Buon 2023 con le storie del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro

Di fronte a una complessità che rischia di travolgerci, tra pandemia, guerra in Europa ed emergenza ambientale, a salvarci sarà la curiosità. Il surf ideale, per planare tra storie di ieri e di oggi che aiutano a guardare al domani. Gli auguri di buon 2023 di Italiani di Frontiera con l’incredibile intreccio di personaggi del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro… L’articolo sulla rivista friulana Blognotes, qui il link allo sfogliatore   Qui il link all’incontro con Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò “Doc” di Back to the Future

Patrick Consorti: a Silicon Valley per imparare a far business. Consapevoli dei propri punti di forza

Dall’Italia a Silicon Valley per imparare a fare business. Ma senza complessi di inferiorità, consapevoli dei propri punti di forza.. Un confronto fra Sardegna e Bay Area, la consapevolezza di quali sono questi punti di forza “mano destra” (cultura, capacità di socializzare, costi contenuti, molteplicità di talenti, creatività) sforzandosi di combinarli con i potenziali punti deboli “mano sinistra” (rischio, velocità, flessibilità, velocità di crescita, rapporto col danaro). Più una performance che una lezione, quella del mio amico Patrick Consorti, non solo il valore dei contenuti ma la capacità di proporli in modo vivace e creativo, interattivo. “Ok hai un minuto per convincermi: perchè dovrei investire sulla tua startup in Sardegna?” Grande Patrick, nella sessione a a Galvanize San Francisco del progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli.

Quel primo novembre 2010 a San Francisco, tra episodi incredibili… come il patriota che stavamo celebrando

Mentre il sole calava, su un prato della collina del Presidio a San Francisco coperto di lapidi e croci, in un’atmosfera irreale al termine di una giornata indimenticabile, nel silenzio “Cez” aveva lanciato un richiamo, per due volte. E per due volte gli uccelli da lontano gli avevano risposto! Non è possibile, non è possibile, mi ripetevo. Come vivere in un film. In vista di quel primo novembre 2010, avevo ostinatamente inseguito un’idea folle: creare un evento su una tomba a San Francisco, per celebrare il centenario di un italiano dimenticato, dalla vita incredibile, assieme alla persona che era riuscita nella titanica impresa di scoprire e ricostruire (prima dell’avvento di Internet) una biografia sbalorditiva.   Cesare Marino, “Cez” per gli amici,  era pure il mio mentore. Quasi un fratello, dopo esser stato per me prima di conoscerlo di persona una figura leggendaria, nato in Sicilia ma cresciuto  a Treviso, capace  inseguendo la sua passione per i nativi americani di diventare un’autorità mondiale nel campo,  antropologo allo Smithsonian Institution a Washington, e di  intercettare e ricostruire contemporaneamente con i suoi studi  fantastiche storie di italiani nel West. Nessuna così straordinaria come quella di Carlo Camillo di Rudio, nobile bellunese che avevo ribattezzato “Forrest Gump dell’Ottocento”, scampato alla morte in mille avventure tra Risorgimento e Far West,  sino al primo novembre 1910, che avevamo deciso di ricordare nel centenario, con un manipolo di preziosi amici, portando con noi alcune copie della nuova edizione del libro di “Cez”, “Dal Piave al Little Bighorn” (con mia introduzione) pubblicata appena in tempo dal bravo Alessandro Tarantola. Fabrizio Marcelli, allora console generale d’Italia a San Francisco (oggi è ambasciatore in Nuova Zelanda) aveva ufficializzato l’evento con la sua presenza e un cartello del presidente della Repubblica (in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia), Phil Pasquini bravo fotografo italoamericano accompagnato dalla moglie Elaine, giornalista,  aveva svolto il ruolo di Maestro di Cerimonia, mentre Franco Folini imprenditore e amico, all’epoca in rappresentanza di BAIA (Business Association Italy America) e  Nicolò Minerbi  fotogiornalista avevano immortalato le immagini della giornata, emozioni accompagnate dalle note da brivido di David Hardiman, trombettista jazz che aveva eseguito Il Silenzio e l’inno americano. Io avevo ricordato come questo patriota scavezzacollo avesse rischiato mille volte la pelle per nobili cause, “Cez” aveva letto la lettera di raccomandazione di Mazzini che il conte bellunese aveva con sè come presentazione all’arrivo in America.   Come in un film la “cerimonia indiana” con il fumo Finita la cerimonia ufficiale… sempre più come un film. Rimasti solo in quattro, “Cez” aveva voluto inscenare una seconda breve cerimonia “indiana”, nella convinzione che il conte bellunese avesse scelto lui “antropologo degli indiani” come proprio biografo… per riconciliarsi con i nativi americani, visto che in una vita spesa per cause libertarie, dopo tutto a Little BigHorn aveva combattuto con l’esercito… poche parole incomprensibili, nuvole di fumo sulla lapide (unica volta in vita mia che, per rispettare il rituale, avevo fatto una tirata…), in un tramonto incredibile. Poche ore dopo al ristorante improvvisamente la gente era impazzita, come tutta la città quella notte: quel 1 novembre 2010 entrava nella storia di San Francisco perchè i Giants avevano appena vinto dopo 54 anni le World Series di baseball!       Le incredibili coincidenze fra contrattempi ed episodi della vita del conte Ma  ancor più incredibile è stata “l’odissea stile di Rudio ” per arrivare a San Francisco con una serie di contrattempi vissuti in quest’avventura… tutti coincidevano con episodi della vita del conte! Alla partenza, sciopero inatteso a Parigi (dove il conte fu condannato alla ghigliottina per l’attentato a Napoleone III), dobbiamo volare allora via Roma (dove il conte combattè con Garibaldi) e New York (dove sbarcò da immigrato con documenti falsi perche’ ricercato in mezza Europa). Solo in extremis troviamo un aereo per San Francisco… che a meta’ strada dirotta su Minneapolis per… malore del secondo pilota, passando cosi’ vicino a Sioux City!!! (E il conte i Sioux se li trovo’ davanti a Little Bighorn…). Dopo un’odissea, arriviamo alle 3 di mattina a San Francisco all’hotel Castle Inn, che però è’ chiuso sino alle 7!  Dove abita l’unico discendente del fratello del conte, in Inghilterra a Nottingham? I’indirizzo è Castle Close. Nel frattempo il bagaglio di Cesare è smarrito. Arriva due giorni dopo… da Francoforte! Dalla Germania? Pro memoria: di Rudio, che era ricercato, sbarco’ in America spacciandosi per tedesco! L’odissea “stile di Rudio” per arrivare a San Francisco L’inquietante coltellino nascosto Ma la cosa più inquietante  pochi giorni dopo il ritorno, dopo una presentazione Italiani di Frontiera a Roma, nella sede Oracle.  Al controllo bagagli, fanno per due volte il check al mio zaino e mi chiedono se ho un coltellino. No di sicuro, rispondo. Ma dallo “zaino Mary Poppins a 50 tasche”,  esce invece il coltellino svizzero che evidentemente era li’ dalle vacanze estive! Non posso crederci: ho appena passato due controlli a New York e uno a San Francisco e nessuno l’ha visto? Troppo strano. Chiamo Cesare, che ricorda subito come nelle sue memorie il conte avesse ironizzato sulla polizia francese che l’aveva arrestato dopo l’attentato a Napoleone III e perquisito, senza trovare pero’… il coltello nascosto nel doppio fondo della borsa! Lo spirito del Conte ci ha davvero accompagnati…   L’annuncio dell’evento a San Francisco pochi giorni prima della partenza       Il centenario di Rudio nelle immagini di Elaine e Phil Pasquini   Appendice 1- Un’emozione vedere qualche anno fa sullo schermo la figura di Carlo Camillo di Rudio interpretato dal bravo Stefano Cassetti,   (che ho conosciuto al telefono) nel film di Mario Martone “Noi credavamo” che rievoca l”attentato a Napoleone III in cui  il conte bellunese fu tra i cospiratori.                         2 – Una grande soddisfazione qualche anno questa foto: veder rendere omaggio al patriota bellunese uno startupper di successo amico di IdF come Vincenzo di Nicola, che da grande appassionato di storia (e nipote di un nonno immigrato) ha colto il nesso, esplorato da

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Dalla Calabria a San Francisco per raccontare Lawrence Ferlinghetti in un film: il sogno avverato di Giada Diano ed Elisa Polimeni

  Erano partite senza ben sapere cosa stessero facendo, con l’idea d’imbarcarsi in una cosa troppo grande per loro… poi seguendo l’istinto hanno superato innumerevoli ostacoli, guidate dal cuore e dalle emozioni regalate dal personaggio che vive oltreoceano, al quale volevano dedicare il proprio lavoro, uno dei più celebri poeti viventi, sopravvissuto di una stagione lontana, la Beat Generation, ma da decenni inesauribile fonte di versi, visioni, voce costantemente controcorrente nel suo Paese, gli Stati Uniti d’America: Lawrence Ferlinghetti. E’ così che Giada Diano ed Elisa Polimeni, giovani studiose di letteratura e di storia dell’arte, partite dalla Calabria hanno realizzato il loro sogno, un documentario frutto di anni di  appassionato impegno a fianco del poeta. “Lawrence. A Lifetime in Poetry” è stato presentato con grande successo (davvero molto bello!) in prima mondiale a San Francisco proprio il 24 marzo 2019, giorno in cui il poeta ha compiuto il secolo di vita. Incontrare al termine dell’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour alla prima a San Francisco  Elisa e Giada, che di Ferlinghetti è pure traduttrice e biografa (dopo “Io sono come Omero”, Feltrinelli 2008, ora è al lavoro nella traduzione dell’ultimo libro, Little Boy, Penguin Random House 2019, che il poeta ha appena pubblicato con l’assistenza di un altro amico di Italiani di Frontiera, Mauro Aprile Zanetti) è stata un’occasione preziosa, per raccogliere le loro riflessioni non solo sul lavoro svolto ma pure su quella matrice culturale italiana che le ha guidate nel districarsi con successo in un lavoro così complesso. Una matrice alla quale lo stesso Ferlinghetti, con un padre bresciano che morì prima della sua nascita, ha fatto riferimento durante buona parte della sua vita, in una costante ricerca delle proprie radici che lo ha portato più volte a visitare l’Italia. Qui sotto a cura di City Lights, la leggendaria libreria di San Francisco fondata negli anni Cinquanta dal poeta, che ha festeggiato il suo compleanno con un grande happening durato tutto il giorno,  il promo di “Lawrence. A Lifetime in Poetry” che Giada ed Elisa presenteranno al prossimo Biografilm Festival a Bologna.    

Quell’incredibile primo novembre sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio. E San Francisco impazzì…

Ma chi l’avrebbe immaginato che un progetto nato sulla frontiera dell’innovazione, fra gli italiani di Silicon Valley, avrebbe avuto come luogo simbolo… la tomba di un patriota dell’Ottocento protagonista prima del Risorgimento, poi sulla frontiera del West, sfiorato cento volte dalla morte e scomparso il primo novembre 1910? Ci siamo tornati tante volte con tanti amici, davanti a quella lapide nel cimitero militare del Presidio, a San Francisco proprio davanti al Golden Gate Bridge, a rendere omaggio a Carlo Camillo di Radio, Forrest Gump dell’Ottocento, l’avventuroso conte bellunese  che rischiò cento volte la vita per cause libertarie e diventato ufficiale di cavalleria negli Stati Uniti, finì col combattere a Little Bighorn con Custer, scampando miracolosamente al terribile massacro. Italiani di Frontiera era nato solo due anni prima, quando con Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di nativi americani e biografo dell’incredibile personaggio, decidemmo di “inventare” il centenario Di Rudio, organizzando per il primo novembre 2010 una piccola indimenticabile cerimonia su quella collina, assieme a un manipolo di amici e all’allora console generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli. Una suggestione indimenticabile. E una sequenza di emozioni, imprevisti, incidenti, coincidenze strabilianti che alla fine sono diventate per me una lezione: su come si affronta la vita, sul valore delle azioni intraprese di slancio, su come davvero navighiamo fra scogli e venti propizi senza poter prevedere con esattezza la rotta. Fra episodi che sono in apparenza un quadro confuso, che roba un senso invece quando uniamo i puntini ale nostre spalle. Non a caso, a di Rudio ho dedicato prologo ed epilogo del mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (2015 EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). E dunque quel primo novembre 2010 a San Francisco con “Cez”, abbiamo messo insieme qualcosa di indimenticabile. Da ripercorrere, con un piccolo diario per immagini. Dalla prima coincidenza: quel giorno è entrato nella storia della città. visto che i Giants quella sera riconquistarono dopo oltre 50 anni le World Series di baseball. E San Francisco impazzì dalla gioia. Ma andiamo per ordine. La cerimonia e i brevi interventi, in questo video.   Giuro che quando ho rivisto quelle immagini, nei video girati assieme a Franco Folini, nei bellissimi scatti di Elaine e Phil  Pasquini,  che ha fatto pure da maestro di cerimonia all’evento, portando un bravissimo trombettista che ci ha regalato ulteriori emozioni, per la commozione ho pianto…   Ma solo arrivare a San Francisco per quell’evento era stata un’odissea, quasi una metafora dell’incredibile esistenza del personaggio che andavamo a celebrare… E a proposito di emozioni, cosa mi ha regalato Italiani di Frontiera? Persino l’esperienza unica di svegliarsi all’alba in un motel.. con a fianco un colto antropologo che disserta su “Storia e MetaStoria”, unisce i puntini interpretando a modo suo la serie di coincidenze fra la nostra avventura e quelle del conte bellunese… Che quel filo rosso fra la frontiera di ieri e quella di oggi non fosse così astruso me l’ha confermato qualche anno dopo un innovatore come Vincenzo di Nicola pubblicando una sua foto su quella tomba, proprio dopo aver ceduto con successo la sua GoPago ad Amazon, prima di tornare in Italia (dove oggi sta lanciando un’altra startup, Conio, nel campo dei bitcoin). E negli anni Di Radio non l’abbiamo dimenticato. Ritrovandolo nel film di Mario Martone dedicato al Risorgimento, “Noi credevamo”, interpretato dal bravo Stefano Cassetti, al quale ho raccontato la storia “americana” del suo personaggio, che non conosceva.   Non bastasse, al ritorno da San Francisco, con Cesare avevamo presentato quell’evento in un incontro al Museo del Risorgimento di Milano. Con l’onore e il piacere di avere tra gli ospiti Sergio Bonelli, il leggendario papà di Tex Willer! E prima o poi quelle immagini usciranno da qualche cassetto segreto dell’archivio Italiani di Frontiera…

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

A Silicon Valley con Italiani di Frontiera. Diario di viaggio di Luca Vignaga, manager HR

Vecchio amico di Italiani di Frontiera, Luca Vignaga direttore Risorse Umane di Marzotto entra a buon diritto nel nostro gruppo di “fulminati sulla via di Silicon Valley”. Patito di IdF,  dopo infiniti incroci ha partecipato al Silicon Valley Study Tour 2015 con Paolo Marenco, diventando  prezioso partner nella promozione e organizzazione di un Tour in collaborazione con AIDP, Associazione Italiana Direttori Personale, di cui è vicepresidente, realizzato tra agosto e settembre. Non solo ha partecipato al Tour con una carica inesauribile, ha intervistato molti degli speaker, stilando poi a caldo un diario di viaggio, ricco di spunti preziosi non solo per i professionisti delle Risorse Umane come lui. E’ un primo importante passo per Italiani di Frontiera, che d’ora in poi sempre più spesso accoglierà contenuti e contributi di amici di IdF. Grazie Luca!      di Luca Vignaga “L’aereo che mi porta da San Francisco a Philadelphia sta a metà del viaggio e il sonno non arriva. È l’occasione giusta per scrivere le prime sensazioni del mio secondo viaggio in Silicon Valley. Nell’Agosto del 2015 avevo deciso di andare a capire che cosa ci fosse di tanto particolare in questa terra arsa, con una storia imparagonabile alla nostra, ma che ha disegnato, fin dagli anni ’30, tutte le più grandi trasformazioni che oggi fanno parte del nostro bagaglio giornaliero. Una terra che già dieci anni fa gli economisti davano per finita, pronta ad essere traslocata in una altra parte del mondo, magari in qualche zona del Far East. E invece questa terra arsa continua a produrre innovazione. Per quale motivo? In quel viaggio mi ero chiesto quanto questo tipo di esperienza fosse utile al mio mestiere di HR e, tornato in Italia, mi ero convinto che potesse avere un senso costruire un percorso in Silicon Valley dedicato a noi HR. Con Paolo Marenco dell’Associazione La Storia nel Futuro, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera e Jeff Capaccio di SVIEC (Silicon Valley Italian Executive Council), siamo passati dall’idea al progetto. Facile è stato poi trovare in AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) un partner dell’iniziativa, tanto che il progetto e diventato realtà in questi giorni con una pattuglia di undici persone dalle esperienze e obbiettivi più diversi. Pianeta innovazione – La Silicon Valley non ha una storia, ma ha una “sua” storia. Affonda le sue radici nei cercatori d’oro di metà dell’800, nei movimenti beat e della contro cultura americana. Senza considerare questo, come spesso ci ha sottolineato Roberto Bonzio, la nostra impareggiabile guida durante il viaggio, non si può entrare in questo mondo. Oggi è una striscia nel nord della California che concentra gran parte della ricerca e dell’innovazione del pianeta. Una striscia fatta di una montagna di soldi dove i cercatori d’oro del XXI secolo si dannano per trovare start up che devono crescere con un picchi di intensità pari solo all’eccitazione che si prova quando ci si innamora. Una striscia dove l’apice dell’iceberg è fatto da aziende come Apple, Facebook, Uber, Airbnb che stanno sulla bocca di tutti; realtà in grado di confondere un po’ le idee perché se certamente queste aziende stanno cambiando la nostra vita, non sono quelle che la cambieranno in profondità. Le Università di Berkeley e Stanford, parte integrante di questo territorio, con i loro laboratori di ricerca, sono i veri giacimenti dell’innovazione. Questione di ossigeno – Qui la guerra è all’ultimo sangue, ed è una guerra non tanto di talenti, ma di manodopera. Certo non sono operai quelli che cercano: sono principalmente ingegneri, softwaristi, designer. È una guerra combattuta con salari folli (e conseguente costo della vita), fatta di ambienti di lavoro che vogliono assumere l’atmosfera della propria casa e benefit che arrivano a non stabilire il numero delle ferie che si può prendere durante l’anno. In realtà, quello che è rilevante non lo si vede ad occhio nudo, lo capisci mettendo insieme i vari racconti. Sì perché la differenza in questa densità di competenze è l’ossigeno che permea tutto questo perimetro. Nelle aziende che abbiamo visitato, nei molteplici incontri che abbiamo avuto, capisci che la differenza la fa la voglia di futuro che c’è in questo luogo. Nessuno si preoccupa in quale posto di lavoro sarà domani perché sa che questa paura non deve tenerla con sé. Da qui una spinta all’imprenditorialità individuale e collettiva che non riesci a misurare. Muoversi in questo ecosistema è come entrare in un acceleratore di particelle (la metafora mi viene facile visto che abbiamo visitato lo SLAC, uno dei più grandi acceleratori al mondo) che ti fa vedere come potrebbe essere il futuro: nanotecnologie, realtà virtuale/aumentata, robot/machine learning, alcune delle grandi trasformazioni che oggi stanno diventando applicazioni quotidiane in grado di cambiare la nostra vita in modo radicale. Italiani di frontiera – Certo, visitare Stanford University, gli Headquarters di Linkedin, Google, Airbnb, e incontrare i colleghi di queste realtà, ti fa comprendere come nella loro people value proposition nulla è lasciato al caso. E’ però negli incontri con Fabrizio Capobianco, inventore di Funambol e ora di Tok.tv, Riccardo di Blasio COO di Cohesity, Marco Palladino ventottenne startupper di Mashape, Flavio Bonomi con la sua Nebbiolo Technologies e Vittorio Viarengo Executive di importanti aziende della Silicon Valley (da VMWare a MobileIron), che capisci come le organizzazioni del futuro potranno riorientarsi. Ho sempre mal sopportato la definizione che ci è stata attribuita di HR Business Partner perché noi o siamo dentro al business o non facciamo il nostro mestiere, quindi non siamo partner di nessuno. Infatti un giro di questo tipo ti porta a fare non solo considerazioni legate agli strumenti HR che usiamo, ma ad essere costruttori del futuro delle nostre aziende. Flashback – Philadelphia è annunciata, per poi ripartire destinazione Venezia; devo chiudere il tavolino. Il tempo per una prima razionalizzazione di questo primo “Italiani di Frontiera Silicon Valley HR tour”, per il momento è finito; in un flashback mi arrivano tutte assieme le immagini di questa intensa settimana che non ci ha lasciato respiro tra meeting, ma anche momenti serali altrettanto interessanti e, in questo caso, divertenti. Come al solito quando vivi così ad alta quota i tuoi compagni di viaggio sono fondamentali per dare tridimensionalità ad una esperienza di questo

Scoprire Silicon Valley con Italiani di Frontiera: parola ai reduci del Tour 2016 con Magnetic Media

Da Berkeley a Stanford, da Google a IBM, alla scoperta della culla mondiale dell’innovazione con un viaggio di Italiani di Frontiera per la prima volta tutto dedicato a una sola azienda: Magnetic Media Network. Commenti, parole chiave e riflessioni dei reduci dal Tour per scoprire come un’esperienza nella Bay Area fra connazionali d’eccellenza, ispiri professionisti e innovatori nel loro lavoro in Italia. Per la prima volta, in un video tutti i nostri preziosi speaker: Alessandro Ratti e Daniele Filippetti (Berkeley), Francesca Santoro ed Emanuele Pecora (Stanford), Luisa Bozano e Simone Bianco (IBM), Luca Prasso e Giulia Pierangeli (Google), Emilio Billi e Antonella Rubicco (a3Cube), Carlo Tedesco (NetApp), Luca Venturini (BootUp),  Vittorio Viarengo (già a VMWare e MobileIron). Il video a cura di Magnetic Media Network è stato realizzato e prodotto da Stefano Giambellini (Incontroluce), affiancato nelle interviste da Priscilla Cavaliere. Grazie ragazzi, bellissimo lavoro, prezioso per la crescita del Tour e di Italiani di Frontiera.    

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per