Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

#neusciremomigliori – Solidarietà e creatività in dieci videoclip d’ispirazione da Beethoven a Chaplin, tra film e flash mob

Creatività, Comunità, Condivisione, Conoscenza, Compassione, Consapevolezza… Quante parole chiave con la C, per riflettere e trovar forza in tempi di drammatica emergenza per il Coronavirus. Sono parole chiave che si ritrovano in questi dieci videoclip, da capolavori del cinema a iniziative di solidarietà fra arte e scienza, filo conduttore la musica e l’empatia, per ispirare e infondere coraggio. Perchè #neusciremomigliori. 10 – Beethoven, Inno alla Gioia, flash mob in piazza a Vicenza. Beethoven in un flash mob nella città del Palladio organizzata da AIM Vicenza. Comunità, Condivisione.   9 – Beethoven al pianoforte per un elefante cieco In Thailandia il pianista Paul Barton  ha dedicato diversi pezzi di Beethoven al pianoforte a Romsai, elefante cieco. Che sembra apprezzare. Creatività, Compassione.   8  – Beethoven al piano con i pendolari Newcastle: Sonata Al Chiaro di luna di Beethoven al pianoforte coinvolgendo alla tastiera i pendolari della stazione degli autobus. Condivisione, Creatività.   7 – “Halllelujah” con 1500 coristi La celebre canzone  di Leonard Cohen cantata a Toronto da Rufus Wainwright, con un coro di 1500 persone (Video del progetto  Choir! Choir! Choir!) Creatività, Comunità, Condivisione.   6 – “With a Little Help From My Friends” lungo la frontiera La canzone dei Beatles cantata insieme, in inglese e spagnolo, da due cori a San Diego e Tijuana, di qua e di là del confine tra USA e Messico (Video del progetto Choir! Choir! Choir!). Comunità, Condivisione, Creatività.   5 – “Domani” di Mauro Pagani,  “Artisti Uniti per l’Abruzzo” dopo il terremoto 2009. “E domani domani, domani chissà, chissà se si passa il confine…” Ligabue, Morandi, Giorgia, Battiato, Ranieri, Jovanotti, Laura Pausini, Zucchero… e tanti altri. A un anno dalla registrazione il video aveva raccolto oltre un milione di euro per i terremotati di Abruzzo. Comunità, Compassione, Creatività.   4 – “Stand by Me” nel montaggio di “Playing for Change” “Non importa chi sei, non importa dove vai nella vita. A un certo punto avrai bisogno di qualcuno che stia dalla tua parte”. “Stand by Me” (di Ben E. King, Jerry Leiber e Mike Stoller) in un montaggio fra musicisti di tutto il mondo, del bellissimo progetto “Playing for Change”. Comunità, Condivisione, Creatività.   3 – Finale di “Orizzonti di Gloria” (Stanley Kubrick, 1957). Prima guerra mondiale, una ragazza tedesca terrorizzata, una platea di soldati francesi che la umiliano. Ma quando lei inizia cantare, loro capiscono (di essere tutti dalla stessa parte) …. e il loro comandante, Kirk Douglas, pure. Primi piani da brividi, capolavoro assoluto. Stanley Kubrick, 1957. Compassione, Condivisione, Consapevolezza.   2 – Evo-Devo (biologia in un videoclip parodia di Despacito) Famiglia di musicisti, madre direttrice di un coro in cui lui ha esordito a tre anni, Tim Blais canadese del Quebec ha una laurea in Scienze, un Master in Fisica e un talento spaventoso per la divulgazione scientifica in musica, col suo progetto Acapellascience, con video che richiedono centinaia di ore di preparazione. La parodia di Despacito per spiegare al grande pubblico lo sviluppo evolutivo della biologia (Evo-Devo) ha avuto oltre tre milioni di visualizzazioni. Conoscenza, Creatività, Condivisione.   1 – Il finale di “Luci della Città” (Charlie Chaplin 1931, tra i film più belli della storia del cinema). Guarita dalla cecità la bella fioraia non lavora più in strada e sogna un giorno di incontrare il benefattore, lei non l’ha mai visto, che immagina essere un miliardario e che le ha permesso oltre all’operazione agli occhi pure di aprire un bel negozio con vetrina. Quando assiste a una buffa scena per strada, protagonista un vagabondo appena uscito di prigione, gli offre un fiore e una moneta. E solo quando gli tocca la mano capisce che è lui, il suo benefattore. Consapevolezza (e lacrime anche alla millesima volte che si rivede…). Un lavoro infinito e costosissimo, di perfezionismo maniacale di Chaplin. Il risultato: capolavoro immortale. Creatività, Compassione, Consapevolezza.

Progetto italiano con team globale per kit che monitora di notte il bimbo malato vince Hackathon mondiale di Microsoft

Grandi, grandissimi Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo! Per cinque anni hanno dovuto vegliare a turno di notte il loro bimbo di otto anni che soffre di crisi epilettiche potenzialmente letali dall’età di tre. Roberto che è “Director of program management on the Commercial Software Engineering” di Microsoft a Milano ha elaborato un progetto per uno specifico kit (testato con successo proprio dal figlio di Francesca e Roberto) al quale ha lavorato a lungo con colleghi di tutto il mondo, presentato al Global Hackathon annuale dell’azienda, 6860 progetti in gara da i da tutto il pianeta. Un team di esperti di Intelligenza Artificiale con caratteristiche eterogenee di genere, lingua, abilità, “Una comunità di genitori con un bisogno preciso, quello di allontanare la paura della malattia dalla loro quotidianità” hanno consentito a Fightthestroke di conquistare il Gran Premio 2019 dell’Hackathon promosso da Microsoft, ma anche i premi speciali AI for accessibility e Health AI”. L’annuncio su Fightthestroke.org  e nella pagina notizie del sito Microsoft. Nel frattempo, Francesca e Roberto hanno ritrovato il sonno… Grazie a Luca Prasso, veterano della grafica digitale, già a DreamWorks, vecchio amico di Italiani di Frontiera oggi a Google, per la segnalazione.

“Pionieri. Esploratori. Non guardiani” IdF con Federico Faggin l’8 giugno nel paese di Leonardo, per ricordarci chi siamo

  “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri, esploratori, Non guardiani“. Le parole del protagonista del film Interstellar sembrano descrivere un Paese come il nostro, in cui oggi l’italianità aperta all’innovazione, protagonista col proprio talento in patria e nel mondo, sembra occultata nei media e social media da una costante evocazione di conflitti e paure, quasi ci fosse bisogno di muri, rivali da combattere, cambiamenti da esorcizzare per definire se stessi. Di questa “italianità” rimossa invece c’è un grande bisogno, a livello globale, di fronte a cambiamenti sempre più rapidi e una complessità che i Big Data hanno amplificato. Perchè “gli italiani hanno una capacità unica di affrontare e risolvere problemi complessi. Un dono naturale, creativo, frutto di un ricco retaggio culturale”. Ad affermarlo è Federico Faggin, tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch, scienziato e imprenditore da tempo trapiantato a Silicon Valley. Proprio Faggin  il prossimo sabato 8 giugno sarà protagonista di un evento promosso da Italiani di Frontiera, con diversi partner, a Vinci, pochi chilometri da Firenze,  dal forte valore simbolico: il più importante inventore vivente nella patria di Leonardo, a 500 anni dalla scomparsa del genio toscano, per presentare la sua attesa autobiografia uscita da poche settimane, “Silicio (Mondadori), testimonial ideale di un progetto che in nome di questa italianità mira a lanciare iniziative di respiro internazionale di promozione del talento innovativo, del territorio, delle sue aziende, sviluppato grazie a una partnership con l’agenzia”da Vi Travels’” di Stefania Tielli. Un’iniziativa che avrà un Media Partner di prestigio, Startup Italia, piattaforma e magazine dell’innovazione, che pochi giorni dopo, 12 giugno, terrà a Firenze il suo Open Summit Curiosità inesauribile, straordinaria multidisciplinarietà, capacità di far tesoro del passato per “leggere” il futuro, attenzione ai risvolti etici della propria opera: gli ingredienti che Leonardo sintetizzò in modo irripetibile caratterizzano  l’apertura mentale di molti connazionali che oggi affrontano con successo la frontiera dell’innovazione, Un’identità che secondo Faggin ieri come oggi  si realizza nella capacità unica di osservare problemi complessi da angolazioni diverse, trovando soluzioni creative che hanno spesso anche un valore artistico ed estetico. Nei video qui sotto, alcune delle riflessioni che ci guideranno, in un weekend dedicato alla scoperta del talento, nei luoghi che diedero i natali al più grande dei talenti. Per ispirare e ispirarsi, per guardare al futuro con fiducia. Da pionieri, esploratori. Non guardiani.   Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità (Palo Alto, marzo 2019)   Tra scienza e spiritualità: Federico Faggin e la consapevolezza della materia (presentazione  di “Silicio”, Milano Università Bicocca 6 maggio 2019)   Fabio Parodi, da Olivetti a LinkedIn: italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le sembianze del caos (Redwood City Agosto 2017)   Renzo Piano: la cultura ci ha dato una sottile, invisibile capacità di affrontare la complessità delle cose (Vieni via con me, Raitrè 2010)      

Federico Faggin: quel dono unico degli italiani nell’affrontare la complessità

Gli italiani hanno una capacità unica di affrontare e risolvere problemi complessi. Un dono naturale, creativo, frutto di un ricco retaggio culturale. Un italiano “vede la dimensione del problema in un modo un po’ diverso rispetto ad altre culture. La vede come complessità ma anche come un aspetto umano, un aspetto di eleganza, un aspetto tecnologico, un aspetto di sistema. Generalmente questo modo di vedere la realtà porta a un’articolazione del problema che è nuova…” Tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch,  Federico Faggin è il principale inventore italiano, da tempo trapiantato a Silicon Valley. Nei giorni in cui esce in Italia la sua attesa autobiografia “Silicio” (Mondadori) e mentre si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo, Faggin offre una straordinaria riflessione sull’identità degli italiani. Identità che ieri come oggi  si realizza nella capacità unica di osservare problemi complessi da angolazioni diverse, trovando soluzioni creative che hanno spesso anche un valore artistico ed estetico. Una capacità che Faggin fa propria individuando un valore di espressività artistica pure nel primo microchip da lui disegnato in buona parte da solo e a mano. Uno spunto di riflessione  di straordinario valore, su un “essere italiani”  che non ha bisogno di muri, barriere, eterne rivalità di campanile o nemici da combattere per affermarsi, in una videointervista in esclusiva realizzata al terine di un Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour a Palo Alto il 23 marzo 2019, per Italiani di Frontiera  che ha in Faggin uno dei principali protagonisti e ispiratori, oltre che un prezioso amico.  

Un tocco made in Italy nel “robot sociale” in copertina su Time. Roberto Pieraccini presenta Jibo

. Dopo una lunga fase di preparazione, Jibo il piccolo “social robot” che risponde alle domande con senso dell’umorismo e sa persino ballare, a poche settimane dall’uscita sul mercato è finito sulla copertina di Time Magazine tra le migliori invenzioni del 2017.     A presentarlo in questa intervista è Roberto Pieraccini, incrociato a San Francisco e ritrovato poi a Milano,  che oggi vive a Boston dopo un lungo periodo a Silicon Valley. Un video con immagini in esclusiva di Italiani di Frontiera, che aveva incontrato il robot quando ancora non era uscito dai laboratori di Redwood City. Autore di “The Voice in the Machine: Building computers that Understand Speech” (2012), grande esperto di interazione vocale con le macchine, Roberto  è Director of Advanced Conversational Technology dell’azienda fondata da Cyntia Brezeal di MIT Media Labs, che ha progettato il robot.     Con Roberto ci siamo rivisti a Milano dov’è stato speaker a Frontiers Conferences 2017, 23 settembre, nei giorni in cui venivano consegnati i primi esemplari del piccolo robot a clienti che lo avevano prenotato da tempo.     Per me Jibo ha un valore particolare… visto che anche se con grafia diversa, ha lo stesso nome di mio papà, Giovanni “Gibo” Bonzio, cronista per una vita a Mestre, che qualche anno fa gli ha intitolato una piazzetta in centro. Ed è stato divertente svelare lo scorso anno a Redwood City agli sviluppatori hi tech del robottino che in una città a due passi da Venezia c’è una corte che porta il nome della macchina che stavano ultimando…      

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

Inventori del Futuro: dieci video d’ispirazione

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo  PROLOGO Renzo Piano: Partire e poi tornare. Per scoprire il resto del mondo ma prima ancora se stessi.   Chris Hadfield: Space Oddity (David Bowie, 1969) registrata dall’astronauta canadese in assenza di gravità sulla Stazione Spaziale Orbitante. Christoper Nolan: “E’ come se ci fossimo dimenticati chi siamo. Pionieri, Esploratori. Non Custodi…” (Interstellar 2014, con Matthew McConaughey).     AsapScience, Science Wars parodia sulle note di Guerre Stellari (Star Wars 1977, di George Lucas. Colonna sonora di John Williams). acapellascience: Evo-Devo (sulle note di Despacito, 2017 di Luis Fonsi con Daddy Yankee)     Stanley Kubrick: Paths of Glory (Orizzonti di Gloria, 1957, con Kirk Douglas), scena finale.   acapellascience: The Molecular Shape of You (parodia di Ed Sheeran)   Charlie Chaplin: City Lights (Luci della Città, 1931, con Charlie Chaplin e Virginia Cherrill), scena finale. acapellascience: The Science of Love (Parodia dei Queen). Playing for Change: Standy By Me (di B. E. King, 1961) progetto multimediale con musicisti di tutto il pianeta.

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna

Cristina Dalle Ore un’Italiana di Frontiera nel team NASA della sonda che ha raggiunto Plutone

“Caro Roberto: è sempre un super piacere sentirti! Complimenti per il libro di cui sono orgogliosa di esser parte”. Da alcune ore Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana, è rimbalzata  su schermi e siti di tutto il mondo, nelle immagini della squadra che alla NASA ha festeggiato il successo della missione della sonda che ha raggiunto Plutone (nella foto in alto è la prima a sinistra). Fra i protagonisti di Italiani di Frontiera, che le ha dedicato anche un paragrafo nel libro uscito qualche mese fa, Cristina ha una storia bellissima, di tenacia, determinazione. Ma prima l’attualità. Cristina trova il tempo di rispondere rapidamente dalla California via mail a una serie di domande sul suo lavoro. Le sue parole, sul valore e il significato di questa missione sono da incorniciare. – Perchè è così importante questa missione? “Perchè spinge i confini della nostra specie ai bordi del sistema solare. Perchè sarà di ispirazione per le nuove generazioni a continuare a espandere l’orizzonte della nostra conoscenza verso nuove mete sempre più lontane. Perché unisce l’umanità nell’entusiasmo della scoperta e in questo rivela la parte migliore del genere umano. E più praticamente perché spinge i limiti della tecnologia motivando nuovi studi”. – Quando avete iniziato questo lavoro mirando a Plutone?  La missione e’ stata approvata nel Novembre 2001, dopo anni di tentativi. Quale è stato il tuo ruolo? “Il mio coinvolgimento vero e proprio  è incominciato recentemente con l’arrivo dei primi dati spettroscopici e sta velocemente prendendo importanza,  mano a mano che i dati ci arrivano con risoluzione spaziale sempre più alta. Sono una collaboratrice del gruppo che studia la composizione delle superfici di Plutone e delle sue lune. Il mio ruolo è analogo a quello di ‘detective-archeologa’, attraverso lo studio delle immagini ‘hyperspectral’. Queste sono immagini in cui ogni pixel ha uno spettro, cioè la rappresentazione della luce riflessa a 256 lunghezze d’onda diverse dall’area di Plutone coperta dal pixel. Immagina un arcobaleno con 256 colori invece dei soliti 6. L’intensità dei colori è come l’impronta digitale della superficie e da quella riusciamo a risalire alla composizione e indirettamente alla storia della superficie stessa. Sono parte di un piccolo gruppo di scienziati (tre) e ognuno di noi applica tecniche analitiche diverse che poi confrontiamo per assicurarci che i risultati siano accurati”. – Quali sono le metodologie più avanzate utilizzate nel tuo lavoro?  “Il mio approccio analitico utilizza tecniche di classificazione che vengono comunemente usate per l’analisi di ‘big data’ e che permettono di fare un’analisi oggettiva dei dati. Il risultato della classificazione viene poi interpretato con l’aiuto dei dati geografici e confrontato con I risultati indipendenti dei miei due colleghi di cui ti parlavo nel mio messaggio precedente”. – Il momento più difficile? “Fino ad ora è stato lunedì scorso, quando i primi dati interessanti sono arrivati e non riuscivo a stare nella pelle dalla voglia  di analizzarli e capire il loro significato. Allo stesso tempo è stata una delle giornate più’ eccitanti della mia carriera. :-)”. -Cosa vi aspettate in futuro?  “Prossimamente (nei prossimi mesi)i: dati a maggiore risoluzione geografica che ci diranno in dettaglio che materiali compongono le diverse parti di Plutone e di Caronte. A lungo termine: nuove missioni verso altre parti del sistema solare e magari anche al di fuori, a seconda di quanto lontano nel futuro ci vogliamo riferire”. Qui sotto un estratto dal paragrafo a lei dedicato, nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). “Mai rinunciare a inseguire le proprie passioni, usare Internet come porta d’accesso e, per le ragazze, prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini. Come ha fatto lei, quando arrivò in America parlando un inglese che sembrava quello degli indiani nei film (solo verbi all’infinito) e su una tastiera aveva digitato soltanto due parole: «Hallo world». Astronoma trevigiana, laurea all’Università di Padova, Cristina Morea Dalle Ore è oggi ricercatrice al Carl Sagan Center oltre che al SETI Institute e all’Ames Research Center della NASA, dove è arrivata passando per University of California e Harvard… Oggi Cristina è specializzata nello studio dei bordi del sistema solare, un filone di ricerca che consente di capire la composizione chimica del sistema e la sua storia”. La foto in posa scherzosa, assieme alla figlia Lucia, che Cristina ha pubblicato sui social per celebrare l’evento, per me ha un significato particolare. specie in un Paese come l’Italia, che troppo spesso ammira l’arroganza costruita sul nulla. Qui una grande scienziata, un’ eccellenza mondiale, con uno scatto dimostra come la competenza  si  combini a una dose di ironia, con la leggerezza  dell’intelligenza.