Piattaforma web per la tv del futuro. Gabriele Gresta presenta MyCast.

Una piattaforma d’interazione web-tv per la televisione del futuro. Un futuro già iniziato, visto che MyCast è già attiva. Gabriele Gresta, amico di IdF, presidente di Bibop, tra i fondatori di Digital Magics,  l’ha presentata nei giorni scorsi all’i7 Summit a Chantilly, Parigi. Confermando l’ambizioso progetto di mettere presto la piattaforma al servizio della star forse più celebre della tv del pianeta: Oprah Winfrey. Nel video, breve presentazione a Parigi, in inglese, di Gabriele. Che ieri sera nella sede milanese di Bibop ha pure festeggiato i 40 anni! E Italiani di Frontiera era lì… Auguri!

Steve Jobs, un imprenditore hippie: saper sognare è la sua lezione più importante

    “Death is probably the best single invention of Life“, La Morte è probabilmente la miglior invenzione singola della Vita. Nel suo leggendario discorso ai neolaureati di Stanford nel 2005  Steve Jobs, scomparso ieri all’età di 56 anni, con una memorabile lezione di vita (e di capacità comunicativa) aveva indicato come la brevità dell’esistenza e la sua fine, che propizia l’inizio di altre vite, facciano della morte un elemento rigenerativo. Fine e rinascita. Un buon motivo per non vivere la vita di qualcun altro, aveva detto. Esortando i ragazzi a non piegarsi al conformismo, ai dettami altrui, a seguire il cuore  e l’istinto nelle proprie scelte. Ad inseguire dunque un proprio sogno, restando affamati e folli. Qui sotto il discorso a Stanford, in due video sottotitolati in italiano Fra i tanti omaggi a Jobs in Rete, Italiani di Frontiera segnala  le preziose riflessioni di Leandrò Agrò, amico di IdF e innovatore visionario,  una straordinaria galleria di commenti e riflessioni in un video Forbes, un videoricordo su The Guardian. E’ anche il momento giusto per rivedere sul sito Rai l’interessante puntata di “Correva l’anno” di Daniele Cini, dedicata ad un parallelo fra Adriano Olivetti e Steve Jobs tutt’altro che arbitrario. Affrontare il mercato con la capacità di guardare il futuro. Un tempo forse questo significava intercettare e intuire tempestivamente domande e necessità dei consumatori, che richiedevano un prodotto adeguato. In un mondo sempre più legato a beni immateriali, Steve Jobs,  ha fatto molto di più. Ha creato ripetutamente nuovi bisogni, realizzando prodotti così innovativi da aprire di volta in volta mercati che non esistevano. Non si tratta solo di marketing rivoluzionario, Jobs ha costantemente superato le frontiere del mondo conosciuto, esplorando nuovi territori e dimostrando che nuovi prodotti, computer migliori poi via via congegni portatili sempre più sofisticati ma anche belli, non allargavano solo il business, amplificavano pure la nostra capacità di conoscenza, consapevolezza, interconnessione. Lo ha fatto coniugando talento imprenditoriale, straordinario gusto estetico, visionarietà. Ma anche trapiantando nell’hi tech il sogno di una società diversa, immaginata dalla controcultura californiana, dal movimento hippie. Innestando per paradosso in prodotti di consumo dei valori anticonsumistici. Essere un uomo d’affari restando un hippie visionario è stata la sua affascinante contraddizione. Sono questi i temi su cui invita a riflettere Italiani di Frontiera, piccola idea partita dagli italiani di Silicon Valley e trasformata in un progetto giornalistico multimediale, inseguendo percorsi eccentrici, intrecciando fili preziosi per capire  il talento e forse il futuro. Incrociando tantissime persone straordinarie in America e in Italia (qui dall’archivio IdF l’incontro con Enza Sebastiani di Apple, che racconta di quando Steve Jobs presentò un suo video). Think Out Of The Box è la parola chiave per tanti italiani di talento. Ragionare fuori dagli schemi, con un particolare gusto estetico del bello. E una straordinaria invisibile capacità, ereditata dalla nostra cultura, come ricorda Renzo Piano, di cogliere la complessità delle cose, articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme. Figlio di un immigrato siriano, Jobs ha insegnato che questi sono ingredienti vincenti, per immaginare il futuro. Se uniti ad una incrollabile volontà e capacità di sognare. Come hanno fatto milioni di italiani partiti per altri mondi. Come hanno fatto i nostri padri, capaci di ricostruire e far volare un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra. Sognare per cambiare e inventare il futuro:  è quel che dovremmo tornare a fare oggi anche noi. Dicendo grazie a Steve Jobs.

Thanks boys! Antonio e Damiano, sponsor tecnologici di IdF con Magnetic Media Network

            Un’avventura come il primo Silicon Valley Tour è stata possibile grazie al contributo di amici straordinari. Un grazie speciale a Damiano Airoldi e Antonio Poloni, da poche settimane preziosi sponsor tecnologici di Italiani di Frontiera con Magnetic Media Network (ma che amici ha IdF? Qui non eravamo in California ma ad un Independence Day Barbecue nella Bergamasca…)

A Venezia “Dina Viggiano Day”, con IdF omaggio di Ca’ Foscari a una veterana di Silicon Valley

Una giornata speciale venerdi 16 settembre 2011 a Venezia per Italiani di Frontiera, al quale a volte riescono piccoli miracoli… Se oggi il ponte fra Italia e Silicon Valley è così consolidato, il merito è anche di persone che ne gettarono le basi tanti anni fa. Dina Fontanin Viggiano, giunta in California nel 1962 col marito Adalberto, purtroppo scomparso nel 2010, ha insegnato per anni italiano a Stanford, facendo gli onori di casa per ospiti illustri dalla madrepatria, in quella Casa Italia che ospitava anche gli studenti italiani.   L’incontro con i Viggiano, carica d’energia e ottimismo tutta americana, di finezza ed umanità tutta italiana, ha segnato la mia avventura a Palo Alto. Ma Dina in questi giorni è in Italia (mentre il figlio Frank e sua moglie Sharon sono stati così gentili da accompagnarmi all’aeroporto di San Francisco per il ritorno). Così, grazie a Leonardo Buzzavo, amico e docente a Ca’ Foscari e delegato dal rettore alla valorizzazione del nome, della storia e degli spazi dell’università veneziana ed ad Anna Morbiato, suo braccio destro, siamo riusciti  a organizzare un piccolo evento in suo onore, nella sede del rettorato. Occasione per pubblicare l’intervista in video a Dina e Adalberto registrata tre anni fa. Ma anche per lanciare la proposta di gemellaggio Venezia-Stanford che Italiani d Frontiera ha già presentato a diversi amici in California, sulla scia di questa originale storia. E per conoscere meglio Dina. E dirle grazie. Come abbiamo fatto, con una breve, toccante cerimonia… e un giro fantastico in laguna con Dina e i suoi familiari… sul motoscafo del rettore! Di seguito, l’annuncio di Ca’ Foscari. L’Università Ca’ Foscari ha deciso di rendere omaggio a Dina Fontanin Viggiano, studiosa veneziana emigrata in California negli anni Cinquanta dove è stata per decenni docente di italiano all’Università di Stanford e da dove, insieme al marito ha contribuito a gettare le basi del ponte tra Italia e Silicon Valley. Venerdì 16 settembre alle 11 nella sala riunioni del rettorato, rievocherà l’attività svolta a Stanford con straordinaria vitalità, assieme al marito, scomparso lo scorso anno, che visse la sua carriera di ingegnere a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. L’incontro sarà occasione per lanciare la proposta di un gemellaggio fra Stanford e Venezia, avanzata da “Italiani di Frontiera”, progetto multimediale dedicato al talento italiano di cui è autore Roberto Bonzio, giornalista veneziano emigrato a Milano. E di cui Dina Fontanin Viggiano sarebbe madrina ideale. Una proposta che l’Università veneziana potrebbe sostenere, in vista di “Ca’ Foscari 2018 – 150 anni di idee”, un programma che porta l’ateneo a valorizzare il suo percorso verso il 150° anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1868.   Dina Fontanin Viggiano, partita per il Canada poi negli Stati Uniti con il marito Adalberto negli anni Cinquanta, è stata per due decenni docente di italiano all’Università di Stanford, vivendo a lungo in quella Casa Italia che ospitava studenti nostri connazionali nel celebre ateneo californiano. Dove negli anni ha accolto ospiti celebri, come l’attrice Giulietta Masina e l’artista Michelangelo Pistoletto. Vivendo fianco a fianco con alcune delle figure più illustri della comunità italiana in California. Come il genetista Luca Cavalli Sforza, per decenni docente a Stanford e di recente tornato a Milano per insegnare all’Università San Raffaele. O l’ingegnere vicentino Federico Faggin, forse l’italiano più celebre di Silicon Valley, premiato lo scorso anno dal presidente Barack Obama con la prestigiosa National Medal of Science, Technology and Innovation, come uno dei padri del microchip.

Addio a Walter Bonatti, scalatore eccezionale, vittima di una vergognosa menzogna “all’italiana”

Addio a Walter Bonatti. Scalatore ed esploratore eccezionale, vero Italiano di Frontiera, per più di mezzo secolo Bonatti fu vittima di un vergognoso caso “all’italiana”, in cui ipocrisia, invidia e conformismo si mescolarono, in una ricostruzione falsa e lacunosa della straordinaria impresa della conquista italiana del K 2 nel 1954, che lo mise sotto accusa. Aveva 24 anni quando solo per la sua forma eccezionale, Bonatti era sopravvissuto ad una notte all’addiaccio a 8mila, dopo che i compagni temendo volesse raggiungere per primo la vetta, avevano spostato il bivacco. Il diario ufficiale della spedizione lo accusò ingiustamente di aver consumato le bombole d’ossigeno che aveva dovuto portare ai compagni. Soltanto nel 2008 vide definitivamente riconosciuta la verità. Ricordiamoci di Bonatti, che non smise mai di combattere per quella verità,  e di quella vergognosa menzogna ufficiale, durata troppo tempo.  “Mi ero convinto che la vita ha senso viverla con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. … capivo che molte mie idee sarebbero suonate strane ad un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe stato suo … No, mi dicevo, non puo’ essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sè e dei propri sentimenti”. (Walter Bonatti). Grazie a Diego Zucca per la segnalazione.    

C’è Maria Montessori all’origine di Google ed Amazon? Brin e Page non hanno dimenticato…

E se all’origine della formazione di straordinari innovatori del web che a livello globale hanno rivoluzionato la nostra esistenza, come i fondatori di  Google e Amazon ci fosse… un’italiana nata nell’Ottocento, Maria Montessori (1870-1952), riconosciuta a livello mondiale come pioniera dell’educazione creativa e libertaria? Ne ho scritto in un articolo su CheFurturo! lo scorso maggio, in occasione del 60° della sua scomparsa. In un post estremamente interessante sul suo blog “Rethink” per Forbes, Steve Denning, autorità in campo internazionale nel campo della formazione e della conoscenza, già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale e autore di un recente libro di successo (in italiano  La Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo) traccia un ardito filo conduttore tra i più straordinari innovatori degli ultimi anni ed il metodo Montessori, che pone al centro il bambino come figura dotata di una creatività che spesso l’adulto ha perso comprimendola. E dunque puntando a stimolare la massima libertà espressiva dell’alunno, invece di costringerlo in regole e forme. Qualche anno fa,  in un’intervista a Barbara Walters, Sergei Brin e Larry Page, fondatori di Google, ad una domanda su quanto fosse importante per il loro successo esser figli di professori universitari di Stanford, avevano risposto che piuttosto era stata determinante l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Ne parlano in due video, un’intervista e  una conferenza. Al punto che il Wall Street Journal arriva a parlare di “Montessori Mafia“, intesa come cerchia d’elite che proviene da quella esperienza, e che comprende pure Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Che nei ricordi della mamma, da bambino fu così assorbito dal metodo che gli insegnanti dovevano… sollevarlo di peso dalla seggiolina per fargli fare altro. Continuare a imparare per tutta la vita, affrontare il nuovo e ragionare fuori dagli schemi precostituiti: questi, dice Denning, sono i segreti dei grandi innovatori.  Il tipo di approccio del metodo Montessori, nel porre l’alunno al centro, ha più di cent’anni. Ma le idee sono senza tempo e quel metodo, ricorda Denning, ha dimostrato di funzionare in tutto il mondo. E il mondo alla fine sta raggiungendo quelle che erano state le intuizioni di una coraggiosa italiana, innovatrice dell’educazione, nata nell’Ottocento.   Brin e Page non l’hanno dimenticata. Il 31 agosto 2012, il logo di Google è stato modificato secondo tradizione, proprio in omaggio all’anniversario della nascita di Montessori. In linea col metodo Montessori, la Piccola Scuola Italiana di San Francisco, diretta da Valentina Imbeni intervistata in questo video da IdF.

Silicon Valley, l’innovazione… e il rugby. Cos’ho imparato da un vecchio campione che se n’è andato

Proprio un mese fa “Lollo” se n’e’ andato. Era una leggenda del rugby, Umberto “Lollo” Levorato,  il mio primo allenatore, nei tempi in cui prima a  Mogliano Veneto poi a Pordenone, la palla ovale mi ha segnato in modo indelebile. Pochi indimenticabili anni a prender botte nel fango, prima che il lavoro di giornalista mi inchiodasse alla scrivania, relegando il rugby non solo su scaffali pieni di dvd e armadi pieni di magliette, pure in un angolo del cuore e della mente. Una rimozione pronta a uscir fuori in centinaia di sogni: si gioca ma non trovo la strada, sta per iniziare ma non ho le scarpe, sono in campo ma non si comincia mai, sono nello spogliatoio e mi perdo, scendo in campo e calano le tenebre… Credo che piu’ della mia discreta velocita’, di una certa imprevedibilita’ e di placcaggi non proprio ortodossi, di me Lollo ricordasse sorpattutto il buon contributo con la chitarra ai terzi tempi, memorabili cantate del dopo partita in overdose di birra, nei ristoranti e a volte in pullman. Ma quando ho saputo un mese fa che la morte era riuscita a sopraffare anche uno dei fisici piu’ impressionanti che avessi visto, ho avuto un flash. Si’ certo: ricordi, emozioni incancellabili dei bei tempi. Ma qualcosa di piu’ profondo. Tre anni fa ho cambiato la mia vita con un’avventura iniziata con sei mesi con famiglia a Silicon Valley. Facendo tutto da solo ma con una buona squadra a fianco. Indagando  nei segreti del talento italiano e continuando poi a inseguire quel talento e lo  spirito d’impresa tra gli italiani in patria, raccontando storie, suscitando emozioni. Alla fine questa avventura e’ diventata pure il mio lavoro, non più giornalista dipendente dopo 30 anni e 3 mesi… “La prima cosa è l’odore della sifcamina e dell’olio canforato per scaldare i muscoli…”  dice Marco Paolini all’inizio del suo memorabile spettacolo sul rugby, evocazione simile a quella delle madeleinette, i biscotti che innescano la catena di ricordi di  Proust. Quell’odore e i discorsi di Lollo negli spogliatoi sono stati l’imprinting. Certo a fare gli intellettuali schizzinosi, c’era ingenuità e un po’ di machismo retrò in quelle parole per dare la carica a 15 fra ragazzi  e uomini che dovevano affrontare una partita come una battaglia. La prima preziosa lezione è stato il superamento delle barriere, prima di tutto sociali e culturali. In quello spogliatoio io ero uno degli studenti, appena un po’ meno fighetti di tanti altri, ma a fianco in campo avevamo impiegati, operai, portuali, persino qualche allevatore. Un altro mondo, variegato, rispetto alla nicchia di intelletualoidi di sinistra di citta’, di famiglia perbene dal quale provenivo. Tutti insieme non ad un tavolo o in un ufficio ma in un campo in cui non puoi tirarti indietro. In un gioco in cui dopo tutto lo scopo ultimo e’ quello di attirarti addosso un tipo grande e grosso, sacrificarti per liberare un compagno, passargli la palla perche’ vada in meta. La retorica di Lollo, geometra contaminato dagli anni passati in Francia, nella culla del rugby continentale, a volte faceva storcere il naso, a noi studenti fighetti. Ma la lezione mi ha segnato, indelebilmente. Dare tutto se stesso, per la squadra e per questo sport metafora, combinando sempre l’enorme sforzo e sacrificio fisico all’intelligenza. Perche’sputar sangue senza capire non serve a nulla. E in questo slancio, un prima e un dopo gli 80 minuti in campo, in cui si cerca di capire di piu’, dei propri errori, di quello che in più avremmo potuto dare. Senza mai scuse, proteste, recriminazioni.  Buttarsi e inseguire il sogno, anche quando il successo è quasi impossibile. Come aveva fatto Lollo in quella leggendaria partita dei primi anni Sessanta a Grenoble con la nazionale, contro i francesi maestri supponenti che allora piu’ di oggi per noi erano di un altro pianeta. E il sogno della vittoria impossibile a casa loro era svanito solo all’ultimo minuto. Lollo aveva pure segnato una meta in mezzo ai pali, ai maestri. Uscendo dal campo con l’amarezza del sogno svanito ma con l’orgoglio di aver tenuto testa ai maestri, regalando emozioni ad un pubblico impazzito di gioia di immigrati italiani. Ho avuto la fortuna di filmarlo, una delle ultime volte che Lollo ha raccontato quella giornata storica, nel video qui sopra, colonna sonora d’obbligo la sua canzone prediletta, ricordo di quei tempi: “Alouette”. Sacrificio, spirito di squadra. L’individuo che nel collettivo non si annulla, si esalta. In sintonia con le nuove frontiere della condivisione che sono il nostro futuro, così insolite, in un Paese che sembra votato all’individualismo autolesionista. Abituato a una conflittualità così esasperata dal realizzasi nella sconfitta altrui, quella che ho chiamato Sindrome del Palio di Siena, poco propenso dunque a credere che il collettivo e l’amicizia possano far miracoli, non solo nel rugby. Lollo mi ha insegnato molto altro. Soprattutto a pensare che si sta al mondo inseguendo l’istinto e il cuore (ma sono le parole di Steve Jobs!). E   che credere fermamente in qualcosa di positivo, spirito di squadra,  sacrificarsi per gli altri per un obbiettivo comune, scateni una forza interiore che ti ripaga ampiamente delle ammaccature. E’ solo cosi’ che si vince la paura di metter la faccia dove ci sono ampie probabilita’ di prendere un cazzotto. Anzi a volte si riesce a farlo con il sorriso. Sono felice di aver catturato in un video qui sopra alcune immagini di un nostro incontro, ed uno dei suoi proverbiali ricordi di Francia-Italia a Grenoble. C’e’ un po’ dello spirito che ha trasmesso, a noi ormai attempati “Lollo Boys”. Che non lo dimenticheremo. Ciao Lollo e grazie. Sono sicuro che oggi ti diverti, fra palle ovali senza piu’ fango e nuvole di “alouettes” in volo.

IdF in California: Valentina Imbeni e la Piccola Scuola Italiana di San Francisco

Gli auguri di Buona Pasqua da Italiani di Frontiera hanno il sorriso di Valentina Imbeni, direttrice della Piccola Scuola Italiana a San Francisco. Un gioiello di cui andare orgogliosi, che abbina al valore della cultura italiana, in particolare la straordinaria tradizione degli asili di Reggio Emilia, considerati i migliori del mondo, la capacita’ tutta americana di perseguire e realizzare un sogno. Che nel caso della Piccola Scuola, spiega Valentina, si e’ concretizzato… in tre mesi! Grazie all’impegno di un gruppo di famiglie, che hanno fortemente voluto questa scuola. Per dirigere la scuola, Valentina, che e’ bioingegnere esperta di studio dei materiali, ha lasciato il prestigioso Lawrence Berkeley National Laboratory dell’omonima universita’ californiana, dove aveva lavorato dopo gli studi negli atenei di Bologna e Cambridge, dedicandosi con passione contagiosa al nuovo ruolo di educatrice. L’incontro con Valentina alla Piccola Scuola lo scorso novembre, nei giorni dell’evento organizzato a San Francisco da Italiani di Frontiera per il centenario della morte di Carlo Camillo di Rudio, “Forrest Gump dell’800” e ormai figura simbolo di questo progetto, sepolto davanti al Golden Gate.  Assieme a Cesare Marino, biografo del conte (autore di “Dal Piave al Little Bighorn”, Alessandro Tarantola editore), che ha colto l’occasione per raccontare ai bambini della Piccola Scuola alcune delle fantastiche storie di italiani nel West, fra gli indiani, scoperte con il suo trentennale lavoro di antropologo alla Smithsonian Institution. Un grazie particolare a Phil ed Elaine Pasquini, che da bravi fotografi e grandi amici di Idf a San Francisco  hanno collaborato in modo straordinario a tutti gli eventi. Ed al Console Generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli, anche lui prezioso amico di IdF, che ha sostenuto con determinazione il progetto della Piccola Scuola e tutte le iniziative di Italiani di Frontiera a San Francisco.