Joan Baez, la studentessa rompiscatole a Palo Alto, che amò Bob Dylan e Steve Jobs

  A quindici anni aveva sentito per la prima volta un discorso sulla nonviolenza di Martin Luther King. E lei che  aveva già provato sulla sua pelle la discriminazione razziale, seguendo per gli Stati Uniti il padre Albert, scienziato messicano, uno degli inventori del microscopio a raggi x, si era commossa sino alle lacrime. Due anni dopo, a 17, aveva messo in atto la sua prima protesta nonviolenta, rifiutandosi di partecipare ad un’esercitazione antiaerea alla scuola che frequentava, nella Bay Area di San Francisco, la Palo Alto High School. E all inizi della carriera. nelle prime tournée  si rifiutava di suonare in luoghi in cui ci fosse segregazione razziale. Cosa che negli stati del Sud significava esibirsi soltanto nei college per studenti afroamericani. Il suo destino era diventare la voce e un’icona globale della protesta giovanile. Nata il 9 gennaio 1941, Joan Baez ha compiuto lo scorso gennaio i 75 anni. A diciotto anni, al primo Newport Folk Festival, 1959, la sua prima importante esibizione, l’anno successivo il primo disco, “Joan Baez”, poi l’incontro (e una breve discussa storia d’amore) con Bob Dylan che consacra il suo ruolo di  cantante simbolo di quella stagione di contestazione, alla discriminazione razziale, alla guerra in Vietnam.   Un ruolo di impegno civile al quale resterà sempre aaa Il 24 luglio 1970 il suo primo concerto in Italia, a Milano, E una delle sue primissime apparizioni fu con un gruppo giovanile, per un raduno di Beth Jacob congregazione ebraica di Redwood City.

Italiani i più pessimisti al mondo, dice indagine di fine 2015 WIN/Gallup. No, non stiamo peggio di tutti: abbiamo bisogno di una Rivoluzione Culturale

Questo post è stato pubblicato su Linkiesta con il titolo: L’Italia dei musi lunghi. Siamo più pessimisti di greci, iracheni e palestinesi Ma è mai possibile che il record portato a casa nell’ultimo giorno dell’anno sia quello di popolo più pessimista del pianeta? Possibile che riusciamo a formulare per il nostro futuro previsioni più negative di altri alle prese con situazioni forse più gravi come iracheni, greci e palestinesi? Eppure la 39° Indagine di fine anno 2015 sulla felicità nel mondo diffusa alla mezzanotte del 30 dicembre da WIN/Gallup International e condotta interpellando un campione di 66.040 persone di 68 Paesi, assegna proprio all’Italia una scomoda maglia nera. A dirsi felici quest’anno sono stati il 66% degli interpellati (in lieve calo dal 70% del 2014). A dichiararsi infelice è stato il 10% (in aumento del 4% rispetto al 2014), cosa che ha indotto i ricercatori a definire un “indice netto” di felicità globale del 56%. A guardare con ottimismo alle prospettive economiche del 2016 è il 45% degli interpellati, più 3% sul 2014, più del doppio del 22% dei pessimisti. Ma se l’indice di felicità vede in testa Colombia (85%), Figi e Arabia Saudita (82%) , in coda Iraq (- 12%) Tunisia (7%) e Grecia (9%), è la classifica che combina ottimismo e felicità a penalizzarci: in testa Bangladesh (74%), Cina (70%) e Nigeria (68%). In coda, prima dei pessimisti/infelici proprio gli italiani  (-37%), peggio di irakeni (-35%), greci (- 28%) e palestinesi dei Territori Occupati (-27%), con un indice globale del 54% di ottimisti contro un 16% di pessimisti. Ora, pur muovendoci su un terreno scivoloso, visto che sventolare la bandiera dell’ottimismo è stato per anni monopolio dai leader politici, passando agevolmente di mano da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, lo vogliamo dire che questo primato dei musi lunghi è davvero esagerato? Possiamo finalmente provare a domandarci se in un mondo sempre più complicato, oltre a problemi e difficoltà innegabili, che non sono però un’esclusiva del BelPaese, forse questo guardare al futuro sempre a tinte fosche non è realismo impietoso ma ha anche una matrice culturale? E forse l’avventura di Italiani di Frontiera, che gira tutta l’Italia e torna periodicamente a Silicon Valley, incontrando persone fantastiche di qua e di là dell’oceano, aiuta a capirne le ragioni. ALLINEARSI ALL’OPINIONE RICORRENTE Attento studioso dei nuovi fenomeni sociali, vecchio amico di IdF e compagno di viaggio un paio d’anni fa in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valey Tour, Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali all’Università di Catania sottolinea a questo proposito l’importanza della cosiddetta Spirale del Silenzio. Una teoria che analizzando il potere persuasivo dei mass media, tv in particolare, gli riconosce la forza di enfatizzare i messaggi prevalenti. In sostanza, un singolo interpellato per un’indagine sarebbe indotto ad allinearsi a quello che è il messaggio che ritiene condiviso dalla maggioranza, in questo caso una prospettiva negativa per il proprio Paese. Difficile confutare il fatto che siano le cattive notizie a dominare nell’informazione quotidiana, rimbalzando da tutto il pianeta. E certo individuare e denunciare problemi, drammi e disservizi è doveroso e sacrosanto. Ma c’è molto altro, in questa esasperata propensione nostrana al pessimismo, che forse alla fine dell’anno, con i buoni propositi per il 2016, dovremmo finalmente affrontare senza timore di impantanarsi in duelli fra gufi e iperottimisti. POCO PROBLEM SOLVING, TROPPO “PROBLEM CREATING” Nel Paese che diede i natali a un personaggio capace di coniugare come nessun altro cultura umanistica, scienza e tecnologia, un certo Leonardo, che continua a sfornare oggi straordinari talenti capaci di affrontare con successo le mille sfide dell’innovazione e della conoscenza, combinando competenze diverse, per questo corteggiati e contesi in tutto il mondo, ebbene in questo Paese nel 2015 che volge al termine l’attenzione e l’ammirazione per chi risolve problemi è crea soluzioni è scostante, distratta, infinitamente minore rispetto a quella che si dedica a chi i problemi li denuncia, magari urlando, spesso col dito accusatorio puntato contro qualcun altro, che ha tutte le coppe e a cui spetta trovare soluzioni. Mentre il mondo dell’innovazione, da quello delle startup al movimento dei makers, corre celebrando la cultura del “problem solving”, noi siamo ancora zavorrati al “problem creating”, rivoli infiniti di potere e sottopotere che sopravvivono grazie alla complicazione e a ostacoli insulsi che nascondono microrendite di posizione. Con una parte di intellettuali e opinion makers specializzati solo nel criticare e denunciare (compito prezioso, ci mancherebbe) ma spesso del tutto indifferenti, se non diffidenti, nei confronti di chi crea costantemente soluzioni, attraverso nuovi prodotti o nuovi sistemi che migliorano la nostra quotidianità, specie se queste soluzioni sono fuori dagli schemi o contraddicono pregiudizi ideologici. Forse è per questo che nella vetrina dei media chi grida, chi celebra quella che Julio Velasco, allenatore e guru, ha ben definito “cultura degli alibi” (è sempre colpa di qualcun altro”) la fa da protagonista, mentre chi inventa o risolve non merita attenzione.  Questa propensione a veder nero nasconde una crisi profonda e irreversibile. Non dell’Italia, che non è affatto votata a una decadenza senza speranza come troppi sostengono. Ma di modelli culturali attraverso i quali, per troppo tempo, troppe persone hanno interpretato il mondo. E che a mio giudizio stanno franando. IL FAMILISMO AMORALE CHE ANCORA CI AFFLIGGE Questi modelli sono alla base di quello che negli anni Cinquanta un celebre studio di Edward C. Banfield definì familismo amorale e del quale non ci siamo ancora liberati. L’idea cioè di poter favorire con vantaggi di breve termine i membri della propria cerchia, a scapito degli altri, con l’idea che tutti si comportino allo stesso modo. Uno sperpero che in un mondo sempre più Villaggio Globale non ci possiamo più permettere. In un Paese che a oltre 150 anni dall’unità ancora fatica a riconoscersi in un’identità condivisa, in valori quali meritocrazia, senso civico e responsabilità individuale, retaggio della cultura protestante, le due matrici culturali principali che permeano la società, quella cristiano cattolica e quella socialista comunista, ci hanno assuefatti a diffidare dell’iniziativa individuale e a

“Diventare Italiani di Frontiera”. Un happening didattico multimediale interattivo organizzato con gli studenti all’ITC di Conegliano

  Dopo una settimana straordinaria fra Milano, Courmayeur, Roma, Bologna e Gorizia… Italiani di Frontiera di scena nell’ultimo appuntamento prima di Natale. Con un esperimento inedito: un happening didattico multimediale interrativo di oltre due ore, in una scuola del Trevigiano. Prodotto e condotto da IdF… “Open Your Mind. Diventare Italiani di Frontiera” “NON spegnete i cellulari…” Happening multimediale interattivo ITC Marco Fanno di Conegliano, martedì 22 dicembre dalle 10.30 Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana alla NASA, nel team che ha inviato la sonda New Horizons su Plutone, sarà l’ospite d’onore, con un collegamento via Skype, all’evento “Open Your Mind. Diventare Italiani di Frontiera” domani martedì 22 dicembre dalle 10.30 all’ITC Marco Fanno di Conegliano, organizzato da un gruppo di studenti della scuola, coordinati da Andrea Fanton, prodotto e condotto da Roberto Bonzio, giornalista autore del progetto Italiani di Frontiera, con il contributo di Méthode,www.methode.it), società di consulenza trevigiana specializzata in Business Advanced & Predictive Analytics”. Sarà un esperimento di happening didattico multimediale interattivo: ai ragazzi chiederemo infatti di NON spegnere i celulari ma di usarli per condividere e diffondere immagini, idee e parole chiave dell’incontro, interagendo nel frattempo con gli ospiti. L’esperienza che ha dato origine a questo progetto, un viaggio nel talento italiano attraverso le storie di connazionali di successo a Silicon Valley, sarà il punto di partenza per un percorso carico di idee, immagini, musica, suggestioni e testimonianze, per ispirare i ragazzi allo spirito d’impresa, al credere nei propri sogni come base per il proprio futuro professionale. L’evento verrà raccontato in diretta dai ragazzi sui principali social network (#openyourmindmf) e vedrà la partecipazione di diversi ospiti. – Elena Pessot flautista e docente innovativa di musica, di Conegliano  – Paolo Francis Quirini, storico e autore pordenonese di nobili origini veneziane . Federica Meroi, archeologa responsabile marketing di un’innovativa azienda hi tech di Udine: Alfasistemi – Maura Bertanzon, giovane giornalista con esperienza in Reuters e Corriere della Sera, collaboratrice della Regione Veneto a Bruxelles – Carlo Felice Dalla Pasqua giornalista del Gazzettino, pioniere nell’uso di tecnologie e social media, che interverrà via Skype. – Diego Sossai Managing Partner dell’azienda Méthode.

Missione compiuta per Lorenzo Thione: dopo Bing e il software, oggi l’esordio con un musical a Broadway

Piccolo teatro Off Broadway, un giovane ingegnere italiano di grande successo, studi al Politecnico di Milano e University of Texas, a New York dopo un’esperienza a Silicon Valley, siede col suo compagno in platea, vicino a una coppia di altri uomini che inizia a commentare una serie di spettacoli che anche lui aveva visto. Uno è un volto celebre, un signore anziano già protagonista della serie di culto televisiva Star Trek.   La curiosità diventa amicizia ma solo per caso il giorno dopo i quattro si ritrovano di nuovo seduti vicini in un altro teatro.  Quando il volto celebre viene rigato dalle lacrime. L’ingegnere si incuriosisce e chiede il perchè di quella commozione. L’attore risponde che il dramma sul palco gli ricorda quello vissuto dalla sua famiglia, immigrati di origine giapponese che all’indomani di Pearl Harbour si trovarono trattati da nemici in quella che consideravano la loro nuova patria, internati in campi di concentramento. L’emozione si trasforma in ispirazione. L’idea di rievocare quella pagina dolorosa per un’intera comunità su un altro palcoscenico. In un musical. Storia di ieri con temi di straordinaria attualità: identità, immigrazione, determinazione. Dopo una lunga gestazione, un esordio a San Diego e un mese di previews col pubblico di New York, “Allegiance” (Fedeltà) fa il suo esordio ufficiale a Broadway martedì 10 novembre. L’interprete principale, George Takei, classe 1937 nel frattempo è diventato una star del web, protagonista di un’attenta campagna di promozione sui social media. Produttore e coautore del musical Lorenzo Thione, comasco di nascita, milanese d’adozione, che dopo aver conquistato la ribalta nel mondo hi tech per aver gettato nel 2008 le basi del motore di ricerca di Microsoft, operazione da 100 milioni di dollari, a poche settimane da un incontro con il presidente Barack Obama completa ora uno straordinario percorso professionale: dal software al musical, da Bing a Broadway. Fra i protagonisti di questo progetto e del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA), Lorenzo ha concesso questa intervista in esclusiva, alla vigilia dell’esordio a Broadway. – In questo musical c’è qualcosa della tua esperienza personale? “La mia esperienza ha avuto un impatto enorme su questo lavoro con due autori, uno italiano l’altro americano di origine cinese… Io sono arrivato come studente, ho avuto una determinazione molto mirata nel voler restare. E a dire la verità non ti fanno la vita facile: arrivi col visto da studente, devi trovare il modo di fermarti con visto di lavoro… nel mio percorso ci sono voluti quasi otto anni e mezzo. Nel frattempo, avevo costruito una vera vita, una famiglia, amici, un’esperienza di precarietà, ti sembra che da un momento all’altro possa succedere qualcosa per cui  tutto quello che hai costruito, per cui hai lavorato possa svanire, l’ho sempre percepita come una spada di Damocle, qualcosa  che non era sotto il mio controllo…”. – E come si integra la tu storia con una vicenda della seconda guerra mondiale? “L’esperienza di queste famiglie, i loro padri o i loro nonni venuti qui per realizzare un futuro migliore per sé e i propri figli e il vedersi  sottrarre da un momento all’altro tutto quel che avevano costruito, in maniera del tutto fuori dal loro controllo, a causa di questa precarietà determinata da un senso di percezione dei cittadini di origine giapponese come stranieri… in questa esperienza, anche senza questi aspetti drammatici, io mi riconoscevo: la sensazione che malgrado ti impegni a integrarti, a identificarti anche in una cultura, nelle norme sociali, c’è sempre una voce di sottofondo che dice: ma sei effettivamente completamente riconosciuto come parte della società? E’ una sensazione latente che ha avuto un ruolo nello scegliere questa storia”. – Qual è stata la cosa più difficile, per arrivare a Broadway? “Ottenere un teatro qui a Broadway,  uno dei palcoscenici che sono limitati e hanno un’enorme richiesta. E’ difficilissimo, c’è voluta una grande pazienza e quasi tre anni, ci sono voluti tempo e dedizione. Si tratta di un settore molto diffidente, di cui devi ottenere fiducia e stima per poter meritare questa opportunità. La vera prova sarà vedere se lo spettacolo piacerà o no. I prossimi mesi saranno cruciali per noi per capire se questo è un lavoro che piace al pubblico”. – E come si affronta questa sfida? “Devi avere un team estremamente differenziato, avere persone esperte di ambiti dei quali sai pochissimo, dunque la vera abilità è quella di mettere insieme la squadra giusta che può essere vincente.  Esordiamo dopo un mese di preview, con lo spettacolo che cambia ogni giorno, solo alla fine la vera apertura ufficiale. Il che significa ogni giorno, dopo lo spettacolo, ripensarlo di notte, alla mattina effettuare i cambiamenti, al pomeriggio le prove, tutto in base alle reazioni del pubblico, d’istinto. Ci scambiamo le impressioni sulle reazioni della platea attraverso l’evoluzione dello spettacolo, magari decidiamo un cambiamento di scena che richiede una settimana per essere realizzato”.   – Cosa c’entra un musical con l’esperienza precedente di imprenditore nel software? “Il percorso dello sviluppo di questo spettacolo è molto simile a quello del prodotto  software… richiede anni di impegno non solo della squadra che lo realizza ma pure feedback dal pubblico. Il copione oggi ha forse uno o due dei brani e delle scene dell’originale, tutto il resto è diverso. Hai uno percorso interattivo, di crescita, analisi, sviluppo… come se stessi facendo una scultura, ci vogliono anni e ogni volta che ritocchi all’improvviso capisci che devi rimodellare tutto in modo diverso… E’ un processo incredibile di scoperta, di cose dei cui non avevi idea, perchè non sai… le cose che non sai!  Ed è la stessa cosa che venture capital ed angels mi dicevano riguardo a come decidevano di finanziare o no un imprenditore. Vieni con un’idea ma l’unica cosa di cui devi essere certo e che non lo seguirai alla lettera. L’importante per i finanziatori era riconoscere se quella persona aveva la resistenza e l’abilità per cogliere queste svolte ed essere flessibili e motivati per andare nella nuova direzione scoperta.  Riciclarsi, cambiare direzione in risposta

Tour a Silicon Valley: il libro Italiani d Frontiera in quattro eventi nella Bay Area!

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che inizia lunedì 2 novembre sarà occasione per presentare nella Bay Area il libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, qui la rassegna stampa) che racconta attraverso storie, interviste e incontri nascita e sviluppo di questo progetto. Partito con una famiglia che qualche anno fa decide di vivere per qualche mese in California, trasferendosi da Sesto San Giovanni a Palo Alto, senza immaginare cosa sarebbe accaduto… Martedì 3 novembre primo appuntamento al meeting SVIEC, enoteca Donato di Redwood City, in una serata che avrà come speaker d’eccezione Kenny Lauer, Vice President of Marketing and Digital of the Golden State Warriors. Noi ci saremo con tutti i partecipanti al Tour, Jeff Capaccio ideatore e anima di SVIEC, partner essenziale per Italiani di Frontiera, dedicherà qualche minuto alla presentazione del libro di cui è fra i protagonisti. Sabato 7 novembre secondo evento, interamente dedicato al libro,  18.30 a Berkeley (Valley Life Sciences Building, Room 2060), ospite dell’Italian Society @ Berkeley (grazie mille Irene Ciuci e Fabio De Martino). “An Evening with Roberto Bonzio” niente meno! Qui le registrazioni. E alla fine ceneremo insieme… Ah dovrò prepararmi a presentare il libro in inglese. Ma l’ho già fatto con l’American Business Group a Milano… Mercoledì 11 novembre terzo evento nel cuore di San Francisco con gli amici di BAIA (grazie Franco Folini e Matteo Daste), presentazione alle 18 30 nella bellissima sede di  Squire Patton Boggs LLP, 275 Battery Street Suite 2600 (qui la registrazione) Giovedì’ 12 novembre infine quanto e ultimo appuntamento, in un luogo che ha un valore affettivo speciale, visto che durante i sei mesi trascorsi a Palo Alto, lì eravamo di casa con tutta la famiglia… l’elegante Stanford Shopping Center, ancora con BAIA  (grazie Sara Pirami, Maria Luisa Sacchi, Franco Folini, e Gabriele Bodda), alle 18.30 nel locale Tootsies, 700 Welch Rd Ste 150 Palo Alto, registrazioni nel gruppo BAIA di Facebook,  presentazione in italiano.   Oh quanti amici da invitare… un grazie speciale a tutti gli organizzatori, al Consolato generale d’Italia a San Francisco (amico straordinario di Italiani di Frontiera il console Mauro Battocchi!) e all’Istituto Italiano di Cultura (e al suo direttore Paolo  Bariera) che hanno sostenuto la promozione del progetto nella Bay Area.  

Con Italiani di Frontiera nuovo Tour a Silicon Valley. Ecco il programma

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno è ormai alle porte. Un gruppo più che mai eterogeneo ed agguerrito, la partenza sabato 31 ottobre. Ecco il calendario delle visite. Lunedì 2  inizio alla grande, con la visita a Stanford University e nel pomeriggio a SLAC, l’acceleratore nazionale gestito dall’Università. Martedì 3 novembre, le visite a due colossi di Silicon Valley,  Facebook e Oracle. In serata, eccezionale evento SVIEC da Donato Enoteca a Redwood City: speaker Kenny Lauer, VP Digital Marketing dei Golden State Warriors, vincitori dell’NBA! Mercoledì 4 sarà la volta di una novità per il Tour, prima visita a Dropbox, poi il ritorno a Novedge, che nel frattempo ha cambiato sede spostandosi nel cuore di San Francisco. In serata, altra preziosa occasione di networking con l’aperitivo con gli amici di BAIA. Giovedì 5 novembre l’attesa trasferta a Cupertino, con un incontro davanti alla sede di Apple, poi nel pomeriggio  a San Josè, per scoprire i segreti di a3Cube. Aggiornamento last minute, terza visita fuoriprogramma, 17 30 dal bravo Francesco Lacapra, veterano Olivetti e imprenditore oggi con Peaxy. Venerdì 6 gran finale, con la visita al quartier generale di Google Mountain View, poi altre due novità per il Tour, accolto prima da Bootupworld a Menlo Park, poi a Sunnyvale per la prima volta a LinkedIn!   Finite le visite, per me il… tour de force proseguirà piacevolmente con tre presentazioni del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley”: sabato 7 a Berkeley, mercoledì 11 nel cuore di San Francisco, giovedì 12 in un posto in cui eravamo di casa con la mia famiglia nei sei mesi in cui è nato Italiani di Frontiera: Stanford Shopping Center!.      

Jack Sarfatti, incontro con lo scienziato eccentrico che ha ispirato “Doc” di “Ritorno al Futuro”

  Lo stralunato “Doc”, il dottor Emmet Brown di “Ritorno al Futuro” è ispirato proprio a lui, che negli anni Settanta è stato una figura di punta della scienza quantistica e contemporaneamente della controcultura californiana. Scienziato eccentrico, Jack Sarfatti classe 1939 vive ancora a San Francisco,  dove Italiani di Frontiera lo ha incontrato nel corso di un recente viaggio. Una chiacchierata preziosa, che viene pubblicata non a caso il 21 ottobre 2015, giorno in cui nel celebre film professore e studente protagonisti del film di Robert Zemekis del 1985 compiono il viaggio nel tempo. Con i suoi studi, Sarfatti  che in passato ha trascorso anche un periodo di studi a Trieste, al Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, per una ricerca sui mini buchi neri, ha fornito spunti ad altre pellicole imperniate su viaggi nel tempo, come “Terminator due: Il Giorno del Giudizio” e “L’Esercito delle Dodici Scimmie”. Nel recente “Come gli hippie hanno salvato la fisica” (Castelvecchi), David Kaiser docente di Fisica all’MIT ha illustrato il ruolo di un gruppo eccentrico di scienziati degli anni Settanta che combinavano ricerca d’avanguardia agli esperimenti di misticismo orientale e telepatia, test di mobilità psichica attingendo dal subconscio, uso dell’LSD… percorrendo una nuova importante frontiera: quella della fisica quantistica. Si riunivano spesso in una stanza del Lawrence Berkeley National Laboratory, si chiamavano Fundamental Fisiks Group e il loro eccentrico leader era proprio Sarfatti. “La teoria dei quanti rappresenta ancora oggi uno dei più eccitanti orizzonti della fisica. Eppure in pochi conoscono il grande contributo che a questa disciplina hanno dato gli eccessi del movimento New Age degli anni Settanta. Molte delle idee che sono alla base della fisica dei equanti, ebbero origine dalla frenetica controcultura di quegli anni, da un fecondo miscuglio di bong, viaggi con l’LSD, misticismo orientale, teorie del complotto ed entusiastiche fedi nell’Era dell’Acquario”, ha scritto Kaiser. Secondo il quale, sarebbero  stati loro a recuperare in qualche modo quell’intreccio fra ricerca scientifica e tensioni filosofiche ed esistenziali che era stato naturale sino agli anni Venti per geni con Albert Einstein e Niels Bohr, ma era stato mortificato, piegando la ricerca alle esigenze belliche, con secondo conflitto mondiale e Guerra Fredda. – Kaiser vi assegna un ruolo importante. Davvero negli anni Settanta avete dato una svolta alla fisica? “E’ un libro storico quello di Kaiser, racconta la storia di come io e i miei amici abbiamo iniziato a parlare di Quantum Entanglement (correlazione quantistica) oggi un aspetto importante. Ma all’epoca quando ne parlavamo molte figure di spicco della fisica dicevano no, non è importante… oggi c’è un settore di miliardi di dollari che è uscito da quelli che furono i nostri sforzi di allora e il libro documenta tutto questo”. – E com’è successo che Hollywood si sia ispirata a te per il personaggio di Doc in “Ritorno al Futuro”?  “Negli anni Settanta incontrai Eleaonor Coppola, moglie di Francis Ford Coppola, ad un seminario in cui ero stato incaricato di svolgere un aggiornamento sulle ultime novità della fisica. Ely aveva con sé una copia del mio libro Space-Time and Beyond scritto con Fred Wolfe e Bob Toben. Le portò me e Fred a casa sua alle tre di notte e Francis Ford Coppola scese dalla camera da letto molto contrariato dicendo: Non mi piace questa roba penso siano scemenze…” è così che io e Francis ci incontrammo e passai poi un bel po’ di tempo con lui e i suoi amici come George Lucas… una volta portai ad una festa, a casa di Francis, Uri Geller (controverso personaggio israeliano che sosteneva di possedere poteri psichici ndr), con me c’era pure Jacques Valèe, che divenne poi consulente tecnico per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977 Steven Spielberg ndr). Poiché il mio libro parlava di viaggi nello spazio, è stato così che è stato creato il personagio di Ritorno al Futuro. Credo che anche Eli Coppola abbia fatto un film sui viaggi nello spazio, era un tema che la intrigava molto”. – I viaggi nel tempo sono il tema di uno dei più interessanti film di fantascienza degli ultimi anni, Interstellar di Christopher Nolan… “La fisica in Interstellar è la migliore che ci sia stata nella fantascienza, perché è stata creata da Kip Thorne, fisico di prim’ordine del CalTech. L’ho incontrato la prima volta attorno al 1967… quando ho ho visto il fim sono rimasto impressionato anche dalla colonna sonora… forse un po’ confuso all’inizio ma di sicuro un bello sforzo e parla di quelo che è davvero la fisica”. – Davvero ci sarà la possibilità di percorrere questi tunnel spaziotemporali? “Non sono sicuro di esser d’accordo con l’uso di Kip Thorne della quinta dimensione per spiegare i suoi effetti. Penso ci sia un altro modo per arrivare ai wormholes (tunnel spazio-temporali) ma penso la questione centrale è che dischi volanti e fenomeni Ufo sono per me prove che forme di intelligenza (aliena ndr) visitano la Terra e l’hanno visitata per molto tempo, forse migliaia, milioni di anni ed hanno influenzato la nostra storia. Infatti penso che la Bibbia sia un libro di Ufo. Se pensi ai profeti, che hanno visioni e vedono le stesse cose in cielo… – Un futuro che ha condizionato il passato? “Io ho anche il sospetto che chi ci ha progettato… siamo stati noi stessi, provenienti dal futuro, con un viaggio nel tempo. E c’è uno degli amici di Kip Thorne, Igor Novikov, fisico russo, che ha scritto di questo anello del tempo”. – Vuoi raccontare quali sono le tue radici italiane? “Il padre di mio padre era cugino di Margherita Sarfatti, intellettuale molto conosciuta in Italia che sfortunatamente in qualche modo creò Benito Mussolini (Margherita Sarfatti 1880-1961 fu appassionata sostenitrice, collaboratrice e per lunghi anni amante di Mussolini ndr) … ma c’era pure un Sarfatti che fu medico personale di Papa Giulio II e professore di anatomia di Michelangelo…”            

Addio a Morando Morandini, grande critico cinematografico e amico

Per me che sono un maniaco di cinema, lui è sempre stato il migliore. Morando Morandini che ho avuto l’onore di avere come collega e amico, decano dei critici cinematografici e autore del celebre dizionario del cinema che porta il suo nome, era capace di abbinare cultura cinematografica e umanità, con un’apertura mentale che gli consentiva di giudicare senza quegli stereotipi e pregiudizi che spesso fra simpatie e antipatie condizionano molti critici. Capace per questo di ammettere gli errori, come l’aver firmato all’epoca una lettera contro il commissario Calabresi. E di esaminare con straordinaria intelligenza e lucidità l’Italia e il suo degrado culturale. Un amico oltre che una leggenda. Eravamo stati colleghi nella redazione del Giorno. Poi quando seguivo per Reuters la Mostra Internazionale del Cinema, era diventato un appuntamento fisso e una delizia, il bilancio alla vigilia della consegna dei Leoni con lui, una carrellata impressionante per competenza e memoria di quanto era passato sugli schermi. Da rileggere, quelle straordinarie panoramiche, come quelle sulle ultime mostre seguite assieme ( alla Mostra del 2008, poche settimane dopo il ritorno dall’avventura USA e nel 2009, quando ormai guardavo la rassegna con un occhio rivolto a Italiani di Frontiera  ed ebbi pure l’occasione di fare un’intervista per me memorabile al regista Peter Greenaway, sul futuro del cinema già iniziato). Morando aveva pure collaborato alla mia tesi su Harpo Marx, che è stata ricca di spunti poi per la realizzazione di IdF… e aveva partecipato pure alla memorabile festa di laurea, con il blues di un altro amico scomparso, Guido Toffoletti (1951-1999), che ho raccontato su Italiani di Frontiera! Morando se n’è andato l’altro giorno a 91 anni. Non ti dimenticheremo, grazie Morando.

Cinquant’anni fa il primo personal computer stupiva New York. Era italiano, la P 101 “Perottina” Olivetti

Steve Jobs aveva dieci anni quando  nello stand Olivetti del BEMA di New York, il salone dell’elettronica,  il pubblico trascurando le macchine da scrivere si mise a cercare incuriosito il fascio di cavi che di sicuro collegava quella macchina grande come una telescrivente a un “computer-armadio” nascosto chissà dove… perchè quella macchina da tavolo veniva presentata come un computer! Il 14 ottobre 1965 fece il suo esordio pubblico quello che è considerato il primo personal computer la P101 Olivetti, ribattezzata  “Perottina” poiché era stata realizzata da un manipolo di “ingegneri folli” capitanati da Pier Giorgio Perotto, una storia che viene spesso rievocata nelle conferenze Italiani di Frontiera. E alla quale La Stampa  ha dedicato un bell’articolo. Tutta la storia della leggendaria P101 è raccontata nella pagina di storia del sito di Olivetti Eccone un estratto. “…Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.. . nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina” …Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti. Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto. Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101… …Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965… …Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti…”. Oltre che fucina di straordinaria innovazione, come ricordato anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” la Olivetti è stata pure il trampolino di lancio per tanti protagonisti di questo progetto incrociati a Silicon Valley, come ricorda questo post pubblicato nel 2010, nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti. Qui invece l’intervista 2008 realizzata per Reuters a Laura Olivetti, presidente dell’omonima fondazione.

Italiani di Frontiera, progetto e libro di scena a TV2000 e nel portale Voglio Vivere Così

Due vetrine importanti nei giorni scorsi per Italiani di Frontiera. TV2000 nel programma “Siamo Noi” puntata dell’8 ottobre 2015 dedicata al tema della fiducia, ha ospitato due miei interventi a 1h 02’58” e 1h 10’04”, per illustrare il progetto e raccontare in particolare una delle storie più significative, quella di Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America. Una bella intervista che ha permesso di spiegare come questo progetto è stato una svolta profonda, come scelta divita,è stata invece la bella intervista pubblicata su  Voglio Vivere Così, portale degli italiani nel mondo che hanno cambiato vita, a firma di Nicole Cascione.