“Surf e Mongolfiere…” guida fra personaggi, idee e parole chiave dell’ultimo storytelling IdF

  Il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera “Surf e Mongolfiere: in tempi di crisi è indispensabile essere Curiosi“, proposto con successo in un evento online e in due eventi a Milano con accompagnamento al pianoforte di Alessandro Pavesi,  è come un concentrato di storie, idee e parole chiave. Ecco qualche spunto riprenderle e per approfondire, per chi ha assistito alle performance e per chi lo farà in futuro. – La storia di Annamaria dal Violin, grande talento musicale del Settecento di cui nessuno conosce il volto, che ebbe come mentore Antonio Vivaldi. – Il libro che l’ha ricordata, best seller New York Times: “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” (David Epstein, LUISS). – L’importanza di esplorare: Cristina Dalle Ore astronoma che ha partecipato alla missione NASA che ha portato la sonda New Horizons su Plutone   Lo speech Italiani di Frontiera al TEDxMestre 2021 sul tema del ConFine – Il Surf metafora del Pensiero Laterale, i tre principi hawaiani che lo fecero scoprire alla California – Italiani visionari nel West: Paolo Andreani  nobile milanese dal volo in mongolfiera all’avventura americana in canoa tra gli Irochesi, Giacomo Costantino Beltrami patriota bergamasco che risalì da solo il Mississippi con un ombrello rosso, Cesare Marino antropologo “dei nativi americani “allo Smithsonian Institution e scopritore di connazionali sulla frontiera americana (numerosi i post a lui dedicati). Grandi Innovatori – Luca Prasso pioniere della grafica digitale e VRArcheologist (archeologo della Realtà Virtuale) da DreamWorks a Google (in numerosi post) – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zuckerberg per convincerlo a entrare in Facebook… – Lorenzo Thione dal software del motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway (diversi post)   Figure storiche –  Roberto Busa gesuita vicentino incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale – Maria Montessori e Adriano Olivetti giganti mondiali dell’innovazione, Italiani di Frontiera Out of the Box (diversi post) – Federico Faggin dal primo microprocessore alla tecnologia toUch alla ricerca sulla consapevolezza della materia (numerosi)   Riflessioni in video Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità   Fabio Parodi (già a LinkedIn) e gli italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le caratteristiche del caos

Eni sceglie storie e parole chiave di Italiani di Frontiera per lanciare Joule, la sua scuola per l’impresa

Ripartire in un momento difficile, d’incertezza, mettersi in gioco, credere nelle Folli Idee, ragionare fuori dagli schemi, rischiare senza aver paura degli errori: dal 29 ottobre 2020 Joule, la scuola per l’impresa dell’Eni, apre i propri corsi per imprenditori e aspiranti imprenditori, non solo giovani, con un’attenzione particolare all’economia circolare e alla consapevolezza ambientale, tra formazione, incubazione e accelerazione. La partenza scegliendo parole chiave e alcune storie d’ispirazione cavalli di battaglia di Italiani di Frontiera: da Steve Jobs a Renzo Piano, da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America (qui in un altro video) a Roberto Busa gesuita pionieri di Digital Humanities. In una chiacchierata con Valentina Raule, Human Knowledge Specialist di Joule.

Italiani dopo il virus. Ne usciremo migliori

  Primavera, di Sandro Botticelli (1478-1482 circa) Nei giorni in cui la vita dell’Italia sotto gli occhi del mondo è sconvolta da un’emergenza sanitaria senza precedenti, è il momento di pensare a come saremo domani. Perchè questo drastico cambiamento della vita sociale sta già plasmando l’Italia del futuro. E dopo il virus, assieme al loro Paese anche gli italiani saranno diversi. Spesso ispirati da eventi traumatici come guerre, cataclismi, migrazioni di massa, i grandi cambiamenti sociali e culturali procedono per strappi. Noi stiamo vivendo uno di questi momenti: costretti ad abbandonare consuetudini, a ripensare noi stessi, ne usciremo con una consapevolezza, una percezione della realtà, una visione del mondo diversi. Il cambiamento non sarà indolore ma rappresenta pure una gigantesca opportunità, per vedere finalmente dissolversi false certezze, cattive abitudini e modi di pensare inadeguati, che hanno frenato un Paese bellissimo ma troppo spesso ripiegato su se stesso e incapace di valorizzare il proprio straordinario passato,  i suoi migliori  talenti  per essere protagonista del futuro. Cultura e creatività sono il patrimonio oggi più importante, per interpretare la complessità e inventare il futuro. Un futuro che è dietro l’angolo. E’ il momento di immaginarlo assieme. Con fiducia e ottimismo. #italianidopoilvirus è l’hashtag con cui raccoglieremo riflessioni, idee e ispirazione sull’Italia di domani. Sicuri che #neusciremomigliori. Ecco il primo contributo. All’inizio del secolo scorso un terribile terremoto seguito da un incendio distrusse quella che è oggi una delle città più ricche del mondo, culla mondiale dell’innovazione. Il via a una ricostruzione miracolosa di quella città, San Francisco, lo diede il figlio di immigrati italiani, capace di “vedere il futuro”, con scelte così fuori dagli schemi da esser considerate semplicemente folli e suicide dai suoi colleghi. Piccolo banchiere, dalle macerie della Bank of Italy che aveva da poco fondato per servire gli immigrati italiani, Amadeo Peter Giannini estrasse un sacco con due milioni di dollari mettendoli a disposizione di persone che non avevano più nulla, nessuna garanzia materiale da offrire se non l’energia per ripartire. Prestiti offerti per strada su un tavolaccio posato su due barili, sulla base di “una firma e una faccia”. Quella scommessa sugli altri, inconcepibile per gli uomini d’affari del tempo, fu azzardata ma vincente e trasformò un immane disastro in grande opportunità, dando il via alla rapida rinascita di San Francisco, dove la banca di Giannini divenne presto la più grande del mondo: Bank of America. In una città in cui assieme agli edifici era crollata pure l’illusione di una crescita vertiginosa e infinita sulla scia della Corsa all’Oro, la rinascita fu ispirata dal coraggio di una persona capace di rischiare guardando agli altri con fiducia e in modo nuovo. Che diede un gigantesco contributo al progresso civile e culturale continuando a scommettere sugli altri, finanziando tra gli altri il un giovane cineasta per un film “di un certo successo” (Charlie Chaplin in “Il Monello“), l’autore di un’opera di altissima tecnologia che aveva esaurito i fondi (Walt Disney con “Biancaneve e i sette nani“) , la costruzione durante la Grande Depressione di un gioiello dell’ingegneria come il Golden Gate Bridge, due giovani neolaureati di Stanford che con la loro azienda gettarono le basi di Silicon Valley  (Bill Hewlett e David Packard) Oggi che la nostra quotidianità è sconvolta dall’emergenza CoronaVirus, quella storia ha un significato particolare. Perché mentre intuiamo che le conseguenze economiche della crisi sanitaria sono devastanti, rischiamo di trascurarne un aspetto cruciale: i suoi risvolti sociali e culturali, con conseguenze ancora più profonde sul nostro futuro. Che potranno essere anche benefiche, perché gli eventi traumatici, persino le tragedie e le guerre, provocano shock che costringono a ragionare e guardare le cose con occhi nuovi. E oggi forse stiamo assistendo pure al crollo, come macerie da rimuovere, di stereotipi e cattive abitudini di cui sinora non siamo riusciti a liberarci.   “Quello che il CoronaVirus spazzerà via senza pietà sono i pensieri senza respiro di chi è contro la scienza, le opinioni manipolatorie, smentite dalla misura dei fatti, il dilettantismo che uccide le persone, non solo le competenze, le fake news che per la prima volta vengono battute dalla velocità del vero, la volontà del popolo a cui nessuno affiderà la propria salute… E quando finirà, perché finirà, nulla sarà davvero più come prima. E ci ritroveremo in un mondo più consapevole, responsabile e felice di esserne uscito. Come in un dopoguerra senza guerra: quei momenti unici in cui si costruisce davvero il futuro”, dice Francesco Morace, sociologo fondatore del Future Concept Lab. Certo dobbiamo fare i conti pure con commenti sconcertanti di intellettuali “rallegrati” dalla comodità di muoversi in strade o treni semideserti, con giudizi scontati di “apocalittici” che considerano l’epidemia una punizione divina meritata dall’uomo: accadeva nelle pestilenze dei secoli scorsi, accadde pure col terremoto del 1906 a San Francisco, che per ricchezza generata dalla Corsa all’Oro era città del vizio, della violenza, della corruzione. Invece siamo davvero all’alba di un’era nuova. Eravamo quasi rassegnati alla lenta decadenza delle democrazie occidentali come la nostra e delle loro elite, sempre più fragili e meno funzionali, in tempi di populismo e strapotere dei social, rispetto a dittature e democrazie autoritarie. L’epidemia ci ha confermato invece che siamo parte di un Villaggio Globale in cui la società aperta è un valore, tentare di isolarsi è un’illusione, cercare di occultare, di opporsi alla trasparenza ha conseguenze devastanti a livello planetario. All’improvviso, invocare muri e barriere per proteggersi dagli “altri”, ci fa scoprire… che gli “altri” discriminati da muri e barriere possiamo essere noi, come ha scritto in un’illuminante riflessione Marco Tarquinio, direttore di L’Avvenire.   “Questo shock del CoronaVirus ha avuto come principale effetto positivo quello di ripensare il nostro atteggiamento nei confronti dell’attuale organizzazione sociale”, osserva Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media digitali.  “Consideravamo ovvio procedere verso una società maggiormente individualizzata. Ci sembravano ‘naturali’ dal punto di vista economico un lavoro poco stabile, un welfare con limitate tutele dello Stato sociale sostituite da servizi a pagamento, una politica di ‘tutti contro tutti’ come espressione della contemporaneità. ‘Naturale’ considerare le

Progetto italiano con team globale per kit che monitora di notte il bimbo malato vince Hackathon mondiale di Microsoft

Grandi, grandissimi Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo! Per cinque anni hanno dovuto vegliare a turno di notte il loro bimbo di otto anni che soffre di crisi epilettiche potenzialmente letali dall’età di tre. Roberto che è “Director of program management on the Commercial Software Engineering” di Microsoft a Milano ha elaborato un progetto per uno specifico kit (testato con successo proprio dal figlio di Francesca e Roberto) al quale ha lavorato a lungo con colleghi di tutto il mondo, presentato al Global Hackathon annuale dell’azienda, 6860 progetti in gara da i da tutto il pianeta. Un team di esperti di Intelligenza Artificiale con caratteristiche eterogenee di genere, lingua, abilità, “Una comunità di genitori con un bisogno preciso, quello di allontanare la paura della malattia dalla loro quotidianità” hanno consentito a Fightthestroke di conquistare il Gran Premio 2019 dell’Hackathon promosso da Microsoft, ma anche i premi speciali AI for accessibility e Health AI”. L’annuncio su Fightthestroke.org  e nella pagina notizie del sito Microsoft. Nel frattempo, Francesca e Roberto hanno ritrovato il sonno… Grazie a Luca Prasso, veterano della grafica digitale, già a DreamWorks, vecchio amico di Italiani di Frontiera oggi a Google, per la segnalazione.

Dal Politecnico di Milano a Boston, Paolo Ciuccarelli e la sfida “italiana” alla complessità con il design

  Seduti all’ombra tra bizzarre statue in legno di Papua Nuova Guinea, in un giardino dell’Università di Stanford, ascoltavamo rapiti Giovanna Ceserani, Associate Professor del Dipartimento di Studi Classici dell’Università californiana raccontare di un progetto suggestivo e complicato che aveva curato, la digitalizzazione degli archivi del Grand Tour, i viaggi che nel ‘700 e ‘800 colti e facoltosi turisti stranieri compivano come percorso di formazione in Italia. Un problema complesso, fra tecnologia e cultura umanistica, risolto con la collaborazione… di un mio amico del Politecnico di Milano! Era stata una grande sorpresa, durante uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2013, scoprire che la celebre università, nel cuore di Silicon Valley, era ricorsa per quel lavoro al talento di un giovane docente, Paolo Ciuccarelli, fondatore a Milano nel 2010 di una delle realtà d’avanguardia mondiale nel campo della visualizzazione, il Density Design Lab. Paolo Ciuccarelli non lo sentivo da un po’, qualche mese fa l’ho chiamato ricordandogli  quell’episodio che mi aveva tanto colpito, per scoprire che anche lui, “talento di frontiera in patria” stava per partire, biglietto di sola andata, destinazione Boston, dove oggi dirige il Center for Design al College of Arts, Media and Design della prestigiosa  Northeastern University, dove  proprio in quel 2013 avevo conosciuto e intervistato un altro fuoriclasse dell’innovazione, Alessandro Vespignani. Italiani di Frontiera è un’avventura tutta all’insegna delle coincidenze e dell’unire i puntini. Così per una preziosa chiacchierata su design, visione e talento prima della sua partenza, Paolo Ciuccarelli aveva scelto un luogo di grande valore simbolico: la piccola mostra dedicata a Olivetti al Museo del Novecento, mescolando riflessioni sul suo percorso professionale a osservazioni sulla splendida grafica della pionieristica azienda di Ivrea.   Paolo  come’è iniziato il tuo percorso verso i dati e la loro rappresentazione visuale? “Per me non è stato lineare, tutto è partito da punti di svolta casuali, imprevedibili… la scoperta del concetto di complessità, un’idea per me completamente nuova e difficile da capire… fu grazie a un professore in un corso tradizionale ad architettura e a un libro, “La sfida della complessità” (Feltrinelli, autori vari) che è cambiato definitivamente il modo in cui ho guardato il mondo fuori e il mio mondo, da studente, poi ricercatore e oggi da professore. Come spesso accade, non capisci subito il valore di questi punti di svolta, iniziai a capire vedendo le prime rappresentazioni visuali di Internet da un’Università di Londra a fine anni Novanta:, quei diagrammi, quelle reti…fu una sorta di corto circuito: riconobbi che erano l’immagine della complessità”. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa sfida, rendere “comprensibile” la complessità? “Una presa di coscienza che ha una valenza non solo intellettuale ma anche necessariamente etica ed estetica. Questi due inaspettati punti di svolta, complessità, linguaggio visuale, uniti alla scoperta di un altro scienziato delle reti, Albert Laslo Barabasi (“Link. La scienza delle reti”, Einaudi, oggi Barabasi lavora nella stessa università in cui insegna Paolo ndr) e racconta la scienza delle reti in modo molto divulgativo. Mi convinse a far diventare questa la missione della mia attività di ricerca poi del laboratorio: Density Design ha prima la complessità nell’anima, presa di coscienza della complessità. I dati arrivano dopo…”. Qual è stata questa tua missione? “L’idea della complessità così strana difficile da raccontare…spero di continuare a dare una dimensione di concretezza, visibilità azionabilità a questa complessità, attraverso le interfacce che il design sa costruire. Ma l’obbiettivo è di allargare l’impatto delle cose che fai”. E come sta cambiando? “Finora ho lavorato sempre sulla dimensione visuale, l’ambizione è di spostare oltre l’orizzonte ma in realtà è tornare indietro: lavorare attraverso design del prodotto, dei sistemi dell’architettura, non solo visualizzazione: mettere la complessità non solo in mano a chi deve decidere ma ai cittadini, a chi è coinvolto in questa complessità. Superando un po’ la frustrazione di far solo capire a chi deve decidere cosa sta succedendo. Però ti manca quell’impatto di azione proprio del design fisico, dell’architettura: costruire uno spazio, modificare i comportamenti delle persone. Mi piacerebbe capire se c’è possibilità partendo dai dati di agire concretamente nello spazio e orientare il comportamento delle persone a prescindere dalla loro consapevolezza…”. Affrontare questa nuova sfida “da italiano” è un vantaggio? “A me piace pensare che un po’ lo sia. Sicuramente nel tempo abbiamo costruito come italiani un nostro modo di fare rappresentazione dei dati: ci chiamano ‘Gli Italiani’, è nata una sorta di scuola di trasformazione dati attraverso il design, riconosciuta come italiana. Con attori importanti, con una loro visione della cosa che è quella che forse ci si aspetta, di grande integrazione tra componente scientifica e umanistica, una grande spinta verso un umanesimo nei dati che non c’era ma sta diventando di grande attualità, complice paradossalmente una delle più grandi innovazioni”. Quale? E abbiamo davvero qualcosa di speciale, nel fronteggiare la complessità? “Big Data e algoritmi non hanno fatto che metterci davanti questa complessità. Con tutte le sue incertezze, le sue ambiguità, le sue sfumature, cosa che non riesci ad affrontare con il paradigma scientifico da solo. E questo ha aperto il campo a questa italianità, che significa ricombinare, ricucire dimensione umanistica e scientifica facendo leva in particolare su quella umanistica, cambiare il paradigma scientifico attraverso un approccio più orientato verso l’umanesimo. Secondo me da italiani siamo stati un po’ più in grado di farlo di altri. E questo è poi il motivo per cui alcuni di noi sono andati negli Stati Uniti. Questo credo sia il motivo per cui ci vado anch’io”. Qui l’intervista su Startup Italia Qui sotto  il video con alcuni spezzoni dell’intervista, nel bel montaggio per Startup Italia di Alessandro Di Stefano

Adriano Celentano, un fenomeno unico per capire il rapporto controverso dell’Italia con la modernità

  Quando nel 1962 esordirono a Londra dei ragazzi inglesi che 55 anni dopo sono un fenomeno unico di longevità col marchio Rolling Stones, in Italia un giovanissimo cantante aveva già raggiunto una popolarità tale da esser chiamato a interpretare se stesso, figura iconica della modernità trasgressiva rappresentata dal rock, in una pietra miliare della storia del cinema e del costume italiano: La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Adriano Celentano ha compiuto 80 anni e chiedersi come sia riuscito da cantante, attore, personaggio televisivo, predicatore mediatico a rappresentare una figura così potente per 60 anni nell’immaginario popolare di generazioni diverse forse aiuta un po’ a capire l’Italia stessa. Ci abbiamo provato con una lunga telefonata, io che da anni mi occupo di cultura dell’innovazione con Italiani di Frontiera e un amico come Davide Bennato, docente universitario ed eccentrico esperto di sociologia dei media ai quali ha dedicato numerosi saggi (in arrivo uno sulla bellissima serie tv Black Mirror), per un articolo comparso su Linkiesta. Roberto – “C’è un modo di pensare diffuso che frena l’innovazione in Italia, di diffidenza verso ogni cambiamento, temuto addirittura come minaccia a un’identità proiettata in un Piccolo Mondo Antico ideale e mai esistito come la Padania… quando ho cercato di dargli un nome mi è venuto spontaneo chiamarla “Sindrome del ragazzo della via Gluck”. Ma chi l’ha detto che si stava meglio quando ci si lavava giù nel cortiile??? Celentano è stato sempre cantore di questa nostalgia dei bei tempi andati, idealizzati…”. Davide – “Celentano è riuscito a traghettare la cultura dell’Italia contadina del dopoguerra nel nuovo mondo della rivoluzione dei consumi e dei linguaggi giovanili, intercettando la modernità senza comprenderla fino in fondo. Sancire la nostalgia di un’arcadia perfetta nelle canzoni che si oppongono a un’Italia di operai (Il ragazzo della via Gluck) o nella cinematografia che irride alla modernità borghese (Il bisbetico domato, Castellano e Pipolo, 1980), intuire tanti cambiamenti nelle forme culturali, come nell’uso del collettivo creativo attraverso il Clan o anticipando la sensibilità rap in Prisencolinensinainciusol. Ma il Clan sembrava il progetto di un gruppo di amici del bar più che una factory warholiana, il rap una presa in giro della fonetica delle canzoni anglosassoni famose, un po’ come fanno i bambini quando cantano senza sapere le parole. Intuizioni frutto del buonsenso tipico della gente di campagna, più che figlie di una riflessione sul contemporaneo”. Roberto – “Intercettare la modernità senza comprenderla a fondo… Davide non ci crederai ma ho appena chiesto un parere sul Celentano nella musica a un altro vecchio amico, Giò Alajmo, per 40 anni giornalista musicale del Gazzettino e oggi blogger della testata online Spettakolo… Ecco il suo prezioso contributo: ‘Antimodernista Celentano? Certo. Ma anche un rivoluzionario, per quel che ha seminato ed è stato raccolto da altri, più che per quel ha fatto. Ha portato semi nuovi, quelli del rock che altri han fatto germogliare, pur provenendo da un mondo vecchio, con una visione del mondo da vecchio contadino, popolaresca, mistica, farcita di luoghi comuni, l’anti intellettuale per eccellenza. Ma dopo tutto, cosa aveva fatto Elvis Presley? Non capiva il mondo nuovo, era legato a un mondo tradizionale, quello del country, si era impossessato della musica dei neri che erano ancora segregati, non era Dylan ma la sua negazione. Eppure lui ha ispirato il nuovo in Dylan, come nei Beatles, che sono stati i veri innovatori. Come se una generazione che era un passo indietro, di fatto… avesse precorso i tempi, propiziando il nuovo. Come è successo al beat italiano, che viveva di cover del rock anglosassone ma così facendo alla fine ha favorito la nascita di musica nuova come il progressive di Area o Premiata Forneria Marconi…’ Incredibile come Giò sia in linea con le tue osservazioni”. Davide – “La modernità kitsch di Celentano sta in questo suo messaggio: non c’è elemento della contemporaneità caotica e industriale che non possa essere ricondotto alle forme della saggezza popolare proveniente dalle campagne. La sua innovatività nel sancire caparbiamente la sua non appartenenza al moderno… usando proprio il linguaggio del moderno. La legittimità dell’ignorante è quella di chi sa che può affrontare il mondo con l’umiltà della saggezza contadina e non con l’arroganza di chi si crede esperto grazie ad un uso – ingenuo – di Google. Sono questi gli elementi che rendono Celentano un personaggio assolutamente coerente, dal rock di 24 mila baci al contadino ruspante e un po’ ingenuo di Serafino (film diretto da Pietro Germi nel 1968). Senza dubbio un maestro, soprattutto perché questo suo ribadire la semplicità è stato molte volte controverso e controcorrente. Come giustificare senza sarcasmo un film come Joan Lui (scritto e diretto da Celentano nel 1985) in cui un predicatore cantante e ballerino si comporta come un redivivo Gesù per affrontare i mali dell’Italia? Un flop commerciale assoluto frutto di una tensione religiosa che strideva nell’Italia dell’edonismo reaganiano. Oppure come giudicare le sue apparizioni televisive come conduttore di Fantastico 8, celebri per le sue lunghe pause silenziose diventate un marchio di fabbrica di successo, in una televisione rumorosa e sincopata, che lo resero inquietantemente simile al vecchio telepredicatore del film Quinto Potere di Sidney Lumet (1976)”.   Roberto – “Certo che oggi Il re degli ignoranti titolo scelto da Celentano per un album e un libro (1991) diventa un quarto di secolo dopo un tema purtroppo di straordinaria attualità: l’ignoranza esibita con orgoglio, l’incompetenza celebrata come titolo di merito, ostentando l’approccio istintivo e irrazionale anche a temi delicati e complicati, chiave di interpretazione semplificatoria di una realtà complessa è più che mai d’attualità. Mette i brividi rileggere oggi i tentativi di scienziati, giornalisti o ministri che negli anni hanno tentato di contestare, dati alla mano, affermazioni infondate che il Molleggiato ha dispensato con toni da predicatore e una spaventosa potenza mediatica su giornali e in trasmissioni di grande ascolto, in materia di aborto, di trapianti, di cure farlocche come il caso stamina. Anche su questo Celentano ha precorso i tempi. Non c’è verso di opporsi alle fake news

Hippie New Year! Dieci video d’ispirazione per iniziare al meglio il 2018

Hippie 2018! Come sarà il nuovo anno? L’augurio di Italiani di Frontiera è che serva ad abbattere barriere, luoghi comuni, false certezze, ad aprire strade nuove alla conoscenza e alla creatività. Ecco allora dieci video, una scelta personalissima, con l’augurio che possano servire proprio a ispirare nuovi percorsi. A pochi mesi dall’esordio in prima nazionale a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti, che nel 2018 contiamo di portare in giro per l’Italia, un doveroso omaggio alla controcultura californiana con la canzone che apre lo spettacolo. A cosa fa riferimento il titolo di uno dei testi principali sul rapporto tra controcultura e hi tech, “What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry”, (2005, John Markoff)? Ma a “White Rabbit“, cantata da Grace Slick con i Jefferson Airplane a Woodstock (1969), un’allusione alle atmosfere oniriche di Alice nel Paese delle Meraviglie, rivisitate in chiave psichedelica. Il messaggio è: allargare la coscienza… White Rabbit, Jefferson Airplane, Woodstock (1969) Oltre 38 milioni di visualizzazioni su YouTube per la bellissima interpretazione di “Space Oddity” di David Bowie eseguita nella stazione spaziale orbitante da Chris Hadfield. Pochi giorni prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna, luglio 1969, la canzone racconta lo spaesamento estasiato di un cosmonauta solo nello spazio. L’astronauta canadese che la interpreta è fra quanti hanno sperimentato il cosiddetto Overview Effect: aver visto la Terra dallo spazio ha provocato in alcuni una autentica esperienza spirituale, un cambiamento irreversibile nella percezione e nella consapevolezza che il nostro pianeta è un tutt’uno senza confini, fragile, sospeso nel vuoto… qualcosa che potrebbe e dovrebbe forse diventare una consapevolezza comune, anche qui sulla superficie terrestre. Space Oddity di David Bowie cantata nella stazione spaziale orbitante dall’astronauta Chris Hadfield Consapevolezza è quanto ispira anche la presentazione di forte impatto di un esperto internazionale di creazione di aziende, sul palco delle conferenze TED. Ernesto Sirolli, amico di Italiani di Frontiera, racconta la sua esperienza, prima nel Terzo Mondo come volontario di non governative, poi come ispiratore di migliaia di piccoli imprenditori sparsi per i continenti. La prima regola, dice con una straordinaria comunicativa Ernesto (che oggi vive a Sacramento in California)  è: non pretendere di imporre la propria visione in un contesto che non si conosce ma iniziare ascoltando e imparando. Ernesto Sirolli (conferenza TED): Volete aiutare qualcuno? State zitti e ascoltate   Mai smettere d’imparare, il famoso Longlife Learning, anche perchè le tecnologie innovative stanno rivoluzionando la conoscenza, al punto di sconvolgere anche quel che siamo certi di sapere da sempre, come la storia delle origini di Venezia. Che un altro amico di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, a lungo impegnato a Stanford (qui in un’intervista esclusiva a IdF), si ripropone di riscrivere, con un libro prossimamente in uscita, Wood, Water and Slaves. Diego Calaon, archeologo di Ca’ Foscari a Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data Piccolo stacco cinematografico, sul tema della consapevolezza, con la grande scena finale di un bellissimo film. In “Orizzonti di Gloria” (1957) Stanley Kubrick ha diretto Kirk Douglas in un film di guerra così potente nella sua carica antibellica da esser stato  proiettato in Francia solo diversi anni dopo l’uscita. Una ragazza tedesca (poi diventata la signora Kubrick…) terrorizzata e umiliata davanti a una rozza platea di soldati francesi, costretta a intrattenerli cantando. Ma la musica fa pian piano il miracolo, i soldati si zittiscono, ascoltano e non solo, capiscono che loro e quella ragazza non sono nemici… vista cento volte, non smette di emozionare. Paths of Glory (orizzonti di Gloria, Stanley Kubrick 1957) scena finale Proprio Stanley Kubrick aggiunge un altro prezioso tassello al nostro percorso, fra consapevolezza e allargamento della coscienza, proponendo un insolito ribaltamento del significato del mito di Icaro, pochi mesi prima di morire, nel discorso di accettazione del premio Griffith (1998), intitolato al regista che di fatto creò molti dei capisaldi del modo di fare cinema, prendendo da innovatore e pioniere tanti rischi, al punto di finire emarginato dalla stessa industria che aveva creato. Aveva volato troppo alto? Kubrick propone una lettura diversa di quel mito: non porre un limite alle propri ambizioni ma realizzarle con qualcosa di meglio che piume e cera. Stanley Kubrick, discorso di accettazione del premio Griffith (1998) e il significato del mito di Icaro Non si smette di imparare dunque. E se apprendimento potesse far rima con divertimento? Due esempi di valore. Il primo è una fantastica parodia della hit Despacito per spiegare con animazioni e arrangiamento musicale sbalorditivi Evo-Devo la biologia evolutiva, con una versione vocale di Tim Blais, che ha realizzato lo straordinario canale di video musicali didattici A Capella Science . Evo Devo: la Biologia Evolutiva in una parodia di Despacito, Tim Blais, A Capella Science Secondo esempio di divertente parodia “colta”, stavolta made in Italy dedicato a un classico della letteratura: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni  rivisitato in chiave comica in soli dieci minuti, condensato di umorismo e abilità del fantastico gruppo teatrale degli Oblivion. I Promessi Sposi in dieci minuti, parodia degli Oblivion E se fosse la scienza a svelare il segreto della felicità? E’ Robert Waldinger direttore dell’Harvard Study of Adult Development, a spiegarlo, raccontando in una bellissima conferenza TED i risultati di una ricerca straordinaria durata decenni, svolta confrontando la vita di laureati nella prestigiosa Università e di persone dei quartieri disagiati di Boston. Trovando un denominatore comune: non sono i soldi e nemmeno la fama a render felici, ma la qualità delle relazioni interpersonali, specie quelle con le persone a noi più vicine, una qualità che ha un effetto benefico non solo sulla psiche ma pure sulla salute fisica. Robert Waldinger (conferenza TED): lezioni dal più lungo studio sulla felicità Federico Faggin e la consapevolezza   Dal segreto della felicità a quello ancora da svelare, sulla natura stessa del mondo in cui viviamo. Padre del microchip e della tecnologia touch, Federico Faggin è la persona che

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna