Berkeley premia la startup biotech Tensive di Alessandro Tocchio

Un incrocio quasi impossibile, un’ora prima della partenza mia da San Francisco, al termine dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour con gli imprenditori romagnoli,  breve chiacchierata su Skype con Alessandro Tocchio, appena arrivato in Italia… da San Francisco, con il prestigioso premio conquistato a Berkeley, con la sua startup Tensive. Il logo è un albero stilizzato, senza foglie o fiori ma così fitto di rami da promettere una rigogliosa fioritura. La missione, ambiziosa: fornire attraverso l’alta tecnologia una rigenerazione di tessuti umani per l’utilizzo in campo medico. Una strada lunga ma i frutti già si vedono. E nelle settimane scorse all’Intel Global Challenge a Berkeley, Tensive, startup milanese, è stata fra i tre vincitori, a conferma che in Italia coniugare ricerca e business è possibile, fa capire Alessandro Tocchio, amministratore delegato di Tensive e negli ultimi anni ricercatore alla fondazione Filarete acceleratore e centro di eccellenza per la generazione di innovazione e il trasferimento tecnologico verso le PMI nei campi delle Scienze della Vita, delle Biotecnologie e della Salute. «Il ricercatore italiano… soffre ed è per questo più disposto a rischiare. C’è più gente che ha voglia di fare impresa perché è in posizione scomoda e qui ho trovato i miei soci, ricercatori con la stessa voglia di fare impresa che avevo io», dice Alessandro, laurea in Ingegneria Fisica al Politecnico Milano, un breve periodo in un fondo di Private Equity, e dopo il contatto col capo dipartimento Fisica dell’Università di Milano, Paolo Milani, direttore del CIMAINA sezione del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, nonché professore e ricercatore sulle nanotecnologie in campo medicale, l’inizio di una collaborazione che ha poi portato al trasferimento alla Fondazione Filarete, di cui il Milani era direttore scientifico… continua a leggere su Startupitalia!

Essere i più bravi ma avere “solo” 23 anni: cosa insegna la storia di Walter Bonatti all’Italia di oggi

«In fondo, Walter deve ricordarsi che quando l’abbiamo portato con noi era ancora un balilla». Il Walter in questione, all’epoca aveva 23 anni. E “balilla” stava per ragazzino, che deve saper stare al suo posto. Un piccolo mondo antico, di “veci” e “bocia”. Che in Italia ancora non è del tutto tramontato. Ventitré anni è l’età che avevano Sergei Brin e Larry Page nel 1996, quando si preparavano a cambiare il nostro mondo, lanciando l’anno dopo Google. La stessa età che aveva Mark Zuckerberg, nel 2007, quando annunciò il lancio di Facebook Platform, piattaforma di sviluppo per programmatori ideata per creare applicazioni interne a Facebook, che aveva tenuto a battesimo a vent’anni. Ventitré anni aveva pure Fabrizio Capobianco, oggi presidente di Funambol, azienda ponte fra Italia e USA di grande successo a Silicon Valley, quando come giovane ingegnere girava per le aziende italiane a metà anni Novanta, ripetendo come un mantra che il futuro del business era su Internet. «Non mi rispondevano che non era vero. Mi dicevano: cosa vuoi sapere tu, che hai 23 anni?», ricorda Fabrizio, oggi alla ribalta anche con una nuova startup, TOK.tv. In un paese che ancora non sa scrollarsi di dosso il vizio suicida di mortificare i propri talenti, pure con insensate gerarchie anagrafiche, è a Walter, che 23 anni li aveva nel 1954, che vogliamo rendere omaggio. Oggi, 13 settembre, a due anni dalla sua morte. Era il migliore, il più forte, oltre che il più giovane, Walter Bonatti (1930-2011),  straordinario scalatore ed esploratore bergamasco, quando fu tra i protagonisti di un evento storico: la conquista della vetta del K2 da parte di una spedizione italiana. Ma in quelle pagine destinate ad entrare nei libri, nella storia che aveva emozionato e restituito orgoglio ad un Paese ancora segnato dal disastro della guerra, Walter era entrato con una macchia… L’articolo completo su CheFuturo!

Fabrizio Capobianco: ecco come TOK.tv ha conquistato la “mia” Juventus

E’ andato tutto molto più velocemente del previsto, per l’ultima creatura di Fabrizio Capobianco, Top IdF Friend (protagonista della prima intervista Italiani di Frontiera, all’inizio dell’avventura californiana nel 2008)  e figura di spicco degli italiani di Silicon Valley, dopo il successo della sua Funambol di cui oggi è presidente. Con un piacevole scherzo del destino. Partita con successo negli USA, TOK.tv  doveva arrivare in Italia l’anno prossimo. Invece a Fabrizio è arrivato un messaggio della sua squadra del cuore e… in poco tempo è nata Juventus Live . Partenza alla grande, consacrazione sui media l’altro giorno, con un articolo su Repubblica di Riccardo Luna. Ma andiamo per ordine. Incontrato la primavera scorsa durante il Tour a Silicon Valley con i Giovani Imprenditori del Sud guidati da Antonio Perdichizzi, Fabrizio  ha spiegato nei giorni scorsi a IdF la sua nuova avventura, rimbalzata in anticipo in Italia. Ed i suoi promettenti risvolti di business. – Com’è nata l’idea di TOK.tv? Ero stufo di vedere le partite da solo con il mio cane Roberto (detto Bobby, stai tranquillo). E’ una buona compagnia, pero’ quando segna la Juve e io urlo, si spaventa. Il mio sogno era vedere le partite con la mia famiglia, come facevo quando vivevo in Italia. Purtroppo pero’, loro sono in Italia, io in California, e mio fratellino adesso e’ in Mozambico. Mi sono dovuto inventare un modo per poter vedere le partite con loro a distanza. Adesso ci riesco, mi guardo la Juve con la mia app sul divano e mi sembra di essere a casa. Noi emigrati siamo ingegnosi… – E com’è stata accolta negli USA? Negli USA abbiamo lanciato tre app: TOK Baseball – partita già per le World Series del 2012 – , TOK Football – pubblicata poco prima del Super Bowl – e TOK for Oscars, unico esperimento non sportivo. Con TOK Baseball – entrata tra le top 10 apps della categoria “Sport” in US – abbiamo scoperto che gli utenti tornano ad usare la nostra app quotidianamente e che parlano in media per 24 minuti a partita. Numeri incredibili. Lì abbiamo capito che possiamo davvero essere la second screen app – o come diciamo noi – l’app da divano (o couch app) per eccellenza”. – Cos’è piaciuto di più? “La Social Photo – cioè la possibilità di scattare una foto a tutti i partecipanti alla living room (massimo 4) e di condividerla su Facebook – è stata accolta in modo strepitoso (quasi 15,000 foto scattate durante il primo weekend di Juventus Live…)”. – Forse non pensavi di sbarcare così presto in Europa… da cosa è scaturito il contatto con la Juve? “Un giorno ho ricevuto una mail da un indirizzo con dominio juventus.com. Credevo fosse uno scherzo (puoi immaginarti quante verifiche tecniche ho fatto per accertarmene…) e invece era davvero la mia squadra del cuore, la Juve. La passione di sempre che bussava alla porta di TOK.tv. Puro caso del destino”. – E quali i primi riscontri nei primi giorni della app per la Juve? “Con Juventus Live abbiamo raggiunto quota 100.000 downloads nel primo weekend. I commenti sull’App Store e sui nostri canali Social sono entusiasti. Insomma, non ci lamentiamo… Stiamo lavorando alla versione Android, e vorrei triplicare i downloads nel primo weekend “. – Quali altre occasioni vedi in Italia per TOK.tv: altre squadre di calcio, altri sport o eventi… “Noi non ci poniamo limiti 😉 Lo sbarco in Italia era previsto per il 2014 ma l’esperienza di Juventus Live insegna che l’imprevedibile è sempre dietro le porta. Fintanto che ci sarà qualcuno che vuole restituire alla TV il suo lato autenticamente Social, allora avrà senso pensare che TOK.tv possa trovare spazio sia per gli eventi sportivi sia per altri tipi di produzioni TV. E poi il team – come quello di Funambol – e’ tutto in Italia, quindi piu’ riusciamo a fare nel Bel Paese, meglio e’”. – Dietro ad un servizio utile per appassionati e tifosi c’è un sistema in grado di definire il profilo di utenti possibili consumatori, per potenziali inserzionisti. Puoi spiegare questo aspetto di business? “L’idea e’ semplice: l’85% della raccolta pubblicitaria mondiale e’ legata alla TV. Con l’altro 15% – di Internet – Google ha creato un’azienda enorme. Noi vogliamo avvicinare quell’85% a Internet. Oggi le aziende spendono un milione di dollari per una pubblicita’ durante il Superbowl. Non sanno quanti veramente l’abbiano vista, ne’ possono avere un feedback diretto (il famoso click-through di una campagna Internet). Se passa una pubblicita’ in TV e tu hai in mano TOK.tv, noi possiamo darti la possibilita’ di “cliccare” sulla pubblicita’. Passa uno spot di un libro in televisione, compare l’icona in basso a destra, tu pensi “bello, questo me lo compro”, un click ed e’ fatta. E’ una rivoluzione, in un mercato da 200 miliardi di dollari all’anno. Noi ci accontentiamo dell’1% …”.

Fare innovazione a Berlino: Giuseppe Colucci (Ploonge) e lo Startup Safary

Berlino ha un valore particolare per Italiani di Frontiera, visto che ha segnato l’esordio all’estero di una delle sue conferenze (nel 2009 grazie ad una compagna di liceo ritrovata online, oggi docente all’Institut fur Romanische Philologie) alla prestigiosa Freie Universitat, con la prima narrazione multimediale di IdF oltre confine. La capitale tedesca, oggi una dei più promettenti centri per le startup, si appresta a diventare fra pochi giorni, dal 6 settembre, il cuore dell’innovazione europea con Startup Safary Berlin. Non sono pochi i giovani imprenditori italiani che stanno mettendo radici a Berlino, con tanto di quotidiano online per gli italofoni della città: Ilmitte, dove lo Startup Safary è stato illustrato in un articolo da uno degli organizzatori, Giuseppe Colucci, 28 anni, da quasi 3 nella capitale tedesca, dove ha gettato le basi per una startup italiana, Ploonge. Che ha raccontato a IdF la sua avventura.   – Giuseppe che ci fai a Berlino? “Sono arrivato qui nel 2011 assolutamente per caso e non seguendo il Berlin Dream come molti connazionali. Io, in realtà, mi ero trasferito in Spagna e volevo vivere lì, ma poi la mancanza di lavoro e di prospettive mi hanno portato a cercare nuove possibilità in giro per il mondo. mi è capitato un lavoro a Berlino, l’ho preso ed eccomi qui”. E cos’è Ploonge? “E’ una startup italiana, nata dall’idea di 2 ragazzi milanesi, Giorgio Bertolini e Alessandro Coscia, a fine 2011. Diventata azienda nel maggio 2012, da settembre di quell’anno è presente anche a Berlino. Ecco, io ho creato le basi per l’insediamento di una sede di Ploonge a Berlino, che tuttora gestisco. Il concetto di Ploonge è quello di social online ticketing, una piattaforma per vendere biglietti per eventi di ogni tipo, combinata a un social network in cui la gente interagisce e si scambia informazioni, feedback e raccomandazioni sugli eventi, il tutto per rendere gli stessi più social e virali e quindi aiutare gli organizzatori ad aumentare le vendite”. – Quali sono i vantaggi di Berlino come ecosistema per le strartup rispetto al resto d’Europa? “Mah, quello che in genere si dice – ed è ancora vero, occorre vedere per quanto tempo – è che Berlino è cheap. Molti giovani imprenditori squattrinati vengono qui per questo motivo. E’ anche vero che l’ecosistema ha iniziato a crearsi intorno a qualche esempio di startup di successo nata qui, come SoundCloud. E poi Berlino è una città vibrante, cosmopolita, molto attraente per giovani menti creative, molto aperta di vedute. Perciò qui a Berlino è facile trovare ispirazione da altri che fanno il tuo stesso lavoro. E anche manpower, perché, come detto, molti giovani creativi vengono a vivere qui”. – E il confronto con Silicon Valley? “Ancora improponibile, ovviamente. Per costruire un ecosistema forte e stabile come nella Valley ci vogliono decenni, non un lustro. Ci vogliono capitali ingenti, che a Berlino ancora mancano. Ci vogliono aziende nate lì dal nulla e diventati colossi mondiali che investano fior di soldi in aziende minori per aiutare l’ecosistema a crescere”. – Com’è la comunità berlinese degli startupper italiani? “Vibrante. Mi è capitato un paio di volte di essere intervistato da Der Spiegel e Venture Village sul boom degli startupper italiani a Berlino. E’ una community numerosa e laboriosa che si dà da fare, si aiuta (c’è un gruppo Facebook chiamato Digitaly che riunisce tutti noi sotto lo stesso tetto, organizza eventi per farci conoscere, aiutare, consigliare..) e fa impresa. Venuta qui perché in Italia si sentiva oppressa dalla mancanza di vision della nostra classe economico-finanziaria e ovviamente anche politica. Ci sono molte startup a Berlino create da italiani, alcune vanno bene, altre meno, però c’è molta dinamicità”. – Cosa si ripropone Startup Safary Berlin? “Startup Safary Berlin sarà la prima giornata di open doors per startup a Berlino. 60 aziende piccole o medio-grandi apriranno le proprie porte all’intera community di Berlino per workshops, tours, Q&A, networking meetups. L’obiettivo è quello di portare l’intera community insieme, per dialogare, per conoscersi meglio, creare opportunità di business, far sì che chi ancora non fa impresa si lasci ispirare da coloro che ci sono riusciti. Però, ovviamente, non vuol essere un evento auto-celebrativo ma vuole aprirsi anche al resto d’Europa. Infatti ci saranno diverse delegazioni che arriveranno da altre città e paesi per costruire un ponte tra Berlino e altri ecosistemi, per dialogare, fare business, scambiarsi informazioni utili. E abbiamo degli Ambassador in molti paesi europei che ci aiutano a promuovere l’evento e creare delegazioni. Ne abbiamo anche in Italia, come ad esempio l’azienda di Business Design, Beople.”. – E che ruolo avranno gli startupper Italiani? “All’interno del team di Startup Safary ci sono ben 2 italiani! Oltre a me anche Lorenzo Musiu, un filmmaker che si occupa della parte video. E poi delle aziende partecipanti ci sono anche alcune realtà italiane: vedi Expaway, o Frestyl. E poi ci aspettiamo che dall’Italia vengano numerosi a tastare il polso al nuovo hub startup europeo, Berlino”. – Ad un aspirante startupper italiano che volesse venire a Berlino: cosa consigli di fare… e di non fare? “Direi: pensaci 5 volte prima di intraprendere un percorso così difficile. Solo se la tua idea è davvero valida e il tuo business model è forte hai possibilità. Vedo qui molte aziende che nascono, magari hanno anche un team molto bravo e creeranno un forte hype intorno a sé, ma poi entrano in un vicolo cieco per mancanza di un revenue model che davvero funzioni. Qui nessuno sta aspettando te, c’è molta concorrenza e di startup ne nascono 2 al giorno, perciò bisogna essere davvero forti. Però le opportunità ci sono e se uno è convinto di poterle sfruttare, allora ben venga, lo accogliamo a braccia aperte! Per lo meno Berlino è un posto che ti permette di provarci. Magari si tratta solo di una sensazione che si ha, perché tutto è molto elettrico, ma se uno è convinto davvero allora ci provi!”.

L’incredibile avventura di Lorenzo Da Ponte, il poeta di Mozart da Venezia a Londra a New York

  Fortunato l’uom che prende Ogni cosa pel buon verso, E tra i casi e le vicende Da ragion guidar si fa. Quel che suole altrui far piangere Fia per lui cagion di riso, E del mondo in mezzo ai turbini Bella calma proverà. finale di “Così fan tutte” di Wolfgang Amadeus Mozart, libretto di Lorenzo Da Ponte   “Lorenzo Da Ponte way”. Nel cuore di Manhattan, Tribeca, tra Leonard e Church Street, il cartello stradale bianco e verde è stato collocato il 10 marzo 2009, in occasione del 260° anniversario della sua nascita. Lì quello che fu il primo docente italiano della Columbia University, dopo esser stato prelato, raffinato uomo di lettere, libertino, avventuriero giramondo fra Venezia e le corti europee, poi oltreoceano, uomo d’affari poco fortunato, aveva inaugurato il primo teatro dell’opera italiana dei neonati Stati Uniti. Nessuno forse lo ricorderebbe, se lui che nacque quando era in augeHaendel e morì dopo l’esordio di Wagner non fosse stato pure a fianco di Wolfgang Amadeus Mozart, come librettista di sue opere immortali: Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787), Così fan tutte (1790). Morto il 17 agosto 1838, settantasei anni vissuti con incredibile intensità, quelli di Lorenzo Da Ponte, nato nel 1749 nel Trevigiano a Ceneda, oggi quartiere di Vittorio Veneto, col nome di Emmanuel Conegliano da famiglia ebraica. Rimasto vedovo, il padre decise di convertirsi per sposare una donna cristiana e come usanza del tempo la famiglia prese il cognome dal vescovo Da Ponte che li aveva battezzati, Emanuel, all’epoca quattordicenne, anche il nome. VENEZIA, TREVISO E LA FUGA – Dopo gli studi al seminario prima a Ceneda poi a Portogruaro, Da Ponte si trasferì a Venezia, ordinato sacerdote in un percorso quasi obbligato, certo non ispirato dalla vocazione: nella città lagunare scopre un mondo vivace che si adatta al suo temperamento più della provincia e del seminario. Venezia è la capitale del piacere: feste ben oltre il Carnevale, teatri, case da gioco, dove non pochi dissipano interi patrimoni. Da Ponte ha un incarico di pedagogo che dura poco, per la sua vita scapestrata. Ha una tresca con una donna sposata, il fratello Girolamo riesce a strapparlo al mondo del gioco d’azzardo: entrambi ottengono una cattedra al seminario di Treviso. Lorenzo guadagna la stima del vescovo con i suoi componimenti e ottiene la cattedra di retorica. Ma quando all’accademia di fine anno, agosto 1776, gli studenti recitano componimenti dell’insegnante su temi a scelta, Da Ponte invece dei soliti argomenti scontati decide di trattare il rapporto fra organizzazione sociale, leggi e felicità degli uomini, ispirandosi al filosofo svizzero Jean Jacques Rousseau , i cui scritti erano proibiti nella Repubblica di Venezia. Viene punito duramente: perde la cattedra in seminario e il diritto all’insegnamento, pena durissima forse frutto di un “regolamento di conti” fra famiglie nobili veneziane, una delle quali lo proteggeva. Per questo a Venezia a cercare l’appoggio di quei nobili che si consideravano progressisti, come Giorgio Pisani, che lo assume come istruttore dei figli. In quel periodo entra in pieno nella vita culturale veneziana, conosce un poeta di teatro di successo come Caterino Mazzolà, oltre a Giacomo Casanova, col quale si frequenta a lungo, anche se alla fine litigano per “una controversia frivolissima di prosodia latina”. Nel frattempo, Da Ponte ha fatto scandalo con una tresca con una giovane donna sposata. Dopo una denuncia anonima ripara a Padova e quando gli viene intimato di consegnarsi e farsi processare, segue il consiglio di chi gli dice che è meglio dileguarsi. DA GORIZIA A DRESDA A VIENNA – Ha trent’anni ed il suo fascino di uomo di lettere squattrinato ma brillante fa breccia, grazie ad alcuni componimenti, nell’aristocrazia di Gorizia, all’epoca austriaca. Da lì si trasferisce a Dresda, dove il poeta Mazzolà conosciuto a Venezia ha un importante incarico. In quella città crocevia della cultura austriaca a slava inizia a lavorare ad opere teatrali. Anche lì però la sua passione per le donne lo fa finire nei guai e prima che la situazione precipiti, riesca a trovare chi finanzi la sua trasferta a Vienna, con un biglietto di Mazzolà da consegnare ad Antonio Salieri. A Vienna, Da Ponte spera nell’appoggio del celebre Pietro Metastasio, che ha elogiato le sue poesie ma che muore invece poco dopo il suo arrivo. Un’opportunità inaspettata, visto che il suo prestigioso posto di poeta del teatro, rimasto vacante, viene assegnato da Salieri proprio a lui. Da Ponte ha conquistato la stima dell’imperatore Giuseppe II , subentrato alla madre Maria Teresa d’Austria, figura di monarca despota illuminato autore di importanti, radicali riforme, dalla sanità alla giustizia. La collaborazione con Salieri nell’opera “Il ricco d un giorno” si rivela un fiasco ma Da Ponte recupera rapidamente prestigio e dopo il successo di “Il burbero di buon cuore”, su spartito di Vicente Maetin y Soler, il poeta librettista italiano è letteralmente conteso dai compositori a corte. E’ così che conosce Mozart. “Le nozze di Figaro” (1786) deve superare molti impedimenti per andare in scena, Da Ponte stempera gli accenti fortemente antiaristocratici, che anticipavano il clima della Rivoluzione Francese. L’opera viene accolta freddamente a Vienna, mentre suscita entusiasmo a Praga, come avviene l’anno dopo per “Don Giovanni”, in un trionfo di repliche. Sembra sia stato lo stesso imperatore a suggerire a Da Ponte la trama ispirata a fatto veramente accaduti di “Così fan tutte” (1790), che malgrado l’ottima accoglienza, a Vienna va in scena solo cinque volte per la morte di Giuseppe II. Mozart muore l’anno dopo, a Vienna cambia l’atmosfera per Da Ponte che nel giro di un anno viene licenziato. Spera di ottenere la revoca al bando che gli vieta il ritorno a Venezia e per questo si presta ad una riprovevole opera di delazione (pure Casanova aveva fatto la spia per la Serenissima per ottenere la grazia…) DA TRIESTE A LONDRA – E’ a Trieste che conosce Nancy Grahl. Lui ha 43 anni, lei venti di meno. Si sposano (non è accertato con quale cerimonia). E dopo altre peripezie si trasferiscono a Londra. Da

Addio a Doug, che vide il futuro senza sfera di vetro, in una scatoletta di legno: il mouse

A Stanford avevano celebrato l’evento nel dicembre 2008, pochi mesi dopo il mio ritorno in Italia e io l’avevo segnalato non su Italiani di Frontiera ma sul nostro blog di famiglia. Quarant’anni prima, il 9 dicembre 1968, Douglas Engelbart, ricercatore visionario, realizzava a San Francisco quella che è stata definita “la madre di tutte le presentazioni”. Novanta minuti indimenticabili per i mille presenti, che indicarono il futuro. Mentre l’Europa vibrava per le tensioni di un ’68 che prometteva una rivoluzione politica che non c’è stata, a San Francisco si annunciava ufficialmente, senza saperlo, quale sarebbe stata la strada della rivoluzione dei decenni successivi. Tecnologica ma libertaria. Avete presente Hal 9000, il supercomputer di “2001 Odissea nello spazio”? Cosi’, giganteschi e onnipotenti, si immaginavano negli anni Sessanta i computer del futuro. Doug sul palco indicò un’altra strada, che avrebbe potenziato non l’intelligenza artificiale in mano a pochi, ma l’intelligenza collettiva. E azzeccò quasi tutto: connettività, ipertesti, finestre sullo schermo… in mano non aveva una sfera di cristallo ma una scatola di legno con rotelle che aveva inventato lui (dopo aver provato comandi a pedale e a… ginocchio): il mouse. L’altro ieri Doug se n’è andato, a 88 anni. Qui il ricordo su Wired. Ah, chi c’era a una delle telecamere, durante la storica presentazione? Un giovane Stewart Brand, oggi a capo della LongNow Foundation, figura chiave nell’intreccio fra controcultura californiana e tecnologia, autore di quel Whole Earth Catalog da cui Steve Jobs nel leggendario discorso agli studenti di Stanford del 2005 trasse la celebre frase “Stay Hungry, Stay Foolish”.

Auguri a Roberto Crea, scienziato imprenditore, dall’insulina sintetica alle scoperte sulle proprietà delle olive

Quando era arrivato in California, aveva solo 29 anni ma nel giro di pochi mesi aveva compiuto una straordinaria performance entrando nella storia delle biotecnologie con un contributo fondamentale ad una invenzione di portata storica: l’insulina sintetica, rampa di lancio per un settore oggi in primo piano della scienza moderna. Oggi Roberto Crea, eccezionale ricercatore e imprenditore di origini calabresi, da decenni oltreoceano, fra i padri dell’insulina sintetica, compie 65 anni. Il modo migliore per fargli gli auguri, da parte di Italiani di Frontiera, di cui è uno die grand protagonisti, è rievocare l’incontro in cui raccontò quella fantastica avventura che fu l’inizio della sua carriera e alcune delle tappe successive, come il lancio di CreAgri, business ormai consolidato a livello internazionale per esaltare le straordinarie proprietà delle olive, da lui individuate. Ben spiegate in un video da un altro veterano di Silicon Valley suo collaboratore, vecchio amico di IdF, il giornalista Paolo Pontoniere.

Passerella di Italiani di Frontiera a Mind the Bridge. E alla fine arriva pure il leggendario Federico Faggin!

Davvero un gran finale, per il Silicon Valley Tour con i Giovani Imprenditori del Sud. Incontro personale con il console generale a San Francisco, poi tutta la giornata a Mind the Bridge per la sessione finale di formazione startup, con un cocktail alla sera che è stato un’incredibile passerella di amici e Italiani di Frontiera che vivono a San Francisco, raccontati in questi anni, dopo aver incontrato Franco Folini nella nuova sede di  Novedge. Da Luca Prasso, che ha da poco lasciato   un colosso della grafica digitale come DreamWorks a Matteo Fabiano a Francesco Sullo , alle brave Elena Favilli e Francesca Cavallo di Timbuktu, all’effervescente Simone Brunozzi evangelist di Amazon.  Pareva di scorrere l’archivio di IdF… invece come sempre è tutto proiettato nel futuro. Una mano esperta ha scritto la sceneggiatura di questo viaggio nella Bay Area,   visto che l’epilogo non poteva essere migliore: l’incontro con Federico Faggin, leggendario padre del microchip, che forse come nessun altro, con le sue straordinarie riflessioni, sul talento italiano e i meccanismi culturali che penalizzano l’Italia, ha saputo orientare e ispirare il mio progetto. E al quale ho avuto il piacere di presentare  il bravissimo Phil Pasquini, grande amico di IdF, fotografo italoamericano che ha appena realizzato un’impresa non da poco, con la sua meticolosa ricerca sull’architettura islamica sparsa per gli USA. Che a Faggin e signora è molto piaciuta… L’ultima puntata del diario da Silicon Valley su Startup Italia

Ritorno a Google con il guru Hal Varian. Poi le novità dei veterani Cosimo Spera e Fabrizio Capobianco

Palme e colori pastello fanno sempre il loro effetto, entrando nel quartier generale di Google a Mountain View, poco dopo Palo Alto…  il diario da Silicon Valley nel viaggio con i giovani imprenditori del Sud prosegue con la visita al colosso della ricerca online, con guide d’eccezione, Cosimo Spera, veterano italiano di Silicon Valley, grazie al quale abbiamo avuto la fortuna di incontrare un celebre guru suo amico: Hal Varian, professore emerito della Berkeley University, che a Google è “soltanto” il chief economic. Pochi chilometri poi per arrivare a Menlo Park. nello studio di Jeff Capaccio, fondatore di Silicon Valley Italian Executive Council. Dove Cosimo Spera illustra il suo ultimo progetto Beebell. Poi Tocca al grande Fabrizio Capobianco, presidente di Funambol raccontare la sua ultima creatura, Tok.tv… Il diario della tappa fra Mountain View e Menlo Park su StartupItalia

Silicon Valley, viaggio nella storia del computer con una guida doc

Ma a chi può capitare di visitare il prestigioso Computer History Museum di Mountain View, a pochi chilometri dal quartier generale Google… accompagnati da un autore doc? A noi, col gruppo dei giovani imprenditori del Sud, di cui Davide Bennato, docente all’Università di Catania (nella foto) e autore di “Sociologia dei media digitali” è guest star. Visita memorabile. E dunque, oggi lascio a lui la parola, nel diario di viaggio su Startup Italia. . Go Davide! “Da un lato, muoversi nei luoghi che hanno visto nascere tutte le tecnologie più importanti degli ultimi decenni, come il personal computer, internet, l’universo dei social media. Dall’altro, dare un volto a quei luoghi che sono stati la culla della voglia di sperimentare e di contaminare la scienza con la guerra, la tecnologia con le persone, il mondo hippy con la galassia «corporate». Dall’altro ancora vuol dire assistere all’imporsi di un nuovo ecosistema fatto di imprese piccole e aggressive, le startup, dei finanziatori molto diversi dalle banche, i venture capital e i business angels, di un manipolo di giovani imprenditori più simili a sognatori che a personaggi dell’universo aziendale. Ma vuol dire anche incontrare la più importante cattedrale della memoria culturale del XX secolo, il Computer History Museum di Mountain View”. continua…