“Dobbiamo tutto agli hippie”: 14 anni fa l’intuizione su rivoluzione hi tech “figlia” della controcultura

Quattordici anni fa, il primo marzo 1995, compariva sulla rivista Time un articolo destinato a stupire molti. “Dobbiamo tutto questo agli hippie”, scriveva Stewart Brand, a proposito della rivoluzione hi tech. Indicando senza dubbi nella controcultura che aveva trovato in California la sua culla, dalla Beat Generation al movimento hippy, la vera matrice culturale di fenomeni di portata mondiale: Internet che era la novità degli anni Novanta, ma anche l’intera rivoluzione dei computer. Italiani di Frontiera gli dedica un post, nella convinzione che quell’intreccio spesso sottovalutato tra valori della cultura umanistica, fenomeni sociali e innovazioni tecnologiche sia un nodo cruciale anche di questo progetto. Biologo, artista, sperimentatore, studioso della cultura dei nativi americani, Brand è stato una delle figure più eccentriche tra i pionieri dell’era informatica. E in quell’articolo mise in luce come la carica creativa ed antiautoritaria della controcultura anni Sessanta fu essenziale per indirizzare lo sviluppo dell’hi tech sulla strada di una esaltazione delle potenzialità individuali, quando ancora molti pensavano ai computer come a gigantesche macchine a disposizione di pochissimi, in centri di potere controllati dal governo o da grandi aziende. “Non chiedete cosa il vostro Paese possa fare per voi. Fatelo da solo”, scrisse Brand, parafrasando con spirito una celebre frase di John Fitzgerald Kennedy. E indicando nello spirito ribelle da hacker la chiave del successo di figure come Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori di Apple (nella foto d’epoca). Proprio Jobs, in un memorabile video davanti agli studenti di Stanford nel 2005, riportato anche nella colonna qui a destra, concluse il suo discorso con un augurio “Continuate ad essere affamati e folli”, ispirandosi alla pagina finale del bizzarro Whole Earth Catalog, vera enciclopedia “povera” della curiosità globale, una sorta di Internet su carta… prima che nascesse Internet. Un catalogo della controcultura pubblicato tra 1968 e 1972 proprio da Stewart Brand. Nel 2005, è stato pubblicato un saggio sui rapporti tra new economy e controcultura californiana di un professore dell’Università Cattolica che ha vissuto a Silicon Valley, Enrico Beltramini, autore di Hippie.com . Mentre John Markoff, giornalista del New York Times, ha scritto What the Dormouse Said: How the Sixties Conterculture Shaped the Personal Computer Industry.

Faggin: nel mercato globale un handicap per l’Italia aziende di famiglia e nepotismo

Sul mercato globale si vince con vitalita’ e competenza. Caratteristiche che spesso non si combinano, nelle aziende italiane, molte delle quali legate ad una gestione familiare, struttura anacronistica per competere a livello internazionale. Competenze, nepotismo, cosmopolitismo: seconda parte delle riflessioni su suo Paese d’origine di Federico Faggin, gia’ protagonista di questo post. VITALITA’ E COMPETENZA – Per competere sul mercato mondiale, occorrono soprattutto due cose in aggiunta alle risorse finanziarie: vitalita’ e competenza. Silicon Valley e’ un esempio di questa energia vitale… senza la quale, non succede niente. Se si guarda al motore economico dell’Italia, in molte piccole ditte del Nord, c’e’ gente che si dà un gran daffare, lavora, sgobba, tira avanti meglio che puo’. Ma generalmente rimangono piccole, non possono crescere. Mancano i capitali… ma manca la mentalita’ giusta ancor piu’ del capitale. Nel Vicentino, da dove vengo io, il tipico imprenditore non e’ uno laureato in ingegneria ma uno che spesso ha fatto l’istituto professionale, o anche meno. Però ha tanta voglia di fare, ha energia vitale, e per questo ce la fa. Ma spesso non ha la competenza e le conoscenze necessarie per affrontare i mercati internazionali, in un’economia che e’ globalizzata. Dunque uno fa quello che puo’, non puo’ crescere più di tanto. Di contro, spesso in Italia le persone che hanno studiato molto non hanno questa energia vitale o non vedono nell’imprenditorialita’ un valore importante. Vanno a lavorare per lo Stato, il governo, cercano il posto fisso, la vita comoda… AZIENDA FAMILIARE, UN HANDICAP – L’imprenditoria italiana e’ anche condizionata da logiche di famiglia. E’ molto legata al nepotismo: faccio partire una ditta, poi ci metto dentro i miei figli, i nipoti… questo controllo attraverso le relazioni, anche al piu’ alto livello e’ causa di problemi di successione generazionale terribili…mica tutti i figli di un bravo imprenditore sono bravi imprenditori! Peggio ancora, se i figli non sono all’altezza del compito, il problema finisce per demotivare le persone brave che in azienda si sentono sfruttate in un ambiente in cui non esiste la meritocrazia. Dopotutto, il figlio del padrone avra’ sempre una posizione più di riguardo, rispetto al dipendente piu’ bravo di lui. I CINESI SONO MENO NEPOTISTI – Sarebbe interessante vedere il confronto ad esempio con i cinesi. Anche loro hanno fortissimi legami familiari… ma non arrivano a quel punto di quasi sfacciataggine, di forzare tutto dentro una struttura in cui i legami familiari sono piu’ importanti di tutto il resto. Uno non puo’ far crescere una ditta a livello internazionale, con questa mentalita’. La riprova e’ che sono poche le ditte italiane che hanno saputo farsi avanti nel mercato globale, mentre le ditte cinesi sono moltissime. CONOSCENZA E COSMOPOLITISMO – Conoscenza e culture diverse: sono altri due segreti di Silicon Valley. A New York si puo’ trovare gente di tutto di mondo. Ma sul posto di lavoro non c’e’ lo stesso livello di cosmopolitismo, mentre qui arrivano persone istruite da tutto il mondo. Indiani, cinesi, mediorientali ed europei lavorano tutti assieme… fa parte del mix di Silicon Valley. Dove, cosa interessante, gli americani sono…”minoranza”! Visto che i nati all’estero con i loro figli rappresentano piu’ della meta’ della popolazione, con oltre un quarto di asiatici. E a Stanford, tra chi fa il Phd gli americani sono molto pochi. Questo ambiente cosmopolita, la controcultura degli anni Sessanta, ha visto nascere il personal computer in circoli di hobbisti appassionati, e non all’Ibm. L’atmosfera innovativa e imprenditoriale che i giovani respirano all’universita’ e in famiglia sono stati tutti ingredienti sociali e culturali che hanno contribuito a fare di Silicon Valley quello che e’ oggi. La gente qui ama la tecnologia, potrei dire anche troppo poichè la tecnologia non è tutto, ma senza questo entusiasmo non è possible inventare nuovi prodotti e nuove tecnologie. In Italia invece, si pensa ancora che la tecnologia sia qualcosa di estraneo al resto della vita sociale e culturale viene vista quasi con sospetto da molti”.

Amici di IdF: Joichi Ito, guru di Internet, spiega come la Rete puo’ aiutare a uscire dalla crisi

Dallo sviluppo delle community all’intreccio tra professionismo e volontariato, Internet ha realizzato con successo dei modelli nuovi ai quali oggi il mondo del business, travolto dalla crisi finanziaria, dovrebbe guardare con attenzione, prendendo all’occorrenza esempio. E’ quanto ha affermato uno dei guru mondiali della Rete, Joichi Ito, giapponese, amministratore delegato di Creative Commons, investitore e studioso visionario, nel corso di un’intervista a Milano in occasione di un evento nella sede Cfmt. Dopo l’incontro a Ito, che ha vissuto a lungo a Silicon Valley, e’ stato brevemente illustrato il progetto Italiani di Frontiera, di cui Cfmt e’ partner. Qui l’intervista per Reuters. Qui il profilo di Ito da Wikipedia. Questo invece il suo blog. Piccola sodisfazione personale. Quando Joi ha visto la mia macchina fotografica, ha tirato fuori la sua… tutte e due Canon G9! Per un momento mi sono sentito all’avanguardia. Ovvio che sulla sua, lui aveva montato due sfiziosi gadget che io per ora mi sogno…

Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad. Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine. Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica. Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti. “PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani? Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla. Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici… L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno. Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan. Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti. IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe… CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due. Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima. COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile. NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’? TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti. A tornare in Italia io non ci penso

Cento anni di Olivetti – Enrico Pesatori, da Ivrea a direttore per il Nord America

Un altro veterano di Olivetti rievoca con Italiani di Frontiera la sua esperienza. Oggi alla presidenza di Penguin Computing, all’avanguardia nel campo dei cluster (aggregazioni di numerosi computer dalle prestazioni eccezionali, dedicati al sistema Linux), Enrico Pesatori e’ stato direttore Olivetti nel Nord America. Laureato al Politecnico di Torino, ho iniziato la mia carriera alla General Electric in Usa, partecipando per due anni al loro prestigioso corso per giovani managers. Tornato Italia, dopo un anno alla GE passai alla Olivetti, 17 anni che mi hanno portato da product manager a Ivrea alla direzione della Olivetti Nord America. In quegli anni la mia carriera e’ stata meta’ in USA e meta’ in Italia. Le mie resposabilita’ sono state molteplici, dalla direzione dei Prodotti per Ufficio (vedi Electronic Typewriter), alla direzione della Divisione Informatica Distribuita (vedi Personal Computer M24, progettato nei laboratori di Cupertino, CA e nuova linea sistemi) e alla gia’ nominata direzione del NA. Gli ultimi dieci anni li passai sotto la direzione di Carlo Debenedetti, Presidente di Olivetti. Un gran manager e un eccellente business man che ho sempre stimato e da cui ho imparato molto. Lasciai l’Olivetti 1990 per la posizione di CEO di Zenith Data Systems a Chicago, azienda che di fatto invento’ il laptop. RIPENSANDO A OLIVETTI – La Olivetti ha attraversato tanti fasi, fra gli anni Settanta e Ottanta quando c’ero io. Ha creato macchine ottime ma in alcuni casi non ha avuto i mezzi finanziari per sostenerle. Per questo alla fine degli anni Sessanta la divisione elettronica fu ceduta a GE. La mia storia in azienda e’ stata legata all’inizio alle macchine da calcolo Olivetti negli Usa e alla macchina per scrivere elettronica . La vera spinta verso il sucesso inizio’ nel 1978 con l’arrivo di Carlo De Benedetti, capace di trasformare in tre anni Olivetti in un’azienda eccellente, numero due nei PC dopo IBM e leader per le macchine da scrivere elettroniche. Negli anni Ottanta Olivetti divenne estremamente popolare, aveva importanti quote di mercato in Europa. Era dotata di un management di prestigio in tutto il mondo e sopratutto generava ottimi utili. Purtroppo alla fine degli anni ’80, una recessione nel settore, qualche scelta di organizzazione infelice e una po’ di stanchezza nel management avviarono l’azienda a un lento e penoso declino.

Cento anni di Olivetti – Patrimonio ancora vivo, dice Laura, figlia di Adriano e presidente della Fondazione

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”. Cosi’ Laura Olivetti, figlia di Adriano (con lui da bambina nella foto) e presidente della Fondazione intitolata al padre, ha ricordato in un’intervista a Reuters l’importanza dell’eredità Olivetti, nel centenario della fondazione della prima fabbrica a Ivrea (29 ottobre 1908) da parte del nonno Camillo. Quel che ‘ rimasto, dice, è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. Ecco il testo dell’intervista, “Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l’erede” realizzata per Reuters. MILANO (Reuters) – L’eredità Olivetti è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell’omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell’azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale. “Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione. ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO Di quell’esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d’avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d’infanzia. “Vivere nella luce… era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall’asilo alla fabbrica. Non c’erano posti dove non ci fosse la luce naturale…né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti. Quasi una metafora, per un’azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell’epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano…architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda. A proposito di un’organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l’abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”. Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l’epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti. Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale. “Olivetti all’epoca era davvero all’avanguardia mondiale, l’ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall’America”, afferma Laura Olivetti. “LABORATORIO DELL’INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA Il centenario dell’azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione. “Un tavolo per l’innovazione, un ‘laboratorio dell’intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni. Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability “. “Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d’avanguardia sull’ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall’esterno”, dice. “Era parte di un’idea d’impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell’impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.

Mind the Bridge, online tutti i video della due giorni a Venezia, prima uscita informale di IdF

Sono online tutti i video della due giorni Mind the Bridge svoltasi a Mestre Venezia il 10 e 11 ottobre scorsi, nel corso della quale e’ avvenuta la prima presentazione informale del progetto Italiani di Frontiera. In particolare, qui l’intervista a Massimo Colomban, imprenditore di successo gia’ fondatore di Permasteelisa e oggi direttore del Vega, centro scientifico e tecnologico, che ha ospitato l’evento), realizzata dall’autore di di IdF. Qui invece l’introduzione e le conclusioni di Marco Marinucci, manager di Google e amico di Italiani di Frontiera, che ha ideato e animato l’evento con un tour de force micidiale. Qui l’intervista ad Alberto Sangiovanni Vincentelli , professore di Berkeley, una delle figure piu’ carismatiche del made in Italy nella Bay Area di San Francisco, realizzata da Frediano Finucci di La7, altro amico di Italiani di Frontiera. Questo invece l’indirizzo del blog Mind the Bridge dove lasciare commenti e suggerimenti.

Amici di Idf: Laura Curino in teatro con il sogno Olivetti nel centenario

L’impresa come sogno di visionari con i piedi per terra. Un padre che la crea scommettendo su un futuro di tecnologia, un figlio che da’ all’azienda statura mondiale. Senza mai dimenticare che al centro non sta il profitto ma l’uomo e la costante innovazione. Lo ammetto, avevo gli occhi lucidi applaudendo al Teatro Studio di Milano la straordinaria Laura Curino, attrice bravissima tornata in scena con “Camillo Olivetti: alle radici di un sogno“. Qui l’intervista per Reuters a Laura, che ha riportato in scena lo spettacolo su Adriano Olivetti. Temi particolarmente importanti per questo blog. Non solo perche’ da Olivetti e’ uscito il nucleo centrale degli Italiani di Frontiera di Silicon Valley. Alcuni gia’ presenti sul blog. Come Enzo Torresi, Gianluca Rattazzi , Giacomo Marini, Enrico Pesatori, Ezio Valdevit, Luciano dalle Ore, Giamma Clerici . E altri di imminente pubblicazione come Francesco Lacapra di MaxiScale e Luca Cafiero di Cisco. Ma anche perche’ lo spirito che ispiro’ gli Olivetti, forse troppo in anticipo sui tempi in Italia, ha molto in comune con quello di Silicon Valley. Qui un commento di Carlo De Benedetti (in un lancio Agi) in occasione del coinvegno a Milano moderato proprio da Laura Curino (qui un resoconto Ansa). Qui invece un ricordo di Laura Olivetti su La Stampa.

Capobianco spiega come “allenerà” gli imprenditori al salto Italia-Silicon Valley

Una “palestra” per aiutare gli imprenditori italiani decisi a sbarcare a Silicon Valley. Con assistenza professionale e consigli pratici per muoversi nella Bay Area. In questi giorni in Italia, Fabrizio Capobianco, giovane amministratore delegato di Funambol, tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera nei mesi scorsi in questo post, ha annunciato il lancio di “Funambol Gymnasium”, obbiettivo: preparare chi e’ deciso a tentare il salto dal BelPaese a Silicon Valley, ambiente ricco di opportunita’ ma non facile da affrontare. Specie se non si entra nella mentalita’ del luogo o peggio, se si tenta di affrontarla adottando il modo di pensare “all’italiana”. Capobianco ha illustrato i particolari del suo progetto in questa intervista a Reuters (divenuta Thomson Reuters dopo la recente acquisizione da parte della societa’ canadese) di cui ha visitato la sede milanese.

Luca Cavalli Sforza, l’intervista esclusiva di IdF al genetista scomparso, poco prima della sua partenza da Stanford nel 2008

Il 31 agosto 2018 all’età di 96 anni scompariva a Belluno Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, uno dei protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera. Dieci anni prima, agosto 2008, alla vigilia della sua partenza dall’Università di Stanford dove si era trasferito nel 1971 e dove era stato professore emerito, per tornare in Italia, a Milano all”Università Vita-Salute San Raffaele.  Italiani di Frontiera lo aveva intervistato, raccogliendo in video le sue riflessioni, sulla sua carriera, la scienza, l’insegnamento, il Paese che si lasciava alle spalle e quello in cui aveva deciso di tornare. Una testimonianza eccezionale, per competenza, profondità di pensiero e umanità, che dopo la sua scomparsa ha un valore ancora maggiore. Cavalli Sforza ha dato un contributo in più a questo progetto, visto he è stato incrociando le sue osservazioni sull’Italia a quelle di un altro grande protagonista,  Federico Faggin tra i padri del microchip e inventore del touch, che IdF ha creato la  Sindrome del Palio di Siena,  fortunata metafora sull’assurda conflittualità diffusa in Italia, così popolare da essere diventata titolo del Rapporto Eurspes 2016 sullo stato del Paese. Ecco una sintesi dell’intervista del 2008, che era stata ripresa da Reuters e da AdnKronos  sul proprio portale, anche in formato audio, e rilanciata da diversi altri siti. PADRI E MAESTRI – Ho avuto tre grandi maestri. Il primo, Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino, giornalista e scrittore ndr) ha capito che la genetica era la biologia del futuro, come oggi sappiamo, e quando io l’ho conosciuto era da poco tornato dagli USA dove era andato per impararla, non avendo trovato nessuno in Italia che gliela insegnasse. Poi due genii in assoluto: R.A.Fisher, professore di genetica a Cambridge, che era un grande genetista e il piu’ grande statistico del secolo scorso. Mi ha insegnato a pensare probabilisticamente. L’altro era un collaboratore stretto un po’ piu’ giovane di me, Joshua Lederberg, autore di contributi fondamentali alla genetica batterica, all’immunologia, all’intelligenza artificiale e altre scienze. Lavorare con i genii non aiuta a migliorare l’opinione di se stessi ma e’ egualmente un grandissimo piacere e stimolo intellettuale. Di genii se ne incontrano pochi e quando capita bisognerebbe riuscire a restarci attaccati. UN INCONTRO CHE HA CAMBIATO LA VITA – Piu’ di uno, oltre a quello coi tre maestri che ho gia’ nominato. Quando ho fatto il primo corso di genetica all’universita’ di Parma nel 1951-52 ho avuto due studenti eccezionali: Don Antonio Moroni, e Danilo Mainardi, poi divenuti professori a Parma, che hanno ambedue usato bene le loro capacita’ intellettuali per promuovere molte iniziative valide. Su informazioni intelligenti avute da loro ho cambiato campi di ricerca, passando dalla genetica batterica all’evoluzione umana ed alla evoluzione culturale. ARRIVO NEGLI USA – La prima volta ho passato tre mesi con Lederberg a Madison (Wisconsin) – avevamo collaborato per posta e siamo diventati molto amici. Quando gli hanno offerto di costruire il dipartimento di Genetica dell’Università di Stanford mi ha invitato a fare corsi e mi ha offerto una cattedra. Ha messo vari anni a convincermi e dopo un anno di prova con tutta la famiglia mi sono trasferito qui nel 1971. Stanford e’ un posto eccezionale perche’ oltre ad essere una delle migliori Università degli USA ha anche uno dei climi piu’ belli del mondo e si vive a contatto con la natura. In agosto torno in Italia per ragioni famigliari ma anche perche’ ho progetti interessanti, ma non sara’ facilissimo rientrare a Milano a tempo pieno. UNIVERSITA’ AMERICANA – E’ la migliore al mondo, seguita a ruota da quella inglese. Prendendo parte ai concorsi per eleggere i professori delle cattedre vacanti ho imparato che cos’e’ la meritocrazia fatta sul serio: ci si scervella veramente per capire qual e’ il candidato migliore. Tutte le decisioni importanti passano al vaglio di un consiglio superiore , fatto di saggi e spesso ricchi magnati locali, sovente ex-allievi dell’università che sono attivi mecenati e vogliono che i loro doni siano ben investiti. Vi sono molte Universita’ di Stato veramente buone, almeno in California, ma le Università migliori sono quasi tutte private. Vi e’ molto mecenatismo e vi sono anche parecchie ricche fondazioni private che aiutano la ricerca. UNIVERSITA’ ITALIANA – E’ rovinata dai concorsi; malgrado molti tentativi di migliorarli e’ tornata al vecchio sistema, che permette all’influenza baronale di aiutare i propri allievi. In questo modo, non si portano le novita’ si porta la roba vecchia, mentre bisogna saper accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie. Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perchè continuino le nostre idee, le Universita’ si fermano. Bisognerebbe che le Universita’ diventassero indipendenti e imparassero a scegliere molto bene i loro professori, che sono la parte piu’ importante del loro patrimonio. Lo Stato da’ aiuti sulla base del numero di studenti, che dipende anche da quanto facili sono gli esami. Dovrebbe darlo invece sulla base dei voti nell’esame professionale di Stato, usandoli per valutare le Università dove hanno studiato. Forse per le Universita’ italiane, il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri. HI TECH E SOCIETA’ – Come tutta la tecnologia, la high tech bada soprattutto al proprio guadagno, ma almeno a Silicon Valley vi è anche una visione delle necessita’ di preoccuparsi degli altri, come alcune religioni tentano di insegnare. La high tech è ricca di persone intelligenti, e la combinazione con l’altruismo può dare frutti straordinari. L’IDEA MIGLIORE – E’ quella di coloro che hanno l’intelligenza necessaria per diventare ricchi e a un certo punto divengono anche mecenati (in modo intelligente). In Italia quando i ricchi fanno la carita’, lo fanno in genere in modo egoistico: alla Chiesa, perche’ vogliono comprarsi il Paradiso. O agli ospedali, perchè vogliono essere curati bene. Non c’e’ un buon mecenatismo. Nella Rockefeller University di New York sotto il ritratto di uno dei grandi benefattori vi e’ una semplice iscrizione: L’ARTE DI DONARE. L’ERRORE PIU’ GROSSO – Investire nella guerra che non ha scopi esclusivamente difensivi, o piu’ in generale ignorare che i malanni piu’ grossi della societaà sono guerre, epidemie