Massimo Marchiori “Ispiratore di Google” lancia la sua sfida nella ricerca web con Volunia

L’appuntamento è per oggi alle 12 in diretta streaming mondiale dall’Università di Padova a questo indirizzo. E segnerà addirittura una svolta storica per il web, promettte Massimo Marchiori, scienziato e  docente italiano dell’ateneo patavino,  ideatore di  Hyper Search, l’algoritmo che ha dato a Sergei Brin e Larry Page l’idea per sviluppare il loro di algoritmo, alla base del successo di Google. Marchiori, che oggi ha 41 anni, premiato nel 2004 col prestigioso  TR100 della Technology Review, rivista dell’MIT, ha creato grande attesa attorno all’annuncio ufficiale odierno, con cui lancerà la sua sfida allo stesso colosso mondiale della ricerca nel web. Con un progetto chiamato Volunia, spiegato dallo stesso Marchiori in questo breve video su YouTube. Ambizioso, disponibile in 12 lingue, Volunia non sarà un Google potenziato ma aprirà una prospettiva del tutto nuova nel campo della ricerca online, assicura lo scienziato. Qui l’articolo in inglese per Forbes, Out Of The Box,

Naufragio Concordia e immagine dell’Italia nel mondo, visti dagli italiani di Silicon Valley

Il naufragio della Concordia all’Isola del Giglio, con un’enorme risonanza mediatica a livello mondiale, si è caricato di significati simbolici. Scivolando pericolosamente in patria sulla china della tragicommedia recitata da maschere (comandante cattivo, comandante buono, la donna misteriosa…). Ma l’impatto, sull’immagine dell’Italia nel mondo è stato forte. E forse avrà conseguenze che meritano una riflessione. Così, con un paio di domande ho  interpellato alcuni interlocutori speciali da un osservatorio particolare, Italiani di Frontiera a Silicon Valley. E dunque confronto a distanza con: Loris Degioanni, giovane imprenditore cuneese reduce da una “exit” di grande successo in California, incontrato al recente Mind The Bridge; Francesco Lacapra, già veterano Olivetti e docente della Statale di Milano, oggi imprenditore in California; Stefano Cabrini, direttore di un laboratorio di nanotecnologie alla  University of Berkeley, intervistato l’estate scorsa durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour; Franco Folini, Top Friend di IdF, tra gli animatori di Business Association Italy America ed alla guida di Novedge, impresa molto cresciuta dai tempi della nostra intervista (2008). Grazie a Loris, Francesco, Stefano e Franco per un contributo davvero prezioso. –  Come influirà questo evento su immagine e prestigio internazionale dell’Italia? Con quali conseguenze? Degioanni – “Io ero a New York a incontrare clienti. E’ stato interessante notare come il naufragio abbia ricevuto una copertura mediatica di tutto rispetto e come, in ognuno degli uffici dove sono stato, l’argomento fosse in testa alle discussioni durante le pause.  Devo dire però che non ho notato una proiezione negativa della vicenda sul nostro paese. Anzi, se devo essere sincero, ho avuto la sensazione che questo evento migliori la nostra immagine. In base alla mia esperienza, l’opinione sull’Italia è stata per lungo tempo inquinata dal suo improponibile presidente del consiglio. Gli americani ci vedevano come un popolo superficiale perchè abbiamo continuato a votarlo, instancabilmente ed entusiasticamente, fino alla rovina”.  Lacapra – “Ho l’impressione che l’infausto evento abbia proiettato ancora una volta un’immagine dell’Italia tutt’altro che lusinghiera. Purtroppo, le carenze del comandante Schettino fanno porre domande più serie sulla professionalità degli italiani, sule loro capacità organizzative e sulla idoneità a gestire situazioni di crisi. Vero è che esiste il sentore che questo possa essere un problema generale delle società che operano nel settore delle crociere. Tuttavia, combinando questo evento con quelli che l’hanno preceduto: pessima gestione dell’economia italiana, protratta presenza di un individuo profondamente squalificato sul piano internazionale come Berlusconi a capo del governo, disastroso impatto dell’economia italiana sul piano europeo e conseguente degrado dei credit rating, ne emerge un quadro che fa sempre più assomigliare il nostro paese a una repubblica delle banane, anche quando ci sono solide ragioni per rendersi conto che la situazione è diversa. Come si dice qui, “perception IS reality” e con questo bisogna fare i conti. Anche se si scoprisse alla fine che Schettino ha fatto il proprio dovere fino in fondo e con abnegazione (del che dubito), temo che la cosa non riuscirebbe comunque a produrre una significativa spallata in direzione opposta”. Cabrini – “Questa è sicuramente una brutta storia ed una brutta pubblicità per l’Italia in generale. Ma è un fatto non nuovo e non inusuale dei tempi recenti. Gli ultimi anni hanno riportato l’immaginario italiano almeno qui in California indietro di circa 50 anni. Nei tempi in cui l’idea dell’Italia era basata principalmente sullo stereotipo dell’italo-americano. Eravamo un paese corrotto, mafioso, incapace di autogovernarsi e dedito al godersi la vita e non voler lavorare. C’e’ stato un periodo in cui l’Italia ha riguadagnato credibilità, ha ricostruito a gran fatica una nuova immagine ed essere italiano era anche una connotazione positiva. Negli ultimi anni anche grazie alle uscite internazionali, economiche e diplomatiche della nostra classe dirigente, mi sento ripiombato indietro, colleghi e conoscenti mi guardano come uno strano animale proveniente da un mondo corrotto e senza principi morali. Dove un presidente del consiglio può portare un paese sull’orlo del baratro ed occuparsi dellle sue donnine solamente e dove al comando di una nave da 5000 persone c’e’ un capitano Schettino. E non succede nulla a loro. Credibilità come paese: ‘nulla’. Tutta la credibilità che abbiamo è  costruita a fatica su meriti personali, provare a portare una collaborazione istituzionale è molto difficile e spesso controproducente. La Costa Concordia è un’altro tassello del puzzle  che ci configura come ‘incapaci e corrotti’, incapaci di tener cara una delle nostre più importanti risorse, incapaci di far rispettare il piu basilare comportamento morale (un capitano che abbandona la nave viene insegnato fin da bambini come un atto osceno)”. Folini –  “Il naufragio della Concordia mi pare sia stato vissuto in Italia come principalmente come uno scontro di personalità, da un lato il ‘cattivo’ Schettino, dall’altro il ‘buono’ De Falco. Qui negli USA la vicenda è percepita in modo piu’ olistico: una nave da crociera italiana affonda in acque arci-note con mare piatto, punto. Certo si è parlato anche del comandante (handsome guy according to my gay friends), ma ciò che stupisce è il fallimento del sistema. Si sa che i singoli possono sbagliare, impazzire, ubriacarsi, ma l’americano medio si aspetta che il sistema sia sufficiente robusto per gestire anche eventi imprevisti e imprevedibili minimizzando i danni. Leggendo i commenti dei miei contatti Americani e britannici su Facebook, ho percepito nettamente l’ennesima perdita di credibilità e prestigio della brand Italia. Sembrava di assistere al recall della Toyota Prius (credo fosse nel 2009), un evento che ha lasciato cicatrici invertendo il trend di crescita della brand automobilistica fino a quel momento piu’ popolare negli USA. A differenza della Toyota il nostro passato recente e lontano non e’ altrettanto immacolato. E’ bastato il naufragio per fare riemergere battutine sui militari italiani o sul penultimo presidente del consiglio”.  – C’è modo di trarne una lezione, spunti per qualcosa che va assolutamente cambiato e rinnovato?   Degioanni – “Questa settimana ho certamente assistito all’ironia verso il capitano incompetente e codardo, ma ho anche percepito interesse verso il funzionario che gli urla ‘get your ass on the boat!’. E’ come se questa frase, semplice e perfettamente mediatica, abbia portato alla luce il lato responsabile e concreto dell’Italia, troppo spesso oscurato dai nani

Buon 2012 con le parole di Kubrick: volate alto, scegliendo il modo più intelligente per riuscirci

“Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro sia quella generalmente accettata, non tentare di volare troppo alto, potrebbe anche essere: dimentica cera e piume e fai di meglio con le ali”. Con le parole di Stanley Kubrick, da Italiani di Frontiera un buon inizio d’anno,  con l’augurio a tutti di riuscire a trovare nel 2012 le ali adatte per spiccare il volo. Con la convinzione che serva a guardare più lontano.  E che le frontiere da superare siano quasi tutte nelle nostre teste. (Per i curiosi ed i patiti di cinema, la citazione viene dal discorso di ringraziamento pronunciato in video da Kubrick ricevendo il premio DW Griffith).

Antonella Caporello e Silvano Gai, “incubatori seriali” per giovani italiani a Silicon Valley

  Per approdare a Silicon Valley, il periodo d’incubazione a volte può passare… per il divano di una casa nella Bay Area. Magari quella di Antonella Caporello e Silvano Gai, già docente del  Politecnico di Torino, poi manager di successo a Cisco. Oggi Antonella e Silvano vivono nei pressi di Yosemite Park ma  il loro mettere radici in California, dove sono arrivati una quindicina di anni fa, è stato prezioso per decine di giovani di talento, molti allievi di Silvano al Politecnico, che il grande salto, arrivando a Silicon Valley, l’hanno realizzato grazie a questi due straordinari… “incubatori seriali”. Antonella e Silvano infatti hanno creato opportunità ed ospitato nei primi giorni molti di questi giovani oggi affermati nelle aziende hi tech californiane, aiutandoli ad ambientarsi ed a capire un mondo così diverso. Tra loro anche Loris Degioanni, incontrato da Italiani di Frontiera il mese scorso a Mind The Bridge. Una vicenda singolare, che Antonella ha da poco raccontato in un bel libro, “Una CInquecento rossa in California”, reperibile su Lulu.com . Incontrati alla vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Antonella e Silvano hanno rievocato in una videointervista la loro esperienza, con molte preziose riflessioni.

BBC: e se a Steve Jobs fosse stato fatale proprio essere un genio controcorrente?

Era talmente convinto di se stesso e del suo essere controcorrente, che Steve Jobs inizialmente rifiutò le cure tradizionali per il suo tumore, affidandosi alla medicina alternativa. Questo potrebbe essergli stato fatale. E’ quanto afferma uno dei suoi più stretti amici e colleghi, come riportato in un servizio della BBC comparso oggi sul sito online della rete britannica. “Steve era una persona non convenzionale e quando è stato il momento di curare la sua malattia è stato molto felice di usare metodi non tradizionali”, afferma  Avie Tevanian, già capo progettista software ad Apple. “Penso che lui credesse davvero di potersi curare con sistemi alternativi”. Tevanian afferma che molte persone vicine a Jobs, compresi lui stesso e la moglie, avevano cercato di convincerlo che forse avrebbe potuto sottoporsi ad un intervento chirurgico, senza riuscirci. “Era il tipo di persona che poteva convincersi di cose che non erano necessariamente vere  o necessariamente semplici, e forse pensare semplicemente è il modo migliore… questo ha sempre funzionato per progettare i suoi prodotti, quando poteva andare dalle persone e chieder loro di fare qualcosa che loro pensavano fosse impossibile”. Ma Jobs insisteva nel richiedere l’impossibile e spesso lo otteneva, dice ancora Tevanian. Che ricorda di aver pensato che Jobs si sarebbe ritirato prima per curarsi. Mentre avvene l’opposto: iniziò a lavorare più duramente. “E’ come se spesse che il suo tempo era limitato. E c’era ancora molto che voleva fosse fatto”. La BBC  ricorda che Jobs parlò pubblicamente del suo tumore solo nel 2004, quando accettò di farsi operare. E che al suo biografo Walter Isaacson confessò che quel ritardo era stato un errore. “Avrei dovuto farlo prima”. Steve Jobs, morto lo scorso 5 ottobre a 56 anni, si era ritirato per motivi di salute solo nel gennaio di quest’anno. Su Steve Jobs in Italiani di Frontiera, una riflessione sul suo ruolo di imprenditore, in occasione della sua morte, la singolare esperienza con Jobs di Enza Sebastiani, videomaker ad Apple.

Clandestina a Damasco: Antonella Appiano giornalista di Frontiera in Siria

Ci sono giornalisti che scrivono di Esteri su grandi quotidiani specializzandosi come… “inviati nel lavoro altrui”: pezzi copiati interamente da giornali stranieri, citando la fonte al massimo in una riga. E continuano impuniti, malgrado Internet consenta facilmente di smascherarli. Altri che fanno gli inviati in grandi hotel, con cospicue note spese e interpellando tutt’al più qualche tassista. Altri ancora che senza schiodarsi dalla redazione hanno già un’idea preconcetta dello scenario di un Paese lontano. E se il reporter che sta sul posto, magari rischiando in una piazza calda, racconta una realtà diversa… la ignorano, perchè a loro non interessa conoscere la realtà ma cercare solo conferme a quel che hanno in testa. Ma ce ne sono tanti altri coraggiosi, appassionati, capaci di muoversi con gli occhi aperti, lontano dai riflettori. Pronti a stupirsi e a raccontare con attenzione quel che hanno scoperto anche quando è assai diverso da quel che si aspettavano. E’ il loro lavoro ad aiutarci a capire il mondo,  a crescere, con consapevolezza fuori dagli stereotipi. Antonella Appiano che oggi lavora per la testata online L’Indro,  è una di questi giornalisti “di Frontiera”.  Lunga carriera in quotidiani e tv, poi nel web, mesi fa ha deciso di partire da sola alla volta della Siria, poco prima che il Paese, sulla scia delle rivolte della primavera araba, si trasformasse in uno scenario incandescente, vietato ai giornalisti stranieri. Lei ha continuato a lavorare, raccontare e inviare di nascosto i proprie pezzi. Raccolti oggi in un libro uscito da poco, “Clandestina a Damasco– Cronache da un Paese sull’orolo della guerra civile” (Castelvecchi), storia di “quattro mesi nella Siria vietata ai giornalisti stranieri, false identità e travestimenti per sfuggire alla censura e raccontare in esclusiva la repressione del regime di Assad”. Un mosaico di straordinario valore. Su come si guarda il mondo in evoluzione, come si fa il mestiere di giornalista. – Decidere di andare per mesi da sola in un Paese mediorientale sotto pressione, vietato ai giornalisti, mentre si susseguivano le rivoluzioni in Nordafrica… come è nata questa idea un po’ folle?  “Non la definirei un’idea folle. Prima di tutto quando sono arrivata in Siria, il 7 marzo 2011, il Paese era tranquillo. Certo l’area nordafricana era ‘calda’ , dopo le rivolte in Tunisia e in Egitto. E per una giornalista specializzata in Medio Oriente, il momento storico avrebbe potuto rivelarsi interessante anche per la Siria. In secondo luogo, molto banalmente, avevo deciso di riprendere gli studi della lingua araba e per motivi di lavoro, ho approfittato di un momento favorevole. In più conoscevo molto bene la Siria, la sua storia, la sua cultura, i luoghi, le caratteristiche religiose, settarie. E avevo contatti ed amici.  – Quali i preconcetti di cui bisogna liberarsi, per affrontare un’avventura del genere? “Amare il viaggio, la conoscenza di altre culture, stili di vita. Amare lo “spaesamento”, essere in grado di evitare le comode routine, i percorsi definiti. Sapersi adattare e mettersi alle prova. Ma io non ho dovuto liberarmi di preconcetti. Come scrivo nel mio blog www.conbagaglioleggero.com io mi definisco una giornalista nomade alla ricerca dell’’altrove’”. – Occorre mettersi in gioco non poco, per affrontare da soli situazioni impreviste. Qual è stata la cosa più difficile?  “In Siria, da quando sono scoppiate le prime rivolte e i giornalisti stranieri sono stati allontanati e poi espulsi dal Paese, ogni situazione è diventata un imprevisto’. Ero entrata con un semplice visto turistico e quindi dovevo lavorare “camuffando” la mia vera identità. Cercare informazioni senza insospettire e senza mettere in pericolo nessuno. Guadagnarmi la fiducia della gente. Lottare con le connessioni Internet capricciose, valutare in una manciata di secondi se una proposta di contatto poteva invece rivelarsi una trappola”.  – Buttandosi, rischiando… ci sono opportunità impensabili, scoperte, cose che vanno meglio di ogni previsione?  “Certo. Ma solo se si è consapevoli del rischio. La conoscenza è alla base di tutto. I colpi di testa sono inutili e controproducenti”.  – Come usare mezzi di comunicazione, inviare pezzi e andare in Rete in un Paese repressivo? “E’ importante non girare con il pc per il Paese, cancellare tutto il materiale, di volta in volta. Nel mio caso, le connessioni a Internet spesso erano difficoltose. Mi è capitato di non potermi collegare per ore. Allora cambiavo zona, cercavo un Internet Point o un wireless café nei quartieri più eleganti della capitale. A volte mandavo il pezzo in ritardo, magari in piena notte, ma sono sempre riuscita a farlo”.  – E nella vita di tutti i giorni, come ci si muove per raccogliere notizie senza dare nell’occhio? “Bisogna vivere fra la gente del posto e non fra gli stranieri. Abitare in una casa come la loro. Mangiare lo stesso cibo, andare negli stessi locali. Al mercato a fare la spesa. Non restare chiusi in aree privilegiate, isolate. Saper ascoltare”.  – C’è stato un momento di forte tensione in cui hai dovuto davvero rischiare molto? “Quando ho deciso di partecipare a una manifestazione, per vedere con i miei occhi. Il piano era ben preparato ma esistevano rischi inevitabili. Di essere scoperta dalla polizia e soprattutto, durante la manifestazione, come racconto nel libro, di essere colpita da una pallottola”.  – A volte chi sta in redazione non capisce le difficoltà di chi è sul posto. E magari giudica in base a idee preconcette, che la cronaca smentisce… a te è successo di riscontrare questi pregiudizi? “Spesso chi sta in redazione non conosce i luoghi o si basa su situazioni simili già accadute. A me è successo, per esempio, che dopo le rivolte in Egitto, tanti si facessero un’idea della Siria basandosi su ‘Piazza Tahrir’. Difficile quindi spiegare che a Damasco era difficile persino avvicinarsi all’area dove si sarebbe svolta una manifestazione”.  – Si impara molto, rischiando e sbagliando. Ripensandoci, quale è stata la tua intuizione più azzeccata e l’errore dal quale hai imparato, o che tornando indietro non rifaresti? “L’intuizione più giusta è stata quella sulla “non esistenza” della blogger Amina. D’istinto ho subito diffidato di una storia troppo ben confezionata. E poi,

Da Camp David al business, lezioni sull’arte della negoziazione

L’arte della negoziazione ha due parole chiave: Creatività e Management. Creatività nel saper cogliere gli aspetti imprevisti di un confronto che può essere estremamente complesso, con risvolti culturali, politici, economici e psicologici. E che a volte richiede di saper portare al tavolo delle trattative elementi che sono esterni alla trattativa stessa. Management perchè organizzare, pianificare e gestire una negoziazione è spesso più importante dei temi stessi sul tavolo, ai fini di favorire un esito positivo. E’ questa la lezione appresa nel corso di una straordinaria esperienza da Gilead Sher, avvocato israeliano incontrato di recente a Lugano, ex capo delegazione del primo ministro israeliano e Policy Coordinator. Sher è stato uno dei capi negoziatori  al Vertice di Camp David1999-2001  e nei colloqui di Taba, così come in altri confronti con i Palestinesi. In questa intervista in inglese per Forbes , spiega come la negoziazione politica sia straordinariamente preziosa per insegnare come concludere positivamente una trattativa anche in altri campi, dall’economia alle questioni legali a quelle professionali.

Orientagiovani a Milano, IdF all’esordio davanti a 450 studenti. Con finale a sorpresa

E’ passata una settimana ma l’emozione è rimasta. Lo scorso 2 dicembre, davanti a 450 studenti di scuole di Milano, Lissone, Gorgonzola, Pioltello, Rho, Meda, Inveruno, Melegnano e Pavia, l’evento Orientagiovani di Assolombarda ha visto protagonista Italiani di Frontiera, con le sue storie di talenti di ieri e di oggi, per ispirare i ragazzi parlando di spirito d’impresa. Ed insegnare a credere nei propri sogni. Oltre tre ore di grande tensione emotiva, l’esordio di IdF davanti ad un pubblico così giovane,  con ospiti d’eccezione, dopo i preziosi contributi di Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda (ma dove trovate un manager così, capace di lanciarsi improvvisando una dissertazione… sulla chitarra elettrica?), ed Alvise Biffi, presidente del Gruppo Giovani, che ha commentato al meglio il leggendario video del discorso di Steve Jobs nel 2005 davanti agli studenti di Stanford, “Stay Hungry, Stay Foolish”, parole che hanno ispirato tutto l’evento. Miriam Gresta di Junior Achievment (grazie a Miriam, intervenuta malgrado un acciacco) ha introdotto poi Iacopo Deiuri, fantastico imprenditore teenager friulano, che sta lanciando un innovativo progetto per la produzione di carta ricavata dalle alghe della laguna. Marco Oriolo (Tuvia Group) ha poi ben spiegato come l’innovazione non sia prerogativa dei settori hi tech ma si possa invece immaginare il futuro anche lavorando in settori tradizionali, come  quello della logistica. Mentre Mattia Conti, vincitore del Campiello GIovani,  ha parlato in chiusura della forza del racconto, nel rapporto fra generazioni diverse. In mezzo, videointerviste con protagonisti di IdF, come Augusto Marietti (Mashape) ed Elena Favilli (Timbuktu).    E molte delle storie che gli amici di Italiani di Frontiera conoscono bene. Da quella di Amadeo Peter Giannini, fondatore di Bank of America a quella toccante di Carlo Gentile fotografo napoletano del West, da Luca Prasso (DreamWorks) a Cesare Marino, antropologo fra i maggiori esperti d’indiani d’America. Con un prezioso inedito, il video di Vittorio Viarengo, vulcanico ingegnere genovese a Silicon Valley, incontrato lo scorso agosto, con una straordinaria riflessione sul “Reverse Mentoring”: imparare e farsi ispirare dai più giovani,  che presto comparirà su Italiani di Frontiera. Il tocco in più l’hanno dato Remo Bianchi, grande jazzista che ha accompagnato alla chitarra tutto l’evento, e Germano Lanzoni, bravo attore e voce ufficiale del Milan, protagonista di un finale a sorpresa che ha fatto impazzire i ragazzi (acc… come mi ha rubato la scena!), con tanto di canzone destinata a diventare un marchio di fabbrica di Italiani di Frontiera. “Si vede che credi in quel che fai”, mi ha detto alla fine uno studente complimentandosi. “E’ stato fantastico,, sono ritornata giovane, come i miei alunni.. la voglia di fare, di ricominciare, di proporre cose nuove e di passare ai ragazzi la voglia di vivere… grazie di tutto!”, mi ha detto invece la professoressa Oldoni con la quarta B dell’Itc Benini di Melegnano, con un sorriso che ripaga di tutto. Grazie a voi, ragazzi e ai professori che hanno creduto in questo appuntamento. E grazie alla fantastica squadra di Assolombarda (nella foto), Cristian Ferraris e Marcello Landini in testa, che ha organizzato al meglio Orientagiovani. In attesa del video “ufficiale” che sta preparando Simone Cannata, regista e nuovo amico di IdF, nel video qui sopra spezzoni del dietro le quinte, alla vigilia e poco prima dell’evento. E’ andata così bene che per gennaio sono previste nuove sorprese…

Italiani di Frontiera, le radici. Trent’anni fa se ne andava Gibo, cronista di razza. Era mio padre

Non aveva mai usato un computer, non sapeva cosa fosse Internet. Gibo era un cronista di razza. Schiena dritta, nessun timore reverenziale. Negli anni di piombo il suo nome era finito nella lista nera di un gruppo terrorista. A un tipo che al bar aveva maldestramente tentato di addomesticarlo con i soldi, aveva infilato la mazzetta nel bicchiere. Per il mestiere era capace di rischiare parecchio: offrirsi come mediatore con dei rapinatori asseragliati con degli ostaggi, andare da solo di notte nella campagna buia per intervistare un super ricercato. Solo a parlare in pubblico s’impappinava. Un maestro di umanità. Aveva potuto studiare poco, viaggiare ancora meno. Ma ha fatto di tutto perchè lo potessi fare io. Senza il suo insegnamento, Italiani di Frontiera non sarebbe mai nato. Giovanni Bonzio “Gibo” era mio padre. Sono passati 30 anni da quel 1 dicembre 1981 in cui se n’è andato, ad appena 51 anni. Mestre, la mia città natale, di cui aveva accompagnato come testimone d’eccezione  la tumultuosa crescita, iniziando da giornalista adolescente, gli ha dedicato una bella piazzetta in centro (nel video,  la cerimonia dello scorso marzo), occasione per ricordarlo con parole toccanti, tra le quali quello di un suo vecchio amico e bravo giornalista, Ivo Prandin. Mio fratello Giampaolo ha raccontato la sua biografia in un bel libro (con mia introduzione), “Scusate sono un timido. Il racconto di una vita dedicata alla cronaca” (Marsilio). Il 2 dicembre a Mestre, nella chiesa di via Piave, Gibo è stato ricordato nel corso di una cerimonia religiosa. Io purtroppo non ho potuto esserci, a fianco della mamma, di mia sorella Barbara e mio fratello.  Ma lo ricordo a modo mio. Ciao Gibo. E chi ti dimentica? These are my roots…  

Imparare e scoprire toccando lo schermo: Timbuktu, primo iPad magazine per bambini

  Imparare e scopire… toccando uno schermo.  Quella di Timbuktu, primo magazine per iPad dedicato ai bambini ma non solo, è stata una delle presentazioni di maggior impatto, la settimana scorsa al Mind The Bridge Venture Camp nella sede del Corriere a Milano, in una vetrina di start up davvero di prima qualità. Merito di Elena Favilli, studi a Berkeley, e Francesca Cavallo, amministratore delegato e direttore creativo di Timbuktu, che hanno illustrato con grande efficacia una realtà già consolidata (premiata lo scorso anno con una borsa di studio al Working Capital di Telecom Italia). In questa intervista in inglese per Forbes, con alcuni spezzoni della loro presentazione a Mind The Bridge, Elena e Francesca spiegano come i tablet computer offrano straordinarie opportunità nel campo dell’educazione, combinando notizie, conoscenza e divertimento per rivolgersi a bambini ma anche a educatori e genitori. In Italia il progetto ha da poco stretto una preziosa collaborazione con la fondazione Reggio Children. Ma l’obbiettivo è la diffusione in tutto il mondo. Lanciato in inglese, lettori in una cinquantina di Paesi, Timbuktu punta ora al mercato asiatico, con in cantiere una versione in giapponese (2012) e una in cinese.