Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

Mario Savio: il 2 dicembre 1964 a Berkeley il suo discorso storico che diede il via alla protesta studentesca. Preannunciando il ’68…

  “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”.  Come Demostene, l’oratore greco, da bambino aveva sofferto di un grave difetto della parola. Questo non gli impedì di pronunciare a nemmeno 22 anni un discorso entrato nella storia,  incendiando la protesta degli studenti della Berkeley University. Il 2 dicembre 1964, sui gradini di Sproul Plaza, le sue parole lanciarono il Free Speech Movement. E qualcuno ha scritto che fu lui a “inventare” il ’68… Era nato a New York ma i suoi genitori erano italiani e il padre siciliano era emigrato nel 1928 dalla provincia di Caltanissetta. Si chiamava Mario Savio. Ed è stato uno dei protagonisti di quella controcultura californiana che è alle radici della rivoluzione hi tech  che ha ispirato New Economy e Silicon Valley.         Erano trascorsi due mesi da quando, il primo ottobre 1964, Mario Savio aveva compiuto un altro gesto straordinario, dopo che la polizia aveva fermato un suo compagno, Jack Weinberg, che stava facendo propaganda per il CORE, Comitato per l’Uguaglianza Razziale. All’alba della stagione delle proteste studentesche, lo scontro con le autorità accademiche riguarda proprio il diritto di svolgere attività politica all’interno del campus.  Quando Jack sta per essere portato via nell’auto della polizia, Mario Savio sale sul tetto dell’auto, dopo essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica, comincia a usare l’auto come podio per arringare la folla. Qualcuno grida “Sedetevi!” e una folla di studenti, arriveranno ad essere tremila, si raduna attorno all’auto, adottando la tecnica di protesta nonviolenta del sit-in, tipica del movimento contro le discriminazioni razziali. Gli agenti nell’auto restano bloccati, la situazione di stallo durata ben 32 ore, sino a quando le accuse contro Weinberg vengono ritirate e lui viene rilasciato. Mario Savio nasce l’8 dicembre 1942 a New York. Il padre Joseph emigrato dalla Sicilia sta combattendo nella seconda guerra mondiale, nei primi anni viene accudito dalla mamma Dora e dal nonno materno, Armando, originario del Nord Italia e ammiratore di Mussolini. Alla fine della guerra, le tensioni fra il padre tornato dal fronte, antifascista sostenitore di Roosvelt e il suocero fascista diventano palpabili. Mario è considerato dagli insegnanti un “bambino nervoso”, che ha problemi nell’esprimersi: su alcune parole e sillabe si blocca, così utilizza giri di parole per evitare quegli ostacoli, con una tensione ed uno sforzo che impegnano tutto il suo corpo, in spasmi che a volte lo costringono a rinunciare. Sin da ragazzo ha una forte passione religiosa e viene conquistato dagli ideali di egualitarismo del socialismo. E’ affascinato da Karl Marx ma non capisce perché venga considerato l’Anticristo. Decide di parlarne col padre, che gli racconta allora un aneddoto. In Sicilia, un militante comunista aveva tentato di convertire suo bisnonno Beppino, che si era detto interessato all’idea di cedere metà delle sue proprietà al partito. Ma aveva chiesto al militante: cosa sarebbe successo se il partito in un anno avesse dilapidato quella ricchezza? Il militante aveva risposto che allora si sarebbe dovuta ridividere di nuovo la sua proprietà e… “Vattini via, prima che ti degno ‘na bastonata!” , era stata  la reazione del bisnonno, roteando il suo bastone. Anni dopo, a un giornalista che gli chiedeva da dove suo figlio  avesse preso quelle idee così radicali, il padre aveva risposto che le aveva trovate in un libro letto in casa… ed aveva mostrato una copia della Bibbia. GLI STUDI E L’IMPEGNO CIVILE Mario inizia a frequentare un college cattolico a New York, prendendo via via le distanze dagli insegnamenti della Chiesa ma sempre più appassionato a questioni di natura sociale. Un periodo trascorso in Messico come volontario in un’associazione umanitaria gli fa scoprire il dramma del Terzo Mondo. E quando i suoi si trasferiscono in California, lui decide di seguirli e sceglie l’Università di Berkeley, dove arriva nel 1963, consapevole che i fermenti che già agitano l’ateneo sono in linea con la sua vocazione all’impegno politico. In quell’anno viene assassinato John Kennedy, l’impegno degli USA nel Vietnam comincia a diventare consistente. Ma è soprattutto l’anno della grande mobilitazione per i diritti civili dei neri americani, culminata con la marcia a Washington ed il celeberrimo discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial: “I have a Dream“. Le autorità scolastiche si illudono di poter tenere questa enorme carica di passione civile all’esterno degli atenei, grazie a severe norme in linea con le ossessioni della Guerra Fredda ma adottate negli anni Trenta: “West Coast Red Scare” viene chiamata la grande paura che lo sciopero generale di San Francisco potesse diffondere sentimenti comunisti. A Berkeley il presidente dell’ateneo Clark Kerr non è un conservatore ma il tentativo di impedire agli studenti di svolgere le attività di impegno politico e civile nell’unico spazio all’aperto è l’innesco di una rivolta. Davanti a seimila persone che manifestano, quel due dicembre 1964 (tra loro pure Joan Baez, che guida i canti intonati in gruppo), Savio sviluppa magistralmente una metafora che per paradosso gli era stata suggerita dal suo antagonista. Kerr infatti non aveva voluto prender le distanze pubblicamente da un divieto (preso dal Consiglio dei Reggenti) che forse non condivideva. E aveva detto: “Ve l’immaginate il manager di un’azienda che prende pubblicamente posizione contro il suo Consiglio dei Direttori?”. E quello era stato lo spunto che Savio aveva colto. “Bene vi chiedo di considerare, se questa è un’azienda e il Consiglio dei Reggenti è un Consiglio di Direttori e il president Kerr di fatto un  manager, allora vi dico una cosa: la facoltà è un mucchio di dipendenti e noi siamo materia prima! Ma siamo un mucchio di materie prime che non hanno intenzione di esserlo,  di essere in alcun modo manipolate. Non hanno intenzione di esser trasformate in

Machiavelli, Olivetti, Montessori e la modernità… mi tocca dar ragione a Ostellino!

Aiutooo! Qualcosa di grave mi sta succedendo. Dopo aver apprezzato una battuta di Vittorio Feltri (chi l’avrebbe mai detto?) sull’insopportabile volgarità di Lucianina Litizzetto… per la prima volta concordo pure con Piero Ostellino, principe della chiacchiera dotta, uno che ha sempre evitato le notizie (è stato “solo” che direttore, al Corriere) e ora pontifica costantemente sullo stesso quotidiano, sempre in nome del liberalismo. Solo che questa sua recente riflessione mi ha colpito, perché coincide con una parte del percorso di Italiani di Frontiera, che spiega ad esempio perché grandi maestri capaci di pensare il futuro, come Adriano Olivetti e Maria Montessori, siano stati così emarginati in patria. E cioè, che a frenare l’Italia sulla strada della modernità siano coincidenze fra pensiero cattolico e comunista, con una serie di stereotipi consolidati e ancora diffusi, nella società non solo nella classe politica, che ormai fanno a pugni con la realtà. Italiani di Frontiera osserva come Adriano Olivetti e Maria Montessori fossero appunto “Out of the Box” rispetto a questi stereotipi. Ostellino traccia un percorso simile ma parte dall’emarginazione in Italia di Niccolò Machiavelli, pioniere del pensiero politico moderno. “Perché nei nostri licei e nelle nostre università non si studiano, non si analizzano e, spesso, manco si leggono le opere di Machiavelli? Perché molti italiani neppure sanno chi egli è stato per il pensiero politico della Modernità?…La risposta sta, forse, nel fatto che, in Italia, fra la prassi religiosa e morale della Chiesa della Controriforma che, se necessario, indulge volentieri al realismo, ma evita contemporaneamente di parlarne, e la prassi politica e moralistica del comunismo, ambiguamente oscillante fra parlamentarismo praticato e rivoluzionarismo promesso, ci sono state più affinità e coincidenze di quanto si creda. Il realismo di Machiavelli era in contraddizione sia con l’utopismo marxiano, sia con la togliattiana doppiezza politica del Pci; oggi, lo è anche rispetto al trasformismo dei suoi eredi”. A dire il vero nelle scuole si studia eccome Machiavelli. Ma è quella tradizione di pragmatico realismo che sembra esser stata emarginata dalla politica ma forse pure dalla società, afflitta da un eccesso di ideologismo litigioso che spesso si accontenta di affermare se stesso, meglio se contrapponendosi agli altri. E di difendere il consenso attorno a quell’identità. Risolvere i problemi (Problem Solving)? No non è la cosa più importante… Qui l’editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera: Il diritto al lavoro per legge, l’illusione che fa male agli italiani.

E se IdF fosse d’ispirazione anche per una nuova politica? Un tour dal Trevigiano a Cuneo

  E se Italiani di Frontiera fosse d’ispirazione anche per un modo nuovo di pensare la politica? Ragazzi, sono davvero orgoglioso perchè è quello che succede stasera in un angolo incantevole del Trevigiano. “Ha ancora senso parlare di politica, nel momento in cui la politica ha toccato il fondo nella considerazione dei cittadini? Noi crediamo di sì e abbiamo deciso di farlo da una prospettiva nuova. Ad ispirarci sono state le parole del giornalista Roberto Bonzio…”. Un vero onore, esser citato con questa introduzione dagli organizzatori della serata a Castello di Godego, tra i quali esponenti del mondo imprenditoriale e politico,  che mi hanno invitato per inaugurare una stagione di importanti eventi e contenuti culturali, dedicati per una volta non al fare impresa ma alla formazione politica dei giovani, senza distinzione di colore o di partito. A far breccia, nel cuore degli organizzatori sono state le parole del manifesto “Tornare a Sognare per una Nuova Italia”. “Per guardare al futuro con fiducia, occorre tornare a sognare. Come fecero i nostri padri, dopo i disastri della guerra. Prendendo a modello chi sa vedere quel che ancora non c’è e dedica tutte le sue energie a realizzarlo. Occorre scoprire e far conoscere questi esempi positivi…  Basta aprire gli occhi, per trovare nuovi modelli, inseguendo il talento. Occorre trarne ispirazione e farli conoscere, soprattutto ai più giovani. Dando a loro nel frattempo molta più voce e ascolto. Perchè certo i più giovani hanno molto da insegnare ai più anziani, su come si guarda al futuro“, avevo scritto nel manifesto lanciato online con alcuni amici e figure di prestigio tra i primi firmatari. E sabato si replica a Cuneo, ospite dell’associazione Cuneo Adesso con due interventi all’evento Pensare in Granda (“Una giornata di confronto con personaggi legati alla provincia Granda e non, per scoprire le loro esperienze, le loro idee, i loro progetti sulle origini e sulle diverse forme di crescita, comunicazione e finanziamento pubblico”). Davvero credo che il percorso di Italiani di Frontiera, così ricco di spunti, idee e contributi, grazie ai mille incontro con amici vecchi e nuovi, possa essere d’ispirazione anche per un modo diverso di vedere la politica, cosa di cui c’è un disperato bisogno. Ah, quanto mi piacerebbe portare a Silicon Valley un gruppo di “giovani politici pensanti”…  per far capire loro come la culla mondiale dell’innovazione sia una miniera anche per chi deve immaginare qualcosa di radicalmente nuovo, ma con radici solide nel passato, oggi, in Italia, non solo nel campo imprenditoriale ma anche in quello della gestione della cosa pubblica. Penso sia il modo migliore per sviluppare quello che da tempo dico, negli eventi di innovatori e makers: abbiamo tutti un importante ruolo di impegno civile, perchè le parole chiave di chi fa innovazione (meritocrazia, premiare il talento, competizione, etica, trasparenza, condivisione, collaborazione, accettazione del rischio, capacità di costruire sui fallimenti) sono i valori di cui ha bisogno non solo l’economia ma tutta la società italiana, non solo la politica, per dare una svolta drastica su una strada che è destinata a portare alla decadenza. Una missione in più per IdF, ora che gli Alumni della mia Università di Ca’ Foscari a Venezia mi hanno pure premiato come Cafoscarino dell’Anno…

Sperimentare la modernità, malgrado la dittatura. In mostra a Firenze l’arte italiana anni Trenta

Percorrere sentieri inediti e preparare la modernità, malgrado i limiti imposti da un regime totalitario. Una vera sorpresa, la mostra Anni Trenta. Arti in Italia oltre il fascismo (sino al 27 gennaio, Firenze Palazzo Strozzi), ampia retrospettiva su arte, design e costume che hanno caratterizzato un Paese strettamente controllato dalla dittatura. Almeno fino al 1936 un panorama ricco e d’avanguardia, in grado di articolare forme e sperimentazioni artistiche diverse, come spiega nel video Antonello Negri, docente di Storia dell’Arte all’Università di MIlano, tra i curatori della mostra. “Nell’Italia degli anni Trenta, durante il fascismo, si combatte una battaglia artistica di grande vivacità, che vedeva schierati tutti gli stili e tutte le tendenze, dal classicismo al futurismo, dall’espressionismo all’astrattismo, dall’arte monumentale alla pittura da salotto. La scena era arricchita e complicata dall’emergere del design e della comunicazione di massa con i manifesti, la radio, il cinema e i primi rotocalchi, che dalle “belle arti” raccolgono una quantità di idee e immagini trasmettendole al grande pubblico. Insomma, un laboratorio complicato e vitale, aperto alla scena internazionale, introduttivo alla nostra modernità”, spiega la nota di Palazzo Strozzi. Una rassegna di pregio che esplorando il passato tocca almeno due dei temi cari a Italiani di Frontiera. Il primo è il confronto con la modernità e la scena internazionale, che caratterizza le opere di artisti, alcuni dei quali di fama mondiale. Il secondo è la capacità di “uscire dagli schemi”, in questo caso i limiti imposti da una dittatura rigorosissima, nel controllo della produzione culturale, una capacità che ha consentito per un lungo periodo a diversi artisti di esprimersi liberamente con opere d’avanguardia, protagonisti di tendenze e movimenti di portata internazionale, anche in un Paese oppresso da un regime totalitario.  

Unhappy to be Italian. Partecipare ad un vertice europeo a Pescara…e vergognarsi

Italiani di Frontiera è… spacciatore d’ottimismo. E la prospettiva che apre su futuro e presente di questo Paese è ben più rosea dello sconfortante spettacolo quotidiano che ne emerge sui media, grazie ai tanti connazionali di qualità incrociati. Fiumi carsici di talento e idee che aspettano solo di venire in superficie. E magari, spero, presto travolgere e spazzar via una quantità di pessime abitudini che ci tiriamo dietro e ci penalizzano, in campo globale. L’ottimismo ha per un attimo vacillato, partecipando ad un importante evento internazionale, la settimana scorsa a Pescara. Vergognandosi in più di un’occasione, per l’immagine dell’Italia offerta agli ospiti stranieri, a causa di alcune di quelle cattive abitudini. Fra piccoli fastidiosi gesti di negligenza, ignoranza e provincialismo. “Unhappy to be Italian…”. L’evento era la sessione dell’Assemblea delle Regioni d’Europa, sul tema “Fronteggiando la crisi: le soluzioni regionali”, che la settimana scorsa ha visto riuniti nel capoluogo abruzzese oltre un centinaio fra politici, amministratori e rappresentanti di associazioni e imprese. Una vetrina importante sulla politica locale europea, ospitata dalla Regione Abruzzo, alla quale ho avuto l’onore di partecipare in qualità di moderatore di uno dei panel in programma (il mio su cultura e sanità) assieme a Sergio Nava, bravo collega amico di IdF, autore del seguito progetto La Fuga dei Talenti. L’AER è la più vasta rete indipendente europea di autorità regionali, in rappresentanza di  270 regioni di 34 Paesi e 16 organizzazioni interregionali. Ha sede a Bruxelles e si regge sul lavoro tenace ed entusiasta di un gruppo di giovani funzionari abituati a pedalare con competenza in campo internazionale con una ristrettezza di mezzi e risorse che è già di per sè un esempio imbarazzante per noi, abituati a scoprire ogni giorno in casa nostra il peggio, fra sprechi e ladrocini di incompetenti. Davvero interessante sentir discutere problemi concreti con prospettive, punti di vista e background culturali così diversi, con ospiti qualificati  dalla Scandinavia al Mediterraneo all’Europa dell’Est. A Pescara si trattava solo di fornire una cornice adeguata e dignitosa a questa macchina collaudata. Forse io non faccio testo, forse ho un punto di vista troppo intransigente… ma a me  le cadute di stile, nei confronti dei bravi organizzatori dell’AER e degli ospiti, sono sembrate tali e tante da sortire un esito a volte sconfortante. E bastava così poco… Non parlerò dunque dei contenuti del summit ma di questa cornice di ospitalità. Ecco la mia personale cronaca. Giudicate voi. Il vertice europeo si tiene in una scuola, l’Istituto Di Marzio Michetti. Che per l’importante evento… sembra quel che è: una comune scuola e basta. Bell’aula magna (peccato per i faretti bianco rosso verdi stile discoteca) ma arrivando a due ore dai lavori pomeridiani, nessuna indicazione nè tanto meno accoglienza, all’ingresso di una sede di un evento tutto sommato europeo. Gli ospiti sono al buffet, (non male anche se spartano e casereccio), chi vuole può accomodarsi sedendosi su dei gradoni, poi gettare le stoviglie di plastica in scatoloni per la raccolta… indifferenziata. Una giovane polacca chiede timidamente se per caso ci sia un menù vegetariano (che in eventi del genere è la regola) disorientando gli addetti al catering… che alla fine rimediano suggerendo le melanzane alla griglia e il riso. Ho passato la mattinata in treno e devo rinfrescarmi e cambiarmi prima del mio panel. Non posso evitare dunque i servizi igienici, che sono a dir poco esilaranti. Cartelli “MAN” e “WOMAN” al singolare (!), appiccicati all’ingresso non li avevo mai visti. L’interno è spoglio ai limiti del surreale: un bagno con urinatoi, lavandini e senza un centimetro quadrato per appoggiare borse o fogli che tutti i partecipanti tengono in mano.  Lo faccio presente a due signore (forse bidelle). Che gentilmente provvedono a riarredare… con uno sgabellino ed una seggiolina. Finisce la sessione plenaria, i panel si svolgono nelle aule. Niente di male, non fosse che nessuno si è preso la briga di controllare e magari cancellare graffiti e scritte. Così mentre da moderatore do la parola via via alle relatrici alla mia destra, francese, belga e svedese, scorgo sullo sfondo la scritta “Verona merda” e altre irriferibili. Speriamo d’esser stato l’unico a capirle… I lavori, d’obbligo in inglese, sono molto intensi ma filano via lisci. Peggio è andata in altri panel, dove mi raccontano di un nostro connazionale che ha proceduto con “interprete di sostegno” (un assistente che gli ha bisbigliato all’orecchio in italiano per tutta la durata del panel) mentre lui invece dei lavori seguiva messaggi e posta sul suo cellulare. Si sbaracca di corsa, un “confortevole” transfer su autobus invece che pullman. Sino all’hotel, insignito di quattro stelle con una certa generosità, visto che la reception non è riuscita a soddisfare la richiesta non proprio astrusa di un’ospite (sperava di poter far stirare la camicia). E che il getto della doccia  nella mia camera è uno schizzo triste. Finalmente tutti a tavola, con Sergio, Fabio Donato, economista dell’Università di Ferrara esperto di management della cultura ed altri amici. Almeno la cena non si discute. Ma i rituali di ospitalità… si comincia con il saluto del prefetto, in italiano, seguito da interprete che traduce le sue parole… in italiano! Tutti ridono. Vabbè, aveva accento partenopeo il signor prefetto ma avevamo capito comunque… Il clou è l’esibizione di Piero Mazzocchetti, cantante melodico  (“che spazia dal registro pop a quello operatic pop”, dice di lui Wikipedia), fama costruita in Germania, un passaggio a Sanremo 2007. “Torna a Surriento” e “O Sole Mio” eseguite onestamente, malgrado gli eccessi di vibrato e decibel. Ma si scivola nel ridicolo con un presentatore che lo introduce come fosse Caruso, sbracando pure in una sviolinata preelettorale nei confronti del presidente della Regione seduto al tavolo davanti al palco. Speriamo che gli ospiti stranieri non abbiano capito le parole. Anche se il tono era inequivocabile… Che immagine diamo, a questi amici europei, che per di più non sono semplici turisti? Sconfortante. Quella di sempre, negli stereotipi. I dettagli non contano: sapere l’inglese, la cura nei servizi (non solo igienici) e nell’ospitalità…non ce n’è bisogno, tanto ci salviamo con

E’ tempo di un Vaticano 2.0… Arriva il Papa, su CheFuturo! riflessione in stile IdF su Chiesa e innovazione

  L’avevo in testa da un pezzo e già avevo scritto una nota tempo fa su Facebook. Ma oggi il Papa è a Milano, viene persino qui dietro al Parco Nord, dove io vado a correre. E allora, era il momento giusto per una riflessione in stile Italiani di Frontiera su quanto sta avvenendo nella Chiesa e nel mondo cattolico. E su quanto ci riguardi direttamente. Perchè è un problema cruciale, per il Vaticano, il mondo cattolico  ma anche per l’Italia, il difficile rapporto con la modernità,  il rinnovamento ostacolato da retaggi del passato, con meccanismi culturali anacronistici che non hanno domani e che contribuiscono purtroppo a frenare chi sa immaginare il futuro… La mia riflessione, col titolo “Il Papa, I corvi e la lezione di TechCrunch”  l’ho affidata a “CheFuturo!”, la bella rivista online sull’innovazione lanciata da Riccardo Luna, già direttore di Wired Italia e grande amico di IdF, con una squadra davvero straordinaria, di cui sono onorato di far parte. Grazie a Riccardo e Lorenzo Mannella, biotecnologo in redazione (mica ne trovate tanti così!), che con grande tempismo l’hanno pubblicata. Ciliegina sulla torta, la foto in alto: un mestrino con bicicletta (il sottoscritto) davanti alla chiesa di Stanford, vetrate e mosaici interamente realizzati da veneziani… AGGIORNAMENTO L’addio a sorpresa del Papa, l’incapacità del Vaticano di accettare il rinnovamento. Ieri 11 febbraio 2013 un evento di portata storica. “Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima”. L’analisi di Massimo Franco sul Corriere della Sera.

Eleonora Voltolina ed i talenti precari di “Se potessi avere mille euro al mese”

“Sottoimpiegati, sottopagati, sottorappresentati. Ecco l’impietosa fotografia di una fetta significativa dell’Italia del nuovo millennio, composta prevalemntemente (ma non solo) di giovani”… Inizia così “Se potessi avere mille euro al mese. L’Italia sottopagata”, l’ultimo libro di Eleonora Voltolina, giornalista fondatrice di Repubblica degli stagisti. Ho conosciuto Eleonora quando era ancora alla scuola di giornalismo dell’Ordine di Milano, l’ho ritrovata agguerrita giornalista del web, capace di realizzare un progetto di monitoraggio e prezioso servizio sul fenomeno dei giovani precari, cui ha dedicato le sue capacità e la sua passione (una vera forza della natura…). Lo sccorso anno Eleonora è stata chiamata dalla Commissione lavoro della Camera per un’audizione sulla condizione occupazionale giovanile, nell’ambito di una indagine sul mercato del lavoro in ingresso e sulle principali difficoltà dei giovani. A livello europeo ha contribuito a stilare la Carta europea per la qualità di stage e praticantati, presentandola a Parigi in occasione della Youth Employment Conference. Quest’anno ha sottoscritto un protocollo d’intesa tra la “Repubblica degli Stagisti” e l’Anci per la promozione di tirocini di qualità nei Comuni italiani. Il suo lavoro è spesso finito in interrogazioni parlamentari ed è stato fonte d’ispirazione per istituzioni e partiti politici nell’elaborazione di iniziative legislative in materia. Ci siamo ritrovati su due strade parallele, io e lei, per parlare di talento italiano, di come in patria sia spesso mortificato, con una discriminazione in più per i giovani. Con Eleonora e un gruppo di straordinari amici abbiamo fondaot un anno fa l’associazione ITalents, presieduta da Alessandro Rosina, dalla fuga alla rete dei talenti, perchè chi è in Italia non si senta un talento sprecato, chi è all’estero non debba sentirsi un talento esiliato. Questo ponte, per una nuova identità italiana che spazzi via stereotipi e cattive abitudini, è anche la scommessa di Italiani di Frontiera. Oh se abbiamo bisogno di gente in gamba come Eleonora…      

Digital Economy Forum 2012, idee e immagini da Venezia. Ma intanto qualcosa di importante è cambiato…

  Un vero “covo” di amici di Italiani di Frontiera, l’edizione 2012 del Digital Economy Forum 10 e 11 maggio a Venezia, dove lo scorso anno ero stato fra i moderatori. Alec Ross, Senior Advisor for Innovation del Segretario di Stato Hillary Clinton, un pioniere della diplomazia “digitale”, ha… dato la linea, ricordando come il 40% dell’economa Usa sia costituito da società che negli anni Ottanta non esistevano nemmeno. E dunque, le nuove frontiere della tecnologia vanno esplorate con la convinzione che possano essere la fonte di nuova ricchezza. E-commerce e business online ma non solo, una galleria di idee e speaker da tutto il mondo… da dove cominciare? Dalla personalizzazione. Come quella che ha ispirato Jen Mankins, giovane proprietaria di Bird, negozio di moda di Brooklyn in cui dopo anni di lavoro come assistente di grandi aziende ha realizzato il proprio sogno. Un marchio che esprime il suo personale gusto, premiato da numerosi riconoscimenti e sviluppato attraverso e-commerce e social media. E personalizzazione dei contenuti è quel che consente Zemanta, piattaforma per ottimizzare la produzione e la visibilità dei contenuti online, presentata a Venezia dal suo cofondatore, Andraz Tori, sloveno, un tipo che ha iniziato a programmare all’età di dieci anni… mentre Socialbakers di Jan Rezab  è uno dei più grandi social media statistic resources al mondo e mira a fornire un social profile monitoring e misurare ogni social object esistente al mondo, nel contesto in cui si trova, per ottimizzarne la diffusione. Di nuove frontiere per i video online hanno invece parlato Lorenzo Montagna, amministratore delegato e direttore commerciale di Yahoo! Italia e Ugo Parodi Giusino, fondatore di Mosaicoon, che a due passi dalla spiaggia palermitana di Mondello sforna straordinari video virali di successo per una clientela che comprende colossi mondiali oltre ad agenzie umanitarie (presto su IdF una videointervista a Ugo, girata nella loro bellissima sede), oltre a Emi Gal, ventiseienne rumeno che ha visto diventare la sua Brainient azienda leader nella tecnologia di video advertising. Ma il nuovo trend forse è quello dell’aggregazione ed elaborazione di immagini che dicono chi siamo. Come propone Pinterest, social network  che da qualche mese sembra aver spopolato il web con una bacheca personalizzata, presentata a Venezia dal suo cofondatore Evan Sharp, tra gli speaker più attesi al Forum. Un motivo d’orgoglio, per gli innovatori italiani, il fatto che proprio su questo terreno, Glossom di Piero Rivizzigno abbia mosso i primi passi già nel 2009, consentendo come social media di comporre sofisticati portfolio di immagini da condividere. Ma la presentazione che mi ha più impressionato è stata quella di Gilt Taste, da parte della general manager Shan-Lyn Ma. Perchè il sito per buongustai, che parla di cibo, vini e professionisti dell’alimentazione di qualità, si regge, ha spiegato. sulla “qualità del racconto”. In sostanza, prodotti e personaggi vengono raccontati, a volte da scrittori. E dunque buona cucina e sito commerciale diventano una vetrina per narrazioni doc. Che un appassionato di storytelling come il sottoscritto trova moolto intrigante… All’evento in Biennale ha partecipato il ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, che ha ingaggiato nella sua task force alcune delle figure di spicco dell’innovazione italiana. Sempre meno un “microcosmo a parte”: val la pena d ricordarlo, dopo che l’edizione 2011, ricca di contenuti e di eccezionali ospiti, si era svolta come sotto una… campana di vetro, per il mondo politico e istituzionale, nazionale e locale, di fatto incredibilmente assente. Ma in un anno di cose ne sono cambiate… Il Forum è stata un’altra fantastica occasione d’incontro con tanti amici vecchi e nuovi di Italiani di Frontiera. A IdF riescono pure “link storici”. Come quello fra Alberto Luna e Luigi Orsi Carbone. Una dozzina d’anni fa, Alberto aveva lanciato una campagna Telecom di successo “Il mondo che vorrei…” al quale Luigi aveva replicato con un’irriverente campagna virale su… un mondo senza canone Telecom! Ne erano successe delle belle ma non si erano mai incontrati…   sino all’altro giorno, in Biennale. Come amici di IdF… O quello con Antonio Deruda, che ne ha combinata una in stile “Italiani di Frontiera”… anzi due! Ha lasciato il posto all’ambasciata Usa (resta come collaboratore) per intraprendere la carriera di libero professionista della comunicazione. E ha appena pubblicato il bellissimo “Diplomazia digitale. La politica estera e i social media” (Apogeo), zeppo di spunti e informazioni su un tema che è futuro già iniziato… Presto tutti gli interventi saranno online. Qui sotto una galleria d’immagini dall’evento veneziano.      

Da neolaureata rischiava d’esser mandata oltre frontiera: dopo 4 anni Sima è finalmente cittadina italiana

  LA STORIA (APRILE 2012) Per una volta, Italiani di Frontiera parla di chi la frontiera deve sfidarla… perchè rischia di essere mandata oltre confine. Come tanti suoi compagni da qualche mese Sima Travasso, residente a Sesto San Giovanni,  studentessa brillante, neolaureata al Politecnico di Milano in architettura con una tesi sull’arte e la natura, affronta l’incognita della precarietà. Che per lei è però più dammatica. Sima infatti non è nata in Italia, ci è arrivata dall’India quando aveva solo un anno. Abbastanza perchè la legge le imponga dopo i 18 anni di poter restare solo per studiare o lavorare. Dunque la mancanza di un posto fisso per lei equivale a un’imminente espulsione dal Paese in cui vive sin da piccola, dove abita la sua famiglia. In questo video, Sima racconta la sua storia, la fatica di capire regole e burocrazia dalle quali dipende il suo futuro, nella speranza che il suo caso possa aprire una riflessione su quanti, come lei, sono cresciuti e si sentono parte di un Paese che li tratta da stranieri. Il video è stato realizzato in collaborazione con La Repubblica degli Stagisti,  testata giornalistica online nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti, fondata da Eleonora Voltolina, amica di IdF e tra i fondatori di ITalents, che ha appena pubblicato per Laterza il bel libro Se potessi avere mille euro al mese, dedicato alla precarietà giovanile, che ha ispirato al Sima la sua riflessione. AGGIORNAMENTO 2012 Che forza, la rete di amici di Italiani di Frontiera! Poche ore dopo la pubblicazione nei giorni scorsi di questo post, il caso sembra avviato a soluzione! Monica Chittò, data per favorita nella corsa alla poltrona di sindaco di Sesto San Giovanni alle elezioni del mese prossimo  (è assessore alla Cultura della giunta uscente, un grazie a Francesco Locatelli, esperto di web e collaboratore di Monica) intende proporre la cittadinanza onoraria per Sima, la giovane neolaureata di origine indiana protagonista della storia, che vive nel suo comune e in base alla legge rischia di venire presto espulsa. Il caso di Sima è stato rilanciato persino sul sito della sezione italiana di Unicef  (grazie a Marta Fiasco, Programmi per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza Ufficio Coordinamento delle Campagne Unicef), che da tempo si batte contro queste discriminazioni. Non solo: grazie al caso segnalato da Italiani di Frontiera, Sima potrebbe diventare presto testimonial di una campagna nazionale per denunciare il paradosso vissuto da tanti giovani figli di immigrati, che rischiano di venire espulsi dopo gli studi perchè non sono nati in Italia. AGGIORNAMENTO 2016 Era la vigilia di Pasqua 2012 quando Italiani di Frontiera ha segnalato il caso di Sima. Che solo in questo 2016 ha festeggiato la Pasqua finalmente da cittadina italiana. Lo scorso gennaio infatti, Sima ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza con una breve cerimonia nel Comune di Sesto San Giovanni (dove nel frattempo Monica Chittò  che si era interessata al suo caso è diventata sindaco) firmando i documenti assieme a Elena Iannizzi, assessore all’Ambiente e qualità urbana, politiche giovanili, cooperazione internazionale, pace e diritti umani. Sima nel frattempo, anche se la sua situazione di precarietà l’ha costretta a lungo in passato ad accettare lavori sottopagati e con scarse tutele, ha continuato la sua brillante carriera lavorando in diversi studi di architettura. Proud of you Sima! aaa aa