Kim Polese, radici friulane: da Java alla sfida free software con SpikeSource

Padre italiano di Sacile (Pordenone), una carriera di prim’ordine a Silicon Valley con il successo straordinario di Java di cui a Sun Microsystems e’ stata product manager, Kim Polese affronta oggi una nuova sfida, come amministratore delegato di SpikeSource. Il campo, quello del software open source per aziende, e’ una delle nuove frontiere dell’hi tech, dalle potenzialita’ ancora in gran parte da scoprire, dice Kim. LE MIE RADICI – Mio padre italiano di Sacile (Pordenone) venne qui da bambino negli anni Trenta, mia madre e’ danese. Mi ritengo dunque il prodotto del miscuglio di culture della Bay Area. Lui e’ sempre stato concentrato sul lavorare sodo e far bene per la propria famiglia e penso avesse un’impronta imprenditoriale che credo di aver ereditato. La mamma ha viaggiato per tutto il mondo prima di arrivare a San Francisco anche lei con uno spirito determinato: non c’era nulla che potesse distogliere i miei se si mettevano in testa di realizzare una cosa. L’ESPERIENZA JAVA – Ho lavorato per sette anni a Sun Microsystems ed ho avuto il privilegio di far parte della squadra che ha creato Java, di cui sono stata product manager. La tecnologia Java e’ stata realizzata all’inizio degli anni Novanta grazie a degli sviluppatori davvero innovatori che hanno previsto un mondo del futuro in cui tutto sarebbe stato collegato, una rete. E all’epoca questa era una visione che appariva davvero lontana… loro sapevano che avevamo bisogno di un software di una piattaforma operativa, un linguaggio capace di adattarsi ad un mondo collegato in rete. Cosi’ hanno creato Java, che abbiamo lanciato nel 1995 e penso sia stato perfettamente sincronizzato ai bisogni che stavano crescendo nel mercato in quel momento. E’ stato immediatamente un grosso successo, per come e’ stato adottato dalla comunita’ di sviluppatori, un’innovazione straordinaria nella realizzazione di applicazioni consapevoli della Rete, capaci di trarre vantaggio dalle potenzialita’ d Internet. Nel 1995 dopo il lancio di Java ho lasciato Sun con altri colleghi del team di Java per fondare Marimba, per contribuire a potenziare la diffusione di Java nel mondo delle imprese. SPIKESOURCE E IL SOFTWARE LIBERO – Oggi sono amministratore delegato di una societa’ chiamata SpikeSource che fornisce software open source e di altro genere ad un ampio mercato aziendale. Quel che facciamo sono test e certificazioni automatiche che risolvono molti dei principali problemi nel rendere rapidamente individuabili e utilizzabili i software affidabili. Abbiamo una partnership con Intel e stiamo creando il piu’ ampio mercato mondiale nella certificazione dei software. Stiamo scoprendo che un sacco di prodotti interessanti hanno bisogno di trovare la strada verso un vasto pubblico e contemporaneamente di essere considerati affidabili. E la nostra alleanza con Intel e’ in grado di soddisfare questa esigenza. E’ stato bello creare questa societa’, abbiamo un centinaio di persone la meta’ qui in Silicon Valley, l’altra meta’ in India. Il mercato del software sta andando incontro ad una straordinaria innovazione, rappresentata principalmente dal software open source, cioe’ realizzato da sviluppatori che realizzano delle applicazioni e le mettono a disposizione gratuitamente su Internet spesso rendendo pubblico il codice fonte che consente di modificarle. Quel che e’ stato fatto sta accelerando il ciclo dell’innovazione ed il software procede molto velocemente perche’ ci sono sempre piu’ persone che lo sviluppano e migliorano e il software open source viene adottato in modi estremamente seri dal mondo delle aziende. E quel che e’ eclatante e’ che sta creando prodotti molto migliori, meno cari, inducendo una grande quantita’ di cambiamenti nella tecnologia perche’ il software e’ dappertutto, sempre piu’ in ogni prodotti che usiamo nella vita quotidiana. E’ una rivoluzione e la sfida nel mercato del software open source e’ che molti utenti o clienti del mondo aziendale non sempre sanno quale software utilizzare, se e’ stato testato e certificato per funzionare con gli altri software che usano e risolvere questo problema su larga scala e’ quel che fa SpikeSource abbiamo davvero l’occasione di partecipare a questa incredibile corsa all’innovazione. DONNA MANGER – Mi chiedono spesso come sia essere una donna nel mondo imprenditoriale hi tech e a dire il vero non ci penso troppo: sono cosi’ concentrata sul mio obbiettivo nel fondare una societa’ e non ho mai considerato un ostacolo essere una donna, credo perche’ il mondo di Silicon Valley in particolare e’ meritocratico e vieni valutato per quel che realizzi, per le tue idee e per come sai trasformare le tue idee in qualcosa che abbia davvero valore per la gente e non importa quanto giovane o vecchio sei, se sei maschio o femmina e com’e’ il tuo aspetto. Se sei capace di farlo avrai successo, Questa e’ davvero l’esperienza che ho avuto. C’e’ stata una generazione di donne che mi ha preceduto e che sono state pioniere del settore lavorando in societa’ come Sun Microsystems Hp e altre, che forse hanno dovuto affrontare sfide piu’ impegnative, dieci o quindici anni prima di me. Ma penso che in genere quando parlo con donne, sono cosi’ concentrate su cosa stanno creando le societa’ che stanno fondando o i gruppi con cui lavorano che questo non e’ un ostacolo… Personalmente credo che abbiamo bisogno di piu’ donne in ruoli di leadership a Silicon Valley e credo che il modo per realizzarlo sia di incoraggiare le ragazze a farsi coinvolgere sin da giovanissime dalla scienza e dalla tecnologia. Mi piacerebbe veder una nuova tendenza ovunque e molte piu’ ragazze abbracciare la scienza e le tecnologie. Penso che la societa’ trarrebbe giovamento dall’avere a disposizione sempre piu’ menti brillanti e creative.

Silicon Valley frontiera della mente, per Matteo Fabiano, direttore Baia

Silicon Valley? Una frontiera della mente, dice Matteo Fabiano. Dal Trevigiano alla California, da grandi multinazionali come Hp, Ibm e Procter&Gamble ad una start up made in Italy a San Francisco, Matteo racconta la sua esprienza di general manager di Your Truman Show e di direttore di Baia (Business Association Italy America). UN PRESAGIO LE MACCHINE DA CAFFE’ – Avevo 15 anni, un’estate mio cugino gia’ grande mi mise a lavorare ad un suo progetto, un laboratorio di manifattura di macchine dal caffe’. Quell’estate passai un sacco di tempo ad assemblarle. Lui aveva fatto i suoi calcoli e perche’ l’impresa guadagnasse occorreva che ogni assemblasse in tempo ridottissimo. Era un vero imprenditore e da ragazzino non capivo cosa avesse in testa e da dove gli venisse questa carica. Ora che sono a contatto tutti i giorni con imprenditori ho capito che quello spirito, che ti spinge a tentare qualcosa di impossibile, e’ lo spirito imprenditoriale, sorgente del benessere creato qui a Silicon Valley. E che il fondatore di un sito start up non e’ diverso da mio cugino. Per questo ho un rispetto enorme per chi e’ innovatore e ricercatore, e si spinge a fare qualcosa che il 90% ritiene una pazzia… IMPRENDITORI IN FAMIGLIA – Vengo da una famiglia del nordest, Castelfranco Veneto, Treviso, che conta tanti imprenditori. Liceo Giorgione a Castelfranco, a 19 anni a Milano per Ingegneria al Politecnico. Nel 1996, andando in Olanda con un’associazione studentesca, e’ scattata la molla, la voglia di un’esperienza internazionale. Ho fatto carte false per fare una tesi all’estero. Sempre in Olanda, sulla costruzione di un simulatore di volo avanzato, molto a che fare con psicologia e neurologia, perche’ la mia ricerca riguardava la modellizzazione al computer della percezione del movimento da parte dell’essere umano. Dopo la laurea, il corso ufficiali in aeronautica a Firenze, poi all’Ibm a Milano, grande scuola, di product management, gestione tecnologica. Ma la voglia di esperienza internazionale che con Ibm all’epoca non si riusciva a fare, mi ha portato allora a Bruxelles per la Procter & Gamble, tecnologia e web, per la gestione di centinaia di siti per conto dell’azienda. Lavoro piu’ manageriale che tecnico, il passaggio successivo e’ stato il master in Svizzera in gestione aziendale a Losanna. VOGLIA DI START UP – Ai tempi del MBA in Svizzera Lavoravo per Hp e mi sono trasferito qui nella Bay area un po’ per l’azienda e un po’ per mia moglie, nata a San Francisco, che ha la famiglia qui. In realta’ mi piaceva l’idea imprenditoriale, la cultura delle start up e il mondo dell’innovazione. Sino ad allora avevo lavorato per grosse aziende come IBM Procter e Hp, mi sentivo pronto per qualcosa di diverso con una start up. E oggi lavoro in una start up, general manager di Your Truman Show , societa’ californiana, fondata da due imprenditori torinesi, Arturo Artom e Luca Ferrero, progetto in Internet nell’area del video online. L’IDEA DI YOUR TRUMAN SHOW – Abbiamo identificato una nuova metodologia per estrarre significati e metadati da video postati online ed abbiamo trovato il modo di capire cosa c’e’ dentro un video senza guardarlo…mentre i media si stanno spostando online, ad oggi nemmeno grossi operatori hanno capito come possono monetizzare appieno questa massa di contenuti visti e prodotti da milioni persone ogni giorno… perche’ e’ difficile scoprire i contenuti dei video con sistemi tradizionali come motori di ricerca, per questo diventa difficile piazzare pubblicita’ accanto a un video (come si fa ad esempio con i risultati di ricerca con Google) se non si identifica il contenuto. Abbiamo trovato una modo per individuare questi contenuti e migliorarne la targettizzazione… noi evidenziamo patterns di utilizzo e il comportamento degli utenti dice molto sul contenuto… Quello della monetizzazione dei video online e’ un mercato in crescita fenomenale, da miliardi di dollari. Inoltre abbiamo un portale e applicazioni per i social network, come Facebook. AZIENDA IBRIDA – Your Truman Show e’ il classico esempio di start up costituita in California ma che mantiene sviluppo ed engeneering in Italia. Progetto partito a fine 2006, sviluppo iniziato nella prima meta’ del 2007, in estate i primi prodotti, dallo scorso agosto il portale in beta. LAVORARE TRA ITALIA E USA – La prima difficolta’ per un’azienda che lavora tra Italia e California sono le nove ore di differenza di fuso orario. Poi la distanza fisica: per essere sempre attenti alle novita’ e alla competizione e’ importante il contatto quotidiano diretto, che invece manca. Per il resto, in Italia c’e’ una grande capacita’ tecnica, con vantaggi dal punto di vista della continuita’. Nel senso che una volta che inizi, fai affidamento su un gruppo e paradossalmente la mancanza di mobilita’ e’ un fattore positivo. Mentre in altri Paesi, come ad esempio l’India, con cui lavoravo a progetti nel mio passato recente, avevamo un turn over del 30% dei dipendenti ogni 3 mesi! Con costi occulti elevati, che spesso non vengono messi in conto. Terzo pregio dell’Italia, l’elasticita’ mentale, specie nel risolvere problemi, che e’ importante nel gestire un problema nuovo, che non hai mai visto prima. Forse fa parte di come noi italiani veniamo educati a scuola. Infine una certa familiarita’ culturale, tra italiani… Anche se tendiamo tutti a globalizzare, capire certe sfumature e’ importante. DIRETTORE DI BAIA – Nel frattempo, ero arrivato da poco a San Francisco, mi capito’ di andare ad un evento del consolato tedesco. Trovando altri italiani. “Ma com’e’ che non possiamo avere anche noi una rete di collegamento tra italiani, per tenerci aggiornati e incontraci”, chiesi. “Ci stiamo pensando”, fu la risposta. E infatti a fine 2005, parti’ Baia. Business Association Italy America. Iniziativa lanciata da Matteo Daste, Michele Ursino e Giorgio Ghersi, al quale sono subentrato da aprile 2008 come direttore, dopo esser stato nell’esecutivo dalla nascita. Ogni mese oltre 4mila utenti che gravitano attorno all’associazione, con un ramo anche in Italia. SILICON VALLEY FRONTIERA DELLA MENTE – A Silicon Valley l’innovazione funziona per la combinazione di tanti elementi. C’e’ la ricerca, l’opportunita’ di avere

In memoria di Pippa Bacca, artista uccisa mentre sfidava le frontiere

Ci sono tanti motivi per sfidare le frontiere: spirito d’avventura, voglia di scoprire l’ignoto, ricerca di un futuro migliore. Pippa Bacca, giovane artista milanese, aveva deciso di farlo per un ideale di pace. Un viaggio carico di valori simbolici: con un’amica, in autostop vestendo abiti da sposa, da Milano all’Oriente, per testimoniare un messaggio di fratellanza e comprensione tra popoli e culture diverse, documentando online la sua esperienza. La sua nobile missione, iniziata l’ 8 marzo, e’ finita tragicamente. Due mesi fa, l’11 aprile, dopo che da qualche giorno in Turchia Pippa non dava notizie, alla periferia di Istanbul e’ stato ritrovato il suo corpo e poco dopo arrestato l’assassino reo confesso, che prima di strangolarla l’ha violentata. Italiani di Frontiera le rende omaggio con ammirazione. E un motivo in piu’ per ricordarla, aver scoperto solo dopo la sua tragica fine che Pippa, nipote del celebre Piero Manzoni, era figlia di un nostro caro amico, di cui aveva certo ereditato la vitalita’. Questo il link alla pagina su Pippa di Wikipedia. Sul sito del suo progetto Brides on Tour, foto, resoconti e un’intervista (anche in inglese) a Silvia Moro che l’aveva condiviso con lei.

Paolo Siccardo: presto web e tv integrati, raggiungibili dappertutto

C’e’ ancora un diaframma sottile da abbattere, l’ultima barriera che la tecnologia presto superera’: quello fra sistemi televisivi e Internet, per completare una “convergenza” che vede il personal computer al centro delle comunicazioni dati, voce e video. Sulla strada verso un mondo in cui guardare la tv, telefonare e navigare nel web sara’ tutt’uno, c’e’ ancora un obbiettivo da raggiungere: l’ubiquità, cioe’ l’accesso a un mondo di notizie e immagini interattive da qualsiasi apparecchio, anche portatile. Su questo passo avanti, semplice per l’utente, molto complesso per chi deve integrare le soluzioni tecnologiche, ha scommesso un ingegnere savonese, Paolo Siccardo, fondatore e amministratore delegato di Digital Keystone, sede a Silicon Valley, Mountain View, non molto lontano da Google, un ufficio anche in Francia, ad Aix-en-Provence. Siccardo, che ha parlato con Italiani di Frontiera della sua esperienza, con riflessioni su Silicon Valley e sul sistema educativo USA, spiega in questo primo post la sfida che la sua azienda sta affrontando. INSEGUIRE L’UBIQUITA’ – Quella della convergenza e’ una visione quasi completamente realizzata, sia a livello di reti di telecomunicazioni (oggi già integrate) che a livello dei sistemi di consumo per gli utenti. In effetti non c’è più distinzione tra telefono, computer e televisore, tutti costruiti con tecnologie basate su microprocessori digitali. Oltre a quella barriera, un futuro prossimo di piattaforme integrate, da cui accedere a programmi televisivi e navigare in un tutt’uno, da qualunque schermo di casa (televisore o computer) e dagli apparecchi portatili, che rendera’ accessibile universalmente da ogni apparecchio un mondo di notizie e immagini interattive. ECOSISTEMA PRIVO DI ATTRITI – Subito dopo la laurea in ingegneria elettronica all’Universita’ Genova nel 1986, e grazie a un generoso invito dell’Università di Stanford, il mio primo impiego è stato in una start-up di Silicon Valley. All’epoca entrare in una grande azienda in Italia avrebbe significato mettersi a rivedere documenti. Facendo carriera? Certo, eventualmente, ma lo consideravo un percorso troppo soggetto a quella forma di “attrito” invisibile che permea l’atmosfera di molte imprese italiane. In Silicon Valley si può andare avanti senza sprechi, mentre in Italia ci sono costanti conflitti che costituiscono un vero e proprio sperpero di energia. La mia definizione di Silicon Valley è un ecosistema efficiente – privo di attriti – per chi vuole fare “high-tech”. L’ecosistema consiste di quella massa critica di personale, fornitori, finanziatori, partner e concorrenti su cui fare leva per creare e crescere una nuova impresa. EFFICIENZA FATTORE SOCIALE E CULTURALE – L’efficienza è però una questione sociale e culturale. Efficienza sociale significa in primis eliminare ogni ostacolo burocratico alla creazione di un’impresa; ridurre al minimo il costo del capitale per chi ha un’idea valida; proteggere fermamente la proprietà intellettuale, e finalmente premiare i risultati finanziari sia degli investitori che dei dipendenti. Efficienza culturale significa incoraggiare chi corre dei rischi e non stigmatizzare gli inevitabili insuccessi. Tutti i casi “storici” di Silicon Valley (da HP ad Apple a Google) si fondano soprattutto su un ecosistema privo di attriti. È proprio questa ricetta che ho cercato di applicare anche all’interno della mia azienda, la Digital Keystone, creata dopo quindici anni di lavoro in molte società del settore che mi hanno insegnato cosa imitare e anche che cosa evitare. Oggi la Digital Keystone ha un organico internazionale di professionisti, che progettano sistemi d’informazione con una struttura interna inusuale anche rispetto agli schemi della Silicon Valley. A partire dal principio delle porte aperte: eliminare ogni forma di attrito significa rimuovere ogni ostacolo, ogni impedimento a chiunque nell’azienda voglia discutere un’idea innovativa con chiunque altro, senza l’obbligo di seguire una scala gerarchica preordinata o di rientrare in uno schema fisso predefinito di progetto o di prodotto. Anzi, con l’aspettativa che qualunque percorso di progetto, anche non prescritto in precedenza, può essere valido se dimostra di risolvere meglio un problema. DISORDINE CREATIVO – In base alla mia esperienza, posso dire che nel campo del progetto di alta tecnologia ci vuole una buona dose di disordine creativo per scoprire le migliori soluzioni. In Europa e specialmente in Italia i rapporti professionali all’interno delle aziende seguono canoni sostanzialmente fissi e formali. In questo modo è difficile che una buona idea possa fiorire se non è ufficialmente all’ordine del giorno. Spesso però proprio le idee migliori vengono al momento sbagliato, non quando qualcuno ti chiede di esprimerle, così senza un rapporto informale e “disordinato” tra creatività individuale e requisiti di progetto industriale non si riescono a cogliere le opportunità più valide. I meccanismi sono molto semplici: un’organizzazione piatta, aperta, che favorisca l’interazione. Un processo di definizione degli obiettivi di progetto e di sviluppo delle soluzioni tecnologiche dove ogni tecnico è reso partecipe e contribuisce in prima persona al perfezionamento dell’architettura di sistema. E naturalmente l’uso di internet e di e-mail come meccanismi efficienti di comunicazione, che aiutano a riordinare i contributi e a generare automaticamente una traccia documentata di ogni progetto. Insomma un approccio creativo che consente di sviluppare tecnologia in maniera più efficiente e anche più ordinata. LA NOSTRA MISSIONE – Una “parola chiave” da usare è ubiquità. Noi lavoriamo in particolare sui contenuti televisivi digitali, e sulla possibilità di fornire accesso a questi contenuti ovunque. È già possibile oggi ma con molti limiti. Perché quello che puoi vedere oggi sul laptop o con il telefonino è un panorama di contenuti piuttosto limitato. Presto invece avremo accesso a qualunque tipo di informazione da qualsiasi tipo di dispositivo, qualunque schermo diventerà un portale di accesso per tutte le informazioni. Per l’utente questo significherà una generalizzazione dei servizi. Oggi ovunque nel mondo un telefonino GSM consente di comunicare con chiunque, in questo modo i consumatori si abituano rapidamente ad un accesso universale al servizio. Dietro la scena, per consentire ubiquità di accesso c’è stato un lavoro tecnologico enorme per superare differenze di sistemi e di formati. È quello che stiamo facendo con l’accesso alla televisione digitale: superare le differenze di formato e presentare questi contenuti ovunque. BARRIERE DA ABBATTERE – La tecnologia come fattore che abbatte barriere e semplifica l’accesso all’informazione. Una delle applicazioni

Amici di IdF, i progetti senza frontiere di Architecture for Humanity

Un gruppo di agguerrite volontarie impegnate a coinvolgere quotati architetti in “progetti senza frontiere”, interventi edilizi in tutto il mondo, al servizio dei piu’ bisognosi. “Crediamo che dove le risorse e le professionalita’ sono scarse, progetti innovativi, collaborativi e sostenibili facciano la differenza”, dice Architecture for Humanity , gruppo umanitario di San Francisco impegnato a mobilitare professionisti di prestigio come volontari per realizzare progetti al servizio dei piu’ bisognosi in tutto il mondo. Aree da riqualificare di San Francisco cosi’ come zone del Mississippi e della Louisiana devastate dall’uragano Katrina, come quelle dello Sri Lanka sconvolte dallo tsunami, sono al centro dei progetti curati dal gruppo, che si estendono anche in Colombia, Uganda e Sudafrica. Proprio Architecture for Humanity ha ospitato nella sua sede di San Francisco uno dei meeting legati al Pangea Day di sabato 10 maggio, evento planetario all’insegna del cinema e della fratellanza, le cui immagini sono reperibili online. Nella foto, Stacy Jed, Taylor Milsasl, Stacy Sabraw e Barb Alvarado di Archiecture for Humanity, con il tabellone che elenca i progetti del gruppo in via di svolgimento in tutto il mondo.

Jeff Capaccio, gruppo di talenti sparsi trasformato in squadra con Sviec

Italiani protagonisti da sempre a Silicon Valley. Ma in ordine sparso. Per anni, pionieri dell’hi tech sbarcati nella Baia hanno scritto pagine importanti della rivoluzione informatica. Ma ognuno per se’, mentre altri, come i francesi, facevano gruppo, con tutti i vantaggi che comporta. Sino a qualche anno fa, quando un avvocato, Jeff Capaccio, il piu’ italiano… degli italoamericani, ha avuto l’idea di creare il Silicon Valley Italian Executive Council. Con Sviec, Capaccio ha cambiato l’immagine ed il peso della presenza italiana nel cuore dell’hi tech mondiale (seguito di recente dai giovani di Baia). E qui spiega come ha fatto. ITALIANI IN ORDINE SPARSO – L’idea mi e’ venuta qualche anno fa. Come avvocato avevo tutti questi contatti, con l’Italia ed i tanti italiani di Silicon Valley. Molti si conoscevano fra loro ma non c’era nessuna aggregazione che fosse per loro un punto di riferimento. E’ se facessimo qualcosa che permettesse agli italiani di qui di incontrarsi periodicamente, scambiarsi le proprie idee e fare business assieme? E’ stato cosi’ che ho creato il Silicon Valley Executive Italian Council, coinvolgendo subito Federico Faggin, Enzo Torresi e Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini e Michele Libraro. PASSIONE POLITICA UNA TRADIZIONE – Io sono nato in America ma mi sento italiano quanto sono americano. I nonni, originari di Sestri Levante, erano venuti negli anni Venti in America, dove nacque mia mamma, tornando in Italia quando lei aveva tre anni. Mio nonno aveva comprato dei terreni in Italia con quano aveva guadagnato nelgi usa come florirocoltore. E dopo la guerra tornarono negli Usa. Successivamente arrivo’ anche mio padre, che durante la Resistenza era stato partigiano, ed era anche finito in carcere. E la pasisone politica e’ rimasta una tradizione di famiglia. A casa mia si parlava italiano ed i miei hanno sempre insistito per insegnarmelo, a differenza di tanti italoamericani, che ai figli hanno insegnato solo l’inglese, forse perche’ non patissero le discriminazioni che loro avevano subito. Dopo la laurea in Scienze Politiche (Politica Internazionale) e Diritto all’Universita’di Santa Clara, ho iniziato a lavorare in studi legali ed ho continuato a occuparmi di politica. Sono stato il primo stagista alla Niaf di cui oggi sono vicepresidente, nel 1983 ero stato stagista alla Camera dei deputati, nella commissione Giustizia presieduta da Peter Rodino, deputato di origine italiana che era divenuto celebre per il rigore con cui aveva promosso l’azione contro Richard Nixon, ai tempi del Watergate. Ho fatto di tutto per restare a Washington e finiti gli studi ho lavorato per un paio di campagne elettorali di candidati democratici: Walter Mondale (vicepresidente con Jimmy Carter e sconfitto alle presidenziali da Ronald Reagan nel 1984) e Geraldine Ferraro (che correva con lui alla vicepresidenza). CONCORRENZA ANCHE IN TRIBUNALE – Nell’87 ho iniziato la carriera legale in uno studio con una decina di avvocati, occupandomi di contenziosi civili. Si tratta di un settore strategico, nel mondo delle imprese. Con un sistema giudiziario efficace e veloce, ma molto costoso, una piccola azienda deve imparare in fretta come sopravvivere, in un mondo in cui la concorrenza si gioca anche con cause legali e magari hai di fronte un ufficio agguerritissimo di avvocati di un colosso del tuo settore. Dal 1999 ho iniziato ad occuparmi in particolare di contenziosi che riguardavano la proprieta’ intellettuale nell’hi tech, biotecologie e venture capital, seguendo i trasferimenti tecnologici fra Italia e Silicon Valley. Intanto sono diventato consigliere di Niaf. CONVIVI E BUSINESS – E’ stato cosi’ che ho pensato a Sviec. Non una serie di eventi ma un punto di organizzazione permanente. Abbiamo scelto di coinvolgere soltanto dirigenti e manager italiani e italoamericani di Silicon Valley, per avere un forte impatto in termini di immagine. E oggi contiamo 400 soci, fra italiani e americani di origine italiana. Cosa che consente di sviluppare il business, dalle assunzioni di personale alle joint venture ai finanziamenti, presentandosi al resto di Silicon Valley non piu’ individualmente ma come gruppo. Che rappresenta persone ai vertici aziendali, che contraddicono tanti stereotipi sugli italiani e sono creative, precise, affidabili. Si riuniscono in eventi all’insegna della tradizione italiana, ottimo cibo e ottimi vini, per ascoltare speaker di livello eccezionale. Anche per questo ad ogni evento ci ritroviamo in almeno 150… UN PONTE CON L’ITALIA – Sviec ha contribuito a dare una forte immagine degli italiani di Silicon Valley. Ed ha permesso ad alcuni manager italiani di ritrovarsi magari dopo 20 anni in cui ognuno era andato per la sua strada… e’ successo anche a me, con Paolo Marenco, ingegnere genovese amico di gioventu’, incrociato nuovamente qualche anno fa tramite Internet. Da tempo si occupava in italia di promozione dei distretti produttivi con La Storia nel Futuro, mentre io ero diventato rappresenante degli italiani di questo “distretto”: Silicon Valley… ora Paolo e’ partner di Sviec con il Silicon Valley Study Tour, che porta ogni anno qui un gruppo di laureandi italiani selezionati, che qui incontrano diversi nostri soci, alcuni dei quali sono figure storiche dell’hi tech. Per alcuni di loro con opportunita’ per stage, tesi e anche lavoro. DAI VETERANI ALLE NUOVE LEVE – In Italia la diffidenza, la paura di essere fregati, sembra bloccare spesso ogni iniziativa. Noi andiamo nella direzione opposta: massima apertura alle iniziative di scambio. Con gli studenti del Silicon Valley Study Tour e attraverso programmi come Best e Mind the Bridge, di cui siamo partner,, con i giovani imprenditori, ai quali favoriamo sbocchi e opportunita’ a Silicon Valley. Mettendo a disposizione delle nuove leve, contatti e servizi Sviec, grazie ai “veterani” di Silicon Valley.

Francesco Cantatore (AnsaldoBreda): solo la passione fa metter radici negli Usa

Si arriva negli Stati Uniti per il business. Ci si resta solo con il cuore. Francesco Cantatore, vicepresidente di AnsaldoBreda, racconta con la sua esperienza due mondi del lavoro diversissimi, fra Italia e Stati Uniti. E spiega perche’ e’ convinto che solo una forte passione possa far mettere radici oltreoceano a un italiano. GLI USA E UN PRESENTIMENTO – Mio padre, saputo della mia partenza per gli Usa (giugno 2001), volle a tutti i costi accompagnarmi all’aeroporto. Non c’e’ bisogno, dicevo, ho viaggiato tantissime volte e parto solo per sei mesi… niente da fare. Non lo dimentichero’ mai. Taciturno e pensoso sul taxi, in una Genova grigia, sotto la pioggia… Mi guardava in modo diverso dal solito. Lui, che quando ero bambino a Bari, dove sono nato, ci raccontava dell’emozione di New York e dei suoi grattacieli, vista dalla nave con la quale lui all’epoca navigava trasportando in Italia gli aiuti del Piano Marshall… “So che questo sara’ un viaggio particolare”, disse. Aveva capito che stavolta non sarei tornato. Una parte del suo cuore si staccava, perche’ l’America faceva per me. Il ricordo di questo suo presentimento e’ legato a quello della mia partenza. Una vibrazione fortissima…mi emoziono ancor’oggi, a ripensarci. MEZZA EUROPA PRIMA DEGLI USA – Subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica a Genova, alla fine degli anni Ottanta, sono stato assunto dalla Ansaldo, per il settore nucleare. Girare tantissimo (Repubblica Ceca, Russia, Ucraina, Bulgaria) ha rafforzato la mia propensione a viaggiare aprendosi a culture, a influssi e storie diverse dalla tua. Esperienza molto interessante, professionalmente ma anche dal punto di vista umano. In Russia ad esempio, alla fine dell’epoca di Gorbaciov, con l’ultimo barlume di comunismo e l’inizio della nuova Russia. Con colleghi e clienti, i contatti erano molto basati su rapporti umani. Li’ non fai business ad un certo livello se non passi giorni e notti a bere, parlare conoscersi. Poi ho accettato un posto di direttore in America per la Marconi. “Sei mesi-un anno. Quando hai creato la struttura, rientri e vai da un’altra parte”, mi dicevano. RESTARE PER AMORE – Ricordo il mio arrivo a Pittsburgh, Pennsylvania. Prima riunione. Poi il sabato, mi alzo e in due ore finisco il giro della citta’… resto un po’ sgomento: se ho girato tutto in due ore… domenica sera due colleghi italiani della Marconi mi invitano a cena.. a quella cena c’e Courtney, oggi mia moglie (nella foto). E’ scattato subito qualcosa e’ cambiato presto tutto nell’essere qui, nella professione. La molla che ti da’ la motivazione e la forza per radicarti viene dall’amore: per una donna, la natura, il lavoro, la cultura, una persona… quelli che sono venuti e poi se non sono andati via non l’avevano. Magari erano venuti per una passione venale come i soldi, o alcuni professori per una motivazione accademica, avere nel curiculum un anno a Stanford o Berkeley. DAL BOOM AI TAGLI – Alla Marconi ero direttore ufficio acquisti per Nordamerica, un budget di centinaia di milioni di dollari all’anno. All’epoca c’erano 56mila dipendenti di cui 4.000 in America. Una crescita cosi’ veloce che la struttura aziendale non era adeguata. Ho vissuto gli anni piu’ difficili, arrivando a bolla gia’ pronta a scoppiare… Ho dovuto affrontare per esempio la cultura del licenziamento: in America sai che puoi essere licenziato in qualsiasi momento. Nel frattempo pero’ come professionista avevo un mercato. Ed ho trovato un altro posto, alla AnsaldoBreda. Obiettivo: rilanciare l’azienda, per tutto il 2005. Poi la nuova sfida a San Francisco. Vendiamo treni per metropolitane, come in Italia. Vendita e manutenzione, per ora, in futuro anche produzione. Abbiamo gia’ due fabbriche a Boston (in chiusura) e Pittsburg California… per servire San Francisco e Los Angeles. Un centinaio di dipendenti, fatturato di decine di milioni di dollari… Nel piano di sviluppo anche l’obbiettivo di realizzare qualcosa di particolare che non e’ stato fatto in Italia. MENTALITA’ SUL LAVORO – Ci sono differenze abissali, nella mentalita’ sul lavoro, tra Stati Uniti e Italia. A partire dal valore del tempo. In America, una riunione alle 8 inizia alle 8 e se e’ fissata un’ora di durata, un’ora dura. Hai un’agenda con i punti da trattare. Se non si raggiunge un accordo, ci si rivede un altro giorno per continuare, e non si tira invece per le lunghe. Perche’ magari dopo c’e’ un’altra riunione e puo’ essere piu’ produttivo fare cosi’… C’e’ un valore del tempo ed il rispetto per quello degli altri… GERARCHIA E CONTRIBUTI – In Italia la gerarchia nella catena di comando si sente moltissimo. Se in una riunione sei col tuo capo o il capo del tuo capo, lui parla, tu parli solo se interpellato. In America invece c’e’ un senso di rispetto ma se il tuo capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire anche nel corso della riunione e lui non si offende, Questo e’ un concetto di un’importanza straordinaria… In quante milioni di riunioni magari il 10% di quegli errori potevano essere evitati se l’ultimo ingegnere avesse potuto dire la sua? Questo fa parte di valori fondamentali in America: certo c’e’ chi guadagna di piu’ ma tutti contano… in Marconi ogni due mesi c’era un evento, Town Hall, l’amministratore delegato fa una presentazione tutti sono presenti o collegati, alla fine chiunque poteva intervenire e a volte porre domande imbarazzanti. Una volta, uno si e’ alzato dicendo che i gabinetti del suo ufficio erano costantemente sporchi. L’amministratore delegato non si e’ messo a ridere ma gli ha risposto seriamente che il giorno dopo avrebbe chiamato il responsabile per chiedere spiegazioni. E nessuno ha riso. Perche’ di fondo c’e’ un apprezzamento generalizzato delle idee degli altri. Si vuole dare un messaggio unificante, i manager devono poi implementare quello che l’amministratore delegato dice… e fai in qualche modo branding. IN AZIENDA TUTTI SANNO – Le comunicazioni in azienda, sono un’altra enorme differenza tra l’Italia e Usa. Se chiedi in Italia a qualsiasi dipendente quali sono le indicazioni di lungo e medio termine nell’azienda in ci lavora… sai queste cose?

Aggregare i contenuti online, la scommessa di Michele Ursino con Foldier

Una pizza con un gruppo di ragazzi a Genova, durante una temporanea trasferta da Silicon Valley. Un piccolo capitale raccolto fra amici e parenti. Scommettendo su un nuovo software che potrebbe risolvere i problemi di molti utenti, che al computer oggi si trovano a dover riordinare contenuti diversi, sparsi non piu’ sul desktop ma in applicazioni Internet tra loro scollegate. La scommessa e’ quella di Michele Ursino, uno dei soci fondatori di Baia (Business Association Italy America), giovane imprenditore bolognese da anni in California, che ha ideato Foldier, un programma ancora in fase di sperimentazione, per coordinare i diversi contenuti oggi sparsi su applicazioni Internet. ESORDIO CON LA COMPUTER GRAPHIC – Dopo sei anni di lavoro a San Francisco ho voluto fare qualcosa di speciale, ho capito che era il momento di aprire una mia azienda. Ero arrivato nel 1999 lavorando per Actify di cui ero vicepresidente engineering e capo della ricerca e sviluppo e sono rimasto oggi collaboratore. Ma l’esordio negli Usa, dopo i dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, l’avevo fatto a Washington nel 1997, lavorando alla HT Medical, una societa’ di prodotti per la salute, per la quale come esperto di computer graphic avevo lavorato ad un programma di simulazione per consentire ai chirurghi di fare pratica con interventi chirurgici virtuali. “Vengo e lavoro gratis per sei mesi. Se vi piace quel che faccio, mi tenete”, avevo detto. E cosi’ e’ andata. SUPERARE LE BARRIERE DELLA RETE – Dopo gli anni di Actify, del quale sono rimasto collaboratore, a fine 2006 ho iniziato Foldier, senza fondi o connessioni particolari, raccogliendo un finanziamento di meno di 100.000 dollari fra parenti e amici. L’idea e’ nata dopo aver riscontrato la frustrazione provocata in chi usa il computer dallo spostamento in corso di funzioni dal desktop alla Rete. Prima era solo la posta elettronica, ora anche diverse applicazioni di lavoro e aziendali. Un sistema sempre piu’ potente ma con contenuti sempre piu’ scollegati fra loro. Di qui l’idea di superare queste barriere e realizzare un sistema per l’utente medio, che organizzi tutti i dati che si tengono online su sistemi diversi, da Flickr a Facebook. Per ora e’ un prototipo, ma e’ un software molto ambizioso. Sono convinto che Foldier sia un sistema semplice e intuitivo per organizzare i propri dati. E se non dovesse riuscirci, magari qualcun altro che ci riuscira’. PONTE ONLINE CON L ITALIA – Io lavoro con un gruppo di ragazzi di Genova, incredibili per passione, iniziativa e voglia di fare, un esempio di quelle risorse che in Italia ci sono ma non riescono ad esprimersi. Mentre qui, gli sviluppatori sono le vere star, sono pagatissimi e intoccabili. Una pizza assieme a Natale, un accordo di collaborazione: loro mi aiutano a sviluppare il prodotto da Genova. Ora ogni domenica sera lo passo al computer, discutendo con loro attraverso Skype per due o tre ore del lavoro da fare. LAVORARE SU INTERNET – Internet procede a ondate, di novita’ e di societa’ nuove: Amazon, Yahoo e magari fra cinque anni altri nomi nuovi che si inseriranno. Certe grosse societa’ che fanno fatica a cambiare marcia, (in un campo che di novita’ vive). Microsoft e’ una delle poche che ci riesce, mentre Yahoo ad esempio non ha capito in tempo l’importanza delle inserzioni pubblicitarie legate alla ricerca online (che ha fatto la fortuna di Google). TALENTO ITALIANO – Quando sono venuto qui mi aspettavo gente straordinaria, visti i prodotti che vengono realizzati. Un po’ alla volta capisci che qui sono bravi ma noi italiani non siamo da meno. E che in Italia il capitale umano c’e’ ma non viene sfruttato. Una volta un venditore italiano di Actify mi ha detto: Si vede che questo software e’ fatto da italiani.. ha stile”… Non so se sia vero, certo e’ che altri, come gli indiani, che forse sono meno fantasiosi. Gli italiani sono bloccati dal passato, che gli americani non hanno, e che sembra svilire ogni novita’. Vengo da Bologna, una citta’ con un centro bellissimo.. ma il resto invecchia. I francesi questo blocco non ce l’hanno, hanno un passato ma per loro non e’ motivo per fermarsi.Qui il resto del post

Marco Marinucci, esperienza da ingegnere Google per favorire un ponte con l’Italia

Tra i pochissimi italiani a Google, societa’ principe di Internet, Marco Marinucci, ingegnere genovese, non ha mai tagliato i ponti con l’Italia. E’ lui anzi uno degli animatori di Mind the Bridge, l’iniziativa mirata a favorire opportunita’ a Silicon Valey per progetti italiani, di cui abbiamo parlato di recente, in questo post ed in quest’altro. Con Italiani di Frontiera, Marinucci ha parlato del suo lavoro in un’azienda che sembra incarnare lo spirito stesso di Silicon Valley. E di spunti che dovrebbero essere d’esempio per l’Italia, per un salto di qualita’ che richiede di cambiare il modo di pensare. Qui il sommario DA GIUNTI A GOOGLE – Sono a Google dal 2005. Fossi arrivato l’anno prima, sarei milionario, come tutti i dipendenti piu’ anziani, che hanno ottenuto stock option andate alle stelle. E molti, anche se milionari, sono ancora qui a lavorare. Originario di Genova, ho fatto li’ l’Universita’ (Ingegneria Elettronica) e a Madrid (MBA). Prima di Google, ero gia’ a Silicon Valley. Lavoravo per l’editore Giunti al progetto Giunti Labs, dopo aver lavorato in precedenza in Francia a Sophia Antipolis nella piccola Silicon Valley in Costa Azzurra. FILOSOFIA GOOGLE – Qui a Google, mi occupo di content partnerships, con progetti come Google Books (ricerca tra i libri) e Google Scholar (ricerca tra articoli scientifici). Il profitto e’ arrivato dopo ma non e’ mai stato l’obbiettivo principale della societa’, che e’ evidentemente una societa’ commerciale ma con una missione nobile: “l’organizzazione dell’informazione nel mondo, in maniera che sia utile ed universalmente accessibile”. E’ stato il principio dei due fondatori , Sergei Brin e Larry Page, che sono partiti con un progetto sviluppato all’Universita’ di Stanford, dove non hanno piu’ finito il loro dottorato, e lo e’ ancor oggi che ci sono circa 20.000 dipendenti e un fatturato lo scorso anno di oltre dieci miliardi di dollari. In questo percorso, persone da tutto il mondo (di italiani siamo solo una dozzina) vengono scelte in base alla loro capacita’ di poter ampliare questo sistema di diffusione della conoscenza. Ed e’ una selezione lunghissima. Per me e’ durata nove mesi, con una trentina di colloqui con persone diverse ed alla fine una presentazione generale al senior management. MEZZI E CONTENUTI – Noi cerchiamo di sviluppare prodotti sempre nuovi per questa diffusione della conoscenza, diffusione “democratica” e senza preclusioni per i contenuti stessi, dei quali per questo non ci occupiamo, a differenza di altri motori di ricerca che spesso sono caduti nella tentazione di mescolare le due cose. Vogliamo evitare che si possano discriminare in base alle scelte o al gusto individuale. ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO – Non ci sono orari, lavoro estremamente flessibile ma ci sono obbiettivi trimestrali che si verificano assieme ai propri capi. Google e’ una societa’ aperta, la sede ha una palestra, sauna, piscina, asilo, ristoranti gratuiti. Ogni venerdi’ pomeriggio riunione raduno con Page e Brin. Partecipano quasi tutti i dipendenti nella sede e molti altri in videoconferenza. Ognuno puo’ porre domande o inserirsi negli appuntamenti con i due capi. MARKETING – Non c’e’ pubblicita’ per i nuovi prodotti Google ma si conta sulla diffusione del passaparola. Se il prodotto funziona lo si vede da solo e va avanti. Altri invece vengono accantonati dopo un po’ se i nostri utenti non reputano essere innovativi. Una diffusione virale, come indicato nel libro “The Tipping Point”. Come e’ successo ad esempio a Orkut, uno strumento di social netwoking ideato da un ingegnere turco e che porta il suo nome, diventato la principale rete di questo genere in India e Brasile. (120 milioni di utenti nel mese scorso secondo Wikipedia). NEGATIVITA’ ITALIANA – Questo spirito positivo e’ proprio agli antipodi, rispetto a quanto si avverte in Italia, dove si percepisce una negativita’ diffusa che va oltre la situazione politica ed economica. E’ stata la generazione dei nostri genitori con alle spalle la fame e la guerra a fare le cose migliori, non certo la nostra. Basta passare la frontiera e andare in Spagna ed avere la sensazione opposta. La percezione che li’ “si puo’ fare” quello che in Italia si e’ rassegnati a non tentare. RISCHIO E FALLIMENTO – Perche’ per innovare bisogna provare e magari sbagliare. Ricerca e innovazione vanno di pari passo con il rischio. Bisogna tentare strade nuove senza paura di fallire. Lo sanno i venture capitalist, che investono su idee diverse sapendo che alcune (poche) frutteranno ed altre (la gran maggioranza) falliranno. E nel mondo del lavoro qui e’ cosi’, si rischia si accetta di poter fallire. Pazienza, si ricomincia da un’altra parte. Questo sembra inaccettabile in Italia, dove il fallimento non e’ un tappa di un percorso ma una disfatta. E la bancarotta di una societa’ e’ sinonimo di bancarotta fraudolenta… UNIVERSITA’ – Non credo sia l’Universita’ il problema dell’Italia. Le nostre come insegnamento sono generalmente qualificate, anche se sono poco aperte all’estero e non hanno quell’interscambio col mondo delle aziende che significa opportunita’ di lavoro ed occasioni di sbocco professionale. BUSINESS PLAN – La base sulla quale si progetta qui un lavoro ed una nuova impresa, come farla nascere e come svilupparla e’ il business plan. Ma chi lo sa fare, in Italia? Nelle aziende non si usa, nelle Universita’ non lo si insegna. ESEMPI DA SEGUIRE – I Paesi da tenere come punto di riferimento ed esempio per il loro ruolo nello sviluppo tecnologico, sono India e Israele soprattutto. Hanno promosso il loro hi tech (in Israele con un impegno da parte del governo), ora hanno un’immagine consolidata nella Silicon Valley, dove le aziende di questi due Paesi sono presenti con il marketing e la ricerca di investimenti, mentre i prodotti vengono sviluppati in casa loro. E Israele e’ gia’ ad una seconda fase. ESEMPI ITALIANI – Ma ci sono anche aziende italiane sviluppate secondo questo modello. Penso a Funambol, che ha marketing e finanza qui, mentre sviluppa i suoi prodotti in Italia. E’ questa la strada giusta. UN PONTE CON L’ITALIA – Pochi giorni fa abbiamo concluso la prima edizione di Mind the Bridge. Un concorso

Enzo Torresi pioniere dell’hi tech: Olivetti a Silicon Valley, storia appassionante e amara

Alle origini della presenza italiana nel cuore delll’hi tech mondiale, mentre Silicon Valley stava diventando tale. Il contributo eccezionale e’ di Enzo Torresi, oggi partner fondatore di EuroFund, societa’ di venture capital, pioniere e memoria storica dell’ingegno made in Italy  oltreoceano. Che per Italiani di Frontiera ha rievocato la vicenda della presenza Olivetti a Silicon Valley, coincisacon la prima parte della sua straordinaria carriera. Storia appassionante, di intuizioni, grandi professionisti, sviluppo internazionale. Una storia purtroppo con un epilogo amaro. DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Universita’ con una societa’ che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offri’ 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’  solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di  Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi