Marco Marinucci lascia Google, Luca Prasso lancia Curious Hat… IdF crescono

Qualche mese fa era toccato a Luca Prasso, veterano della grafica digitale,  lasciare dopo anni un colosso come DreamWorks per lanciare con successo una nuova avventura creativa, dedicata in particolare ai bambini, con il bellissimo Curious Hat. Elogiato di recente da un articolo su Wired come fucina delle applicazioni per l’educazione del futuro. Oggi Marco Marinucci, per anni ingegnere a Google, uno degli ispiratori di questo progetto e animatore di Mind The Bridge, che ha ospitato ogni anno Italiani di Frontiera nell’evento finale del suo concorso per start up, ha annunciato  il suo addio a Google dopo 7 anni, 3 mesi e 27 giorni. Si dice che si rimane “Googler” per sempre… lascio per quel che ho imparato qui, dice Marco: “Make a difference, be true to yourself, and try to have fun”. Luca e Marco sono amici, oltre che protagonisti di Italiani di Frontiera. Incrociati quattro anni fa, sono entrati col loro esempio a pieno titolo nella mia vita e nel mio progetto. E nel giro di pochi mesi abbiamo fatto tutti la stessa scelta: lasciare un colosso prestigioso (io l’ho fatto l’anno scorso con l’addio a Reuters, rimasto supporter di Italiani di Frontiera) per tentare una personale avventura professionale, nella continuità con l’esperienza maturata. “Italiani di Frontiera” cresce… e crescono pure con le loro scelte gli Italiani di Frontiera, non solo a Silicon Valley.

Massimo Marchiori lascia Volunia: etica e stile nell’epilogo triste di una speranza made in Italy

  Si chiama Volunia. Era la grande speranza dell’hi tech interamente made in Italy. Ma era iniziata male e sembra proseguire peggio. Con un lungo sfogo online, Massimo Marchiori, lo studioso padovano al quale si riconosce il merito di aver elaborato l’algoritmo che ha ispirato il lavoro degli inventori di Google, ha annunciato la sua decisione di abbandonare la sua creatura Volunia,  lanciato in febbraio con grandi ambizioni e speranze, come motore di ricerca di  nuova generazione (qui il post su IdF con link ad uno nel blog di Forbes). Una novità accolta però sin dall’esordio con forti perplessità, in particolare per una modalità di comunicazione davvero sconcertante. Personalmente, ero rimasto allibito di fronte alla pochezza di una presentazione online molto scadente. Non era proprio questione di forma, quella conferenza in streaming  in uno stile burocratico politichese d’altri tempi. Ma sembrava contraddire tutto quel che pensavo di aver capito su come si lancia un prodotto hi tech a livello internazionale. E dimostrare che i protagonisti di allora tutto questo semplicemente lo ignoravano. “Mi sono immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del Web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo paese per farlo. Vero è che un progetto del genere, per avere successo, deve generare utili”, scrive nel suo sfogo Marchiori. Una lettera d’addio che ha suscitato non meno polemiche di quelle divampate alla nascita del controverso motore di ricerca. Perchè di fatto quello dello scienziato è un lungo, articolato atto d’accusa nei confronti di chi ha lavorato al suo fianco sino a ieri in questo progetto. Che si è suscitato dure critiche da parte degli sturtupper italiani. Al punto che Riccardo Luna, amico di IdF e direttore di CheFuturo!, in un articolo sul Post intitolato La famosa cultura del fallimento che non c’è ha voluto difendere Marchiori dagli attacchi. Italiani di Frontiera ripete da tempo che Silicon Valley insegna he non si innova senza rischiare, fallire e ripartire. Ma per costruire su un fallimento bisogna avere la forza di riconoscere i propri errori, per imparare e non ripeterli e crescere. Non scaricare le colpe del fallimento sugli altri. Per questo, condivido in pieno l’ottima, impietosa riflessione di Francesco Sullo, amico di IdF, sul suo blog Marameu, in un post intitolato L’Italia delle startup ed il problema etico che ritorna. Che parte da uno spunto di un video di Dave McClure: “Non vi serve la Silicon Valley e non vi serve essere nella Silicon Valley, ma vi serve che quell’etica, quell’esperienza e quell’immaginazione siano dentro di voi, ovunque voi siate”.   “Credo che in questa frase sia sintetizzata la Silicon Valley: un luogo dove le persone si scambiano esperienze ed idee, dove si immaginano nuove strade e le si percorrono”, dice Francesco. “L’etica, che potrebbe sembrare un aspetto secondario, è centrale in questo processo. Perché è ciò che rende possibile questo enorme scambio di idee, soldi, energie, conoscenze”. Per Francesco, “La lettera (di Marchiori) è veramente vergognosa. Uno scaricabarile memorabile in cui la colpa del fallimento è attribuita interamente ad altri, ed in particolare ad un fantomatico amministratore delegato (che non viene citato come a volerlo in qualche maniera proteggere, come se non fosse sufficiente fare una visura in CCIAA per sapere chi sia)”. “Qui negli Stati Uniti, il fallimento è considerato importante perché si presuppone che chi abbia fallito abbia capito tutti gli errori commessi senza negare le sue responsabilità, cioè abbia fatto una esperienza importante che gli tornerà utile nella prossima avventura… la lettera di Marchiori è inaccettabile. E’ la lettera di uno che a suo tempo si è adornato di tutti gli onori derivanti dalla popolarità generata dal clamore sul “nuovo motore di ricerca che renderà Google obsoleto” e poi, quando quel motore non ne ha ingarrata una neanche per sbaglio, scarica tutte le colpe sugli altri, abbandonando la nave per primo, senza curarsi minimamente dei suoi compagni di viaggio che resteranno nelle mani dell’orco cattivo”, scrive ancora Francesco. Che a dire il vero punta la sua invettiva più contro la difesa di Luna  che lo sfogo di Marchiori. Non meno severo il giudizio sulla vicenda Volunia affidato a Facebook di un altro amico di IdF, Franco Folini (Novedge): “Mediocre progetto (Volunia), Mediocre presentatione (ve la ricordate?), Mediocre uscita (poteva almeno starsene zitto), Mediocre assunzione responsabilità”. Quale che sia il futuro, di Volunia e di Marchiori, questa vicenda lascerà il segno. Non nel campo del business ma in quello culturale: ha dimostrato come anche nel magico mondo degli innovatori sia difficile lasciarsi alle spalle cattive abitudini stereotipate, come lo scaricare le responsabilità sugli altri, abbandonare la nave in difficoltà, accampare solo scuse.  Con tutti i suoi difetti, la Silicon Valley descritta da Francesco è ancora lontana… PS: La mia richiesta di accesso a Volunia era rimasta senza risposta (così come quella di contatto con Marchiori). Coincidenza: la mail di risposta (positiva) mi è arrivata ieri.  

Glancee acquisita da Facebook! Così Andrea Vaccari aveva svelato a IdF l’idea in embrione…

“Grande!! sentire spiegare l’idea in embrione di Glancee ( che poi nasceva l’anno dopo…) oggi, dopo l’acquisizione da parte di FB è un bello scoop …grande Roberto Bonzio!” Il commento di Paolo Marenco, grande amico di Italiani di Frontiera e impagabile partner nell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour è arrivato ieri sera. Dopo 24 ore di giustificata euforia nel microcosmo degli innovatori italiani, per il successo di Glancee, start up made in Italy sviluppata a Silicon Valley, acquisita da Facebook, con l’idea di un’applicazione per smartphone che permette di trovare persone con gusti analoghi ai propri nelle vicinanze, prendendo informazioni semantiche da Facebook, Wikipedia, Linkedin, etc. Qui la notizia nei dettagli, dal blog del Corriere di Marco Marinucci, animatore di Mind the Bridge altro amico di IdF. A spiegare l’idea in embrione, che poi ha conquistato il colosso dei social network, era stato Andrea Vaccari, tra i fondatori di Glancee, intervistato un paio d’anni fa a Frontiers of Interaction 2010 a Roma.   Non dimenticherò mai la prima impressione che mi fece Andrea, l’anno prima al Frontiers of Interaction 2009, un ragazzone che avevo scambiato per uno studente di belle speranze. E che mi aveva steso, raccontando con semplicità il suo curriculum da spavento. Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  a meno di 30 anni  dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, (dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science), di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), aveva trascorso un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Successivamente, Andrea si è fatto convincere a trasferirsi a Silicon Valley, dove l’altro giorno ha messo a segno lo storico “colpaccio” dell’acquisizione da parte di Facebook con i partner di Glancee (tra loro un altro prezioso amico di Italiani di Frontiera, Matteo Daste, avvocato che della società è advisor, tra i promotori di BAIA, nel direttivo di Mind the Bridge). Oggi quell’intervista assume un significato particolare. Paolo la definisce “scoop”. A dire il vero, era già successo con altri amici di IdF arrivati al successo dopo i nostri incontri. Come Augusto Marietti  di Mashape o Nicola Farronato con b-sm@rk. Chissà, forse Italiani di Frontiera sa guardare lontano. E forse porta davvero fortuna…

Addio a Renzo Lazzarato, manager di umili origini, uno sguardo acuto su Silicon Valley

Una Pasqua 2012 velata di tristezza per Italiani di Frontiera ed i suoi tanti amici. Renzo Lazzarato, tra i protagonisti di questo progetto, ha perso la vita in un incidente stradale non lontano da Malpensa,  poco dopo essere atterrato col volo da San Francisco, assieme ai due figlioletti di 5 e 10 anni per trascorrere le feste con la famiglia, padre di origini venete poi trasferitosi a Legnano. Renzo aveva 48 anni ed era attualmente Senior Director Engineering di Palo Alto Networks, dopo aver lavorato per colossi come Sun MicroSystems (oggi acquisita da Oracle), Microsoft e LinkedIn. Incontrato a Silicon Valley quattro anni fa, Renzo mi aveva profondamente impressionato: per la sua originale visione di Silicon Valley, le osservazioni acute (“il successo della Silicon Valley non è legato ai risultati di una manciata di compagnie o di un insieme di tecnologie ma è basato sulla capacità di reinventarsi costantemente”), l’orgoglio delle umili radici contadine della famiglia, di cui lui, brillante studente al Politecnico di Milano, era il primo laureato. Qui sotto il post a lui dedicato. Ciao Renzo, non ti dimenticheremo. Un abbraccio da IdF ed i suoi amici a tutti i tuoi cari.                                            ************************************** Renzo Lazzarato: start up, LinkedIn e un ufficio che sta tutto nella borsa Un ufficio che sta dentro una borsa: computer e smartphone. Una lavoro da libero professionista consulente nel software, dopo trascorsi a Sun MicroSystems e LinkedIn. E start up pionieristiche, aziende partite senza ufficio, in sei in un motel. Dove a partire prima di tutto era la corrente. E’ uno sguardo originale su Silicon Valley, quello di Renzo Lazzarato, radici venete, laurea al Politecnico di Milano, dodici anni di esperienza nella Baia. E qualche dubbio sulla possibiltà di trapiantare le esperienze californiane in Italia, dopo un paio di esperienze infelici. LA REALTA’ DI SILICON VALLEY – La gente pensa che Silicon Valley sia la terra delle opportunita’. Vero. Ma bisogna capire che qui, per la mentalità protestante, non vuol dire stipendi garantiti e grossi centri realizzati dal governo per favorire l’innovazione, ma che ti sono messi a disposizione i mezzi per riuscire. Non la garanzia del successo: quella dipende da come ti dai da fare tu. “Capitale a rischio” in Italia sembra significare che qualcuno rischia soldi suoi per pagare il tuo stipendio. Qui la gente si aspetta che tu lavori notte e giorno e di solito, se sei uno dei fondatori, che ti sia indebitato per finanziare le fasi iniziale della startup. Mio padre era nato agricoltore della zona di San Dona’ di Piave trasferitosi in Lombardia, dove e’ nata mia madre, che ha cominciato a lavorare a 14 anni. Avevamo un piccolo negozio in centro a Legnano dove tutti in famiglia aiutavano. Io al Politecnico di Milano sono stato il primo laureato della famiglia. Dopo un paio di anni in Italia come programmatore, mi sono fatto prestare la macchina da mio fratello e sono andato a lavorare per Sun MicroSystems in Francia. Poi in Germania, da dove veniva la mia futura moglie, conosciuta a Boston. Dopo quasi due anni li’ nel software per le banche, Sun che cercava esperti per la sicurezza di rete miha chiamato a Silicon Valley. Carta verde in due anni senza problemi (erano altri tempi), subito dopo le prime start up. Prima N-Able Technologies – comprata da Wave Systems, e poi Terraspring, comprata da Sun Microsystem nel 2002. Dove sono passato anch’io per due anni in Sun, prima di tornare a fare consulenze e start up. Prima Inxight software – comprata da Business Object, poi LinkedIn. Ora lavoro su dei progetti personali e faccio consulenza alle grosse compagnie per finanziare i miei sogni nel cassetto. IN ITALIA TECNICI SOTTOVALUTATI – Mi sono specializzato nel software per Internet e qui e c’è una tale richiesta da parte delle aziende che in certe offerte di lavoro mettono anche 5.000 dollari a disposizione di chi segnala la persona giusta. In italia invece quella del tecnico è una posizione che non ha riconoscimento. Non si pensa che la persona giusta possa creare un valore immenso, mentre e’ invece quello che accade specialmente nel software. Il sistema italiano sembra ricompensare l’anzianita’ e non la contribuzione diretta al risultato finanziario della compagnia. Col software e’ diverso ed hai il vantaggio che l’hardware ti costa quasi niente. Il mio ufficio, computer portatile e telefonino, sta tutto in questa borsa. COMPENSI E VALORE – Quando Sun MicroSystems ha comprato la start up nella quale lavoravo, anch’io sono passato a Sun, con soldi e benefit. Guadagnando più del direttore sopra di me, perchè qui ti pagano per quello che puoi fruttare all’azienda. Uno con una buona esperienza di Java guadagna sui 120-130mila dolari. In Italia invece lo stipendio corrisponde ad un titolo. Il problema è che così la gente impara a lavorare in un sistema in cui è meglio preoccuparsi di come salire la scala gerarchica, per guadagnar di piu’. E non di come sviluppare un’applicazione che e’ magari fantastica. PRIMO IL FATTORE UMANO – Io mi occupo di problemi di software distribuito. Negli Usa tutti parlano di tecnologie, ma non tutti i problemi sono risolvibili tecnicamente… agli americani non piace sentirsi dire che non sempre c’e una soluzione tecnica, perche’ il fattore umano e’ piu’ difficile da pianificare e quantificare.. E invece è proprio così. Spesso i grossi problemi di fondo, non sono nel software ma nelle persone, nelle politiche delle risorse umane. Credono di poter costituire un gruppo e poi cementarlo. Invece la selezione è’ piu’ importante. Perche’ possono esserci due tecnici bravissimi ma incompatibili fra loro per carattere. E spesso lo stesso codice del software riflette la struttura del gruppo che lo ha elaborato. Ce ne sono di funzionali e monolitici, prodotti da gruppi con una forte gerarchia ed un leader. Altri realizzati da gruppi diversi alla fine hanno questa struttura molto piu modulare. Cosi’, spesso mi tocca spiegarglielo: voi pensate di avere un problema in questo software. Invece lo avete nelle persone che lo hanno realizzato. Anche se ve lo

Trust Your Crazy Ideas! California flashback incrociando Marco, vecchio collega al Giorno…

  “Connecting the dots“, come diceva Steve Jobs. Fate le cose di slancio, seguendo istinto e cuore che sanno meglio di voi cosa è giusto fare.  E magari questo anni dopo “ricollega i puntini”, dando un significato a quel che avete fatto in passato. A volte capita. Racconti una storia per anni e alla centesima volta scopri un significato inatteso. Uh se è vero! E quante volte mi è successo… Ma non mi era mai successo forse di scattare una foto che soltanto dopo ha rievocato una storia. Del mio passato. E così, venerdì scorso altra grande soddisfazione, presentando Italiani di Frontiera a Milano, nel corso dell’Ordine Giornalisti per i colleghi praticanti che si apprestano ad affrontare l’esame da professionista. Un grazie a Myriam De Cesco, veterana sprint del giornalismo italiano (che carica ragazzi!) che ha fortemente voluto in “cattedra” (per modo di dire, ovviamente ho parlato come sempre a mitraglia in piedi) in questo corso un progetto  “Out of the Box”. Grande attenzione (anche se in oltre 100 eventi non mi era mai capitato prima di sparare adrenalina pure… su una gentile collega che sfoglia il giornale!), alla fine un paio di commenti emozionati ed emozionanti. Gli ultimi minuti seguiti pure da Maria Latella, già firma del Corriere oggi direttore di Anna, relatrice dopo di me, che ha preso spunto proprio dal finale di IdF per dire che nella sua carriera le cose migliori le ha fatte ignorando i tanti che le sconsigliavano di rischiare e cambiare (grazie Maria!). Un’occasione per incrociare dopo tanto tempo vecchi colleghi e amici. Federico Anelli, ingegnere software, gentile ospite. Paolo Zucca, vicecaporedattore del Sole 24Ore (e grande portiere della squadra di calcio dei giornalisti!) e Marco Brizzi, con me nella foto (ma quello a destra non poteva sorridere?). Con Marco davvero non ci si vedeva dal millennio scorso. Neopensionato, è ancora collaboratore del Corriere della Sera per le edizioni locali che ha curato per anni. Stavolta il flash è arrivato molto dopo la foto. Un flashback. Più di vent’anni fa. Un giovane redattore che dal Veneto, dal Gazzettino, approda ad un grande giornale milanese, Il Giorno, con la speranza di far strada con idee e intraprendenza. Un segretario di redazione braccio destro del direttore, che lo prende in simpatia.  Anche se arrivato da poco, il giovane redattore azzarda un’idea folle. Da studente ha vissuto per un po’ in un’altra Venezia, Venice California, ha buoni contatti e un fantastico amico attore e giornalista  (che oggi non c’è più. I miss you Bill!) molto ben introdotto a Hollywood e dintorni. Il giornalista Out of the Box propone al direttore di andare a proprie spese in California, sfornando articoli facendo tutto da solo. Chiede una sola cosa: di non doverci andare in ferie. Al segretario l’idea piace. Ma era davvero sacrilega per la liturgia di un quotidiano paludato. Non dimenticherò il sorriso triste con cui Marco, allora segretario di redazione, mi chiamò dal direttore, preannunciandomi che la sua risposta sarebbe stata no. Vent’anni, una laurea, due figli e una ribaltone professionale dopo, io e Marco ci siamo ritrovati, un po’ più brizzolati. Marco è felice, Italiani di Frontiera è un sogno One Man Show felicemente realizzato, partendo per un’avventura di famiglia in California. Senza immaginare quale fantastico impatto di non ritorno avrebbe avuto quell’idea folle. Azzardata senza successo tanti anni fa. Trust Your Crazy Ideas!    

Think Out Of The Box e Sindrome del Palio di Siena: IdF in due parole chiave

Think Out Of The Box, Sindrome del Palio di Siena. Finalmente online, in due parole chiave, l’idea centrale di Italiani di Frontiera, che ben conosce chi ha assistito ad una performance dal vivo di IdF. Gli italiani sono ricchi di una dote intellettuale oggi sempre più preziosa, in un mondo in rapida evoluzione: la capacità di ragionare fuori dagli schemi. Eppure per conflitti e rivalità assurde siamo abituati a sperperare questo patrimonio. Incapaci di fare squadra, realizzandosi nella sconfitta altrui che porta a gioire per i fallimenti degli altri, anche se non ci portano alcun vantaggio. Think Out Of The Box è la caratteristica che gli italiani di Silicon Valley riconoscono a se stessi. Sindrome del Palio di Siena è una sintesi “creativa” di quanto raccolto nei colloqui in California con due veterani straordinari, Federico Faggin, uno dei padri del microchip, e Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, che nei giorni scorsi ha compiuto 90 anni Il video dalla presentazione IdF all”evento Econocom a Montecarlo, 9 febbraio 2012.

Passpack dall’Italia a Silicon Valley, archivio online login per dissolvere l’incubo password

Un archivio personalizzato online dei login, per dissolvere l’incubo delle password e facilitare la navigazione sicura. L’idea di Passpack, lanciata in Italia e ora in fase di avanzata crescita a Silicon Valley, è la storia di fine anno di Italiani di Frontiera, raccontata da Francesco Sullo e Tara Kelly in questa intervista e video per Forbes. Un business per tutti gli utenti, particolarmente utile però al mondo delle piccole imprese. Un’idea che è valsa ai due dinamici imprenditori una nomination ai premi TechCrunch Europas e un posto tra i finalisti di Mind the Bridge 2009. Incontrati lo scorso settembre all’Italian Start Up Day all’Istituto italiano di Cultura a San Francisco,  durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Tara e Francesco parlano anche d’altro. Di come si rafforza un business online con un’infaticabile attività di web evangelist (Tara). Di come l’esperienza di hacker diventi preziosa per occuparsi poi di sicurezza. Anche quando, scoprendo di lavorare in un’azienda che si comporta slealmente con i propri clienti, si decide di tutelare gli utenti con una rischiosa attività: far filtrare notizie segrete in stile Wikileaks, a scapito dei malintenzionati manager che lavorano al proprio fianco. Come ha fatto Francesco.

Online lo speciale natalizio di Radio24 su Italiani di Frontiera!

Venti minuti fitti di storie e riflessioni, alla vigilia di Natale. Per raccontare alla radio Italiani di Frontiera, i suoi protagonisti, i valori che persegue. Sintetizzati nel manifesto Tornare a Sognare per una Nuova Italia. Davvero una grande occasione, quella offerta a IdF da Sergio Nava, amico e giornalista di Radio24, dove conduce la trasmissione Giovani Talenti, che sabato 24 dicembre ha dedicato una puntata speciale natalizia proprio a Italiani d Frontiera. Abbiamo parlato di amici vecchi e nuovi: Federico Faggin, Roberto Crea, Marco Marinucci, Fabrizio Capobianco Augusto Marietti, Elena Favilli… e Vincenzo Di Nicola (ideatore di Pago), la cui intervista uscirà a giorni su IdF. Raccontando anche la storia ricca d’ispirazione di Amadeo Peter Giannini, banchiere visionario, fondatore di Bank of America. I riscontri sono stati ottimi, grazie a tutti per i commenti positivi. Qui l’audio Mp3 dello speciale natalizio Italiani d Frontiera di Radio24. Un grazie speciale a Sergio Nava, davvero bravissimo. I temi trattati dai nostri progetti e della trasmissione natalizia sono in sintonia con quelli proposti dall’associazione ITalents, nata da poco, di cui sono stato tra i fondatori con un gruppo di preziosi amici: scommettere sul ponte fra talenti italiani in patria e all’estero. Scambi di conoscenze e idee, per rinnovare l’Italia. E fare squadra.

Antonella Caporello e Silvano Gai, “incubatori seriali” per giovani italiani a Silicon Valley

  Per approdare a Silicon Valley, il periodo d’incubazione a volte può passare… per il divano di una casa nella Bay Area. Magari quella di Antonella Caporello e Silvano Gai, già docente del  Politecnico di Torino, poi manager di successo a Cisco. Oggi Antonella e Silvano vivono nei pressi di Yosemite Park ma  il loro mettere radici in California, dove sono arrivati una quindicina di anni fa, è stato prezioso per decine di giovani di talento, molti allievi di Silvano al Politecnico, che il grande salto, arrivando a Silicon Valley, l’hanno realizzato grazie a questi due straordinari… “incubatori seriali”. Antonella e Silvano infatti hanno creato opportunità ed ospitato nei primi giorni molti di questi giovani oggi affermati nelle aziende hi tech californiane, aiutandoli ad ambientarsi ed a capire un mondo così diverso. Tra loro anche Loris Degioanni, incontrato da Italiani di Frontiera il mese scorso a Mind The Bridge. Una vicenda singolare, che Antonella ha da poco raccontato in un bel libro, “Una CInquecento rossa in California”, reperibile su Lulu.com . Incontrati alla vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Antonella e Silvano hanno rievocato in una videointervista la loro esperienza, con molte preziose riflessioni.

Da Olivetti ad Oracle: Giuseppe Facchetti, Giamma Clerici e il ponte Italia-Silicon Valley

  Uno di Alessandria, l’altro di Treviglio. Compagni di Università a Milano nei primi anni Ottanta, per entrambi porta d’accesso ad una straordinaria esperienza di formazione professionale in un’azienda allora d’avanguardia, Olivetti, grazie ad un docente d’eccezione che lavorava per l’azienda di Ivrea ed oggi è imprenditore a Silicon Valley. Dove tutti e due finiscono col trasferirsi. Un per un anno e mezzo, l’altro definitivamente. Giuseppe Facchetti e Giammaria Clerici sono oggi due manager di Oracle,  dove sono arrivati con percorsi diversi. Ma uno lavora a Milano, l’altro in California. Si sono ritrovati qualche anno fa su Facebook, qualche mese fa si sino incontrati a Sesto San Giovanni, Bonzio’s home. Rievocando in video la loro esperienza, nel nome di quel professore che ha ispirato non poco le loro carriere. E che  guarda caso è uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera: Francesco Lacapra. Amico comune al quale dedicare la foto ricordo…