In quel quadro che tutti conoscono, una storia drammatica di emigrazione dal Veneto alla California. Che pochi conoscono

Quest’anno avrebbe compiuto un secolo. Ma se n’è andata nel giugno 2014, trent’anni dopo aver svelato, con un viaggio dalla nativa California al Veneto terra dei suoi sfortunati genitori, un mistero incredibile e suggestivo. Riguardava la sua famiglia, l’emigrazione italiana con i suoi drammi. Era racchiuso in un’immagine che tutti conosciamo, ignorandone i segreti. A 64 anni, nel 1984, per la prima volta a Venezia da dove i suoi erano partiti, suor Angela Marie Bovo, nata a Oakland, California, finalmente capì. Capì chi erano i genitori che lei e i suoi nove fratelli avevano perso. Capì il significato di quella strana posa nell’ultima foto della vecchia mamma, che strana lo era da tanto tempo, quasi mezzo secolo trascorso in ospedali psichiatrici, la mente sconvolta dal trauma di un marito morto lasciandola con dieci bocche da sfamare, in un Paese in cui lei non apriva bocca perché non ne parlava la lingua. E capì grazie a un quadro, che tutti conosciamo. Come i fratelli, Angela Marie Bovo era cresciuta in orfanotrofio, prima di prendere i voti e farsi suora. Ma non aveva mai rinunciato a cercar di scoprire le proprie radici. Qual era la storia di quella mamma, partita giovanissima col marito dall’Italia e impazzita dopo una tragedia familiare? E c’erano ancora parenti oltreoceano che potessero aiutarla a scoprire quella storia? Nata nel 1920, Angela Marie Bovo aveva preso i voti a diciannove anni e per 35 anni si era dedicata all’insegnamento nel Nord della California. Ne aveva 64 quando finalmente realizzò il suo sogno: arrivare a Venezia, da dove i suoi erano partiti, con in mano i loro documenti, per tentare di ricostruire la loro storia. Riuscendo alla fine  a scoprire che due vecchie zie, ormai ottantenni, erano ancora vive. L’incontro, fra abbracci e lacrime, nella casa di Venezia in cui anche sua madre, Angela Cian, era vissuta, prima di sposarsi e partire col marito Antonio Bovo per la California. Su una parete, una delle immagini più popolari della Madonna, un dipinto riprodotto infinite volte su stampe, santini, libri sacri. “Questa è tua madre”, disse una delle zie. Suor Angela Marie annuì, pensando alla Madonna. Ma quella invece era la sua vera mamma. Aveva undici anni, Angela Cian, quando il pittore Roberto Ferruzzi (1853-1934) nato in Dalmazia da genitori italiani l’aveva incontrata a Luvigliano (Padova) sui Colli Euganei dove viveva. Colpito dalla sua grazia mentre accudiva il fratellino Giovanni, le aveva chiesto di posare col bimbo in braccio, per un quadro diventato un simbolo di maternità. Il dipinto vinse la Biennale di Venezia del 1897, in origine era intitolato “La Zingarella” ma ed ebbe un tale successo popolare come immagine della madre di Gesù che lo stesso pittore lo ribattezzò “Madonnina”. Passato più volte di mano per cifre consistenti, il quadro sarebbe andato disperso nell’oceano con una nave affondata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Ma prima era stato riprodotto dai Fratelli Alinari, che fecero la sua fortuna con infinite stampe diffuse ovunque con titoli diversi. Arrivata in California nell’anno del terremoto che distrusse San Francisco (1906), un equilibrio psichico precipitato con la morte del marito nell’anno della Grande Crisi (1929), Angela Cian non aveva raccontato a nessuno di quel quadro, dopo che i genitori l’avevano rimproverata ritenendo sconveniente che da ragazzina avesse fatto da modella. Suor Angela Marie capì che nella mente sconvolta della mamma il ricordo di quel quadro non si era perso, quando vide a casa della sorella l’ultima foto scattata alla madre ricoverata. Si era alzata da una panchina in silenzio, si era coperta con un velo e davanti all’obbiettivo si era messa nella stessa posa di quel quadro. Una rivelazione, una scoperta, su una mamma che non parlava una parola d’inglese. Impossibile da realizzare, in Italia, per lei che non parlava una parola d’italiano. Se non fosse stato per un colpo di fortuna. Aver trovato in un convento veneziano una giovane americana che si era appassionata alla sua ricerca aiutandola a districarsi delle una giovane americana in grado di aiutarla a districarsi nell’archivio dell’anagrafe, sino alla scoperta  delle due vecchie zie. Quel mistero, racchiuso nell’immagine forse più popolare della Madonna, impersonata in realtà da una bambina, fu svelato grazie a una suora nata in America, che aveva scoperto d’esser figlia di quella Madonnina italiana. E a una giovane americana trapiantata a Venezia, dell’ordine delle  Suore di Carità Maria Bambina.  fonte principale: https://ecatholic2000.com/wp/madonna-of-the-streets-by-jacqueline-galloway/

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Quell’incredibile primo novembre sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio. E San Francisco impazzì…

Ma chi l’avrebbe immaginato che un progetto nato sulla frontiera dell’innovazione, fra gli italiani di Silicon Valley, avrebbe avuto come luogo simbolo… la tomba di un patriota dell’Ottocento protagonista prima del Risorgimento, poi sulla frontiera del West, sfiorato cento volte dalla morte e scomparso il primo novembre 1910? Ci siamo tornati tante volte con tanti amici, davanti a quella lapide nel cimitero militare del Presidio, a San Francisco proprio davanti al Golden Gate Bridge, a rendere omaggio a Carlo Camillo di Radio, Forrest Gump dell’Ottocento, l’avventuroso conte bellunese  che rischiò cento volte la vita per cause libertarie e diventato ufficiale di cavalleria negli Stati Uniti, finì col combattere a Little Bighorn con Custer, scampando miracolosamente al terribile massacro. Italiani di Frontiera era nato solo due anni prima, quando con Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di nativi americani e biografo dell’incredibile personaggio, decidemmo di “inventare” il centenario Di Rudio, organizzando per il primo novembre 2010 una piccola indimenticabile cerimonia su quella collina, assieme a un manipolo di amici e all’allora console generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli. Una suggestione indimenticabile. E una sequenza di emozioni, imprevisti, incidenti, coincidenze strabilianti che alla fine sono diventate per me una lezione: su come si affronta la vita, sul valore delle azioni intraprese di slancio, su come davvero navighiamo fra scogli e venti propizi senza poter prevedere con esattezza la rotta. Fra episodi che sono in apparenza un quadro confuso, che roba un senso invece quando uniamo i puntini ale nostre spalle. Non a caso, a di Rudio ho dedicato prologo ed epilogo del mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (2015 EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). E dunque quel primo novembre 2010 a San Francisco con “Cez”, abbiamo messo insieme qualcosa di indimenticabile. Da ripercorrere, con un piccolo diario per immagini. Dalla prima coincidenza: quel giorno è entrato nella storia della città. visto che i Giants quella sera riconquistarono dopo oltre 50 anni le World Series di baseball. E San Francisco impazzì dalla gioia. Ma andiamo per ordine. La cerimonia e i brevi interventi, in questo video.   Giuro che quando ho rivisto quelle immagini, nei video girati assieme a Franco Folini, nei bellissimi scatti di Elaine e Phil  Pasquini,  che ha fatto pure da maestro di cerimonia all’evento, portando un bravissimo trombettista che ci ha regalato ulteriori emozioni, per la commozione ho pianto…   Ma solo arrivare a San Francisco per quell’evento era stata un’odissea, quasi una metafora dell’incredibile esistenza del personaggio che andavamo a celebrare… E a proposito di emozioni, cosa mi ha regalato Italiani di Frontiera? Persino l’esperienza unica di svegliarsi all’alba in un motel.. con a fianco un colto antropologo che disserta su “Storia e MetaStoria”, unisce i puntini interpretando a modo suo la serie di coincidenze fra la nostra avventura e quelle del conte bellunese… Che quel filo rosso fra la frontiera di ieri e quella di oggi non fosse così astruso me l’ha confermato qualche anno dopo un innovatore come Vincenzo di Nicola pubblicando una sua foto su quella tomba, proprio dopo aver ceduto con successo la sua GoPago ad Amazon, prima di tornare in Italia (dove oggi sta lanciando un’altra startup, Conio, nel campo dei bitcoin). E negli anni Di Radio non l’abbiamo dimenticato. Ritrovandolo nel film di Mario Martone dedicato al Risorgimento, “Noi credevamo”, interpretato dal bravo Stefano Cassetti, al quale ho raccontato la storia “americana” del suo personaggio, che non conosceva.   Non bastasse, al ritorno da San Francisco, con Cesare avevamo presentato quell’evento in un incontro al Museo del Risorgimento di Milano. Con l’onore e il piacere di avere tra gli ospiti Sergio Bonelli, il leggendario papà di Tex Willer! E prima o poi quelle immagini usciranno da qualche cassetto segreto dell’archivio Italiani di Frontiera…

Da Venezia a Palo Alto: in ricordo di Adalberto Viggiano, decano degli italiani di Silicon Valley

Quattro anni fa, 25 marzo 2010,  a Palo Alto se ne andava Adalberto Viggiano. Era il decano degli italiani di Silicon Valley, dove viveva dal 1962, una lunga carriera come ingegnere responsabile di apparecchi di ricerca a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. Di emigrazione, Stanford, ricerca, italoamericani, scienza e armamenti,Adalberto aveva parlato in questa intervista per me molto preziosa (2008), assieme alla moglie Dina, una donna straordinaria a lungo responsabile di Casa Italia a Stanford, alla quale poi nel 2011 abbiamo dedicato una bellissima giornata all’Università di Ca’ Foscari . Sono ricordi e testimonianze, dalle quali emerge soprattutto l’eccezionale umanità di Adalberto e Dina, partiti da Venezia nel 1958.  Straordinari pure nell’ospitalità. E come dimenticare quella cena della primavera 2008, in cui a casa Viggiano, a Palo Alto, gli ospiti a tavola erano solo i Bonzios…  Federico Faggin, Luca Cavalli Sforza e le rispettive signore? Dina e Adalberto Viggiano nella loro casa a Palo Alto, estate 2008.

Da neolaureata rischiava d’esser mandata oltre frontiera: dopo 4 anni Sima è finalmente cittadina italiana

  LA STORIA (APRILE 2012) Per una volta, Italiani di Frontiera parla di chi la frontiera deve sfidarla… perchè rischia di essere mandata oltre confine. Come tanti suoi compagni da qualche mese Sima Travasso, residente a Sesto San Giovanni,  studentessa brillante, neolaureata al Politecnico di Milano in architettura con una tesi sull’arte e la natura, affronta l’incognita della precarietà. Che per lei è però più dammatica. Sima infatti non è nata in Italia, ci è arrivata dall’India quando aveva solo un anno. Abbastanza perchè la legge le imponga dopo i 18 anni di poter restare solo per studiare o lavorare. Dunque la mancanza di un posto fisso per lei equivale a un’imminente espulsione dal Paese in cui vive sin da piccola, dove abita la sua famiglia. In questo video, Sima racconta la sua storia, la fatica di capire regole e burocrazia dalle quali dipende il suo futuro, nella speranza che il suo caso possa aprire una riflessione su quanti, come lei, sono cresciuti e si sentono parte di un Paese che li tratta da stranieri. Il video è stato realizzato in collaborazione con La Repubblica degli Stagisti,  testata giornalistica online nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti, fondata da Eleonora Voltolina, amica di IdF e tra i fondatori di ITalents, che ha appena pubblicato per Laterza il bel libro Se potessi avere mille euro al mese, dedicato alla precarietà giovanile, che ha ispirato al Sima la sua riflessione. AGGIORNAMENTO 2012 Che forza, la rete di amici di Italiani di Frontiera! Poche ore dopo la pubblicazione nei giorni scorsi di questo post, il caso sembra avviato a soluzione! Monica Chittò, data per favorita nella corsa alla poltrona di sindaco di Sesto San Giovanni alle elezioni del mese prossimo  (è assessore alla Cultura della giunta uscente, un grazie a Francesco Locatelli, esperto di web e collaboratore di Monica) intende proporre la cittadinanza onoraria per Sima, la giovane neolaureata di origine indiana protagonista della storia, che vive nel suo comune e in base alla legge rischia di venire presto espulsa. Il caso di Sima è stato rilanciato persino sul sito della sezione italiana di Unicef  (grazie a Marta Fiasco, Programmi per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza Ufficio Coordinamento delle Campagne Unicef), che da tempo si batte contro queste discriminazioni. Non solo: grazie al caso segnalato da Italiani di Frontiera, Sima potrebbe diventare presto testimonial di una campagna nazionale per denunciare il paradosso vissuto da tanti giovani figli di immigrati, che rischiano di venire espulsi dopo gli studi perchè non sono nati in Italia. AGGIORNAMENTO 2016 Era la vigilia di Pasqua 2012 quando Italiani di Frontiera ha segnalato il caso di Sima. Che solo in questo 2016 ha festeggiato la Pasqua finalmente da cittadina italiana. Lo scorso gennaio infatti, Sima ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza con una breve cerimonia nel Comune di Sesto San Giovanni (dove nel frattempo Monica Chittò  che si era interessata al suo caso è diventata sindaco) firmando i documenti assieme a Elena Iannizzi, assessore all’Ambiente e qualità urbana, politiche giovanili, cooperazione internazionale, pace e diritti umani. Sima nel frattempo, anche se la sua situazione di precarietà l’ha costretta a lungo in passato ad accettare lavori sottopagati e con scarse tutele, ha continuato la sua brillante carriera lavorando in diversi studi di architettura. Proud of you Sima! aaa aa

Antonella Caporello e Silvano Gai, “incubatori seriali” per giovani italiani a Silicon Valley

  Per approdare a Silicon Valley, il periodo d’incubazione a volte può passare… per il divano di una casa nella Bay Area. Magari quella di Antonella Caporello e Silvano Gai, già docente del  Politecnico di Torino, poi manager di successo a Cisco. Oggi Antonella e Silvano vivono nei pressi di Yosemite Park ma  il loro mettere radici in California, dove sono arrivati una quindicina di anni fa, è stato prezioso per decine di giovani di talento, molti allievi di Silvano al Politecnico, che il grande salto, arrivando a Silicon Valley, l’hanno realizzato grazie a questi due straordinari… “incubatori seriali”. Antonella e Silvano infatti hanno creato opportunità ed ospitato nei primi giorni molti di questi giovani oggi affermati nelle aziende hi tech californiane, aiutandoli ad ambientarsi ed a capire un mondo così diverso. Tra loro anche Loris Degioanni, incontrato da Italiani di Frontiera il mese scorso a Mind The Bridge. Una vicenda singolare, che Antonella ha da poco raccontato in un bel libro, “Una CInquecento rossa in California”, reperibile su Lulu.com . Incontrati alla vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Antonella e Silvano hanno rievocato in una videointervista la loro esperienza, con molte preziose riflessioni.

A Venezia “Dina Viggiano Day”, con IdF omaggio di Ca’ Foscari a una veterana di Silicon Valley

Una giornata speciale venerdi 16 settembre 2011 a Venezia per Italiani di Frontiera, al quale a volte riescono piccoli miracoli… Se oggi il ponte fra Italia e Silicon Valley è così consolidato, il merito è anche di persone che ne gettarono le basi tanti anni fa. Dina Fontanin Viggiano, giunta in California nel 1962 col marito Adalberto, purtroppo scomparso nel 2010, ha insegnato per anni italiano a Stanford, facendo gli onori di casa per ospiti illustri dalla madrepatria, in quella Casa Italia che ospitava anche gli studenti italiani.   L’incontro con i Viggiano, carica d’energia e ottimismo tutta americana, di finezza ed umanità tutta italiana, ha segnato la mia avventura a Palo Alto. Ma Dina in questi giorni è in Italia (mentre il figlio Frank e sua moglie Sharon sono stati così gentili da accompagnarmi all’aeroporto di San Francisco per il ritorno). Così, grazie a Leonardo Buzzavo, amico e docente a Ca’ Foscari e delegato dal rettore alla valorizzazione del nome, della storia e degli spazi dell’università veneziana ed ad Anna Morbiato, suo braccio destro, siamo riusciti  a organizzare un piccolo evento in suo onore, nella sede del rettorato. Occasione per pubblicare l’intervista in video a Dina e Adalberto registrata tre anni fa. Ma anche per lanciare la proposta di gemellaggio Venezia-Stanford che Italiani d Frontiera ha già presentato a diversi amici in California, sulla scia di questa originale storia. E per conoscere meglio Dina. E dirle grazie. Come abbiamo fatto, con una breve, toccante cerimonia… e un giro fantastico in laguna con Dina e i suoi familiari… sul motoscafo del rettore! Di seguito, l’annuncio di Ca’ Foscari. L’Università Ca’ Foscari ha deciso di rendere omaggio a Dina Fontanin Viggiano, studiosa veneziana emigrata in California negli anni Cinquanta dove è stata per decenni docente di italiano all’Università di Stanford e da dove, insieme al marito ha contribuito a gettare le basi del ponte tra Italia e Silicon Valley. Venerdì 16 settembre alle 11 nella sala riunioni del rettorato, rievocherà l’attività svolta a Stanford con straordinaria vitalità, assieme al marito, scomparso lo scorso anno, che visse la sua carriera di ingegnere a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. L’incontro sarà occasione per lanciare la proposta di un gemellaggio fra Stanford e Venezia, avanzata da “Italiani di Frontiera”, progetto multimediale dedicato al talento italiano di cui è autore Roberto Bonzio, giornalista veneziano emigrato a Milano. E di cui Dina Fontanin Viggiano sarebbe madrina ideale. Una proposta che l’Università veneziana potrebbe sostenere, in vista di “Ca’ Foscari 2018 – 150 anni di idee”, un programma che porta l’ateneo a valorizzare il suo percorso verso il 150° anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1868.   Dina Fontanin Viggiano, partita per il Canada poi negli Stati Uniti con il marito Adalberto negli anni Cinquanta, è stata per due decenni docente di italiano all’Università di Stanford, vivendo a lungo in quella Casa Italia che ospitava studenti nostri connazionali nel celebre ateneo californiano. Dove negli anni ha accolto ospiti celebri, come l’attrice Giulietta Masina e l’artista Michelangelo Pistoletto. Vivendo fianco a fianco con alcune delle figure più illustri della comunità italiana in California. Come il genetista Luca Cavalli Sforza, per decenni docente a Stanford e di recente tornato a Milano per insegnare all’Università San Raffaele. O l’ingegnere vicentino Federico Faggin, forse l’italiano più celebre di Silicon Valley, premiato lo scorso anno dal presidente Barack Obama con la prestigiosa National Medal of Science, Technology and Innovation, come uno dei padri del microchip.

Giacomo Lorenzin, ex Olivetti imprenditore del software: consigli ai giovani (IdF SV Tour)

Ha conquistato tutti, Giacomo Lorenzin, raccontando con un taglio di particolare umanità, ai partecipanti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour e degli altri due Tour organizzati da Paolo Marenco, la sua esperienza di ingegnere all’Olivetti che realizza il sogno di venire negli Usa,  diventando poi imprenditore del software, dopo aver purtroppo assistito alla decadenza della casa di Ivrea, con potenzalità sprecate e tanti straordinari talenti poi rimasti in Silicon Valley come imprenditori e manager di altre aziende. In questo video Giacomo (che è di Portogruaro ed ha frequentato lo stesso mio liceo, il Franchetti!), dà anche qualche prezioso consiglio ai giovani che volessero seguire trent’anni dopo il suo esempio.

L’avventura Di Rudio raccontata al Museo del Risorgimento. E c’era pure Sergio Bonelli, papà di Tex!

Un antropologo tenace, che per vent’anni insegue col fiuto del cacciatore solitario in giro per il mondo le tracce di un patriota dimenticato. Ricostruendo meticolosamente la sua biografia, che ha dell’incredibile.  Tra l’indifferenza generale, visto che il comune della citta’ di nascita di quel patriota ci mette dieci anni soltanto a rispondere alle  segnalazioni dello studioso. Dopo un libro uscito nel 1996 che non molti hanno letto, l’incontro con un giornalista curioso, che si appassiona a quella fantastica storia. Facendone un simbolo degli Italiani di Frontiera, gente disposta a rischiare con slancio, a sfidare l’ignoto. Decidendo sei mesi fa di organizzare da Milano un evento sulla tomba di quel patriota dimenticato dalla vita straordinaria, sepolto a San Francisco. Con una nuova edizione del libro. Il primo novembre 2010 io e Cesare Marino siamo stati sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio (foto di Phil Pasquini), nel centenario della sua morte, con la nuova edizione di “Dal Piave al Little Bighorn” pubblicata per l’occasione da Alessandro Tarantola. Il 13 dicembre 2010 al Museo del Risorgimento di Milano, via Borgonuovo 23, abbiamo raccontato la nostra avventura, ed una serie di incredibili imprevisti, contrattempi e coincidenze che hanno segnato la nostra missione. Tutti legati in modo sbalorditivo ad episodi della vita del conte bellunese che siamo andati a celebrare. Per un pubblico davvero particolare: studiosi, diversi cadetti dell’accademia militare e… il grande Sergio Bonelli, papà di Tex!

Di Rudio Day memories. Forse davvero lo spirito del conte ci ha accompagnati… a San Francisco e ritorno

Mettersi in testa di andare a celebrare uno sconosciuto oltreoceano, organizzare tutto grazie a qualche amico abbastanza folle dall’esser catturato dall’idea. Riuscirci, poi tornare dopo un’avventura entusiasmante e una faticaccia, un anno fa, con la sensazione che forse lo spirito di quello sconosciuto ci abbia accompagnato. Perche’ davvero ne sono successe troppe… Sin dalla partenza, con  Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, che ha dedicato tutta la sua vita agli indiani, ricostruendo con ricerche durate vent’anni la vita incredibile di quello sconosciuto. Franco, il tassista che ci viene a prendere prima delle 6 di mattina per portarci a Linate, e’ un arcere provetto (con figli rugbisti…). Ci mettiamo 30 ore invece di 15 per arrivare a San Francisco  e tutti gli imprevisti sono stati in un modo o nell’altro legati a episodi della vita di quell’italiano di cui andavamo a celebrare il centenario della morte, Carlo Camillo di Rudio (1832-1910), “Forrest Gump dell’Ottocento” protagonista del Risorgimento, poi emigrato e sopravvissuto a Little Bighorn. Non si passa da Parigi, dove il conte fu condannato alla ghigliottina per l’attentato a Napoleone III, dobbiamo andare invece via Roma (dove il conte combatte’ con Garibaldi) e New York (dove sbarco’ da immigrato con documenti falsi perche’ ricercato in mezza Europa). Solo in extremis troviamo un volo per San Francisco, che a meta’ strada dirotta su Minneapolis per… malore del secondo pilota, passando cosi’ vicino a Sioux City (e il conte i Sioux se li trovo’ davanti a Little Bighorn…). Arrivando alle 3 di mattina a San Francisco all’hotel Castle Inn, dove al reception e’ chiusa sino alle 7!  E senza il bagaglio di Cesare, smarrito. Che arriva due giorni dopo… da Francoforte! Dalla Germania? Possibile? Cesare controlla nel suo libro che siamo andati a presentare (“Dal Piave al Little Bighorn”, Alessandro Tarantola editore): di Rudio sbarco’ in America spacciandosi per tedesco, visto che era ricercato! Non bastasse, pochi giorni dopo Cesare contatta l’unico discendente del fratello del conte. Abita In Inghilterra a Nottingham, il suo indirizzo: Castle close!!! Ma Cesare ne ha individuate molte altre, di coincidenze… Ma forse, lo spirito del conte ci ha seguito anche in Italia. Pochi giorni dopo il ritorno, dopo una presentazione di Italiani di Frontiera nella sede romana di Oracle, mi sono imbarcato a Fiumicino con Sergio Rossi, nuovo amico di IdF e all’epoca amministratore delegato della società (che ha ospitato Italiani di Frontiera in ben quattro eventi fra Milano e Roma, thanks a Simone Pugiotto, Eva Mengoli e Valentina Falcioni!). Al controllo bagagli, fanno per due volte il check al mio zaino e mi chiedono se ho un coltellino. No di sicuro, rispondo. Ma dal mio fidato zaino Mary Poppins a 50 tasche,  esce invece il coltellino svizzero che evidentemente era li’ dalle vacanze estive! Resto di sasso: come e’ possibile? Ha appena passato due controlli a New York e uno a San Francisco, dove ti fan togliere scarpe e cintura, e nessuno l’ha visto? Troppo strano. Chiamo subito Cesare, parola chiave “coltello nascosto”. Ci mette 30 secondi a trovare il nesso col conte. Che nelle sue memorie, dice, aveva ironizzato sulla polizia francese che l’aveva arrestato dopo l’attentato a Napoleone III e perquisito, senza riuscire a trovare pero’… il coltello che nascondeva nel doppio fondo della borsa! Insomma, ci siamo trovati sulla sua tomba, il primo novembre 2010, davanti al Golden Gate in un’incredibile pomeriggio di sole, riflessi via via sempre piu’ dorati ed emozioni che non dimenticheremo mai piu’. Con il console italiano Fabrizio Marcelli, davvero la persona giusta al posto giusto (grazie Fabrizio!), bandiera e corona di fiori, un amico, Phil Pasquini (lui e la moglie Elaine son gli autori del bellissimo slideshow qui sopra), cosi’ matto da aver organizzato tutto molto meglio di quanto si potesse sperare, con programma della cerimonia stampato e portando un amico musicista, il jazzista David Hardiman, che davanti alla tromba, con le note del Silenzio (Taps in inglese) e di Stars and Stripes, ci ha fatto accaponare la pelle. Un’atmosfera surreale, fuori dal mondo, rievocata in questo post precedente. E alla fine, il rituale col fumo di Cesare, che riappacifica lo spirito del conte patriota con gli indiani che ha combattuto. Due minuti intensissimi, cui partecipiamo io, Nicolo’ Manerbi bravo fotogiornalista a San Francisco e Franco Folini, manager di Novedge e grande amico di IdF, che ha avuto il merito di convincere gli altri amici della Business Association Italy America che valeva la pena di sostenere questa nostra avventura, anche se non riguardava esplicitamente imprese o innovazione hi tech. Grazie ragazzi, sono piu’ che mai convinto che per aprire la strada  a innovazione e modi di pensare il futuro, occorra combattere una battaglia culturale. E magari imbarcarsi in avventure balenghe come questa. Poche ore dopo la cerimonia, San Francisco esplode di gioia per la vittoria dei Giants, dopo 56 anni, nel campionato di baseball. Sembra che il sindaco Gavin Newsom abbia detto che la squadra vincente e’ quella “Committed, not interested”, coinvolta, impegnata, non interessata. Parole in sintonia con le imprese del conte, che sfido’ cento volte la morte sempre per una causa comune, mai per interesse personale. E forse anche con la nostra piccola impresa, di venire qui a spese nostre e con una mole di lavoro non indifferente, per celebrare uno sconosciuto che lo meritava. Il cartello portato sulla tomba dal consolato, col patronato del Presidente della Repubblica, ci fa sentire un po’ pionieri, con questo che e’ stato un prologo delle celebrazioni nel 2011 del 150 anni dell’Unita’ d’Italia. Lo ha capito molto bene Gianluca Corinaldesi, che su Examiner.com ci ha dedicato un bellissimo articolo e un’intervista video. Come avevano fatto il bel portale di giovani italiani a New York, Nuok (grazie ad Alice Avallone)  America Oggi (grazie a Nicolo’ d’Aquino),  LibriBlog.com (grazie ad Antonella Appiano),   Il Giornale addirittura con due articoli, uno di Francesca Ame’ , l’altro online di Enrico Silvestri, oltre al Gazzettino di Belluno (grazie a Gianluca Salvagno!) e Corriere delle Alpi. Un lancio prezioso anche da AdnKronos (grazie Federico Luperi!), che