Un protagonista di Italiani di Frontiera (dietro Bob Dylan) nel collage dei Beatles che 50 anni fa cambiò la storia delle copertine di dischi

In quella famosissima immagine che compie cinquant’anni, proprio dietro Bob Dylan, in alto a destra, c’è un italiano che pochi conoscono, fra i protagonisti di Italiani di Frontiera… Il primo giugno 1967, usciva uno dei dischi più famosi della storia del rock. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uno dei primi concept album, Grammy Award 1967 come miglior album dell’anno, 32 milioni di copie vendute, addirittura al primo posto nella classifica Rolling Stone dei 500 migliori album di tutti i tempi. Come ricorda il sito OpenCulture, quello straordinario collage di personaggi dell’epoca e del passato, realizzato dagli artisti Peter Blake e Jann Haworth, ha cambiato per sempre la storia delle copertine di dischi (fu pure la prima ad aprirsi a libro), premiata nel 1968 con un Grammy come miglior copertina di album, sarebbe stata suggerita dallo stesso Paul McCartney, assemblando un pubblico ideale di personaggi del presente e del passato ammirati dai Beatles.   Pochi sanno che in quel collage compare pure un italiano dalla storia singolare. In alto a destra, proprio dietro a Bob Dylan, spunta il profilo di Sam Rodia, emigrato negli Usa di origine avellinese, autore di un’impresa incredibile: fu lui a costruire, da solo, nell’arco di trent’anni, le bizzarre Watts Towers alla periferia di Los Angeles, oggi monumento nazionale. Per questo la sua storia viene raccontata anche nel libro e in molti storytelling Italiani di Frontiera…

Superare le Frontiere, fisiche e mentali. Quattro spezzoni da film indimenticabili

  Paths of Glory (Orizzonti di Gloria, 1957 di Stanley Kubrick) Kirk Douglas è ufficiale dal volto umano che ha appena tentato senza successo di evitare la fucilazione di alcuni suoi soldati accusati ingiustamente di vigliaccheria da alti ufficiali che considerano la truppa carne da cannone. Si avvicina alla taverna e rimane disgustato dalla scena dei suoi soldati, che umiliano una ragazza tedesca terrorizzata. Poi però la musica fa il miracolo, abbattendo le barriera della lingua e della guerra, innescando la solidarietà umana… Un capolavoro, diretto da Kubrick a meno di trent’anni, così potente nel messaggio antibellico che in Francia fu proiettato solo diversi anni dopo…   City Lights (Luci della Città, 1931 di Charlie Chaplin)   The Searchers (Sentieri Selvaggi, 1956 di John Ford) High Noon (Mezzogiorno di Fuoco, 1952 di Fred Zinnemann)    

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Quel 28 febbraio 2011, dopo 30 anni fra Gazzettino, Il Giorno e Reuters, l’addio alla redazione per inseguire il sogno di IdF…

Pioveva e mi ero svegliato all’alba per un turno dalle 7, quel 28 febbraio 2011. Non era un giorno come un altro e avevo deciso perciò di documentarlo con immagini e video, sin dal caffè del mattino. Perchè era per me un giorno di svolta: l’ultimo giorno di lavoro in una redazione dopo 30 anni da redattore. Avevo iniziato come praticante dopo qualche anno come collaboratore esterno, facendo il mio ingresso in redazione il 1 gennaio 1981 al Gazzettino, passando poi a Milano al Giorno nel 1986 e a Reuters nel 2001. Andandomene dall’agenzia dopo dieci anni giusti, per scommettere su un sogno: fare di Italiani di Frontiera il mio lavoro a tempo pieno, dopo quei sei mesi in California, gennaio-luglio 2008, che avevano rappresentato un’esperienza di non ritorno. Quella mattina un po’ surreale avevo fotografato la mia scrivania prima di svuotarla; tazza Italiani di Frontiera, foto dei fratelli Marx,  minipallone da rugby, la coppa dell’unico torneo aziendale vinto dalla squadra dei giornalisti con me come capitano (oh capitano mio capitano…). Ah quel salvaschermo era una delle prime uscite di IdF, speaker al prestigioso Frontiers of Interaction 2009 nel bellissimo Acquario Romano (fantastica la foto di Gianfranco Chicco)… Ma non era stata una giornata sedentaria. L’ultimo servizio, tanto per rendere ancora meno struggente l’addio a quel lavoro era stato la copertura di un evento di Forza Italia con Silvio Berlusconi… E non potevo che ripensare alle parole del bravo Nelson Graves, americano di Buffalo,  oltre che amico di IdF mio ex capo a Reuters. Che dopo una carriera in giro per il mondo aveva deciso di cambiar vita (ora vive a Bologna) e poco dopo la svolta aveva diffuso un messaggio che pareva arrivato da un altro mondo: “C’è vita fuori da Reuters”. Sì confermo. Quella all’agenzia era stata per me un’esperienza entusiasmante in un giornalismo internazionale, con bravi colleghi. Ma davvero l’avventura di Italiani di Frontiera mi aveva trasformato al ritorno in una sorta… di Ufo. Troppe emozioni e spunti a ispirare un percorso così Out of the Box, furori dagli schemi del giornalismo tradizionale: dalla personalizzazione di questa avventura all’inseguire fili e collegamenti eccentrici, all’apprendimento continuo: imparare a usare videocamera, macchina fotografica e uso dei social media, per creare una fideizzazione fra i sempre più numerosi amici di IdF. Spiazzante era stato per me mesi prima pure l’incontro con Devin Wenig, passato per la redazione di Milano in qualità di numero due di Reuters International, oggi a eBay, dove da luglio ricopre l’incarico di CEO e presidente. Parlando per pochi minuti delle nuove frontiere del giornalismo, Devin aveva usato tre parole che mi si erano scolpite in testa: Take Risks, Connecting the Dots, Us the Multimedia.  Sembravano definire quel che stavo cercando di fare con IdF e non c’entravano nulla col mio lavoro in redazione. Rischiare,  cioè lasciare percorsi tradizionali sperimentando nuove strade. Collegare i puntini, cioè dare importanza ai fili che connettono storie e notizie e che ne svelano il significato. Usare strumenti multimediali, dunque sperimentare su piattaforme diverse, in particolare per coinvolge i più giovani. E di giovani avevo parlato “sequestrando” Devin per un minuto e mezzo per spiegargli Italiani di Frontiera. Niente Silicon Valley, la famiglia che parte, il talento italiano… niente di tutto questo. “I ragazzi italiani sono molto fortunati… vivono fra bellezze storiche e naturali che il mondo ci invidia, mangiano e vestono come molti al mondo sognano di fare… quel che non possono fare invece è avere un sogno e tentare di trasformarlo in realtà, magari facendone il proprio lavoro. Perchè allora tutto diventa difficilissimo, Ecco, di questo parla Italiani di Frontiera“. avevo più o meno detto.     Credo che Devin ne fosse rimasto colpito, visto che rispose: “Mi sembra strano che qualcuno in redazione non capisca il valore di tutto questo. Voglio che sviluppi Italiani di Frontiera sotto l’ombrello Reuters”. A me non era sembrato vero e anche se ancora oggi non ho capito quale fosse l’ombrello, pochi giorni dopo, grazie a Devin e a un prezioso amico come Giuseppe Delle Fave, oggi a Bloomberg e all’epoca Business Development Manager di Reuters, avevo avuto un piccolo prezioso riconoscimento. Da allora, anche se per dedicarmi a un’avventura esaltante ho lasciato l’agenzia dove ho ancora molti amici, Italiani di Frontiera è “Supported by Reuters“.         Quel 28 febbraio 2011 dunque è stato un giorno di svolta importante. E anche se oggi nelle presentazioni scherzo, dicendo che scommettendo sull’addio al posto fisso io vedevo un orizzonte radioso, mentre mia moglie preoccupata vedeva un baratro davanti a noi…  anche se non sono mancati i momenti difficili,in cinque anni mai ho avuto il dubbio che quella sia stata la scelta giusta.    

Joan Baez, la studentessa rompiscatole a Palo Alto, che amò Bob Dylan e Steve Jobs

  A quindici anni aveva sentito per la prima volta un discorso sulla nonviolenza di Martin Luther King. E lei che  aveva già provato sulla sua pelle la discriminazione razziale, seguendo per gli Stati Uniti il padre Albert, scienziato messicano, uno degli inventori del microscopio a raggi x, si era commossa sino alle lacrime. Due anni dopo, a 17, aveva messo in atto la sua prima protesta nonviolenta, rifiutandosi di partecipare ad un’esercitazione antiaerea alla scuola che frequentava, nella Bay Area di San Francisco, la Palo Alto High School. E all inizi della carriera. nelle prime tournée  si rifiutava di suonare in luoghi in cui ci fosse segregazione razziale. Cosa che negli stati del Sud significava esibirsi soltanto nei college per studenti afroamericani. Il suo destino era diventare la voce e un’icona globale della protesta giovanile. Nata il 9 gennaio 1941, Joan Baez ha compiuto lo scorso gennaio i 75 anni. A diciotto anni, al primo Newport Folk Festival, 1959, la sua prima importante esibizione, l’anno successivo il primo disco, “Joan Baez”, poi l’incontro (e una breve discussa storia d’amore) con Bob Dylan che consacra il suo ruolo di  cantante simbolo di quella stagione di contestazione, alla discriminazione razziale, alla guerra in Vietnam.   Un ruolo di impegno civile al quale resterà sempre aaa Il 24 luglio 1970 il suo primo concerto in Italia, a Milano, E una delle sue primissime apparizioni fu con un gruppo giovanile, per un raduno di Beth Jacob congregazione ebraica di Redwood City.

Missione compiuta per Lorenzo Thione: dopo Bing e il software, oggi l’esordio con un musical a Broadway

Piccolo teatro Off Broadway, un giovane ingegnere italiano di grande successo, studi al Politecnico di Milano e University of Texas, a New York dopo un’esperienza a Silicon Valley, siede col suo compagno in platea, vicino a una coppia di altri uomini che inizia a commentare una serie di spettacoli che anche lui aveva visto. Uno è un volto celebre, un signore anziano già protagonista della serie di culto televisiva Star Trek.   La curiosità diventa amicizia ma solo per caso il giorno dopo i quattro si ritrovano di nuovo seduti vicini in un altro teatro.  Quando il volto celebre viene rigato dalle lacrime. L’ingegnere si incuriosisce e chiede il perchè di quella commozione. L’attore risponde che il dramma sul palco gli ricorda quello vissuto dalla sua famiglia, immigrati di origine giapponese che all’indomani di Pearl Harbour si trovarono trattati da nemici in quella che consideravano la loro nuova patria, internati in campi di concentramento. L’emozione si trasforma in ispirazione. L’idea di rievocare quella pagina dolorosa per un’intera comunità su un altro palcoscenico. In un musical. Storia di ieri con temi di straordinaria attualità: identità, immigrazione, determinazione. Dopo una lunga gestazione, un esordio a San Diego e un mese di previews col pubblico di New York, “Allegiance” (Fedeltà) fa il suo esordio ufficiale a Broadway martedì 10 novembre. L’interprete principale, George Takei, classe 1937 nel frattempo è diventato una star del web, protagonista di un’attenta campagna di promozione sui social media. Produttore e coautore del musical Lorenzo Thione, comasco di nascita, milanese d’adozione, che dopo aver conquistato la ribalta nel mondo hi tech per aver gettato nel 2008 le basi del motore di ricerca di Microsoft, operazione da 100 milioni di dollari, a poche settimane da un incontro con il presidente Barack Obama completa ora uno straordinario percorso professionale: dal software al musical, da Bing a Broadway. Fra i protagonisti di questo progetto e del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA), Lorenzo ha concesso questa intervista in esclusiva, alla vigilia dell’esordio a Broadway. – In questo musical c’è qualcosa della tua esperienza personale? “La mia esperienza ha avuto un impatto enorme su questo lavoro con due autori, uno italiano l’altro americano di origine cinese… Io sono arrivato come studente, ho avuto una determinazione molto mirata nel voler restare. E a dire la verità non ti fanno la vita facile: arrivi col visto da studente, devi trovare il modo di fermarti con visto di lavoro… nel mio percorso ci sono voluti quasi otto anni e mezzo. Nel frattempo, avevo costruito una vera vita, una famiglia, amici, un’esperienza di precarietà, ti sembra che da un momento all’altro possa succedere qualcosa per cui  tutto quello che hai costruito, per cui hai lavorato possa svanire, l’ho sempre percepita come una spada di Damocle, qualcosa  che non era sotto il mio controllo…”. – E come si integra la tu storia con una vicenda della seconda guerra mondiale? “L’esperienza di queste famiglie, i loro padri o i loro nonni venuti qui per realizzare un futuro migliore per sé e i propri figli e il vedersi  sottrarre da un momento all’altro tutto quel che avevano costruito, in maniera del tutto fuori dal loro controllo, a causa di questa precarietà determinata da un senso di percezione dei cittadini di origine giapponese come stranieri… in questa esperienza, anche senza questi aspetti drammatici, io mi riconoscevo: la sensazione che malgrado ti impegni a integrarti, a identificarti anche in una cultura, nelle norme sociali, c’è sempre una voce di sottofondo che dice: ma sei effettivamente completamente riconosciuto come parte della società? E’ una sensazione latente che ha avuto un ruolo nello scegliere questa storia”. – Qual è stata la cosa più difficile, per arrivare a Broadway? “Ottenere un teatro qui a Broadway,  uno dei palcoscenici che sono limitati e hanno un’enorme richiesta. E’ difficilissimo, c’è voluta una grande pazienza e quasi tre anni, ci sono voluti tempo e dedizione. Si tratta di un settore molto diffidente, di cui devi ottenere fiducia e stima per poter meritare questa opportunità. La vera prova sarà vedere se lo spettacolo piacerà o no. I prossimi mesi saranno cruciali per noi per capire se questo è un lavoro che piace al pubblico”. – E come si affronta questa sfida? “Devi avere un team estremamente differenziato, avere persone esperte di ambiti dei quali sai pochissimo, dunque la vera abilità è quella di mettere insieme la squadra giusta che può essere vincente.  Esordiamo dopo un mese di preview, con lo spettacolo che cambia ogni giorno, solo alla fine la vera apertura ufficiale. Il che significa ogni giorno, dopo lo spettacolo, ripensarlo di notte, alla mattina effettuare i cambiamenti, al pomeriggio le prove, tutto in base alle reazioni del pubblico, d’istinto. Ci scambiamo le impressioni sulle reazioni della platea attraverso l’evoluzione dello spettacolo, magari decidiamo un cambiamento di scena che richiede una settimana per essere realizzato”.   – Cosa c’entra un musical con l’esperienza precedente di imprenditore nel software? “Il percorso dello sviluppo di questo spettacolo è molto simile a quello del prodotto  software… richiede anni di impegno non solo della squadra che lo realizza ma pure feedback dal pubblico. Il copione oggi ha forse uno o due dei brani e delle scene dell’originale, tutto il resto è diverso. Hai uno percorso interattivo, di crescita, analisi, sviluppo… come se stessi facendo una scultura, ci vogliono anni e ogni volta che ritocchi all’improvviso capisci che devi rimodellare tutto in modo diverso… E’ un processo incredibile di scoperta, di cose dei cui non avevi idea, perchè non sai… le cose che non sai!  Ed è la stessa cosa che venture capital ed angels mi dicevano riguardo a come decidevano di finanziare o no un imprenditore. Vieni con un’idea ma l’unica cosa di cui devi essere certo e che non lo seguirai alla lettera. L’importante per i finanziatori era riconoscere se quella persona aveva la resistenza e l’abilità per cogliere queste svolte ed essere flessibili e motivati per andare nella nuova direzione scoperta.  Riciclarsi, cambiare direzione in risposta

Jack Sarfatti, incontro con lo scienziato eccentrico che ha ispirato “Doc” di “Ritorno al Futuro”

  Lo stralunato “Doc”, il dottor Emmet Brown di “Ritorno al Futuro” è ispirato proprio a lui, che negli anni Settanta è stato una figura di punta della scienza quantistica e contemporaneamente della controcultura californiana. Scienziato eccentrico, Jack Sarfatti classe 1939 vive ancora a San Francisco,  dove Italiani di Frontiera lo ha incontrato nel corso di un recente viaggio. Una chiacchierata preziosa, che viene pubblicata non a caso il 21 ottobre 2015, giorno in cui nel celebre film professore e studente protagonisti del film di Robert Zemekis del 1985 compiono il viaggio nel tempo. Con i suoi studi, Sarfatti  che in passato ha trascorso anche un periodo di studi a Trieste, al Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, per una ricerca sui mini buchi neri, ha fornito spunti ad altre pellicole imperniate su viaggi nel tempo, come “Terminator due: Il Giorno del Giudizio” e “L’Esercito delle Dodici Scimmie”. Nel recente “Come gli hippie hanno salvato la fisica” (Castelvecchi), David Kaiser docente di Fisica all’MIT ha illustrato il ruolo di un gruppo eccentrico di scienziati degli anni Settanta che combinavano ricerca d’avanguardia agli esperimenti di misticismo orientale e telepatia, test di mobilità psichica attingendo dal subconscio, uso dell’LSD… percorrendo una nuova importante frontiera: quella della fisica quantistica. Si riunivano spesso in una stanza del Lawrence Berkeley National Laboratory, si chiamavano Fundamental Fisiks Group e il loro eccentrico leader era proprio Sarfatti. “La teoria dei quanti rappresenta ancora oggi uno dei più eccitanti orizzonti della fisica. Eppure in pochi conoscono il grande contributo che a questa disciplina hanno dato gli eccessi del movimento New Age degli anni Settanta. Molte delle idee che sono alla base della fisica dei equanti, ebbero origine dalla frenetica controcultura di quegli anni, da un fecondo miscuglio di bong, viaggi con l’LSD, misticismo orientale, teorie del complotto ed entusiastiche fedi nell’Era dell’Acquario”, ha scritto Kaiser. Secondo il quale, sarebbero  stati loro a recuperare in qualche modo quell’intreccio fra ricerca scientifica e tensioni filosofiche ed esistenziali che era stato naturale sino agli anni Venti per geni con Albert Einstein e Niels Bohr, ma era stato mortificato, piegando la ricerca alle esigenze belliche, con secondo conflitto mondiale e Guerra Fredda. – Kaiser vi assegna un ruolo importante. Davvero negli anni Settanta avete dato una svolta alla fisica? “E’ un libro storico quello di Kaiser, racconta la storia di come io e i miei amici abbiamo iniziato a parlare di Quantum Entanglement (correlazione quantistica) oggi un aspetto importante. Ma all’epoca quando ne parlavamo molte figure di spicco della fisica dicevano no, non è importante… oggi c’è un settore di miliardi di dollari che è uscito da quelli che furono i nostri sforzi di allora e il libro documenta tutto questo”. – E com’è successo che Hollywood si sia ispirata a te per il personaggio di Doc in “Ritorno al Futuro”?  “Negli anni Settanta incontrai Eleaonor Coppola, moglie di Francis Ford Coppola, ad un seminario in cui ero stato incaricato di svolgere un aggiornamento sulle ultime novità della fisica. Ely aveva con sé una copia del mio libro Space-Time and Beyond scritto con Fred Wolfe e Bob Toben. Le portò me e Fred a casa sua alle tre di notte e Francis Ford Coppola scese dalla camera da letto molto contrariato dicendo: Non mi piace questa roba penso siano scemenze…” è così che io e Francis ci incontrammo e passai poi un bel po’ di tempo con lui e i suoi amici come George Lucas… una volta portai ad una festa, a casa di Francis, Uri Geller (controverso personaggio israeliano che sosteneva di possedere poteri psichici ndr), con me c’era pure Jacques Valèe, che divenne poi consulente tecnico per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977 Steven Spielberg ndr). Poiché il mio libro parlava di viaggi nello spazio, è stato così che è stato creato il personagio di Ritorno al Futuro. Credo che anche Eli Coppola abbia fatto un film sui viaggi nello spazio, era un tema che la intrigava molto”. – I viaggi nel tempo sono il tema di uno dei più interessanti film di fantascienza degli ultimi anni, Interstellar di Christopher Nolan… “La fisica in Interstellar è la migliore che ci sia stata nella fantascienza, perché è stata creata da Kip Thorne, fisico di prim’ordine del CalTech. L’ho incontrato la prima volta attorno al 1967… quando ho ho visto il fim sono rimasto impressionato anche dalla colonna sonora… forse un po’ confuso all’inizio ma di sicuro un bello sforzo e parla di quelo che è davvero la fisica”. – Davvero ci sarà la possibilità di percorrere questi tunnel spaziotemporali? “Non sono sicuro di esser d’accordo con l’uso di Kip Thorne della quinta dimensione per spiegare i suoi effetti. Penso ci sia un altro modo per arrivare ai wormholes (tunnel spazio-temporali) ma penso la questione centrale è che dischi volanti e fenomeni Ufo sono per me prove che forme di intelligenza (aliena ndr) visitano la Terra e l’hanno visitata per molto tempo, forse migliaia, milioni di anni ed hanno influenzato la nostra storia. Infatti penso che la Bibbia sia un libro di Ufo. Se pensi ai profeti, che hanno visioni e vedono le stesse cose in cielo… – Un futuro che ha condizionato il passato? “Io ho anche il sospetto che chi ci ha progettato… siamo stati noi stessi, provenienti dal futuro, con un viaggio nel tempo. E c’è uno degli amici di Kip Thorne, Igor Novikov, fisico russo, che ha scritto di questo anello del tempo”. – Vuoi raccontare quali sono le tue radici italiane? “Il padre di mio padre era cugino di Margherita Sarfatti, intellettuale molto conosciuta in Italia che sfortunatamente in qualche modo creò Benito Mussolini (Margherita Sarfatti 1880-1961 fu appassionata sostenitrice, collaboratrice e per lunghi anni amante di Mussolini ndr) … ma c’era pure un Sarfatti che fu medico personale di Papa Giulio II e professore di anatomia di Michelangelo…”            

Cinquant’anni fa il primo personal computer stupiva New York. Era italiano, la P 101 “Perottina” Olivetti

Steve Jobs aveva dieci anni quando  nello stand Olivetti del BEMA di New York, il salone dell’elettronica,  il pubblico trascurando le macchine da scrivere si mise a cercare incuriosito il fascio di cavi che di sicuro collegava quella macchina grande come una telescrivente a un “computer-armadio” nascosto chissà dove… perchè quella macchina da tavolo veniva presentata come un computer! Il 14 ottobre 1965 fece il suo esordio pubblico quello che è considerato il primo personal computer la P101 Olivetti, ribattezzata  “Perottina” poiché era stata realizzata da un manipolo di “ingegneri folli” capitanati da Pier Giorgio Perotto, una storia che viene spesso rievocata nelle conferenze Italiani di Frontiera. E alla quale La Stampa  ha dedicato un bell’articolo. Tutta la storia della leggendaria P101 è raccontata nella pagina di storia del sito di Olivetti Eccone un estratto. “…Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.. . nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina” …Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti. Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto. Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101… …Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965… …Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti…”. Oltre che fucina di straordinaria innovazione, come ricordato anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” la Olivetti è stata pure il trampolino di lancio per tanti protagonisti di questo progetto incrociati a Silicon Valley, come ricorda questo post pubblicato nel 2010, nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti. Qui invece l’intervista 2008 realizzata per Reuters a Laura Olivetti, presidente dell’omonima fondazione.

Il surf, uno sport metafora che la California scoprì grazie a tre principi hawaiani 130 anni fa, mentre veniva fondata Stanford

Navigare e cavalcare le onde, due metafore ricorrenti, anche negli storytelling di Italiani di Frontiera. Navigazione come sfida all’ignoto, elevata a simbolo della condizione umana, magistralmente evocata da Joseph Conrad. Il flusso e lo scorrere come visione di un mondo in costante cambiamento, in cui sfuma la distinzione fra Reale e Virtuale, la differenza fra Intelligente e Smart si fa irrilevante, c’è un primato dell’Interazione sulle Cose, come rilevato in una splendida conferenza ad un recente evento Cisco da Luciano Floridi, filosofo ad Oxford. Che ha citato un prezioso frammento di Eraclito: Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”. l surf simbolo d’intraprendenza che consente di sfidare forze indomabili, come quelle dell’oceano, ma oggi pure simbolo del pensiero laterale, percorsi trasversali e collegamenti eccentrici che consentono di “catturare” significati che sfuggono al pensiero lineare. Sinonimo di coraggio, libertà individuale ed anticonformismo, il surf è diventato pure un simbolo per la California. Che lo scoprì però solo 130 anni fa… Estate 1885,  Santa Cruz 120 chilometri a sud di San Francisco sta conoscendo un inatteso boom turistico. Cinque anni prima è stata conclusa la South Pacific Coast Railroad e la località balneare è una meta molto più facilmente raggiungibile, per chi vuole sfuggire alla calura dell’entroterra californiano ma anche da tutto il Paese. Uno dei grandi magnati della ferrovia è Leland Stanford, che proprio nella primavera di quel 1885 assieme alla moglie Jane ha fondato poco più a nord, a Palo Alto, l’Università che aprirà i battenti nell’ottobre 1891, dedicata alla memoria del figlio Leland Junior, morto a sedici anni l’anno prima a Firenze, durante un viaggio in Europa, a causa del tifo contratto in Grecia. In questo dramma umano e nella costruzione della celebre Università, gli italiani e i veneziani in particolare giocheranno un ruolo speciale, come raccontato i questo post. A descrivere l’atmosfera eccitata di Santa Cruz invasa da turisti è un quotidiano vivace ma dalla vita effimera, il Santa Cruz Daily Surf. Quella parola “surf” di etimologia incerta (sembra indicasse in origine le coste dell’India) che definisce la cresta dell’onda che diventa schiuma infrangendosi su spiagge o scogli, sta per entrare nell’uso comune con un altro significato. Fra i turisti che affollano la località infatti ci sono tre cadetti  della Saint Mathew’s School, accademia militare di San Mateo (non lontano da dove oggi sorge l’aeroporto di San Francisco).  Sono tre giovani principi delle Hawaii: David Kawananakoa, Edward Keliiahonui e Jonah Kuhio Kalanianole. Secondo la leggenda, sono saliti sulle montagne di Santa Cruz per ritagliarsi con legno di sequoia tre tavole particolarmente lunghe, riservate nella tradizione hawaiana all’aristocrazia. I tre rimasti orfani erano stati adottati dallo zio,  il re hawaiano David Kalakaua e sua moglie la regina consorte Esther Julia Kapi’olani e affidati alla tutela di una cugina che viveva in California, dove loro studiavano.    Secondo le cronache, le esibizioni dei tre giovani sulle loro lunghe tavole destarono un’enorme impressione sulla folla di turisti che non avevano mai visto nulla del genere. E per anni si parlerà di quello spettacolo, che ha gettato il seme di un nuova disciplina, destinata a caricarsi di significati simbolici, nella sfida giocosa e coraggiosa a una forza terribile, quella dell’oceano.  Ai tre giovani hawaiani, ricordati da una targa bronzea, nel 130° anniversario di quella esibizione, Santa Cruz ha dedicato dal mese scorso una mostra. I tre erano destinati a lasciare un segno pure nella storia delle Hawaii. Mentre Edward tornato alle isole malato di scarlattina morì nel 1887, David erede al trono non diventò mai re. Nel 1893 un colpo di stato propiziato dagli Stati Uniti mise fine alla monarchia instaurando una repubblica filoamericana. Due anni dopo, Jonah finì in carcere, per aver partecipato a un tentativo d’insurrezione per ripristinare la monarchia. Impossibile opporsi alla potenza americana: Jonah trovò un suo modo per “cavalcare” l’onda in politica, diventando esponente del partito repubblicano e delegato rappresentante delle Hawaii al Congresso USA. Ma era ancora in carcere, oltreoceano, quando un giornale di Santa Cruz aveva rilevato come quella prima esibizione del 1885 di cui era stato protagonista avesse tenuto a battesimo un nuovo sport, scrivendo: “I ragazzi che vanno a nuotare a Seabright Beach usano tavole da surf per cavalcare le onde, proprio come gli hawaiani”.

Cristina Dalle Ore un’Italiana di Frontiera nel team NASA della sonda che ha raggiunto Plutone

“Caro Roberto: è sempre un super piacere sentirti! Complimenti per il libro di cui sono orgogliosa di esser parte”. Da alcune ore Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana, è rimbalzata  su schermi e siti di tutto il mondo, nelle immagini della squadra che alla NASA ha festeggiato il successo della missione della sonda che ha raggiunto Plutone (nella foto in alto è la prima a sinistra). Fra i protagonisti di Italiani di Frontiera, che le ha dedicato anche un paragrafo nel libro uscito qualche mese fa, Cristina ha una storia bellissima, di tenacia, determinazione. Ma prima l’attualità. Cristina trova il tempo di rispondere rapidamente dalla California via mail a una serie di domande sul suo lavoro. Le sue parole, sul valore e il significato di questa missione sono da incorniciare. – Perchè è così importante questa missione? “Perchè spinge i confini della nostra specie ai bordi del sistema solare. Perchè sarà di ispirazione per le nuove generazioni a continuare a espandere l’orizzonte della nostra conoscenza verso nuove mete sempre più lontane. Perché unisce l’umanità nell’entusiasmo della scoperta e in questo rivela la parte migliore del genere umano. E più praticamente perché spinge i limiti della tecnologia motivando nuovi studi”. – Quando avete iniziato questo lavoro mirando a Plutone?  La missione e’ stata approvata nel Novembre 2001, dopo anni di tentativi. Quale è stato il tuo ruolo? “Il mio coinvolgimento vero e proprio  è incominciato recentemente con l’arrivo dei primi dati spettroscopici e sta velocemente prendendo importanza,  mano a mano che i dati ci arrivano con risoluzione spaziale sempre più alta. Sono una collaboratrice del gruppo che studia la composizione delle superfici di Plutone e delle sue lune. Il mio ruolo è analogo a quello di ‘detective-archeologa’, attraverso lo studio delle immagini ‘hyperspectral’. Queste sono immagini in cui ogni pixel ha uno spettro, cioè la rappresentazione della luce riflessa a 256 lunghezze d’onda diverse dall’area di Plutone coperta dal pixel. Immagina un arcobaleno con 256 colori invece dei soliti 6. L’intensità dei colori è come l’impronta digitale della superficie e da quella riusciamo a risalire alla composizione e indirettamente alla storia della superficie stessa. Sono parte di un piccolo gruppo di scienziati (tre) e ognuno di noi applica tecniche analitiche diverse che poi confrontiamo per assicurarci che i risultati siano accurati”. – Quali sono le metodologie più avanzate utilizzate nel tuo lavoro?  “Il mio approccio analitico utilizza tecniche di classificazione che vengono comunemente usate per l’analisi di ‘big data’ e che permettono di fare un’analisi oggettiva dei dati. Il risultato della classificazione viene poi interpretato con l’aiuto dei dati geografici e confrontato con I risultati indipendenti dei miei due colleghi di cui ti parlavo nel mio messaggio precedente”. – Il momento più difficile? “Fino ad ora è stato lunedì scorso, quando i primi dati interessanti sono arrivati e non riuscivo a stare nella pelle dalla voglia  di analizzarli e capire il loro significato. Allo stesso tempo è stata una delle giornate più’ eccitanti della mia carriera. :-)”. -Cosa vi aspettate in futuro?  “Prossimamente (nei prossimi mesi)i: dati a maggiore risoluzione geografica che ci diranno in dettaglio che materiali compongono le diverse parti di Plutone e di Caronte. A lungo termine: nuove missioni verso altre parti del sistema solare e magari anche al di fuori, a seconda di quanto lontano nel futuro ci vogliamo riferire”. Qui sotto un estratto dal paragrafo a lei dedicato, nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). “Mai rinunciare a inseguire le proprie passioni, usare Internet come porta d’accesso e, per le ragazze, prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini. Come ha fatto lei, quando arrivò in America parlando un inglese che sembrava quello degli indiani nei film (solo verbi all’infinito) e su una tastiera aveva digitato soltanto due parole: «Hallo world». Astronoma trevigiana, laurea all’Università di Padova, Cristina Morea Dalle Ore è oggi ricercatrice al Carl Sagan Center oltre che al SETI Institute e all’Ames Research Center della NASA, dove è arrivata passando per University of California e Harvard… Oggi Cristina è specializzata nello studio dei bordi del sistema solare, un filone di ricerca che consente di capire la composizione chimica del sistema e la sua storia”. La foto in posa scherzosa, assieme alla figlia Lucia, che Cristina ha pubblicato sui social per celebrare l’evento, per me ha un significato particolare. specie in un Paese come l’Italia, che troppo spesso ammira l’arroganza costruita sul nulla. Qui una grande scienziata, un’ eccellenza mondiale, con uno scatto dimostra come la competenza  si  combini a una dose di ironia, con la leggerezza  dell’intelligenza.