Dopo iSchool a Roma: la rivoluzione della scuola è un filo tra il dorso di un asino e il Web

Studenti geniali, professori fantastici, momenti emozionanti e mille idee. E’ stato un vero piacere partecipare lo scorso 10 ottobre ad iSchool, animato e condotto da Riccardo Luna, al PalaLottomatica di Roma, assieme a Orazio Attanasio e Germano Lanzoni, evento di World Wide Rome, che aveva già ospitato Italiani di Frontiera a”Makers“. La giornata stavolta era dedicata alla scuola ed alla rivoluzione che digitale e nuove tecnologie hanno già iniziato nel mondo dell’educazione, con migliaia di studenti e professori arrivati da diverse parti dl’Italia. Per me è stata pure occasione per una riflessione su quello che la forza del racconto, un po’ il cuore di IdF, ha fatto e può fare in futuro anche per il mondo dell’educazione. Buffo, perchè dico spesso nelle mie presentazione  che in Italia ci siamo abituati per anni purtroppo ad ammirare dei somari, la mia riflessione è partita dal ricordo di mia nonna, eccezionale maestra elementare, che le storie le usava per catturare l’attenzione degli alunni, spesso in paesini sperduti, dove a volte arrivava a dorso d’asino… un uso positivo dei somari! Per favorire conoscenza e promozione sociale… “La rivoluzione della scuola è un filo tra il dorso di un asino e il Web”, un articolo pubblicato su CheFuturo! nel giorno di iSchool.

Capire l’Italia e gli italiani, da Londra: Antonio Caprarica storico corrispondente Rai, su IdF

Eccentrico, eleganza dandy,  a vederlo nei suoi servizi al Tg dalla capitale britannica,  commentando magari con ironia le vicende della casa reale, Antonio Caprarica, storico corrispondente Rai da Londra, sembra un po’ un gentiluomo distaccato, d’altri tempi. Incrociato ad Assisi, in occasione del bellissimo 21Minuti, passerella di speaker di livello internazionale, organizzata da Patrizio Paoletti con la sua fondazione e coordinata in passato da un grande amico di IdF, Gian Luca Bianco, Caprarica è stato sorprendente, rivelando come dietro un piacevolissimo conversatore che non disdegna all’occorrenza temi frivoli, scrittore capace di sfornare libri a ripetizione su temi storici, sociali e di costume, ci sia un giornalista di razza dalle solide basi intellettuali. Una chiacchierata sui temi di Italiani di Frontiera, dopo il suo intervento sul palco, si è trasformata in una lucida, chiarissima riflessione, che nel video qui sopra è riportata integralmente, sul alcune delle parole chiave di IdF. Capire meglio l’Italia e gli italiani stando lontani; l’emigrazione come preziosa conoscenza nel mondo globale;  memoria, senso della collettività,  legge come canonizzazione del rispetto per l’altro, tutti punti di forza della società inglese, che sono purtroppo punti deboli della convivenza in Italia. Spetta ai più giovani superare questi limiti, ridefinire l’identità italiana, riscoprendo l’importanza di saper sognare un mondo migliore, dice Caprarica. Mentre a noi tocca il compito di non disperdere questo patrimonio: non trattenendoli dal vivere esperienze importanti all’estero bensì creando le condizioni per  un ritorno, offrendo loro opportunità adeguate in patria. Partire per scoprire il mondo e soprattutto se stessi. E poi tornare, come diceva Renzo Piano…

Dal Piave al Little Bighorn: 180 anni fa nasceva Carlo Camillo di Rudio, “Forrest Gump dell’800”

Un patriota che ha attraversato l’Ottocento passando per avventure incredibili, rischiando cento volte la vita per i suoi ideali. Per gli amici di IdF è una figura nota, forse il personaggio simbolo di questo progetto. Oggi 26 agosto 2012 val la pena di ricordarlo ancora una volta, perchè Carlo Camillo di Rudio, morto a Pasadena il primo novembre 1910 e sepolto nel cimitero militare del Presidio a San Francisco era nato proprio 180 anni fa, il 26 agosto 1832 a Belluno. Milano, marzo 1848: le Cinque Giornate. Il rampollo quindicenne di una nobile famiglia veneta getta la divisa di cadetto austriaco e passa con i patrioti. E’ l’inizio di una vita che sarà tutta un’avventura. Cacciatore delle Alpi a Venezia, garibaldino a Roma. Poi fuggitivo, ricercato dalla polizia austriaca. Espatriato a Parigi partecipa al fallito attentato a Napoleone III. Evitando in extremis la ghigliottina ma finendo all’ergastolo alla Cayenna. Da dove riuscirà ad evadere. Impedito a tornare in patria per la sua fede repubblicana, emigra negli Stati Uniti, per partecipare alla guerra di Secessione, ed entrare poi nel Settimo Cavalleggeri di Custer… per combattere a Little Bighorn e salvarsi! “Domenica 26 agosto 2012, 180° anniversario della nascita di di Rudio, lo ricorderò legando ad un pino in Virginia o nel Maryland due nastri rossi e blu, colori simbolo del 7° Cavalleggeri ma anche dei guerrieri Sioux e Cheyenne. Assieme ai nastri, un foglietto con le parole con cui lui che rischiò la vita mille volte per i suoi ideali, stigmatizzò la natura corrotta del potere istituzionale, sia secolare che religioso: la sua denuncia contro  “i ladroni che trafficarono la Patria, l’umanità, il Cristo””. Così in una mail da Washington l’altro giorno Cesare Marino, Top Friend di IdF, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i massimi esperti di nativi americani e autore della biografia di di Rudio “Dal Piave al Little Bighorn” (Alessandro Tarantola Editore, io ho firmato l’introduzione) ha ricordato il personaggio di cui è stato lo scopritore con un lavoro durato anni, per ricostruirne l’incredibile esistenza. Il primo novembre 2010, con Cesare ed un gruppo di straordinari amici fra cui  Elaine e Phil Pasquini, Franco Folini, Nicolò Minerbi e Fabrizio Marcelli, all’epoca Console Generale d’Italia a San Francisco, eravamo sulla tomba del conte nel cimitero del Presidio, per rendergli omaggio nel centenario della morte, con una cerimonia che ha avuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, una giornata di incredibili emozioni e coincidenze. A di Rudio è dedicato un intero capitolo di Italiani di Frontiera. Anch’io per l’occasione ho esposto i nastrini rossi e blu, assieme al cappello dei Cavalleggeri. Auguri, conte.  

Stefano “Stefio” Ceccon e la sua app “London Crowd” che ha spopolato durante le Olimpiadi

Va bene, va bene, lo ammetto: la sterminata galleria di talenti raccolta da Italiani di Frontiera, malgrado tutto è leggermente… sbilanciata a nordest. Ora, che io sia di Mestre conta poco. Ma è colpa mia se IdF viene invitato a Londra per le Olimpiadi (qui un diario per immagini), va in scena nell’auditorium di Casa Italia in un evento organizzato dagli amici di Medioera (ancora grazie a Mauro Rotelli e tutta la banda viterbese) ma alla vigilia scopre (segnalazione dell’inesauribile Luca Perugini) che c’è un talento in trasferta proprio a Londra, che ha appena realizzato una app che spopola online… e quel ragazzo è di Crespano del Grappa? Beh, una parte del tempo passato a Londra, IdF l’ha dedicato a conoscere e soprattuto a fra conoscere a giornalisti e altri personaggi del mondo media e imprenditoriale incrociati a Casa Italia Stefano “Stefio” Ceccon e la sua “London Crowd”, applicazione basata su un algoritmo che rielaborando in tempo reale i dati pubblici delle videocamere che monitorano il traffico nella capitale britannica, fornisce un quadro aggiornato della circolazione e degli intasamenti. Nel video, “Stefio” presenta la sua app e spiega come sia arrivato a Londra per la specializzazione con una borsa di studio alla prestigiosa Brunel University che l’ha selezionato dopo… un colloquio via Skype! La micidiale macchina di relazioni di IdF non si è mossa invano. Stefio e London Crowd sono finiti in tv a Rai Unomattina, Curzio Maltese gli ha dedicato un articolo su Repubblica e il Corriere della Sera un pezzo online, tutti e due citando Italiani di Frontiera. Non solo, grazie a Fortunato Celi Zullo, direttore dell’Italian Trade Commission a Londra, Stefio è stato chiamato last minute a partecipare ad un incontro Banca Intesa, con fior di investitori ai quali è stato invitato a presentare il proprio progetto. Tutta la vicenda è stata ben raccontata da “Dani” Ceccon, brava collega e sorella di Stefio, che era a Londra con noi, in un bell’articolo, “Bassanesi a Casa Italia, diario di un’avventura olimpica” su VicenzaPiù. Sì insomma, IdF non si muove a caso. Anche se può migliorare sui tempi, visto che per girare il breve video qui sopra, come ho scritto ho perso l’aereo pernottando su una panca a Heathrow…         Aggiornamento 2014: per la cronaca, oggi Stefio è rimasto a Londra come ricercatore e lavora part time come esperto di Data Journalism… al prestigioso The Times! Qui una sua presentazione.

Haappy Bday Ces! I 60 anni di Cesare Marino, antropologo degli indiani e scopritore di italiani del West

  No, non ha avuto bisogno di aspettare i consigli di Steve Jobs, per inseguire istinto e cuore. Lui l’ha fatto negli anni Settanta, decidendo subito dopo la laurea a Padova di dedicare la vita alla sua grande passione: gli indiani d’America. E un po’ indiano lo è per davvero: nel profilo asciutto, nello spirito. E nella mente, cosa che gli ha permesso di diventare negli anni uno dei più grandi esperti al mondo di nativi americani. Oggi Cesare Marino, nato in Sicilia, trevigiano d’adozione trapiantato negli Usa, antropologo dello Smithsonian Institution, compie sessant’anni. Sembra un gioco di parole, ma davvero con il suo spirito di frontiera, Cesare ha in gran parte … ispirato Italiani di Frontiera. Ha arricchito un percorso sulle orme di italiani di talento di un indispensabile ingrediente, le storie straordinarie di italiani nel West (che ho ribattezzato Italindiani)  da lui scoperte con ricerche talmente ostinate da sembrare maniacali. Un tesoro che ancora attende di essere valorizzato come merita, frutto di un lavoro micidiale, per profondità, competenza e tenacia. E mi ha fatto capire che il cuore di IdF era qualcosa di più di un percorso tra straordinari innovatori, toccando un aspetto più ampio che è proprio quello delle frontiere della mente, dello spirito necessario per abbattere barriere di stereotipi e consuetudini. E’ questo che accomuna inquieti esploratori e avventurieri di ieri a ricercatori e imprenditori di oggi.  Una sfida che oggi più che mai non ha bisogno di scenari esotici ma in un quadro globale va affrontata prima di tutto in patria. Recuperando quello spirito “di frontiera” che fa parte del dna italiano, di scopritori, viaggiatori, emigranti, anche se il nostro passato recente l’ha stupidamente appannato. Una delle più grandi soddisfazioni, nel realizzare Italiani di Frontiera, è stata proprio quella di dare il meritato risalto ad un lavoro prezioso come quello di Cesare. Di godere della sua amicizia. E di aver condiviso persino un’avventura folle, come quella di inventarsi ed andare a realizzare a San Francisco nel novembre 2010 la celebrazione del centenario della morte del più straordinario dei personaggi da lui scoperti, Carlo Camillo di Rudio, Forrest Gump dell’Ottocento, il conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn. Oggi dunque “nonno Cesare” si godrà il suo compleanno con figlia e nipote, nella sua casa in Virginia. Haappy Bday Ces! Da tutti gli amici di Italiani di Frontiera. E grazie.    

Glancee acquisita da Facebook! Così Andrea Vaccari aveva svelato a IdF l’idea in embrione…

“Grande!! sentire spiegare l’idea in embrione di Glancee ( che poi nasceva l’anno dopo…) oggi, dopo l’acquisizione da parte di FB è un bello scoop …grande Roberto Bonzio!” Il commento di Paolo Marenco, grande amico di Italiani di Frontiera e impagabile partner nell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour è arrivato ieri sera. Dopo 24 ore di giustificata euforia nel microcosmo degli innovatori italiani, per il successo di Glancee, start up made in Italy sviluppata a Silicon Valley, acquisita da Facebook, con l’idea di un’applicazione per smartphone che permette di trovare persone con gusti analoghi ai propri nelle vicinanze, prendendo informazioni semantiche da Facebook, Wikipedia, Linkedin, etc. Qui la notizia nei dettagli, dal blog del Corriere di Marco Marinucci, animatore di Mind the Bridge altro amico di IdF. A spiegare l’idea in embrione, che poi ha conquistato il colosso dei social network, era stato Andrea Vaccari, tra i fondatori di Glancee, intervistato un paio d’anni fa a Frontiers of Interaction 2010 a Roma.   Non dimenticherò mai la prima impressione che mi fece Andrea, l’anno prima al Frontiers of Interaction 2009, un ragazzone che avevo scambiato per uno studente di belle speranze. E che mi aveva steso, raccontando con semplicità il suo curriculum da spavento. Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  a meno di 30 anni  dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, (dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science), di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), aveva trascorso un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Successivamente, Andrea si è fatto convincere a trasferirsi a Silicon Valley, dove l’altro giorno ha messo a segno lo storico “colpaccio” dell’acquisizione da parte di Facebook con i partner di Glancee (tra loro un altro prezioso amico di Italiani di Frontiera, Matteo Daste, avvocato che della società è advisor, tra i promotori di BAIA, nel direttivo di Mind the Bridge). Oggi quell’intervista assume un significato particolare. Paolo la definisce “scoop”. A dire il vero, era già successo con altri amici di IdF arrivati al successo dopo i nostri incontri. Come Augusto Marietti  di Mashape o Nicola Farronato con b-sm@rk. Chissà, forse Italiani di Frontiera sa guardare lontano. E forse porta davvero fortuna…

Addio a Renzo Lazzarato, manager di umili origini, uno sguardo acuto su Silicon Valley

Una Pasqua 2012 velata di tristezza per Italiani di Frontiera ed i suoi tanti amici. Renzo Lazzarato, tra i protagonisti di questo progetto, ha perso la vita in un incidente stradale non lontano da Malpensa,  poco dopo essere atterrato col volo da San Francisco, assieme ai due figlioletti di 5 e 10 anni per trascorrere le feste con la famiglia, padre di origini venete poi trasferitosi a Legnano. Renzo aveva 48 anni ed era attualmente Senior Director Engineering di Palo Alto Networks, dopo aver lavorato per colossi come Sun MicroSystems (oggi acquisita da Oracle), Microsoft e LinkedIn. Incontrato a Silicon Valley quattro anni fa, Renzo mi aveva profondamente impressionato: per la sua originale visione di Silicon Valley, le osservazioni acute (“il successo della Silicon Valley non è legato ai risultati di una manciata di compagnie o di un insieme di tecnologie ma è basato sulla capacità di reinventarsi costantemente”), l’orgoglio delle umili radici contadine della famiglia, di cui lui, brillante studente al Politecnico di Milano, era il primo laureato. Qui sotto il post a lui dedicato. Ciao Renzo, non ti dimenticheremo. Un abbraccio da IdF ed i suoi amici a tutti i tuoi cari.                                            ************************************** Renzo Lazzarato: start up, LinkedIn e un ufficio che sta tutto nella borsa Un ufficio che sta dentro una borsa: computer e smartphone. Una lavoro da libero professionista consulente nel software, dopo trascorsi a Sun MicroSystems e LinkedIn. E start up pionieristiche, aziende partite senza ufficio, in sei in un motel. Dove a partire prima di tutto era la corrente. E’ uno sguardo originale su Silicon Valley, quello di Renzo Lazzarato, radici venete, laurea al Politecnico di Milano, dodici anni di esperienza nella Baia. E qualche dubbio sulla possibiltà di trapiantare le esperienze californiane in Italia, dopo un paio di esperienze infelici. LA REALTA’ DI SILICON VALLEY – La gente pensa che Silicon Valley sia la terra delle opportunita’. Vero. Ma bisogna capire che qui, per la mentalità protestante, non vuol dire stipendi garantiti e grossi centri realizzati dal governo per favorire l’innovazione, ma che ti sono messi a disposizione i mezzi per riuscire. Non la garanzia del successo: quella dipende da come ti dai da fare tu. “Capitale a rischio” in Italia sembra significare che qualcuno rischia soldi suoi per pagare il tuo stipendio. Qui la gente si aspetta che tu lavori notte e giorno e di solito, se sei uno dei fondatori, che ti sia indebitato per finanziare le fasi iniziale della startup. Mio padre era nato agricoltore della zona di San Dona’ di Piave trasferitosi in Lombardia, dove e’ nata mia madre, che ha cominciato a lavorare a 14 anni. Avevamo un piccolo negozio in centro a Legnano dove tutti in famiglia aiutavano. Io al Politecnico di Milano sono stato il primo laureato della famiglia. Dopo un paio di anni in Italia come programmatore, mi sono fatto prestare la macchina da mio fratello e sono andato a lavorare per Sun MicroSystems in Francia. Poi in Germania, da dove veniva la mia futura moglie, conosciuta a Boston. Dopo quasi due anni li’ nel software per le banche, Sun che cercava esperti per la sicurezza di rete miha chiamato a Silicon Valley. Carta verde in due anni senza problemi (erano altri tempi), subito dopo le prime start up. Prima N-Able Technologies – comprata da Wave Systems, e poi Terraspring, comprata da Sun Microsystem nel 2002. Dove sono passato anch’io per due anni in Sun, prima di tornare a fare consulenze e start up. Prima Inxight software – comprata da Business Object, poi LinkedIn. Ora lavoro su dei progetti personali e faccio consulenza alle grosse compagnie per finanziare i miei sogni nel cassetto. IN ITALIA TECNICI SOTTOVALUTATI – Mi sono specializzato nel software per Internet e qui e c’è una tale richiesta da parte delle aziende che in certe offerte di lavoro mettono anche 5.000 dollari a disposizione di chi segnala la persona giusta. In italia invece quella del tecnico è una posizione che non ha riconoscimento. Non si pensa che la persona giusta possa creare un valore immenso, mentre e’ invece quello che accade specialmente nel software. Il sistema italiano sembra ricompensare l’anzianita’ e non la contribuzione diretta al risultato finanziario della compagnia. Col software e’ diverso ed hai il vantaggio che l’hardware ti costa quasi niente. Il mio ufficio, computer portatile e telefonino, sta tutto in questa borsa. COMPENSI E VALORE – Quando Sun MicroSystems ha comprato la start up nella quale lavoravo, anch’io sono passato a Sun, con soldi e benefit. Guadagnando più del direttore sopra di me, perchè qui ti pagano per quello che puoi fruttare all’azienda. Uno con una buona esperienza di Java guadagna sui 120-130mila dolari. In Italia invece lo stipendio corrisponde ad un titolo. Il problema è che così la gente impara a lavorare in un sistema in cui è meglio preoccuparsi di come salire la scala gerarchica, per guadagnar di piu’. E non di come sviluppare un’applicazione che e’ magari fantastica. PRIMO IL FATTORE UMANO – Io mi occupo di problemi di software distribuito. Negli Usa tutti parlano di tecnologie, ma non tutti i problemi sono risolvibili tecnicamente… agli americani non piace sentirsi dire che non sempre c’e una soluzione tecnica, perche’ il fattore umano e’ piu’ difficile da pianificare e quantificare.. E invece è proprio così. Spesso i grossi problemi di fondo, non sono nel software ma nelle persone, nelle politiche delle risorse umane. Credono di poter costituire un gruppo e poi cementarlo. Invece la selezione è’ piu’ importante. Perche’ possono esserci due tecnici bravissimi ma incompatibili fra loro per carattere. E spesso lo stesso codice del software riflette la struttura del gruppo che lo ha elaborato. Ce ne sono di funzionali e monolitici, prodotti da gruppi con una forte gerarchia ed un leader. Altri realizzati da gruppi diversi alla fine hanno questa struttura molto piu modulare. Cosi’, spesso mi tocca spiegarglielo: voi pensate di avere un problema in questo software. Invece lo avete nelle persone che lo hanno realizzato. Anche se ve lo

L’importanza di raccontare storie di talento: cos’è e come è nato Italiani di Frontiera

Italiani di Frontiera: cos’è, come è nato. L’importanza di raccontare storie di talento, di far conoscere modelli positivi ai ragazzi che dovranno scatenare l’energia positiva di questo Paese, spazzando via malcostume, assurdi stereotipi, “macerie culturali” che frenano oggi il talento di chi sa immaginare il futuro. Intervista raccolta dal grande Robin Good, pioniere dell’innovazione italiana, durante il Festival Internazionale del Giornalismo 2011 a Perugia.

Sogno, modernità e “frontiere culturali”: una scoperta la mostra di pittori americani a Firenze

Sogno, visione, modernità… chi avrebbe pensato di ritrovare temi di Italiani di Frontiera in una mostra d’arte su pittori di oltre un secolo fa? Nato come progetto fuori dagli schemi, IdF è cresciuto lungo percorsi inaspettati, spesso scoperti grazie alla curiosità. E’ accaduto anche la settimana scorsa a Firenze. La presentazione di  “Americani a Firenze. Sargent e gli Impressionisti del Nuovo Mondo” , (sino al 15 luglio a Palazzo Strozzi, un grazie per l’invito ad Antonella Fiori, amica di IdF, che ne cura l’ufficio stampa con Lavinia Rinaldi) si è rivelata uno straordinario spunto di riflessione sul confronto tra mondi, culture e visioni diverse, nel rapporto con la modernità. Merito di Carlo Sisi, curatore assieme a Francesca Bardazzi della mostra. Che nell’intervista in video a Italiani di Frontiera ha spiegato quanto brillantemente esposto durante al conferenza di presentazione, alla vigilia dell’inaugurazione. Quello della mostra a Firenze, “Non è un percorso essenzialmente legato alla storia delle immagini dell’arte americana. E’ legato soprattutto ad un nodo concettuale ed etico alle radici stesse delle due culture, quella americana e quella italiana”, dice Sisi. Questi pittori erano giovani americani alla ricerca del Genius Loci, cioè di un’identità culturale, quella toscana, interpretata con gli occhi di chi amava Botticelli i grandi maestri, la pittura veneziana… Ma questo percorso di scoperta e crescita, spiega ancora, ha fatto scoprir loro una civiltà diversa da quella del loro sogno, che stava cambiando la Firenze medievale e rinascimentale, industrializzata, resa città europea con grandi strade e piazze. Queste modifiche, ricorda Sisi, erano per loro un sogno interrotto, infranto. E tentano perciò di impedirle, con polemiche contro l’amministrazione cittadina. Allo stesso tempo, gli abitanti di quella città non si accorgono di questa operazione. Gli americani tentano di legarla alla città del passato, i fiorentini non percepiscono questa tensione etica e scelgono da quel punto in avanti la Firenze di rendita, “quella di oggi, completamente venduta al turismo”, dice Sisi. Una Firenze che perde un’identità per chi ci abita, osserva, perchè come tutti i titolari di una rendita, afferma il curatore, i fiorentini “sanno di avere le cose ma non sanno dove sono e cosa sono”. Quasi una “frontiera culturale”, nessun punto d’incontro identitario  fra chi si oppone a questa modernizzazione e chi la subisce passivamente, senza percepirne il significato. Come osserva James M. Bradburne, direttore generale di Palazzo Strozzi, non è l’oggetto di una mostra ma l’approccio con cui si affronta a determinarne la qualità. E questa di Firenze, su pittori di oltre un secolo fa, offre davvero una riflessione di straordinaria attualità. Su come interpretare la modernizzazione, respingerla o subirla passivamente, vivendo di rendita. Su come un’immagine idealizzata divenga un sogno al quale non si vuol rinunciare, a costo di chiudere gli occhi davanti alla realtà. E  tutto questo accadeva in un periodo in cui per milioni di italiani il sogno si chiamava America. Fra 1880 e 1915, furono quattro milioni gli italiani che emigrarono nelle Americhe, alla ricerca di una vita migliore.Un sogno a volte realizzato, talvolta interrotto da una drammatica realtà, scoperta emigrando. (Nella foto,con Antonella Fiori, Francesca Bardazzi e Carlo Sisi).