aperitivo con gli amici di BAIA. Giovedì 5 novembre l’attesa trasferta a Cupertino, con un incontro davanti alla sede di Apple, poi nel pomeriggio  a San Josè, per scoprire i segreti di a3Cube. Aggiornamento last minute, terza visita fuoriprogramma, 17 30 dal bravo Francesco Lacapra, veterano Olivetti e imprenditore oggi con Peaxy. Venerdì 6 gran finale, con la visita al quartier generale di Google Mountain View, poi altre due novità per il Tour, accolto prima da Bootupworld a Menlo Park, poi a Sunnyvale per la prima volta a LinkedIn!   Finite le visite, per me il… tour de force proseguirà piacevolmente con tre presentazioni del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley”: sabato 7 a Berkeley, mercoledì 11 nel cuore di San Francisco, giovedì 12 in un posto in cui eravamo di casa con la mia famiglia nei sei mesi in cui è nato Italiani di Frontiera: Stanford Shopping Center!.      

Matteo Renzi fra gli Italiani di Frontiera a San Francisco: video, commenti, proposte e mille idee

  “Bisogna cambiare racconto… le riforme possono cambiare qualcosa, le idee possono cambiare tutto… sono le idee che cambiano un Paese… non c’è una dicotomia fra la qualità che si respira qui e la qualità che c’è in Italia… Questa qualità non è valorizzata perché c’è un racconto, che è quello tipico dei talk show… il racconto di una negatività… il messaggio implicito che no non si può… un messaggio condizionato che viene da anni di rassegnazione… si può tornare a pensare che il tempo dell’Italia non sia soltanto il passato… c’è bisogno di un gigantesco investimento in educazione…smettere di continuare a raccontare tutte le cose che non vanno… c’è proprio bisogno di un cambiamento profondo in tutto ma se non ci mettete l’unica cosa sulla quale  siamo davvero in grado di non avere competitore, che è la forza delle vostre idee del vostro cervello, non si va da nessuna parte…” Uh quanti dei valori cui s’ispira Italiani di Frontiera sono risuonati, nelle parole dette dal premier Matteo Renzi nei giorni scorsi a San Francisco, negli incontri che hanno visto di scena moltissimi dei protagonisti di questo progetto. Sono le idee che cambiano il mondo e occorre una narrazione che sappia ispirare queste idee, con storie ed esempi da contrapporre alle macerie culturali che descrivono sempre e solo un declino ineluttabile… No, non è vero che non c’è nulla da fare, è che per farlo occorre cambiare testa… I contributi dei partecipanti sono stati davvero notevoli, fra interventi e messaggi rivolti al premier con lettere aperte online. E dunque, ecco il video integrale dell’incontro allo Yacht Club, girato e montato dalla bravissima Enza Sebastiani (grazie Enza!).      Ecco la scaletta dei contenuti 0’15”  L’introduzione di Matteo Renzi  6’02”  Mauro  Battocchi console generale d’Italia a San Francisco  6’14”  Marco Marinucci (Mind the Bridge) 9’01”  Valeria Sandei (AlmavivA) 13’05” Cosimo Palmisano (BEST, Ecce Customer) 16’16” Matteo Daste, (BAIA ) 18’58” Livia Cevolini (ENERGICA) 21’54” Simone Brunozzi (VmWare) 23’38” Matteo Melani (Mightybell) 24’16” Giovanni Acchello (LinkedIn) 26’06” Francesco Zappacosta (Pagani Automobili) 27’58” Matteo Renzi conclude e riceve dal sindaco di San Francisco Ed Lee le chiavi della città 40’50” Il saluto del sindaco Ed Lee 42’46” Foto di gruppo e selfie con sullo sfondo il Golden Gate Bridge .   Qui invece le Lettere aperte che sono una miniera di spunti, inviate a Matteo Renzi su diversi temi, con una fortissima voglia di partecipare attivamente alla sfida in corso in Italia. – Simone Brunozzi (e decine di altri firmatari): analisi di Silicon Valley e cosa imparare (dal blog del console Mauro Battocchi) – Marco Marinucci sul blog del Corriere: Un cambio di rotta del sistema Paese – Elena Favilli (Timbuktu): L’innovazione senza donne – Fabrizio Capobianco (Tok.tv, Funambol): Matteo Renzi e il software, è la volta buona Inoltre. una bella presentazione di Vittorio Viarengo, grande evangelist di Silicon Valley, anche questa rivolta direttamente a Renzi, 50 minuti che sono una lezione preziosa di management, spirito innovativo e non solo. Infine tra i commenti al termine della visita da parte degli italiani di Silicon Valley, quelli di Francesco Lacapra e Fabrizio Capobianco nel pezzo di Federico Rampini su Repubblica,  quello di Cosimo Spera su Wired Italia, di Enza Sebastiani, Alessandro Ratti, Matteo Daste, Aldo Cocchiglia ed altri nel bell’articolo di Paolo Pontoniere ancora su Repubblica. Aggiornamento con una preziosa riflessione di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, dopo la visita di Renzi, su come Silicon Valley potrà influenzare la politica italiana: “La Silicon Valley non è solo tecnologia: è il luogo di una rivoluzione culturale che ora prova a diventare anche una forza di cambiamento della politica”.  

Naufragio Concordia e immagine dell’Italia nel mondo, visti dagli italiani di Silicon Valley

Il naufragio della Concordia all’Isola del Giglio, con un’enorme risonanza mediatica a livello mondiale, si è caricato di significati simbolici. Scivolando pericolosamente in patria sulla china della tragicommedia recitata da maschere (comandante cattivo, comandante buono, la donna misteriosa…). Ma l’impatto, sull’immagine dell’Italia nel mondo è stato forte. E forse avrà conseguenze che meritano una riflessione. Così, con un paio di domande ho  interpellato alcuni interlocutori speciali da un osservatorio particolare, Italiani di Frontiera a Silicon Valley. E dunque confronto a distanza con: Loris Degioanni, giovane imprenditore cuneese reduce da una “exit” di grande successo in California, incontrato al recente Mind The Bridge; Francesco Lacapra, già veterano Olivetti e docente della Statale di Milano, oggi imprenditore in California; Stefano Cabrini, direttore di un laboratorio di nanotecnologie alla  University of Berkeley, intervistato l’estate scorsa durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour; Franco Folini, Top Friend di IdF, tra gli animatori di Business Association Italy America ed alla guida di Novedge, impresa molto cresciuta dai tempi della nostra intervista (2008). Grazie a Loris, Francesco, Stefano e Franco per un contributo davvero prezioso. –  Come influirà questo evento su immagine e prestigio internazionale dell’Italia? Con quali conseguenze? Degioanni – “Io ero a New York a incontrare clienti. E’ stato interessante notare come il naufragio abbia ricevuto una copertura mediatica di tutto rispetto e come, in ognuno degli uffici dove sono stato, l’argomento fosse in testa alle discussioni durante le pause.  Devo dire però che non ho notato una proiezione negativa della vicenda sul nostro paese. Anzi, se devo essere sincero, ho avuto la sensazione che questo evento migliori la nostra immagine. In base alla mia esperienza, l’opinione sull’Italia è stata per lungo tempo inquinata dal suo improponibile presidente del consiglio. Gli americani ci vedevano come un popolo superficiale perchè abbiamo continuato a votarlo, instancabilmente ed entusiasticamente, fino alla rovina”.  Lacapra – “Ho l’impressione che l’infausto evento abbia proiettato ancora una volta un’immagine dell’Italia tutt’altro che lusinghiera. Purtroppo, le carenze del comandante Schettino fanno porre domande più serie sulla professionalità degli italiani, sule loro capacità organizzative e sulla idoneità a gestire situazioni di crisi. Vero è che esiste il sentore che questo possa essere un problema generale delle società che operano nel settore delle crociere. Tuttavia, combinando questo evento con quelli che l’hanno preceduto: pessima gestione dell’economia italiana, protratta presenza di un individuo profondamente squalificato sul piano internazionale come Berlusconi a capo del governo, disastroso impatto dell’economia italiana sul piano europeo e conseguente degrado dei credit rating, ne emerge un quadro che fa sempre più assomigliare il nostro paese a una repubblica delle banane, anche quando ci sono solide ragioni per rendersi conto che la situazione è diversa. Come si dice qui, “perception IS reality” e con questo bisogna fare i conti. Anche se si scoprisse alla fine che Schettino ha fatto il proprio dovere fino in fondo e con abnegazione (del che dubito), temo che la cosa non riuscirebbe comunque a produrre una significativa spallata in direzione opposta”. Cabrini – “Questa è sicuramente una brutta storia ed una brutta pubblicità per l’Italia in generale. Ma è un fatto non nuovo e non inusuale dei tempi recenti. Gli ultimi anni hanno riportato l’immaginario italiano almeno qui in California indietro di circa 50 anni. Nei tempi in cui l’idea dell’Italia era basata principalmente sullo stereotipo dell’italo-americano. Eravamo un paese corrotto, mafioso, incapace di autogovernarsi e dedito al godersi la vita e non voler lavorare. C’e’ stato un periodo in cui l’Italia ha riguadagnato credibilità, ha ricostruito a gran fatica una nuova immagine ed essere italiano era anche una connotazione positiva. Negli ultimi anni anche grazie alle uscite internazionali, economiche e diplomatiche della nostra classe dirigente, mi sento ripiombato indietro, colleghi e conoscenti mi guardano come uno strano animale proveniente da un mondo corrotto e senza principi morali. Dove un presidente del consiglio può portare un paese sull’orlo del baratro ed occuparsi dellle sue donnine solamente e dove al comando di una nave da 5000 persone c’e’ un capitano Schettino. E non succede nulla a loro. Credibilità come paese: ‘nulla’. Tutta la credibilità che abbiamo è  costruita a fatica su meriti personali, provare a portare una collaborazione istituzionale è molto difficile e spesso controproducente. La Costa Concordia è un’altro tassello del puzzle  che ci configura come ‘incapaci e corrotti’, incapaci di tener cara una delle nostre più importanti risorse, incapaci di far rispettare il piu basilare comportamento morale (un capitano che abbandona la nave viene insegnato fin da bambini come un atto osceno)”. Folini –  “Il naufragio della Concordia mi pare sia stato vissuto in Italia come principalmente come uno scontro di personalità, da un lato il ‘cattivo’ Schettino, dall’altro il ‘buono’ De Falco. Qui negli USA la vicenda è percepita in modo piu’ olistico: una nave da crociera italiana affonda in acque arci-note con mare piatto, punto. Certo si è parlato anche del comandante (handsome guy according to my gay friends), ma ciò che stupisce è il fallimento del sistema. Si sa che i singoli possono sbagliare, impazzire, ubriacarsi, ma l’americano medio si aspetta che il sistema sia sufficiente robusto per gestire anche eventi imprevisti e imprevedibili minimizzando i danni. Leggendo i commenti dei miei contatti Americani e britannici su Facebook, ho percepito nettamente l’ennesima perdita di credibilità e prestigio della brand Italia. Sembrava di assistere al recall della Toyota Prius (credo fosse nel 2009), un evento che ha lasciato cicatrici invertendo il trend di crescita della brand automobilistica fino a quel momento piu’ popolare negli USA. A differenza della Toyota il nostro passato recente e lontano non e’ altrettanto immacolato. E’ bastato il naufragio per fare riemergere battutine sui militari italiani o sul penultimo presidente del consiglio”.  – C’è modo di trarne una lezione, spunti per qualcosa che va assolutamente cambiato e rinnovato?   Degioanni – “Questa settimana ho certamente assistito all’ironia verso il capitano incompetente e codardo, ma ho anche percepito interesse verso il funzionario che gli urla ‘get your ass on the boat!’. E’ come se questa frase, semplice e perfettamente mediatica, abbia portato alla luce il lato responsabile e concreto dell’Italia, troppo spesso oscurato dai nani

Oltre quarant’anni fa il chip progettato da Federico Faggin, che ci ha cambiato la vita

  Oltre quarant’anni fa, il  15 novembre 1971, Intel lanciava quello che è considerato il primo microprocessore su singolo chip. Intel 4004, in grado di operare ad una velocità cinque volte maggiore di quella dei prodotti precedenti, era frutto del lavoro di un giovane ingegnere vicentino di grande talento laureato a Padova ed emigrato in California, Federico Faggin, fra i principali protagonisti di Italiani di Frontiera che l’ha incontrato più volte. Utilizzato in diverse macchine, dalle calcolatrici ai flipper ad apparecchi per il voto elettronico, il 4004 aprì la strada ad altri più potenti microprocessori, segnando l’inizio di una rivoluzione del silicio che ha cambiato la nostra vita. Lo scorso anno, Faggin, autore di molte altre straordinarie invenzioni fra cui il touchpad, è stato premiato dal presidente Barack Obama come uno dei padri del microchip. Federico Faggin ha affidato straordinarie riflessioni a Italiani di Frontiera, che hanno ispirato i contenuti di questo progetto e delle sue conferenze multimediali. In particolare nell’esame di alcuni mali dell’Italia, come egoismi e conflitti,  o familismo e nepotismo. Un grazie ad un altro amico e Italiano di Frontiera imprenditore a Silicon Valley, Francesco Lacapra, per avermi ricordato di questa ricorrenza. Nel video, parte del programma VERSUS di AntennaTre, una parte della mia intervista in esclusiva a Federico Faggin, nella sua casa in California nel 2008.

Da Olivetti ad Oracle: Giuseppe Facchetti, Giamma Clerici e il ponte Italia-Silicon Valley

  Uno di Alessandria, l’altro di Treviglio. Compagni di Università a Milano nei primi anni Ottanta, per entrambi porta d’accesso ad una straordinaria esperienza di formazione professionale in un’azienda allora d’avanguardia, Olivetti, grazie ad un docente d’eccezione che lavorava per l’azienda di Ivrea ed oggi è imprenditore a Silicon Valley. Dove tutti e due finiscono col trasferirsi. Un per un anno e mezzo, l’altro definitivamente. Giuseppe Facchetti e Giammaria Clerici sono oggi due manager di Oracle,  dove sono arrivati con percorsi diversi. Ma uno lavora a Milano, l’altro in California. Si sono ritrovati qualche anno fa su Facebook, qualche mese fa si sino incontrati a Sesto San Giovanni, Bonzio’s home. Rievocando in video la loro esperienza, nel nome di quel professore che ha ispirato non poco le loro carriere. E che  guarda caso è uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera: Francesco Lacapra. Amico comune al quale dedicare la foto ricordo…

Cinquant’anni fa moriva Adriano Olivetti, su IdF riflessioni e testimonianze esclusive dei veterani

Cinquant’anni fa, il 27 febbraio 1960, su un treno tra Milano e la Svizzera moriva a 59 anni Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, promotore col padre Camillo di uno dei piu’ straordinari casi aziendali italiani. Qui le rievocazioni della Stampa e del Sole 24 Ore. La Olivetti ed i tanti veterani di quell’azienda diventati imprenditori e venture capitalist incontrati a Silicon Valley hanno un ruolo di primo piano in Italiani di Frontiera e nella riflessione sull’innovazione che questo progetto vuol stimolare. Ecco dunque un breve tour “sulle orme di Olivetti” all’interno di IdF. Si parte da Laura Curino che ha portato in teatro i sogno Olivetti, dai ricordi di Laura Olivetti, presidente dell’omonima Fondazione e figlia di Adriano. Il percorso tra i veterani oggi a Silicon Valley (raccolti nella categoria Olivetti Boys), comprende incontri e testimonianze esclusive, con Enzo Torresi, Enrico Pesatori, Giacomo Marini, Francesco Lacapra, Gianluca Rattazzi, Luciano Dalle Ore, Giamma Clerici, Ezio Valdevit.