In memoria di Pippa Bacca, artista uccisa mentre sfidava le frontiere

Ci sono tanti motivi per sfidare le frontiere: spirito d’avventura, voglia di scoprire l’ignoto, ricerca di un futuro migliore. Pippa Bacca, giovane artista milanese, aveva deciso di farlo per un ideale di pace. Un viaggio carico di valori simbolici: con un’amica, in autostop vestendo abiti da sposa, da Milano all’Oriente, per testimoniare un messaggio di fratellanza e comprensione tra popoli e culture diverse, documentando online la sua esperienza. La sua nobile missione, iniziata l’ 8 marzo, e’ finita tragicamente. Due mesi fa, l’11 aprile, dopo che da qualche giorno in Turchia Pippa non dava notizie, alla periferia di Istanbul e’ stato ritrovato il suo corpo e poco dopo arrestato l’assassino reo confesso, che prima di strangolarla l’ha violentata. Italiani di Frontiera le rende omaggio con ammirazione. E un motivo in piu’ per ricordarla, aver scoperto solo dopo la sua tragica fine che Pippa, nipote del celebre Piero Manzoni, era figlia di un nostro caro amico, di cui aveva certo ereditato la vitalita’. Questo il link alla pagina su Pippa di Wikipedia. Sul sito del suo progetto Brides on Tour, foto, resoconti e un’intervista (anche in inglese) a Silvia Moro che l’aveva condiviso con lei.

Paolo Siccardo: presto web e tv integrati, raggiungibili dappertutto

C’e’ ancora un diaframma sottile da abbattere, l’ultima barriera che la tecnologia presto superera’: quello fra sistemi televisivi e Internet, per completare una “convergenza” che vede il personal computer al centro delle comunicazioni dati, voce e video. Sulla strada verso un mondo in cui guardare la tv, telefonare e navigare nel web sara’ tutt’uno, c’e’ ancora un obbiettivo da raggiungere: l’ubiquità, cioe’ l’accesso a un mondo di notizie e immagini interattive da qualsiasi apparecchio, anche portatile. Su questo passo avanti, semplice per l’utente, molto complesso per chi deve integrare le soluzioni tecnologiche, ha scommesso un ingegnere savonese, Paolo Siccardo, fondatore e amministratore delegato di Digital Keystone, sede a Silicon Valley, Mountain View, non molto lontano da Google, un ufficio anche in Francia, ad Aix-en-Provence. Siccardo, che ha parlato con Italiani di Frontiera della sua esperienza, con riflessioni su Silicon Valley e sul sistema educativo USA, spiega in questo primo post la sfida che la sua azienda sta affrontando. INSEGUIRE L’UBIQUITA’ – Quella della convergenza e’ una visione quasi completamente realizzata, sia a livello di reti di telecomunicazioni (oggi già integrate) che a livello dei sistemi di consumo per gli utenti. In effetti non c’è più distinzione tra telefono, computer e televisore, tutti costruiti con tecnologie basate su microprocessori digitali. Oltre a quella barriera, un futuro prossimo di piattaforme integrate, da cui accedere a programmi televisivi e navigare in un tutt’uno, da qualunque schermo di casa (televisore o computer) e dagli apparecchi portatili, che rendera’ accessibile universalmente da ogni apparecchio un mondo di notizie e immagini interattive. ECOSISTEMA PRIVO DI ATTRITI – Subito dopo la laurea in ingegneria elettronica all’Universita’ Genova nel 1986, e grazie a un generoso invito dell’Università di Stanford, il mio primo impiego è stato in una start-up di Silicon Valley. All’epoca entrare in una grande azienda in Italia avrebbe significato mettersi a rivedere documenti. Facendo carriera? Certo, eventualmente, ma lo consideravo un percorso troppo soggetto a quella forma di “attrito” invisibile che permea l’atmosfera di molte imprese italiane. In Silicon Valley si può andare avanti senza sprechi, mentre in Italia ci sono costanti conflitti che costituiscono un vero e proprio sperpero di energia. La mia definizione di Silicon Valley è un ecosistema efficiente – privo di attriti – per chi vuole fare “high-tech”. L’ecosistema consiste di quella massa critica di personale, fornitori, finanziatori, partner e concorrenti su cui fare leva per creare e crescere una nuova impresa. EFFICIENZA FATTORE SOCIALE E CULTURALE – L’efficienza è però una questione sociale e culturale. Efficienza sociale significa in primis eliminare ogni ostacolo burocratico alla creazione di un’impresa; ridurre al minimo il costo del capitale per chi ha un’idea valida; proteggere fermamente la proprietà intellettuale, e finalmente premiare i risultati finanziari sia degli investitori che dei dipendenti. Efficienza culturale significa incoraggiare chi corre dei rischi e non stigmatizzare gli inevitabili insuccessi. Tutti i casi “storici” di Silicon Valley (da HP ad Apple a Google) si fondano soprattutto su un ecosistema privo di attriti. È proprio questa ricetta che ho cercato di applicare anche all’interno della mia azienda, la Digital Keystone, creata dopo quindici anni di lavoro in molte società del settore che mi hanno insegnato cosa imitare e anche che cosa evitare. Oggi la Digital Keystone ha un organico internazionale di professionisti, che progettano sistemi d’informazione con una struttura interna inusuale anche rispetto agli schemi della Silicon Valley. A partire dal principio delle porte aperte: eliminare ogni forma di attrito significa rimuovere ogni ostacolo, ogni impedimento a chiunque nell’azienda voglia discutere un’idea innovativa con chiunque altro, senza l’obbligo di seguire una scala gerarchica preordinata o di rientrare in uno schema fisso predefinito di progetto o di prodotto. Anzi, con l’aspettativa che qualunque percorso di progetto, anche non prescritto in precedenza, può essere valido se dimostra di risolvere meglio un problema. DISORDINE CREATIVO – In base alla mia esperienza, posso dire che nel campo del progetto di alta tecnologia ci vuole una buona dose di disordine creativo per scoprire le migliori soluzioni. In Europa e specialmente in Italia i rapporti professionali all’interno delle aziende seguono canoni sostanzialmente fissi e formali. In questo modo è difficile che una buona idea possa fiorire se non è ufficialmente all’ordine del giorno. Spesso però proprio le idee migliori vengono al momento sbagliato, non quando qualcuno ti chiede di esprimerle, così senza un rapporto informale e “disordinato” tra creatività individuale e requisiti di progetto industriale non si riescono a cogliere le opportunità più valide. I meccanismi sono molto semplici: un’organizzazione piatta, aperta, che favorisca l’interazione. Un processo di definizione degli obiettivi di progetto e di sviluppo delle soluzioni tecnologiche dove ogni tecnico è reso partecipe e contribuisce in prima persona al perfezionamento dell’architettura di sistema. E naturalmente l’uso di internet e di e-mail come meccanismi efficienti di comunicazione, che aiutano a riordinare i contributi e a generare automaticamente una traccia documentata di ogni progetto. Insomma un approccio creativo che consente di sviluppare tecnologia in maniera più efficiente e anche più ordinata. LA NOSTRA MISSIONE – Una “parola chiave” da usare è ubiquità. Noi lavoriamo in particolare sui contenuti televisivi digitali, e sulla possibilità di fornire accesso a questi contenuti ovunque. È già possibile oggi ma con molti limiti. Perché quello che puoi vedere oggi sul laptop o con il telefonino è un panorama di contenuti piuttosto limitato. Presto invece avremo accesso a qualunque tipo di informazione da qualsiasi tipo di dispositivo, qualunque schermo diventerà un portale di accesso per tutte le informazioni. Per l’utente questo significherà una generalizzazione dei servizi. Oggi ovunque nel mondo un telefonino GSM consente di comunicare con chiunque, in questo modo i consumatori si abituano rapidamente ad un accesso universale al servizio. Dietro la scena, per consentire ubiquità di accesso c’è stato un lavoro tecnologico enorme per superare differenze di sistemi e di formati. È quello che stiamo facendo con l’accesso alla televisione digitale: superare le differenze di formato e presentare questi contenuti ovunque. BARRIERE DA ABBATTERE – La tecnologia come fattore che abbatte barriere e semplifica l’accesso all’informazione. Una delle applicazioni

Nazzareno Cannella, dottorato con ricerca d’avanguardia a Stanford

Dalle Marche a Stanford, per un dottorato in Farmacologia, nello studio dei meccanismi di ricaduta nelle tossicodipendenze, adottando una tecnica nuovissima. Nazzareno Cannella, biologo, e’ tra i piu’ giovani degli “Italiani di Frontiera” incontrati sinora. Lavora in un gruppo internazionale a Stanford e spera in futuro di fare il ricercatore. TECNICA INNOVATIVA – Qui a Stanford stiamo lavorando con una tecnica nuovissima che potrebbe in futuro permettere di realizzare cure mirate nella tossicodipendenza. Vengo da Montegranaro (Fermo), cuore della zona calzaturiera marchigiana, e sto facendo un dottorato in Scienze del Farmaco della durata di 3 anni. Ho iniziato a fare ricerca alla Radboud University di Nimega in Olanda, con una tesi di laurea su uno dei neurotrasmettitori legati alla risposta allo stress, con la quale mi sono laureato in Biologia all’Universita’ di Camerino. Dopo altri tre mesi di ricerca come volontario ho vinto il concorso per dottorato all’Universitá di Camerino, che mi ha fornito in seguito questo contatto a Stanford. Mi piacerebbe fare il ricercatore e mi piace conoscere i paesi vivendoci, più che visitarli come turista. SVOLTA PER LO STUDIO DELLE TOSSICODIPENDENZE – Nel laboratorio dove lavoro qui a Stanford sono biologi molecolari e stanno introducendo studi comportamentali, nei quali hanno applicato la nuovissima “tecnica optogenetica”. Che volevano testarla proprio sulla tossicodipendenza, di cui studio nel mio dottorato i meccanismi neurobiologici. Mi occupo principalmente dei “meccanismi di ricaduta”, quelli cioe’ che inducono l’ex tossicodipendente a ricadere nel comportamento di ricerca e consumo della sostanza d’abuso (nicotina, alcol, cocaina ecc.) dopo prolungati periodi d’astinenza. Con le tecniche a disposizione finora era possible analizzare il ruolo di un sistema di neurotrasmettitori stimolandolo o inibendolo con somministrazioni di alcune sostanze. La novita’ rappresentata dalla tecnica optogenetica consiste nel poter indurre o inibire il rilascio endogeno del neurotrasmettitore in esame modulando l’attivita’ della popolazione cellulare che lo esprime. Grazie a tecniche di biologia molecolare (gene targeting) e’ possibile cioe’ inserire un gene batterico nel corredo genetico di una popolazione di cellule neuronali rendendole sensibili alla luce. Questo permette di far rilasciare loro il neurotrasmettitore che vogliamo studiare illuminandole, senza bisogno di iniettare sostanze esterne. Applicando questa tecnica su modelli animali di sviluppo della tossicodipendenza, di astinenza e di ricaduta, e’ possibile studiare in maniera estremamente raffinata e particolareggiata il ruolo svolto nella biologia delle tossicodipendenze. In prospettiva, questa tecnica potra’ contribuire a definire un quadro estremamente particolareggiato dei circuiti cerebrali coinvolti nei vari aspetti della tossicodipendenza, permettendo diagnosi accurate e lo sviluppo di cure mirate. ARRIVARE A STANFORD – Avevo chiesto di fare esperienza all’estero, possibilmente negli Usa, come previsto dal programma di dottorato, perche’ sono convinto che un’esperienza internazionale e per quanto possibile multidisciplinare sia essenziale per fare della ricerca di qualitá. Sono qui da ottobre, per venire ho dovuto fornire oltre al curriculum garanzie economiche. Per ottenere il visto J 1 da ricercatore, devi garantire di poter disporre di un reddito di 30mila dollari per i 12 mesi. Grazie al cambio favorevole, ad una borsa di studio come dottorando (all’estero aumenta della meta’) ed ai 500 dollari al mese dati da Stanford, ce l’ho fatta. Ma ho dovuto anche dimostrare di essere interessato a rientrare in Italia. LAVORO D’EQUIPE E STILE DI VITA – La burocrazia Usa richiede una marea di carte. Ma quando qui ti rivolgi ad un ufficio, generalmente il funzionario sa fare il suo lavoro e ti evita di impazzire dietro alle scartoffie. Solo in un caso mi e’ capitato di essere rimbalzato tra due uffici senza riuscire scoprire quale fosse competente. Dal punto di vista scientifico sono stato fortunato. Sono qui perche’ vengo da un gruppo di Camerino che e’ riconosciuto a livello internazionale. Sono in una delle prime Universita’ del mondo, lavoro con una tecnica all’avanguardia e mi trovo benissimo. Il mio gruppo comprende un PI (professore, Principal Investigator) che e’ spagnolo, un post dottorato belga e altri due dottorandi americani. Oltre a una segretaria. E’ un gruppo ancora in crescita. Mi era stato detto che negli Usa si favoriva la concorrenza all’interno del gruppo, da noi invece viene stimolata la collaborazione. E la situazione ambientale e’ eccellente. Si lavora con grande entusiasmo e non sono l’unico a sacrificare alla ricerca anche molti sabati e domeniche… cosi’ passo poco tempo fuori dal laboratorio. SEMBRA CONTARE SOLO IL LAVORO – Ma c’e’ un rovescio della medaglia. Che fuori non mi pare di vedere altri interessi oltre al lavoro. Sembra che siano tutti concentrati sulla ricchezza e la carriera, la gente e’ molto gentile ma sempre indaffarata e va sempre di fretta, e magari se parlano di liberta’, e’ la liberta’di scegliersi la marca del frigorifero… Sono qui da poco, quest’immagine degli Usa come di una grossa scatola, lucente, tecnicamente perfetta ma dentro vuota e’ solo un’impressione. Magari e’ sbagliata. Ma se fosse giusta, certo io non mi ci riconosco. Lavorare per la scienza e’ bello. Ma ci sono anche altre cose nella vita.

Elti Cattaruzza, percorso estremo da “survival” fare il ricercatore in Italia

Cosa prova un ricercatore di un’Universita’ italiana ad essere contattato dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti d’America, che gli chiede di valutare (ovviamente gratis, per contributo scientifico) un progetto da 500mila dollari? Enorme soddisfazione. Ma anche un certo malumore, se tale prestigiosa competenza in patria gli viene retribuita poco piu’ di mille euro al mese. E’ quanto accade a Elti Cattaruzza, fisico pordenonese, un passato da rugbista, ricercatore del Dipartimento di Chimica Fisica dell’Universita’ Ca’ Foscari Venezia, un’autorita’ nel campo dei materiali compositi (110 pubblicazioni, 93 su riviste internazionali). Che racconta la sua esperienza, simile a quella di altri ricercatori. A loro modo Italiani di Frontiera… in patria. Costretti ad un percorso di “survival” tra studi di portata internazionale, compensi da fame e una lunghissima precarieta’. PRECARIETA’ ETERNA – Un numero per cominciare: 18. E’ il mio “h-index” attuale, indice che valuta contemporaneamente sia la produttività scientifica (ovvero il numero di pubblicazioni) che il loro impatto sulla comunità, all’interno di singole discipline (Fisica, Chimica, Matematica. etc.). Con quel numero negli Usa sarei Full Professor in Fisica. Qui in Italia sono un semplice ricercatore. Non ancora confermato. La mia storia e’ simile a quella di tanti altri, laureati col massimo dei voti e destinati ad entrare in una spirale di contratti e borse di durata sei mesi, un anno… in attesa del famigerato posto fisso che ti dia delle certezze per la tua vita esterna alla ricerca, anche se con pochissimi soldi… Nella ricerca, al posto fisso si arriva cercando di restare sui binari dell’universita’ il piu’ possibile, sino a quando non passa quel treno. Indipendentemente dai meriti. Perche’ si vince quando e’ il momento, non quando si e’ il piu’ bravo… ed il meccanismo, deprecabile, alla finesi puo’ anche assolvere, se hai 20 o 30 ricercatori tutti con curricula strepitosi che si contendono un decimo dei posti;.. quindi in media chi vince e’ bravo e idoneo. Spesso vince colui che in quella struttura ha fatto la sua gavetta da precario, cosa umanamente più che lecita. Ma così non entrano mai energie nuove. Anche se non c’e’ nepotismo, a differenza di altri ambiti (universitari e non). Perche’ certo i figli di un luminare di Chimica o Fisica non sognano un posto da 1.070 euro al mese, quanto ho preso io nel mio primo anno da ricercatore (a 41 anni d’eta’)… Il mutuo per la casa l’ho avuto solo perche’ ho mostrato il contratto temporaneo che avevo in precedenza, di “ben” 1.400 euro! RICERCA E AZIENDE – Negli Usa si insiste su come ricerca e business vadano di pari passo. Da noi, la cosa e’ impostata male. E cioe’, un’azienda viene e ad esempio dice: replicami in qualche modo questo materiale… per di piu’, a breve scadenza. Non sono disposti a darti mille euro se non inventi, non domani ma gia’ in giornata, qualcosa che faccia guadagnar loro subito quattrini. Non c’e’ la lungimiranza di dire: guadagno cento milioni di euro, uno te lo do, studia e inventami qualcosa e vediamo cosa salta fuori. Con questo sistema non si va distante… i transistor all’inizio funzionavano peggio delle valvole. Ma se non ci avessero creduto e insistito perche’ non si guadagnava subito… E se per caso si arriva ad un risultato straordinario, cosa si fa? Lo si brevetta. Negli Usa, per i ricercatori e’ la base per lanciare una start up, trovare magari finanziamenti da un venture capitalist e svilupparlo con un’azienda propria. Ma qui? Far partire un’azienda ha costi enormi e con uno stipendio di 1.400 euro al mese… PROGETTI “FINTI” – Tutti lo sanno ma pochi lo dicono: purtroppo, in Italia i progetti di ricerca sono spesso “finti”. E cioe’ pretesti per farti avere dei soldi, che bastano solo per tirare avanti col tuo laboratorio, non per realizzare il progetto. Se chiedi 500mila euro che sono quelli rigorosamente necessari per attrezzature, materiale, compensi per borsisti ecc.. te ne danno 200mila, con i quali quel lavoro non puoi farlo. Ma ovviamente accetti e tiri avanti. Ti viene chiesto un resoconto dell’attività che non leggera’ nessuno, e a quel punto sei in una botte di ferro, metti un po’ di fumo e tutti sono contenti. Soldi sprecati due volte. Primo perche’ non bastano per fare quello a cui sono destinati. Secondo, perche’ nessuno te ne chiedera’ conto: cosa hai prodotto, se hai raggiunto gli obbiettivi prefissati… Gli unici progetti di ricerca sensati sono quelli europei. Li’ devi darti da fare perche’ ti stanno giustamente col fiato sul collo. Devi dire a che punto sei, dare spiegazioni di eventuali ritardi… qui da noi e’ la solita recita: tutti sanno che sono solo una distribuzione di soldi per poter semplicemente tirare avanti le attività quotidiane… IL SISTEMA NON PREMIA I MIGLIORI – Per di piu’, molto spesso non si valuta il progetto ma gli autori. Il che significa che se un giovane ricercatore scrive un progetto straordinario, ma non coinvolge nessuno gia’ conosciuto, i soldi non li pigliera’ a priori. Credo che altrove funzioni diversamente. Che in America ad esempio si valutino i progetti e non i nomi… Questo agire a corta gittata non dà futuro. E a 35 anni, se negli Usa sei Full Professor qui entri da ricercatore e sei l’ultima ruota del carro… Poi magari, ti chiama il Dipartimento dell’Energia Usa e ti chiede di valutare un progetto di ricerca da 500mila dollari. E non perche’ hai contatti o conoscenze in alto loco ma unicamente per ciò che di te conoscono: le tue pubblicazioni scientifiche. Qui si tira avanti solo con fortissime motivazioni interne. Nel mio caso, la passione per la ricerca e qualche riconoscimento esterno. E la soddisfazione del rapporto che ho con i miei studenti.

Renzo Lazzarato, manager di umili origini, uno sguardo acuto su Silicon Valley

Una Pasqua 2012 velata di tristezza per Italiani di Frontiera ed i suoi tanti amici. Renzo Lazzarato, tra i protagonisti di questo progetto, ha perso la vita in un incidente stradale non lontano da Malpensa,  poco dopo essere atterrato col volo da San Francisco, assieme ai due figlioletti di 5 e 10 anni per trascorrere le feste con la famiglia, padre di origini venete poi trasferitosi a Legnano. Renzo aveva 48 anni ed era attualmente Senior Director Engineering di Palo Alto Networks, dopo aver lavorato per colossi come Sun MicroSystems (oggi acquisita da Oracle), Microsoft e LinkedIn. Incontrato a Silicon Valley quattro anni fa, Renzo mi aveva profondamente impressionato: per la sua originale visione di Silicon Valley, le osservazioni acute (“il successo della Silicon Valley non è legato ai risultati di una manciata di compagnie o di un insieme di tecnologie ma è basato sulla capacità di reinventarsi costantemente”), l’orgoglio delle umili radici contadine della famiglia, di cui lui, brillante studente al Politecnico di Milano, era il primo laureato. Qui il post a lui dedicato. Ciao Renzo, non ti dimenticheremo. Un abbraccio da IdF ed i suoi amici a tutti i tuoi cari.                                            ************************************** Renzo Lazzarato: start up, LinkedIn e un ufficio che sta tutto nella borsa Un ufficio che sta dentro una borsa: computer e smartphone. Una lavoro da libero professionista consulente nel software, dopo trascorsi a a Sun MicroSystems e LinkedIn. E start up pionieristiche, aziende partite senza ufficio, in sei in un motel. Dove a partire prima di tutto era la corrente. E’ uno sguardo originale su Silicon Valley, quello di Renzo Lazzarato, radici venete, laurea al Politecnico di Milano, dodici anni di esperienza nella Baia. E qualche dubbio sulla possibiltà di trapiantare le esperienze californiane in Italia, dopo un paio di esperienze infelici. LA REALTA’ DI SILICON VALLEY – La gente pensa che Silicon Valley sia la terra delle opportunita’. Vero. Ma bisogna capire che qui, per la mentalità protestante, non vuol dire stipendi garantiti e grossi centri realizzati dal governo per favorire l’innovazione, ma che ti sono messi a disposizione i mezzi per riuscire. Non la garanzia del successo: quella dipende da come ti dai da fare tu. “Capitale a rischio” in Italia sembra significare che qualcuno rischia soldi suoi per pagare il tuo stipendio. Qui la gente si aspetta che tu lavori notte e giorno e di solito, se sei uno dei fondatori, che ti sia indebitato per finanziare le fasi iniziale della startup. Mio padre era nato agricoltore della zona di San Dona’ di Piave trasferitosi in Lombardia, dove e’ nata mia madre, che ha cominciato a lavorare a 14 anni. Avevamo un piccolo negozio in centro a Legnano dove tutti in famiglia aiutavano. Io al Politecnico di Milano sono stato il primo laureato della famiglia. Dopo un paio di anni in Italia come programmatore, mi sono fatto prestare la macchina da mio fratello e sono andato a lavorare per Sun MicroSystems in Francia. Poi in Germania, da dove veniva la mia futura moglie, conosciuta a Boston. Dopo quasi due anni li’ nel software per le banche, Sun che cercava esperti per la sicurezza di rete miha chiamato a Silicon Valley. Carta verde in due anni senza problemi (erano altri tempi), subito dopo le prime start up. Prima N-Able Technologies – comprata da Wave Systems, e poi Terraspring, comprata da Sun Microsystem nel 2002. Dove sono passato anch’io per due anni in Sun, prima di tornare a fare consulenze e start up. Prima Inxight software – comprata da Business Object, poi LinkedIn. Ora lavoro su dei progetti personali e faccio consulenza alle grosse compagnie per finanziare i miei sogni nel cassetto. IN ITALIA TECNICI SOTTOVALUTATI – Mi sono specializzato nel software per Internet e qui e c’è una tale richiesta da parte delle aziende che in certe offerte di lavoro mettono anche 5.000 dollari a disposizione di chi segnala la persona giusta. In italia invece quella del tecnico è una posizione che non ha riconoscimento. Non si pensa che la persona giusta possa creare un valore immenso, mentre e’ invece quello che accade specialmente nel software. Il sistema italiano sembra ricompensare l’anzianita’ e non la contribuzione diretta al risultato finanziario della compagnia. Col software e’ diverso ed hai il vantaggio che l’hardware ti costa quasi niente. Il mio ufficio, computer portatile e telefonino, sta tutto in questa borsa. COMPENSI E VALORE – Quando Sun MicroSystems ha comprato la start up nella quale lavoravo, anch’io sono passato a Sun, con soldi e benefit. Guadagnando più del direttore sopra di me, perchè qui ti pagano per quello che puoi fruttare all’azienda. Uno con una buona esperienza di Java guadagna sui 120-130mila dolari. In Italia invece lo stipendio corrisponde ad un titolo. Il problema è che così la gente impara a lavorare in un sistema in cui è meglio preoccuparsi di come salire la scala gerarchica, per guadagnar di piu’. E non di come sviluppare un’applicazione che e’ magari fantastica. PRIMO IL FATTORE UMANO – Io mi occupo di problemi di software distribuito. Negli Usa tutti parlano di tecnologie, ma non tutti i problemi sono risolvibili tecnicamente… agli americani non piace sentirsi dire che non sempre c’e una soluzione tecnica, perche’ il fattore umano e’ piu’ difficile da pianificare e quantificare.. E invece è proprio così. Spesso i grossi problemi di fondo, non sono nel software ma nelle persone, nelle politiche delle risorse umane. Credono di poter costituire un gruppo e poi cementarlo. Invece la selezione è’ piu’ importante. Perche’ possono esserci due tecnici bravissimi ma incompatibili fra loro per carattere. E spesso lo stesso codice del software riflette la struttura del gruppo che lo ha elaborato. Ce ne sono di funzionali e monolitici, prodotti da gruppi con una forte gerarchia ed un leader. Altri realizzati da gruppi diversi alla fine hanno questa struttura molto piu modulare. Cosi’, spesso mi tocca spiegarglielo: voi pensate di avere un

Amici di IdF, i progetti senza frontiere di Architecture for Humanity

Un gruppo di agguerrite volontarie impegnate a coinvolgere quotati architetti in “progetti senza frontiere”, interventi edilizi in tutto il mondo, al servizio dei piu’ bisognosi. “Crediamo che dove le risorse e le professionalita’ sono scarse, progetti innovativi, collaborativi e sostenibili facciano la differenza”, dice Architecture for Humanity , gruppo umanitario di San Francisco impegnato a mobilitare professionisti di prestigio come volontari per realizzare progetti al servizio dei piu’ bisognosi in tutto il mondo. Aree da riqualificare di San Francisco cosi’ come zone del Mississippi e della Louisiana devastate dall’uragano Katrina, come quelle dello Sri Lanka sconvolte dallo tsunami, sono al centro dei progetti curati dal gruppo, che si estendono anche in Colombia, Uganda e Sudafrica. Proprio Architecture for Humanity ha ospitato nella sua sede di San Francisco uno dei meeting legati al Pangea Day di sabato 10 maggio, evento planetario all’insegna del cinema e della fratellanza, le cui immagini sono reperibili online. Nella foto, Stacy Jed, Taylor Milsasl, Stacy Sabraw e Barb Alvarado di Archiecture for Humanity, con il tabellone che elenca i progetti del gruppo in via di svolgimento in tutto il mondo.

Da imprenditore hi tech a venture capitalist, Giacomo Marini si racconta

Da imprenditore dell’hi tech, con il succsso di Logitech, a venture capitalist a Silicon Valey, dove e’ stato tra i pionieri del made in Italy. Giacomo Marini racconta la sua esperienza, in quello che e’ solo il suo primo post su Italiani di Frontiera. DA IBM A OLIVETTI – Ho iniziato la mia carriera lavorando all’Ibm, fra 1974 e ’78, due anni a Pisa e due a Venezia, esperienza interessante, girando Usa ed Europa. Dopo l’arrivo nel 1978 di Carlo De Benedetti andai all’Olivetti, sino al 1981, dove vedevo la possibilita’ di fare cose un po’ piu’ di impatto… De Benedetti e’ una personalita’ controversa ma i suoi primi dieci anni in Olivetti sono stati fantastici e l’azienda e’ cresciuta rinnovandosi. IL SUCCESSO DI LOGITECH – Dopo tre anni, con Pierluigi Zappacosta e lo svizzero Daniel Borel, abbiamo fatto partire quello che poi e’ diventata la Logitech, a cavallo fra Ivrea e Losanna. Zappacosta era andato negli Usa (sua moglie aveva un incarico con Ibm, a Palo Alto) dove incontro’ Borel. Poi si era spostato in Svizzera per un progetto con Borel. Mi unii a loro e nel 1981 partimmo con questa che all’inizio era una azienda di consulenza e progetti per conto terzi, con idea di arrivare a fare noi dei prodotti. Prendemmo un contratto consistente con una ditta giapponese e si decise di sviluppare il progetto negli Usa ove si risposto’ Zappacosta, aprendo un ufficio a Palo Alto in un posto storico: 165 University Avenue (che ha poi ospitato societa’ come Google, PayPal e YouTube)…Silicon Valley e’ un posto difficile da lasciare. Se non si va via nei primi tre anni poi non si va via piu’: clima, posto facile. Ambiente internazionale… In quegli anni Logitech crebbe parecchio, passammo da progetti per altri a prodotti nostri. E con il mouse l’azienda fece un salto di qualita’. Al punto che nel 1988 eravamo cresciuti abbastanza ma non riuscivamo a quotarci negli Usa, perche’ non avevamo investitori americani ed il prodotto non era stato capito molto… cosi’ quando una banca svizzera ci propose di quotarci li’, lo facemmo quell’anno stesso , costituendo una holding svizzera. DA IMPRENDITORE A INVESTITORE – A fine ’92 lasciai Logitech. Per un po’, il grosso della mia attivita’ divenne l’investire tempo e danaro in start up come angel investor piuttosto attivo, con un portafoglio di 4-5 nuove aziende. Tra le societa’ sulle quali lavorai, quella di Marco Graziano, italiano un’azienda che si chiamava Teknema che faceva Internet tv box per portare il web sul televisore. Un pioniere in quel settore, anche se quell’idea non ha mai attecchito. Era un esperimento notevole e la cosa interessante e’ che il browser realizzato da Graziano stava in un floppy che fu allegato a settimanali in edicola da Video Online, (societa’ antenata di Tin.it) fondata da Niki Grauso, pioniere di Internet, forse troppo ambizioso, con il quale parti’ Renato Soru per l’esperienza che porto’ a Tiscali. Il floppy si installava facilmente, decidendo poi se sottoscrivere l’abbonamento al servizio. Nel 1999 si presento’ l’occasione di riconnettermi con il gruppo De Benedetti, che stava lanciando un fondo di fondi venture capital CDB Web Tech, e in parallelo stava facendo nascere un’altra iniziativa interessante a Milano, CirLab, un misto tra fondo di venture a incubatore. Nel 2001 ho contribuito a ristrutturare CirLab, proponendo a Cir di trasformare la parte buona del portafoglio in un fondo di venture capital all’americana, con base a Silicon Valley, il primo fondo gestito da Noventi, Cir Ventures, con solo Cir come investitore esterno. Con tredici investimenti effettuati, abbiamo ancora sette aziende attive in portafoglio. Uno dei nostri migliori investimenti e’ stata Sygate, societa’ di sicurezza informatica di cui era amministratore delegato John De Santis, italoamericano di famiglia romana, ora venduta a Symantec. Ma abbiamo fatto un paio di investimenti anche in Italia, come Easy Market in Romagna, societa’ software e servizi per industria del turismo, di Paolo Pezzoli, poi venduta al gosso gruppo tedesco TUI. Nel 2006 e’ nato il secondo fondo, sempre con il gruppo De Benedetti come investitore principale tramite Sorgenia, societa’ di vendita e produzione di energia in Italia. Al di la’ di Noventi, mantengo altri rapporti di impresa con l’Italia. Sono coinvolto in un paio di iniziative, come azionista, in due aziende in Abruzzo: TES, nel settore delle automazioni industriali e Cosmo, che invece fa parquet. LA PROFESSIONE DI VENTURE CAPITALIST – Questo e’ un mestiere che si basa sul network, una delle componenti importanti e’ chi conosci e chi ti conosce. Quando investi, magari hai bisogno di un tecnico particolare o del capo delle vendite e vai e chiami la gente con cui ha lavorato in un’altra azienda…

Jeff Capaccio, gruppo di talenti sparsi trasformato in squadra con Sviec

Italiani protagonisti da sempre a Silicon Valley. Ma in ordine sparso. Per anni, pionieri dell’hi tech sbarcati nella Baia hanno scritto pagine importanti della rivoluzione informatica. Ma ognuno per se’, mentre altri, come i francesi, facevano gruppo, con tutti i vantaggi che comporta. Sino a qualche anno fa, quando un avvocato, Jeff Capaccio, il piu’ italiano… degli italoamericani, ha avuto l’idea di creare il Silicon Valley Italian Executive Council. Con Sviec, Capaccio ha cambiato l’immagine ed il peso della presenza italiana nel cuore dell’hi tech mondiale (seguito di recente dai giovani di Baia). E qui spiega come ha fatto. ITALIANI IN ORDINE SPARSO – L’idea mi e’ venuta qualche anno fa. Come avvocato avevo tutti questi contatti, con l’Italia ed i tanti italiani di Silicon Valley. Molti si conoscevano fra loro ma non c’era nessuna aggregazione che fosse per loro un punto di riferimento. E’ se facessimo qualcosa che permettesse agli italiani di qui di incontrarsi periodicamente, scambiarsi le proprie idee e fare business assieme? E’ stato cosi’ che ho creato il Silicon Valley Executive Italian Council, coinvolgendo subito Federico Faggin, Enzo Torresi e Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini e Michele Libraro. PASSIONE POLITICA UNA TRADIZIONE – Io sono nato in America ma mi sento italiano quanto sono americano. I nonni, originari di Sestri Levante, erano venuti negli anni Venti in America, dove nacque mia mamma, tornando in Italia quando lei aveva tre anni. Mio nonno aveva comprato dei terreni in Italia con quano aveva guadagnato nelgi usa come florirocoltore. E dopo la guerra tornarono negli Usa. Successivamente arrivo’ anche mio padre, che durante la Resistenza era stato partigiano, ed era anche finito in carcere. E la pasisone politica e’ rimasta una tradizione di famiglia. A casa mia si parlava italiano ed i miei hanno sempre insistito per insegnarmelo, a differenza di tanti italoamericani, che ai figli hanno insegnato solo l’inglese, forse perche’ non patissero le discriminazioni che loro avevano subito. Dopo la laurea in Scienze Politiche (Politica Internazionale) e Diritto all’Universita’di Santa Clara, ho iniziato a lavorare in studi legali ed ho continuato a occuparmi di politica. Sono stato il primo stagista alla Niaf di cui oggi sono vicepresidente, nel 1983 ero stato stagista alla Camera dei deputati, nella commissione Giustizia presieduta da Peter Rodino, deputato di origine italiana che era divenuto celebre per il rigore con cui aveva promosso l’azione contro Richard Nixon, ai tempi del Watergate. Ho fatto di tutto per restare a Washington e finiti gli studi ho lavorato per un paio di campagne elettorali di candidati democratici: Walter Mondale (vicepresidente con Jimmy Carter e sconfitto alle presidenziali da Ronald Reagan nel 1984) e Geraldine Ferraro (che correva con lui alla vicepresidenza). CONCORRENZA ANCHE IN TRIBUNALE – Nell’87 ho iniziato la carriera legale in uno studio con una decina di avvocati, occupandomi di contenziosi civili. Si tratta di un settore strategico, nel mondo delle imprese. Con un sistema giudiziario efficace e veloce, ma molto costoso, una piccola azienda deve imparare in fretta come sopravvivere, in un mondo in cui la concorrenza si gioca anche con cause legali e magari hai di fronte un ufficio agguerritissimo di avvocati di un colosso del tuo settore. Dal 1999 ho iniziato ad occuparmi in particolare di contenziosi che riguardavano la proprieta’ intellettuale nell’hi tech, biotecologie e venture capital, seguendo i trasferimenti tecnologici fra Italia e Silicon Valley. Intanto sono diventato consigliere di Niaf. CONVIVI E BUSINESS – E’ stato cosi’ che ho pensato a Sviec. Non una serie di eventi ma un punto di organizzazione permanente. Abbiamo scelto di coinvolgere soltanto dirigenti e manager italiani e italoamericani di Silicon Valley, per avere un forte impatto in termini di immagine. E oggi contiamo 400 soci, fra italiani e americani di origine italiana. Cosa che consente di sviluppare il business, dalle assunzioni di personale alle joint venture ai finanziamenti, presentandosi al resto di Silicon Valley non piu’ individualmente ma come gruppo. Che rappresenta persone ai vertici aziendali, che contraddicono tanti stereotipi sugli italiani e sono creative, precise, affidabili. Si riuniscono in eventi all’insegna della tradizione italiana, ottimo cibo e ottimi vini, per ascoltare speaker di livello eccezionale. Anche per questo ad ogni evento ci ritroviamo in almeno 150… UN PONTE CON L’ITALIA – Sviec ha contribuito a dare una forte immagine degli italiani di Silicon Valley. Ed ha permesso ad alcuni manager italiani di ritrovarsi magari dopo 20 anni in cui ognuno era andato per la sua strada… e’ successo anche a me, con Paolo Marenco, ingegnere genovese amico di gioventu’, incrociato nuovamente qualche anno fa tramite Internet. Da tempo si occupava in italia di promozione dei distretti produttivi con La Storia nel Futuro, mentre io ero diventato rappresenante degli italiani di questo “distretto”: Silicon Valley… ora Paolo e’ partner di Sviec con il Silicon Valley Study Tour, che porta ogni anno qui un gruppo di laureandi italiani selezionati, che qui incontrano diversi nostri soci, alcuni dei quali sono figure storiche dell’hi tech. Per alcuni di loro con opportunita’ per stage, tesi e anche lavoro. DAI VETERANI ALLE NUOVE LEVE – In Italia la diffidenza, la paura di essere fregati, sembra bloccare spesso ogni iniziativa. Noi andiamo nella direzione opposta: massima apertura alle iniziative di scambio. Con gli studenti del Silicon Valley Study Tour e attraverso programmi come Best e Mind the Bridge, di cui siamo partner,, con i giovani imprenditori, ai quali favoriamo sbocchi e opportunita’ a Silicon Valley. Mettendo a disposizione delle nuove leve, contatti e servizi Sviec, grazie ai “veterani” di Silicon Valley.

Francesco Cantatore (AnsaldoBreda): solo la passione fa metter radici negli Usa

Si arriva negli Stati Uniti per il business. Ci si resta solo con il cuore. Francesco Cantatore, vicepresidente di AnsaldoBreda, racconta con la sua esperienza due mondi del lavoro diversissimi, fra Italia e Stati Uniti. E spiega perche’ e’ convinto che solo una forte passione possa far mettere radici oltreoceano a un italiano. GLI USA E UN PRESENTIMENTO – Mio padre, saputo della mia partenza per gli Usa (giugno 2001), volle a tutti i costi accompagnarmi all’aeroporto. Non c’e’ bisogno, dicevo, ho viaggiato tantissime volte e parto solo per sei mesi… niente da fare. Non lo dimentichero’ mai. Taciturno e pensoso sul taxi, in una Genova grigia, sotto la pioggia… Mi guardava in modo diverso dal solito. Lui, che quando ero bambino a Bari, dove sono nato, ci raccontava dell’emozione di New York e dei suoi grattacieli, vista dalla nave con la quale lui all’epoca navigava trasportando in Italia gli aiuti del Piano Marshall… “So che questo sara’ un viaggio particolare”, disse. Aveva capito che stavolta non sarei tornato. Una parte del suo cuore si staccava, perche’ l’America faceva per me. Il ricordo di questo suo presentimento e’ legato a quello della mia partenza. Una vibrazione fortissima…mi emoziono ancor’oggi, a ripensarci. MEZZA EUROPA PRIMA DEGLI USA – Subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica a Genova, alla fine degli anni Ottanta, sono stato assunto dalla Ansaldo, per il settore nucleare. Girare tantissimo (Repubblica Ceca, Russia, Ucraina, Bulgaria) ha rafforzato la mia propensione a viaggiare aprendosi a culture, a influssi e storie diverse dalla tua. Esperienza molto interessante, professionalmente ma anche dal punto di vista umano. In Russia ad esempio, alla fine dell’epoca di Gorbaciov, con l’ultimo barlume di comunismo e l’inizio della nuova Russia. Con colleghi e clienti, i contatti erano molto basati su rapporti umani. Li’ non fai business ad un certo livello se non passi giorni e notti a bere, parlare conoscersi. Poi ho accettato un posto di direttore in America per la Marconi. “Sei mesi-un anno. Quando hai creato la struttura, rientri e vai da un’altra parte”, mi dicevano. RESTARE PER AMORE – Ricordo il mio arrivo a Pittsburgh, Pennsylvania. Prima riunione. Poi il sabato, mi alzo e in due ore finisco il giro della citta’… resto un po’ sgomento: se ho girato tutto in due ore… domenica sera due colleghi italiani della Marconi mi invitano a cena.. a quella cena c’e Courtney, oggi mia moglie (nella foto). E’ scattato subito qualcosa e’ cambiato presto tutto nell’essere qui, nella professione. La molla che ti da’ la motivazione e la forza per radicarti viene dall’amore: per una donna, la natura, il lavoro, la cultura, una persona… quelli che sono venuti e poi se non sono andati via non l’avevano. Magari erano venuti per una passione venale come i soldi, o alcuni professori per una motivazione accademica, avere nel curiculum un anno a Stanford o Berkeley. DAL BOOM AI TAGLI – Alla Marconi ero direttore ufficio acquisti per Nordamerica, un budget di centinaia di milioni di dollari all’anno. All’epoca c’erano 56mila dipendenti di cui 4.000 in America. Una crescita cosi’ veloce che la struttura aziendale non era adeguata. Ho vissuto gli anni piu’ difficili, arrivando a bolla gia’ pronta a scoppiare… Ho dovuto affrontare per esempio la cultura del licenziamento: in America sai che puoi essere licenziato in qualsiasi momento. Nel frattempo pero’ come professionista avevo un mercato. Ed ho trovato un altro posto, alla AnsaldoBreda. Obiettivo: rilanciare l’azienda, per tutto il 2005. Poi la nuova sfida a San Francisco. Vendiamo treni per metropolitane, come in Italia. Vendita e manutenzione, per ora, in futuro anche produzione. Abbiamo gia’ due fabbriche a Boston (in chiusura) e Pittsburg California… per servire San Francisco e Los Angeles. Un centinaio di dipendenti, fatturato di decine di milioni di dollari… Nel piano di sviluppo anche l’obbiettivo di realizzare qualcosa di particolare che non e’ stato fatto in Italia. MENTALITA’ SUL LAVORO – Ci sono differenze abissali, nella mentalita’ sul lavoro, tra Stati Uniti e Italia. A partire dal valore del tempo. In America, una riunione alle 8 inizia alle 8 e se e’ fissata un’ora di durata, un’ora dura. Hai un’agenda con i punti da trattare. Se non si raggiunge un accordo, ci si rivede un altro giorno per continuare, e non si tira invece per le lunghe. Perche’ magari dopo c’e’ un’altra riunione e puo’ essere piu’ produttivo fare cosi’… C’e’ un valore del tempo ed il rispetto per quello degli altri… GERARCHIA E CONTRIBUTI – In Italia la gerarchia nella catena di comando si sente moltissimo. Se in una riunione sei col tuo capo o il capo del tuo capo, lui parla, tu parli solo se interpellato. In America invece c’e’ un senso di rispetto ma se il tuo capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire anche nel corso della riunione e lui non si offende, Questo e’ un concetto di un’importanza straordinaria… In quante milioni di riunioni magari il 10% di quegli errori potevano essere evitati se l’ultimo ingegnere avesse potuto dire la sua? Questo fa parte di valori fondamentali in America: certo c’e’ chi guadagna di piu’ ma tutti contano… in Marconi ogni due mesi c’era un evento, Town Hall, l’amministratore delegato fa una presentazione tutti sono presenti o collegati, alla fine chiunque poteva intervenire e a volte porre domande imbarazzanti. Una volta, uno si e’ alzato dicendo che i gabinetti del suo ufficio erano costantemente sporchi. L’amministratore delegato non si e’ messo a ridere ma gli ha risposto seriamente che il giorno dopo avrebbe chiamato il responsabile per chiedere spiegazioni. E nessuno ha riso. Perche’ di fondo c’e’ un apprezzamento generalizzato delle idee degli altri. Si vuole dare un messaggio unificante, i manager devono poi implementare quello che l’amministratore delegato dice… e fai in qualche modo branding. IN AZIENDA TUTTI SANNO – Le comunicazioni in azienda, sono un’altra enorme differenza tra l’Italia e Usa. Se chiedi in Italia a qualsiasi dipendente quali sono le indicazioni di lungo e medio termine nell’azienda in ci lavora… sai queste cose?

“Giamma” Clerici, ingegnere tra informatica e controcultura

Un ingegnere di Alessandria fra software di Silicon Valley e controcultura di San Francisco. Gianmaria “Giamma” Clerici, arrivato in California quasi vent’anni fa con Olivetti, abbina il lavoro nell’informatica alla passione per musica ed espressioni artistiche e sociali evolutesi dalla tradizione hippy, di cui la Baia e’ stata culla. Oggi e’ titolare di un locale di tendenza, nella zona di Mission. E spiega raccontando la sua esperienza il singolare intreccio che hi tech e cultura alternativa, ieri come oggi, rappresentano nell’area di San Francisco. A SILICON VALLEY CON OLIVETTI – Nel 2009 saranno vent’anni a San Francisco. Sono arrivato nell’ottobre 1989, due giorni dopo il terremoto, mandato dall’Olivetti, per partecipare ad un progetto a Menlo Park, che intendeva sviluppare un computer multiprocessor. Sono di Alessandria e all’Universita’ Statale di Milano mi ero laureato nel primo anno di Scienza dell’Informazione, con il professor Francesco Lacapra, oggi anche lui a Silicon Valley, a MaxiScale. Al progetto lavoramo in 40, del centinaio di dipendenti che Olivetti aveva qui all’epoca. Ma all’inizio degli anni Novanta, con l’azienda in difficolta’ sono cominciati i tagli ai progetti. A me piaceva vivere qui, cosi’ ho deciso di rimanere, passando nel 1993 alla Oracle, sino al 1996 (mi occupavo del database sulle macchine della Pyramid RM 1000, com molti processori MPP, che facevano lavori con Olivetti). Nel 1996 e’ arrivata la carta verde e mi sono trasferito alla Healtheon, lanciata dai fondatori di Netscape, che realizza servizi online per la sanita’. Azienda diventata pubblica nel 2000, col nome WebMD. Dopo un anno di pausa e viaggi, nel 2001 sono entrato in Epicentric, poi comprata da da Vignette. E nel 2006 alla Bridgestream, comprata a fine 2007 da Oracle. Facciamo applicativi e come software engeneer mi occupo principalmente di Java. SOFTWARE E CULTURA ALTERNATIVA – Sono titolare di un locale a due passi da Mission Street, il Bollyhood Cafe’. E’ da quando sono qui che ho una “seconda vita”, oltre a quella di ingegnere. Facendo il dj, partecipando ai vari movimenti della cultura underground. C’e’ una continuita’, tra controcultura e rivoluzione informatica. Dietro ai movimenti piu’ appariscenti, c’e’ stata una svolta meno clamorosa, di gente che ha cambiato la mentalita’… l’informatica e’ qualcosa di molto astratto, qualcosa di surreale. Molti degli ingegneri degli anni Sessanta e Settanta sono passati per quella controcultura, c’e’ stata una continuita’ con il movimento underground, nel creare qualcosa di interessante e creativo. E alcuni dei piu’ intelligenti, di quel movimento, si sono buttati nell’informatica… COMUNITA’ E BUSINESS – All’inizio degli anni Novanta ho cominciato ad andare alle feste rave. E li’ ho conosciuto amici che per la maggior parte stavano facendo cose molto interessanti nel campo dell’informatica e del sofware, che richiede predisposizione per la matematica ma ti consente di creare applicazioni pratiche… Tra queste persone unite e da interessi e passioni sono nate delle vere comunita’, cosa che spesso a San Francesco significa anche vivere assieme e condividere un appartamento. Un tipo di aggregazione, che in Italia magari coinvolge solo giovanissimi, e qui sostituisce in un certo senso la famiglia, che e’ molto meno sentita che in Italia. E in alcuni casi si sviluppa anche nel business. Creando assieme ad amici ditte di informatica. Specie dopo il boom di Internet, un’opportunita’ non solo per fare i soldi ma per fare qualcosa di interessante e creativo per l’uso della tecnologia… in queste feste ho conosciuto tantissime persone con una certa passione, che hanno lanciato ditte…. una dinamica tutto sommato simile a come che ha visto iniziare Apple o Microsoft. SPIRITO HIPPY RIENCARNATO – Qui lo spirito hippy si e’ reincarnato in forme diverse in un’epoca diversa… nelle feste rave, come in Burning Man, progetto di creativita’ all’insegna dello spirito libertario, al quale ho partecipato una decina di volte. Un raduno di creativita’, divertimento e progetti eccentrici, all’insegna della liberta’, che si svolge nel deserto. Non e’ un caso che questo sia il centro dello sviluppo del software e delle idee creative. Si diventa magari imprenditori ma sempre con uno spirito alternativo… APERTURA MENTALE – La concentrazione di persone intelligenti, che vogliono anche divertirsi… crea un equilibrio, un’apertura mentale che aiuta ad essere piu’ creativi… E in questa liberta’ rientra qualche volta anche l’uso di droghe legere. Che qui pero’ non sono “da sballo”, come in Italia. Si usano in modo consapevole, perche’ c’e’ molta piu’ conoscenza ed educazione, sulle droghe qui… Quando torno in Italia soprattutto, ad Alessandria, sento la differenza. Una minore abitudine alla varieta’, di razza, religioni, culture, rispetto a San Francisco. E’ questa varieta’ che si traduce in una maggiore apertura mentale. Ed anche in una maggiore tolleranza.