Dal Politecnico di Milano a Boston, Paolo Ciuccarelli e la sfida “italiana” alla complessità con il design

  Seduti all’ombra tra bizzarre statue in legno di Papua Nuova Guinea, in un giardino dell’Università di Stanford, ascoltavamo rapiti Giovanna Ceserani, Associate Professor del Dipartimento di Studi Classici dell’Università californiana raccontare di un progetto suggestivo e complicato che aveva curato, la digitalizzazione degli archivi del Grand Tour, i viaggi che nel ‘700 e ‘800 colti e facoltosi turisti stranieri compivano come percorso di formazione in Italia. Un problema complesso, fra tecnologia e cultura umanistica, risolto con la collaborazione… di un mio amico del Politecnico di Milano! Era stata una grande sorpresa, durante uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2013, scoprire che la celebre università, nel cuore di Silicon Valley, era ricorsa per quel lavoro al talento di un giovane docente, Paolo Ciuccarelli, fondatore a Milano nel 2010 di una delle realtà d’avanguardia mondiale nel campo della visualizzazione, il Density Design Lab. Paolo Ciuccarelli non lo sentivo da un po’, qualche mese fa l’ho chiamato ricordandogli  quell’episodio che mi aveva tanto colpito, per scoprire che anche lui, “talento di frontiera in patria” stava per partire, biglietto di sola andata, destinazione Boston, dove oggi dirige il Center for Design al College of Arts, Media and Design della prestigiosa  Northeastern University, dove  proprio in quel 2013 avevo conosciuto e intervistato un altro fuoriclasse dell’innovazione, Alessandro Vespignani. Italiani di Frontiera è un’avventura tutta all’insegna delle coincidenze e dell’unire i puntini. Così per una preziosa chiacchierata su design, visione e talento prima della sua partenza, Paolo Ciuccarelli aveva scelto un luogo di grande valore simbolico: la piccola mostra dedicata a Olivetti al Museo del Novecento, mescolando riflessioni sul suo percorso professionale a osservazioni sulla splendida grafica della pionieristica azienda di Ivrea.   Paolo  come’è iniziato il tuo percorso verso i dati e la loro rappresentazione visuale? “Per me non è stato lineare, tutto è partito da punti di svolta casuali, imprevedibili… la scoperta del concetto di complessità, un’idea per me completamente nuova e difficile da capire… fu grazie a un professore in un corso tradizionale ad architettura e a un libro, “La sfida della complessità” (Feltrinelli, autori vari) che è cambiato definitivamente il modo in cui ho guardato il mondo fuori e il mio mondo, da studente, poi ricercatore e oggi da professore. Come spesso accade, non capisci subito il valore di questi punti di svolta, iniziai a capire vedendo le prime rappresentazioni visuali di Internet da un’Università di Londra a fine anni Novanta:, quei diagrammi, quelle reti…fu una sorta di corto circuito: riconobbi che erano l’immagine della complessità”. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa sfida, rendere “comprensibile” la complessità? “Una presa di coscienza che ha una valenza non solo intellettuale ma anche necessariamente etica ed estetica. Questi due inaspettati punti di svolta, complessità, linguaggio visuale, uniti alla scoperta di un altro scienziato delle reti, Albert Laslo Barabasi (“Link. La scienza delle reti”, Einaudi, oggi Barabasi lavora nella stessa università in cui insegna Paolo ndr) e racconta la scienza delle reti in modo molto divulgativo. Mi convinse a far diventare questa la missione della mia attività di ricerca poi del laboratorio: Density Design ha prima la complessità nell’anima, presa di coscienza della complessità. I dati arrivano dopo…”. Qual è stata questa tua missione? “L’idea della complessità così strana difficile da raccontare…spero di continuare a dare una dimensione di concretezza, visibilità azionabilità a questa complessità, attraverso le interfacce che il design sa costruire. Ma l’obbiettivo è di allargare l’impatto delle cose che fai”. E come sta cambiando? “Finora ho lavorato sempre sulla dimensione visuale, l’ambizione è di spostare oltre l’orizzonte ma in realtà è tornare indietro: lavorare attraverso design del prodotto, dei sistemi dell’architettura, non solo visualizzazione: mettere la complessità non solo in mano a chi deve decidere ma ai cittadini, a chi è coinvolto in questa complessità. Superando un po’ la frustrazione di far solo capire a chi deve decidere cosa sta succedendo. Però ti manca quell’impatto di azione proprio del design fisico, dell’architettura: costruire uno spazio, modificare i comportamenti delle persone. Mi piacerebbe capire se c’è possibilità partendo dai dati di agire concretamente nello spazio e orientare il comportamento delle persone a prescindere dalla loro consapevolezza…”. Affrontare questa nuova sfida “da italiano” è un vantaggio? “A me piace pensare che un po’ lo sia. Sicuramente nel tempo abbiamo costruito come italiani un nostro modo di fare rappresentazione dei dati: ci chiamano ‘Gli Italiani’, è nata una sorta di scuola di trasformazione dati attraverso il design, riconosciuta come italiana. Con attori importanti, con una loro visione della cosa che è quella che forse ci si aspetta, di grande integrazione tra componente scientifica e umanistica, una grande spinta verso un umanesimo nei dati che non c’era ma sta diventando di grande attualità, complice paradossalmente una delle più grandi innovazioni”. Quale? E abbiamo davvero qualcosa di speciale, nel fronteggiare la complessità? “Big Data e algoritmi non hanno fatto che metterci davanti questa complessità. Con tutte le sue incertezze, le sue ambiguità, le sue sfumature, cosa che non riesci ad affrontare con il paradigma scientifico da solo. E questo ha aperto il campo a questa italianità, che significa ricombinare, ricucire dimensione umanistica e scientifica facendo leva in particolare su quella umanistica, cambiare il paradigma scientifico attraverso un approccio più orientato verso l’umanesimo. Secondo me da italiani siamo stati un po’ più in grado di farlo di altri. E questo è poi il motivo per cui alcuni di noi sono andati negli Stati Uniti. Questo credo sia il motivo per cui ci vado anch’io”. Qui l’intervista su Startup Italia Qui sotto  il video con alcuni spezzoni dell’intervista, nel bel montaggio per Startup Italia di Alessandro Di Stefano

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

“Dobbiamo tutto agli Hippie”, un successo la prima nazionale a Vicenza. E alla fine gli elogi sul palco di Federico Faggin!

  “Ho imparato molte cose nuove guardando il tuo lavoro… quando uno è dentro, non ha la visione a 360… come può avere uno che guarda successivamente e vede connessioni che io certamente non avevo visto…” Le parole di Federico Faggin (nel video con slideshow qui sopra) il padre del microchip e della tecnologia touch, salito sul palco al mio fianco, emozionandomi non poco, alla fine della prima nazionale di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, giovedì 26 ottobre al Teatro Comunale di Vicenza, sono state il coronamento di una serata indimenticabile. L’esordio è andato oltre ogni aspettativa. Anche se lavoro con gente così brava che a volte vorrei fermarmi nella mitragliata di parole, per ascoltare meglio la musica scelta sul palco da Luca Presence Carini, guardare le immagini e le bellissime animazioni alle mie spalle frutto della creatività di Roberta Gaito e Roberta Pirrera, tutta la scena ideata e diretta con maestria alla regia da Alessio Mazzolotti.   Come sempre è la passione il vero motore, e questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata senza la passione di Claudia Baldina e degli amici di Niuko, di Alessandro Fossato arrivato da Mestre con una folta squadra dalla sua Interlogica, le due aziende che hanno comprodotto lo spettacolo.   Collegare Hippie e New Economy poteva sembrare un’idea bizzarra a chi non conosce le radici culturali di Silicon Valley,  in realtà questo spettacolo attraverso storie e aneddoti invita a riflettere su come siano i visionari capaci di sogni all’apparenza impossibili i veri protagonisti dell’innovazione, in un intreccio fra personaggi  e idee che spera di ispirare chi deve immaginare il futuro.   Sul palco, il surf è diventato metafora del pensiero laterale, capace di scoprire percorsi inaspettati, dall’arte alla scienza, dalla cultura alla società. Un racconto spiazzante, che lungo quel filo rosso individua molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò il personaggio di Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che all’Università di  Berkeley “innescò” la contestazione studentesca già nel 1964.   E il percorso inaspettatamente, partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, vicentino d’origine trapiantato dagli anni Sessanta in California, che dopo storiche invenzioni è impegnato oggi in una battaglia ideale, per contestare l’idea diffusa a Silicon Valley che le macchine diventeranno presto più intelligenti degli esseri umani, al quale è dedicata la chiusura dello spettacolo multimediale, con grafica digitale e animazioni sullo schermo, la musica selezionata dal vivo sul palco da Luca. Come nessun altro Federico ha ispirato con le sue riflessioni il mio lavoro, con Italiani di Frontiera e oggi con questo spettacolo. Per questo, la fortunata coincidenza di scoprire che in questi giorni era in Italia, invitarlo con una mail e ricevere al telefono la sua conferma nel giro di venti minuti, esordire nella sua città d’origine con lui attentissimo in una delle prime file, poi vederlo alzarsi con un’ovazione della sala e ricevere sul palco i suoi elogi e alla fine averlo assieme a tanti preziosi anici con noi pure all’aperitivo dopo lo spettacolo, con la moglie Elvia… davvero indimenticabile. Ma ora la sfida è quella di proseguire avventura, portando “Dobbiamo tutto agli Hippie” in giro per l’Italia… e perchè no? Magari pure oltreoceano… Un grazie a Marina Pezzoli amministratore delegato di Niuko, intervistata con me e Federico nel video qui sotto, realizzato dal bravo Marco Bergamaschi che ringrazio anche per le belle foto.    

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Machiavelli, Olivetti, Montessori e la modernità… mi tocca dar ragione a Ostellino!

Aiutooo! Qualcosa di grave mi sta succedendo. Dopo aver apprezzato una battuta di Vittorio Feltri (chi l’avrebbe mai detto?) sull’insopportabile volgarità di Lucianina Litizzetto… per la prima volta concordo pure con Piero Ostellino, principe della chiacchiera dotta, uno che ha sempre evitato le notizie (è stato “solo” che direttore, al Corriere) e ora pontifica costantemente sullo stesso quotidiano, sempre in nome del liberalismo. Solo che questa sua recente riflessione mi ha colpito, perché coincide con una parte del percorso di Italiani di Frontiera, che spiega ad esempio perché grandi maestri capaci di pensare il futuro, come Adriano Olivetti e Maria Montessori, siano stati così emarginati in patria. E cioè, che a frenare l’Italia sulla strada della modernità siano coincidenze fra pensiero cattolico e comunista, con una serie di stereotipi consolidati e ancora diffusi, nella società non solo nella classe politica, che ormai fanno a pugni con la realtà. Italiani di Frontiera osserva come Adriano Olivetti e Maria Montessori fossero appunto “Out of the Box” rispetto a questi stereotipi. Ostellino traccia un percorso simile ma parte dall’emarginazione in Italia di Niccolò Machiavelli, pioniere del pensiero politico moderno. “Perché nei nostri licei e nelle nostre università non si studiano, non si analizzano e, spesso, manco si leggono le opere di Machiavelli? Perché molti italiani neppure sanno chi egli è stato per il pensiero politico della Modernità?…La risposta sta, forse, nel fatto che, in Italia, fra la prassi religiosa e morale della Chiesa della Controriforma che, se necessario, indulge volentieri al realismo, ma evita contemporaneamente di parlarne, e la prassi politica e moralistica del comunismo, ambiguamente oscillante fra parlamentarismo praticato e rivoluzionarismo promesso, ci sono state più affinità e coincidenze di quanto si creda. Il realismo di Machiavelli era in contraddizione sia con l’utopismo marxiano, sia con la togliattiana doppiezza politica del Pci; oggi, lo è anche rispetto al trasformismo dei suoi eredi”. A dire il vero nelle scuole si studia eccome Machiavelli. Ma è quella tradizione di pragmatico realismo che sembra esser stata emarginata dalla politica ma forse pure dalla società, afflitta da un eccesso di ideologismo litigioso che spesso si accontenta di affermare se stesso, meglio se contrapponendosi agli altri. E di difendere il consenso attorno a quell’identità. Risolvere i problemi (Problem Solving)? No non è la cosa più importante… Qui l’editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera: Il diritto al lavoro per legge, l’illusione che fa male agli italiani.

Silicon Valley, viaggio nella storia del computer con una guida doc

Ma a chi può capitare di visitare il prestigioso Computer History Museum di Mountain View, a pochi chilometri dal quartier generale Google… accompagnati da un autore doc? A noi, col gruppo dei giovani imprenditori del Sud, di cui Davide Bennato, docente all’Università di Catania (nella foto) e autore di “Sociologia dei media digitali” è guest star. Visita memorabile. E dunque, oggi lascio a lui la parola, nel diario di viaggio su Startup Italia. . Go Davide! “Da un lato, muoversi nei luoghi che hanno visto nascere tutte le tecnologie più importanti degli ultimi decenni, come il personal computer, internet, l’universo dei social media. Dall’altro, dare un volto a quei luoghi che sono stati la culla della voglia di sperimentare e di contaminare la scienza con la guerra, la tecnologia con le persone, il mondo hippy con la galassia «corporate». Dall’altro ancora vuol dire assistere all’imporsi di un nuovo ecosistema fatto di imprese piccole e aggressive, le startup, dei finanziatori molto diversi dalle banche, i venture capital e i business angels, di un manipolo di giovani imprenditori più simili a sognatori che a personaggi dell’universo aziendale. Ma vuol dire anche incontrare la più importante cattedrale della memoria culturale del XX secolo, il Computer History Museum di Mountain View”. continua…

Oltre quarant’anni fa il chip progettato da Federico Faggin, che ci ha cambiato la vita

  Oltre quarant’anni fa, il  15 novembre 1971, Intel lanciava quello che è considerato il primo microprocessore su singolo chip. Intel 4004, in grado di operare ad una velocità cinque volte maggiore di quella dei prodotti precedenti, era frutto del lavoro di un giovane ingegnere vicentino di grande talento laureato a Padova ed emigrato in California, Federico Faggin, fra i principali protagonisti di Italiani di Frontiera che l’ha incontrato più volte. Utilizzato in diverse macchine, dalle calcolatrici ai flipper ad apparecchi per il voto elettronico, il 4004 aprì la strada ad altri più potenti microprocessori, segnando l’inizio di una rivoluzione del silicio che ha cambiato la nostra vita. Lo scorso anno, Faggin, autore di molte altre straordinarie invenzioni fra cui il touchpad, è stato premiato dal presidente Barack Obama come uno dei padri del microchip. Federico Faggin ha affidato straordinarie riflessioni a Italiani di Frontiera, che hanno ispirato i contenuti di questo progetto e delle sue conferenze multimediali. In particolare nell’esame di alcuni mali dell’Italia, come egoismi e conflitti,  o familismo e nepotismo. Un grazie ad un altro amico e Italiano di Frontiera imprenditore a Silicon Valley, Francesco Lacapra, per avermi ricordato di questa ricorrenza. Nel video, parte del programma VERSUS di AntennaTre, una parte della mia intervista in esclusiva a Federico Faggin, nella sua casa in California nel 2008.

Da Olivetti ad Oracle: Giuseppe Facchetti, Giamma Clerici e il ponte Italia-Silicon Valley

  Uno di Alessandria, l’altro di Treviglio. Compagni di Università a Milano nei primi anni Ottanta, per entrambi porta d’accesso ad una straordinaria esperienza di formazione professionale in un’azienda allora d’avanguardia, Olivetti, grazie ad un docente d’eccezione che lavorava per l’azienda di Ivrea ed oggi è imprenditore a Silicon Valley. Dove tutti e due finiscono col trasferirsi. Un per un anno e mezzo, l’altro definitivamente. Giuseppe Facchetti e Giammaria Clerici sono oggi due manager di Oracle,  dove sono arrivati con percorsi diversi. Ma uno lavora a Milano, l’altro in California. Si sono ritrovati qualche anno fa su Facebook, qualche mese fa si sino incontrati a Sesto San Giovanni, Bonzio’s home. Rievocando in video la loro esperienza, nel nome di quel professore che ha ispirato non poco le loro carriere. E che  guarda caso è uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera: Francesco Lacapra. Amico comune al quale dedicare la foto ricordo…

Giacomo Lorenzin, ex Olivetti imprenditore del software: consigli ai giovani (IdF SV Tour)

Ha conquistato tutti, Giacomo Lorenzin, raccontando con un taglio di particolare umanità, ai partecipanti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour e degli altri due Tour organizzati da Paolo Marenco, la sua esperienza di ingegnere all’Olivetti che realizza il sogno di venire negli Usa,  diventando poi imprenditore del software, dopo aver purtroppo assistito alla decadenza della casa di Ivrea, con potenzalità sprecate e tanti straordinari talenti poi rimasti in Silicon Valley come imprenditori e manager di altre aziende. In questo video Giacomo (che è di Portogruaro ed ha frequentato lo stesso mio liceo, il Franchetti!), dà anche qualche prezioso consiglio ai giovani che volessero seguire trent’anni dopo il suo esempio.

Stanford, oggi l’inizio delI’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour

Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour: da oggi si fa sul serio. Tutta la mattinata a Stanford, ospiti di Alberto Salleo, esperto di nanotecnologie. Poi nel pomeriggio ospiti di  Jeff Capaccio, www.sviec.org,  per incontrare  Giacomo Lorenzin, che racconterà la sua esperienza da veterano  Olivetti awww.hitsw.com. Ieri intanto primo tour de force, ma turistico, per una parte della squadra (in questa galleria fotografica), che ha sfidato le pendenze di San Francisco da Union Square a North Beach sino alla Coit Tower e gli incredibili Filbert Steps, approfittando di una straordinaria giornata di sole.