Stanford e Cisco ieri. E oggi tocca a Google e IBM

Professore e manager allo stesso tempo: così Alberto Salleo, Assistant Professor di Scienza dei Materiali ha presentato in questa videointervista il suo lavoro alla Stanford University. Un ottimo esordio lunedì scorso per il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, che ieri ha toccato invece un altro colosso della Bay Area, Cisco, azienda che forse come nessun’altra è stata beneficiata dalla forte presenza di ingegneri e manager italiani. Ospiti di Carlo Tedesco (che ha confessato di essere un attento lettore di Italiani di Frontiera… Grazie Carlo!), abbiamo scoperto l’importanza del “fog computing” , una sorta di rete diffusa che invece che risiedere nel web, come il cloud computing, è in prossimità degli apparecchi dell’utente. E le potenzialità di “Internet delle Cose”, l’interazione fra web e apparecchi del mondo reale, sulla quale sta lavorando Cisco  In due gallerie fotografiche, le immagini delle visite a Cisco e Innovalight e quelle di alcune preziose slides delle presentazioni a Cisco.. Nei prossimi giorni in arrivo video con interviste a diversi innovatori italiani incrociati nell’azienda, che spiegano il loro lavoro. Pomeriggio non meno vivace a Innovalight, dove Francesco Lemmi, vecchio amico di IdF, non è stato da meno, animando un dibattito sul confronto stili di vita e opportunità Italia-Usa, dopo aver spiegato così bene l’attività e le strategie dell’azienda (da poco acquisita da DuPont) nel campo dell’energia fotovoltaica (innovativi pannelli al silicio) che… persino io ho capito! NOn bastasse, in serata evento SVIEC organizzato da Jeff Capaccio, incrociando tanti veterani italiani di Silicon Valley e vecchi amici di IdF. Oggi la giornata non sarà da meno. In programma le visite al quartier generale Google a Mountain View, ospiti di Marco Marinucci. Poi ll pomeriggio nel cure di Big Blue: all’IBM di San Josè!    

Stanford ed ex Olivetti, partenza alla grande per l’IdF Silicon Valley Tour

Una partenza in grande stile per il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour galleria fotografica). Ieri l’esordio a Stanford, assieme ai giovani dei due Silicon Valley Study Tour in corso in contemporanea,  con Alberto Salleo, Assistant Professor di Scienza dei Materiali ed esperto di nanotecnologie, Gianluca Iaccarino, Assistant Professor di Ingegneria Meccanica,  premiato di recente con un importante riconoscimento scientifico dal presidente Obama, oltre a tre giovani studenti italiani di talento che stanno ultimando gli studi nella prestigiosa Università californiana. Piacevole appendice per il gruppo, shopping “selvaggio” nel negozio di Stanford tra felpe, magliette e gadget. Nel pomeriggio ospiti di Jeff Capaccio, fondatore del Silicon Valley Italian Executive Council, per incontrare Giacomo Lorenzin che ha conquistato giovani e meno giovani col racconto della sua esperienza personale da Portogruaro (Venezia) a Ivrea alla California, da Olivetti all’esperienz adi imprenditore del software. Oggi tocca a Cisco, un colosso californiano hi tech che ha avuto una forte presenza di manager italiani e Innovalight che produce una vernice al silicio per innovativi pannelli solari, ospiti di Francesco Lemmi, amico di IdF già incrociato e intervistato tre anni fa. In serata poi meeting Sviec, fiancoa  fianco a diversi veterani di successo italiani di Silicon Valley.

Stanford, oggi l’inizio delI’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour

Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour: da oggi si fa sul serio. Tutta la mattinata a Stanford, ospiti di Alberto Salleo, esperto di nanotecnologie. Poi nel pomeriggio ospiti di  Jeff Capaccio, www.sviec.org,  per incontrare  Giacomo Lorenzin, che racconterà la sua esperienza da veterano  Olivetti awww.hitsw.com. Ieri intanto primo tour de force, ma turistico, per una parte della squadra (in questa galleria fotografica), che ha sfidato le pendenze di San Francisco da Union Square a North Beach sino alla Coit Tower e gli incredibili Filbert Steps, approfittando di una straordinaria giornata di sole.

IdF, Cisco e Stanford Alumni: come una “big family” con una carica micidiale di energia…

A volte IdF dà la sensazione di evocare chissà quali forze, come l’apprendista stregone… E non e’ un abbaglio. Il fatto è che davvero, portando in giro questo progetto, facendo tesoro di consigli e suggerimenti di persone appassionate e competenti, si percepisce   quali energie positive, potenti e in buona parte inespresse, aspettino di essere scatenate in questo Paese, per dargli quello scossone di cui ha disperato bisogno. E’ successo anche lunedì 17, all’evento per la sezione italiana di  Stanford Alumni nella sede Cisco di Vimercate, promosso da HRCommunity. Da brividi. Per qualità della platea, partecipazione, emozione. Quando tante persone, oltre ad elogiare IdF hanno voglia di raccontare ad un tipo appena conosciuto, il sottoscritto, la loro esperienza e le loro sensazioni… beh questa voglia di condividere è già un grande successo. E che dire di amici vecchi e nuovi? David Bevilacqua amministratore delegato di Cisco che ha voluto questo appuntamento (grazie David!) ha fatto gli onori di casa assieme ad Alberto Degradi e pareva quasi di stare in famiglia più che tra amici, visto che avevamo con noi mogli e figlie al seguito… E che platea! Tra le sorprese, Franco Folini, uno dei protagonisti di IdF, tra gli animatori della Business Association Italy America, di  passaggio da San Francisco, Vincenzo Dimase manager Reuters top friend di IdF, Elena Zani già supermanager di Reuters e oggi personalità nel campo della formazione risorse umane. Oltre all’immancabile Luca Perugini, partner tecnologico di IdF. Mentre Valerio Vigo ha curato foto e riprese video dell’evento. Tra i new friends, Roberto Fantino, presidente e decano degli Stanford Alumni,   in Cisco Tiziana Laura Cavalli , Territory Market Manager, e Danilo Ciscato, Director of Marketing Mediterranean region.  Poi  Eric Ezechieli di The Natural Step (presto IdF parlerà della straordinaria Singularity University di cui è uno dei pochi membri italiani). E altra sorpresa,   Augusto Marietti di Mashape, che a poco più di vent’anni ha già raccolto con partner suoi coetanei Marco Palladino e Michele Zonca , fondi californiani per il loro progetto da tre pionieri di YouTube. Ed è per questo finito a buon diritto e a sua insaputa, tra gli Italiani di Frontiera in patria della presentazione IdF. Consueta ora di conferenza a mitraglia, poi domande,  networking con amici vecchi e nuovi, molti die quali interessati a sviluppare un formato IdF per scuole e università. Infine visita alla fantastica sala videoconferenze virtuali di Cisco (proprio oggi è comparsa in foto  su una pagina del Financial Times…). Foto di rito, Energia e adrenalina. Mica ci fermeremo qui ragazzi e ragazze di Stanford ed HR, no? IdF è a vostra disposizione e la strada insieme è appena iniziata… . Qui sotto invece la galleria fotografica di Valerio Vigo.

Un mestrino a Stanford: quel filo che lega la storia dell’università californiana all’Italia… anzi, a Venezia

    C’ero passato più volte, davanti a quella chiesa nell’Università di Stanford. Aveva qualcosa di stranamente familiare. La curiosità mi è rimasta. E solo qualche mese fa,  inseguendo tracce diverse su web, ho scoperto il curioso legame dell’ateneo californiano con l’Italia. Anzi, con Venezia, Le Università di Padova e Bologna erano già vecchie di secoli, quando nel 1883 Leland Stanford (1824-1893) e la moglie Jane portano in Italia il loro unico figlio, Leland jr, per uno di quei viaggi di formazione che tutti i facoltosi americani compivano nel Vecchio Continente. Piu’ che facoltoso, Stanford era ricchissimo. Uno dei quattro “Big Four” di San Francisco, i quattro magnati delle ferrovie che accumularono immense fortune nell’ultima tappa della corsa all’Ovest, collegando con la strada ferrata la costa est alla California, di cui Stanford, attivo senatore repubblicano, fu anche governatore. In quel 1883 gli Stanford visitano anche Venezia, restando impressionati dal restauro del mosaico della basilica di San Marco. A realizzarlo erano stati gli artigiani di Antonio Salviati (1816-1890), imprenditore vicentino laureato in legge, che per primo aveva intuito le potenzialità internazionali dei vetri veneziani, mettendosi in affari con antiquari inglesi e aprendo una vetreria prestigiosa. E’ così che gli Stanford  conoscono Maurizio Camerino, artista del mosaico, giovane direttore della vetreria Salviati che parla bene l’inglese. Pochi mesi dopo, a Firenze, Leland jr che ha contratto di tifo, forse in Grecia, muore. E’ il 18 marzo 1884. Non aveva  ancora 16 anni. Camerino corre a Firenze e si occupa di tutte le procedure burocratiche della coppia, sconvolta dal dolore. Sulla strada del ritorno, gli Stanford,  straziati, decidono di devolvere alla memoria del figlio il loro enorme patrimonio e le loro tenute a sud di San Francisco. Dicendo, secondo la leggenda: “I figli della California saranno i nostri figli”.   Il 14 maggio 1887, giorno in cui Leland jr avrebbe compiuto 19 anni, viene posta la prima pietra dell’Università a lui intitolata, che apre i battenti il primo ottobre 1891. La madre ha preparato un discorso per la cerimonia di inaugurazione ma sopraffatta dall’emozione non riesce a pronunciarlo. Due anni dopo, 1893, Leland Stanford muore e Jane gli subentra nel ruolo di amministratrice dell’università, riuscendo a superare enormi problemi finanziari. E’ lei, nel 1900, a scegliere proprio Salviati per i mosaici della Memorial Church al centro dell’ateneo. La chiesa dedicata al marito viene inaugurata nel 1903 ma i lavori per le preziose decorazioni sono così complessi da richiedere altri due anni. E Salviati ha interrotto per tre anni ogni altra attività per dedicarsi ai mosaici della chiesa, che con quelli del museo furono considerati la più grossa commessa mai ordinata negli Usa. Quando stavamo a Palo Alto, ci siamo passati in bicicletta, davanti allo Stanford Mausoleum, poco distante dalla chiesa, dove Jane è sepolta con figlio e marito. Una morte sospetta la sua, il 28 febbraio 1905, a Honolulu, a 76 anni. Aveva da poco  compiuto un viaggio attorno al mondo raccogliendo oggetti per il museo, aveva appena istituito un fondo per vendere tutti i suoi gioielli e finanziare la biblioteca dell’Università. “Mi hanno avvelenato…”, disse prima di andarsene. Nel suo corpo e nel bicarbonato che usava furono trovate tracce di stricnina. Che però all’epoca veniva usata anche come farmaco. Il mistero è rimasto irrisolto, anche se un libro inchiesta qualche anno fa ha sostenuto che l’ipotesi dell’omicidio fosse stata accantonata in modo frettoloso. Dal 1913, Maurizio Camerino, diventato socio della vetreria Salviati, si dedica alla riparazione degli enormi danni causati alle decorazioni della chiesa di Stanford dal terremoto del 1906, sostituendo interamente i mosaici esterni. Forse a qualcosa il sisma è servito, visto che la facciata viene rifatta senza la dedica originale voluta dalla Stanford per il marito, ingombrante come un’insegna al neon, sostituita da una più discreta lapide. E solo all’inizio del 1917 a lavori conclusi la chiesa viene considerata ultimata, per la prima volta nella sua storia. Riconoscente per gli incarichi ottenuti, Camerino aveva portato all’Università anche una nuova donazione di mosaici e di preziosi vetri veneziani, dopo che quelli consegnati in precedenza erano andati in buon parte distrutti nel terremoto. Lasciando così un prezioso tocco veneziano non solo nei mosaici e nella facciata della chiesa ma anche nel museo di Stanford. Arricchito nel 1992 da tre acquerelli, studi preliminari per i mosaici della chiesa, realizzati all’epoca da Antonio Paoletti, artista capo di Salviati e donati all’università dai discendenti di Camerino.

Marcello Forconi: ricercatore a Stanford, dopo concorsi beffa italiani

Una telefonata che  cambia la vita, da un luminare di fama mondiale che non l’aveva mai visto in faccia ma aveva valutato e apprezzato il suo lavoro. Che in due concorsi in Italia era stato invece disprezzato. Cosi’ Marcello Forconi (nella foto con la moglie Lina), bolognese, chimico ricercatore, e’ arrivato a Stanford. CONCORSI ALL’ITALIANA – Sono uscito dall’Università di Bologna con una laurea in chimica industriale,108, pieno di speranze, con l’idea di fare ricerca. Un anno da laureato frequentatore (senza compenso e pagandomi una assicurazione anti-infortuni), poi un concorso di dottorato. Tanti temi generici, io ne scelgo uno, sulle tecniche spettroscopiche, che avevo trattato nella mia tesi. Il modo migliore per far capire come so sviluppare un tema per conto mio. All’orale invece, il Presidente della Commissione mi disse che avrei dovuto trattare un argomento di chimica organica… Ho capito dopo quanto sia terribile questa suddivisione rigida nell’Università In Italia, dove spesso un dipartimento non sa quel che succede fuori dal proprio orticello. Questo non aiuta lo sviluppo scientifico… Qui, a Stanford, uno viene apprezzato se prende le cose che conosce e cerca di approfondirle, applicandole ad un sistema diverso. Perchè è così che si progredisce nella ricerca. In Italia, purtroppo, non si fa. Di solito, ti laurei e fai il dottorato nello stesso Istituto e con lo stesso professore che hai avuto durante l’anno di tesi, cosa inconcepibile qui in America! In Italia per diventare ricercatore universitario devi continuare ad appoggiarti allo stesso professore col quale hai lavorato durante il dottorato. E se decidi di cambiare laboratorio o tipo di ricerca, puoi avere seri problemi a rimetterti sul mercato universitario. Ad un altro concorso, a Bologna, il giorno del tema avevo incontrato una mia amica, che mi aveva detto: “Fai il concorso di dottorato? Beh… sono gia’ entrate le due persone che si sa gia’ avranno il posto…”. Il principio stesso dei concorsi in Italia, forse aveva senso in altri tempi, oggi non lo ha più. Continuare a prendere le stesse persone che già si conoscono, abituate a fare la stessa cosa per anni… alla ricerca universitaria serve invece selezionare le persone migliori in un dato campo per ampliare le conoscenze, tentare strade nuove e arrivare a nuovi sviluppi come succede nella maggior parte dei casi all’estero. UNA TELEFONATA CHE NON DIMENTICHERÒ – Stavo facendo il PhD in Inghilterra, a Sheffield, un’Università già più aperta di quella italiana, verso la fine mandai via e-mail una domanda per fare il Post-Doc nel laboratorio a Stanford di una tra le massime autorità nel campo dell’enzimologia: Daniel Hershlag, che aveva lavorato col premio Nobel Tom Cech, che ha contribuito ad uno dei più grandi cambiamenti nel pensiero biologico degli ultimi 30 anni. Dan (Hershlag) mi risponde quasi subito, iniziammo a scambiarci e-mail. Poi un giorno mi arriva una telefonata al cellulare, che non dimenticherò mai più. Lui, il migliore, un’autorità mondiale nel campo in cui volevo far ricerca, mi chiama come se ci conoscessimo da sempre. Spunti ed osservazioni a raffica… ed io, che non ero ancora sceso dall’auto, emozionatissimo, cercavo di rispondere alle sue domande, frugando freneticamente nello zaino a caccia dei miei appunti e di una penna con la quale scrivere i suoi suggerimenti e le sue idee. Una valanga di parole e idee, quando la telefonata è finita, mi è “morto” il telefonino. Io ero esaurito quasi quanto la batteria ma contentissimo. In due giorni ho dovuto mandare a Dan un mio mini-progetto. Poi lui mi ha chiamato qui. Quando sono arrivato a Stanford, aprile 2003, ho capito perchè alla mia prima e-mail “Dear Professor”, avesse risposto: “Chiamami Dan”. La mentalità di questi scienziati è diversa. Vogliono instaurare un rapporto personale con studenti e collaboratori, un rapporto di parità che serve a favorire lo scambio di opinioni, anche con le persone alle quali insegnano. PESCE PICCOLO IN UN MONDO NUOVO – All’inizio qui per me è stato un shock. Tutto era diverso: cultura, cibo, persone e soprattutto l’idea di ricerca. Non solo rispetto all’Italia ma anche rispetto all’Inghilterra; dove ad esempio ho fatto quasi solamente esperimenti, per tre anni. Ma lavorando in questo modo, a mio parere, non riesci a capire la prospettiva, il contesto globale, anche se lavori “come un matto”. Qui, a Stanford, è tutto molto più intenso! E questo contesto globale c’è! Devi essere molto, molto bravo nel tuo specifico, senza mai dimenticare che è molto, molto piccolo. E per questo devi cercare i collegamenti per inserirlo nell’immenso mondo della ricerca che è fuori. La sensazione è quella di essere un pesciolino di un piccolo acquario messo in un oceano….. di conoscenze. Che ti dà tante possibilità, ma che all’inizio ti fa sentire perso! LA MIA RICERCA – Nel mio caso, lavoriamo per individuare i concetti fondamentali del funzionamento degli enzimi, le molecole che permettono alle reazioni chimiche nelle cellule di procedere con velocità compatibili con la vita. Gli enzimi sono generalmente lunghe catene di amminoacidi (proteine), ma alcuni particolari enzimi (ribozimi) sono invece formati da acido ribonucleico (RNA), un polimero simile al DNA. Il mio scopo è quello di capire come funzionino questi enzimi, come catalizzino le reazioni, quali siano le similitudini e le differenze rispetto alle proteine. E questo ha anche un’implicazione per l’evoluzione della vita. COME SI LAVORA – Per i miei studi, uso una tecnica particolare, e altri ricercatori ne usano diverse. Dunque è importante sapere cosa fanno e come si muovono gli altri, costruire dei collegamenti, usare tecniche diverse per ricostruire un’immagine che è la stessa per tutti ma non è fissa, è in movimento… Per fare tutto ciò devi essere bravo nell’usare la tua tecnica e tenerti aggiornato, devi mantenere stretti collegamenti con gli altri, se vuoi ricostruire questa immagine. Una volta significava giorni e giorni di biblioteca, ora col web hai tutto a disposizione e puoi comunicare rapidamente con la posta elettronica! I software di ricerca sono importantissimi… Anche se si sta creando un gap tra Università grandi e ricche e atenei più piccoli e con meno

Luca Cavalli Sforza, l’intervista esclusiva di IdF al genetista scomparso, poco prima della sua partenza da Stanford nel 2008

Il 31 agosto 2018 all’età di 96 anni scompariva a Belluno Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, uno dei protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera. Dieci anni prima, agosto 2008, alla vigilia della sua partenza dall’Università di Stanford dove si era trasferito nel 1971 e dove era stato professore emerito, per tornare in Italia, a Milano all”Università Vita-Salute San Raffaele.  Italiani di Frontiera lo aveva intervistato, raccogliendo in video le sue riflessioni, sulla sua carriera, la scienza, l’insegnamento, il Paese che si lasciava alle spalle e quello in cui aveva deciso di tornare. Una testimonianza eccezionale, per competenza, profondità di pensiero e umanità, che dopo la sua scomparsa ha un valore ancora maggiore. Cavalli Sforza ha dato un contributo in più a questo progetto, visto he è stato incrociando le sue osservazioni sull’Italia a quelle di un altro grande protagonista,  Federico Faggin tra i padri del microchip e inventore del touch, che IdF ha creato la  Sindrome del Palio di Siena,  fortunata metafora sull’assurda conflittualità diffusa in Italia, così popolare da essere diventata titolo del Rapporto Eurspes 2016 sullo stato del Paese. Ecco una sintesi dell’intervista del 2008, che era stata ripresa da Reuters e da AdnKronos  sul proprio portale, anche in formato audio, e rilanciata da diversi altri siti. PADRI E MAESTRI – Ho avuto tre grandi maestri. Il primo, Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino, giornalista e scrittore ndr) ha capito che la genetica era la biologia del futuro, come oggi sappiamo, e quando io l’ho conosciuto era da poco tornato dagli USA dove era andato per impararla, non avendo trovato nessuno in Italia che gliela insegnasse. Poi due genii in assoluto: R.A.Fisher, professore di genetica a Cambridge, che era un grande genetista e il piu’ grande statistico del secolo scorso. Mi ha insegnato a pensare probabilisticamente. L’altro era un collaboratore stretto un po’ piu’ giovane di me, Joshua Lederberg, autore di contributi fondamentali alla genetica batterica, all’immunologia, all’intelligenza artificiale e altre scienze. Lavorare con i genii non aiuta a migliorare l’opinione di se stessi ma e’ egualmente un grandissimo piacere e stimolo intellettuale. Di genii se ne incontrano pochi e quando capita bisognerebbe riuscire a restarci attaccati. UN INCONTRO CHE HA CAMBIATO LA VITA – Piu’ di uno, oltre a quello coi tre maestri che ho gia’ nominato. Quando ho fatto il primo corso di genetica all’universita’ di Parma nel 1951-52 ho avuto due studenti eccezionali: Don Antonio Moroni, e Danilo Mainardi, poi divenuti professori a Parma, che hanno ambedue usato bene le loro capacita’ intellettuali per promuovere molte iniziative valide. Su informazioni intelligenti avute da loro ho cambiato campi di ricerca, passando dalla genetica batterica all’evoluzione umana ed alla evoluzione culturale. ARRIVO NEGLI USA – La prima volta ho passato tre mesi con Lederberg a Madison (Wisconsin) – avevamo collaborato per posta e siamo diventati molto amici. Quando gli hanno offerto di costruire il dipartimento di Genetica dell’Università di Stanford mi ha invitato a fare corsi e mi ha offerto una cattedra. Ha messo vari anni a convincermi e dopo un anno di prova con tutta la famiglia mi sono trasferito qui nel 1971. Stanford e’ un posto eccezionale perche’ oltre ad essere una delle migliori Università degli USA ha anche uno dei climi piu’ belli del mondo e si vive a contatto con la natura. In agosto torno in Italia per ragioni famigliari ma anche perche’ ho progetti interessanti, ma non sara’ facilissimo rientrare a Milano a tempo pieno. UNIVERSITA’ AMERICANA – E’ la migliore al mondo, seguita a ruota da quella inglese. Prendendo parte ai concorsi per eleggere i professori delle cattedre vacanti ho imparato che cos’e’ la meritocrazia fatta sul serio: ci si scervella veramente per capire qual e’ il candidato migliore. Tutte le decisioni importanti passano al vaglio di un consiglio superiore , fatto di saggi e spesso ricchi magnati locali, sovente ex-allievi dell’università che sono attivi mecenati e vogliono che i loro doni siano ben investiti. Vi sono molte Universita’ di Stato veramente buone, almeno in California, ma le Università migliori sono quasi tutte private. Vi e’ molto mecenatismo e vi sono anche parecchie ricche fondazioni private che aiutano la ricerca. UNIVERSITA’ ITALIANA – E’ rovinata dai concorsi; malgrado molti tentativi di migliorarli e’ tornata al vecchio sistema, che permette all’influenza baronale di aiutare i propri allievi. In questo modo, non si portano le novita’ si porta la roba vecchia, mentre bisogna saper accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie. Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perchè continuino le nostre idee, le Universita’ si fermano. Bisognerebbe che le Universita’ diventassero indipendenti e imparassero a scegliere molto bene i loro professori, che sono la parte piu’ importante del loro patrimonio. Lo Stato da’ aiuti sulla base del numero di studenti, che dipende anche da quanto facili sono gli esami. Dovrebbe darlo invece sulla base dei voti nell’esame professionale di Stato, usandoli per valutare le Università dove hanno studiato. Forse per le Universita’ italiane, il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri. HI TECH E SOCIETA’ – Come tutta la tecnologia, la high tech bada soprattutto al proprio guadagno, ma almeno a Silicon Valley vi è anche una visione delle necessita’ di preoccuparsi degli altri, come alcune religioni tentano di insegnare. La high tech è ricca di persone intelligenti, e la combinazione con l’altruismo può dare frutti straordinari. L’IDEA MIGLIORE – E’ quella di coloro che hanno l’intelligenza necessaria per diventare ricchi e a un certo punto divengono anche mecenati (in modo intelligente). In Italia quando i ricchi fanno la carita’, lo fanno in genere in modo egoistico: alla Chiesa, perche’ vogliono comprarsi il Paradiso. O agli ospedali, perchè vogliono essere curati bene. Non c’e’ un buon mecenatismo. Nella Rockefeller University di New York sotto il ritratto di uno dei grandi benefattori vi e’ una semplice iscrizione: L’ARTE DI DONARE. L’ERRORE PIU’ GROSSO – Investire nella guerra che non ha scopi esclusivamente difensivi, o piu’ in generale ignorare che i malanni piu’ grossi della societaà sono guerre, epidemie

Nazzareno Cannella, dottorato con ricerca d’avanguardia a Stanford

Dalle Marche a Stanford, per un dottorato in Farmacologia, nello studio dei meccanismi di ricaduta nelle tossicodipendenze, adottando una tecnica nuovissima. Nazzareno Cannella, biologo, e’ tra i piu’ giovani degli “Italiani di Frontiera” incontrati sinora. Lavora in un gruppo internazionale a Stanford e spera in futuro di fare il ricercatore. TECNICA INNOVATIVA – Qui a Stanford stiamo lavorando con una tecnica nuovissima che potrebbe in futuro permettere di realizzare cure mirate nella tossicodipendenza. Vengo da Montegranaro (Fermo), cuore della zona calzaturiera marchigiana, e sto facendo un dottorato in Scienze del Farmaco della durata di 3 anni. Ho iniziato a fare ricerca alla Radboud University di Nimega in Olanda, con una tesi di laurea su uno dei neurotrasmettitori legati alla risposta allo stress, con la quale mi sono laureato in Biologia all’Universita’ di Camerino. Dopo altri tre mesi di ricerca come volontario ho vinto il concorso per dottorato all’Universitá di Camerino, che mi ha fornito in seguito questo contatto a Stanford. Mi piacerebbe fare il ricercatore e mi piace conoscere i paesi vivendoci, più che visitarli come turista. SVOLTA PER LO STUDIO DELLE TOSSICODIPENDENZE – Nel laboratorio dove lavoro qui a Stanford sono biologi molecolari e stanno introducendo studi comportamentali, nei quali hanno applicato la nuovissima “tecnica optogenetica”. Che volevano testarla proprio sulla tossicodipendenza, di cui studio nel mio dottorato i meccanismi neurobiologici. Mi occupo principalmente dei “meccanismi di ricaduta”, quelli cioe’ che inducono l’ex tossicodipendente a ricadere nel comportamento di ricerca e consumo della sostanza d’abuso (nicotina, alcol, cocaina ecc.) dopo prolungati periodi d’astinenza. Con le tecniche a disposizione finora era possible analizzare il ruolo di un sistema di neurotrasmettitori stimolandolo o inibendolo con somministrazioni di alcune sostanze. La novita’ rappresentata dalla tecnica optogenetica consiste nel poter indurre o inibire il rilascio endogeno del neurotrasmettitore in esame modulando l’attivita’ della popolazione cellulare che lo esprime. Grazie a tecniche di biologia molecolare (gene targeting) e’ possibile cioe’ inserire un gene batterico nel corredo genetico di una popolazione di cellule neuronali rendendole sensibili alla luce. Questo permette di far rilasciare loro il neurotrasmettitore che vogliamo studiare illuminandole, senza bisogno di iniettare sostanze esterne. Applicando questa tecnica su modelli animali di sviluppo della tossicodipendenza, di astinenza e di ricaduta, e’ possibile studiare in maniera estremamente raffinata e particolareggiata il ruolo svolto nella biologia delle tossicodipendenze. In prospettiva, questa tecnica potra’ contribuire a definire un quadro estremamente particolareggiato dei circuiti cerebrali coinvolti nei vari aspetti della tossicodipendenza, permettendo diagnosi accurate e lo sviluppo di cure mirate. ARRIVARE A STANFORD – Avevo chiesto di fare esperienza all’estero, possibilmente negli Usa, come previsto dal programma di dottorato, perche’ sono convinto che un’esperienza internazionale e per quanto possibile multidisciplinare sia essenziale per fare della ricerca di qualitá. Sono qui da ottobre, per venire ho dovuto fornire oltre al curriculum garanzie economiche. Per ottenere il visto J 1 da ricercatore, devi garantire di poter disporre di un reddito di 30mila dollari per i 12 mesi. Grazie al cambio favorevole, ad una borsa di studio come dottorando (all’estero aumenta della meta’) ed ai 500 dollari al mese dati da Stanford, ce l’ho fatta. Ma ho dovuto anche dimostrare di essere interessato a rientrare in Italia. LAVORO D’EQUIPE E STILE DI VITA – La burocrazia Usa richiede una marea di carte. Ma quando qui ti rivolgi ad un ufficio, generalmente il funzionario sa fare il suo lavoro e ti evita di impazzire dietro alle scartoffie. Solo in un caso mi e’ capitato di essere rimbalzato tra due uffici senza riuscire scoprire quale fosse competente. Dal punto di vista scientifico sono stato fortunato. Sono qui perche’ vengo da un gruppo di Camerino che e’ riconosciuto a livello internazionale. Sono in una delle prime Universita’ del mondo, lavoro con una tecnica all’avanguardia e mi trovo benissimo. Il mio gruppo comprende un PI (professore, Principal Investigator) che e’ spagnolo, un post dottorato belga e altri due dottorandi americani. Oltre a una segretaria. E’ un gruppo ancora in crescita. Mi era stato detto che negli Usa si favoriva la concorrenza all’interno del gruppo, da noi invece viene stimolata la collaborazione. E la situazione ambientale e’ eccellente. Si lavora con grande entusiasmo e non sono l’unico a sacrificare alla ricerca anche molti sabati e domeniche… cosi’ passo poco tempo fuori dal laboratorio. SEMBRA CONTARE SOLO IL LAVORO – Ma c’e’ un rovescio della medaglia. Che fuori non mi pare di vedere altri interessi oltre al lavoro. Sembra che siano tutti concentrati sulla ricchezza e la carriera, la gente e’ molto gentile ma sempre indaffarata e va sempre di fretta, e magari se parlano di liberta’, e’ la liberta’di scegliersi la marca del frigorifero… Sono qui da poco, quest’immagine degli Usa come di una grossa scatola, lucente, tecnicamente perfetta ma dentro vuota e’ solo un’impressione. Magari e’ sbagliata. Ma se fosse giusta, certo io non mi ci riconosco. Lavorare per la scienza e’ bello. Ma ci sono anche altre cose nella vita.

Luciano Dalle Ore da Verona a Stanford: rinnovare le aziende hi tech ispirandosi alla strategia di guerra

Nel business come in battaglia: più della forza contano la strategia, l’intelligenza con la quale la si interpreta e l’agilità con la quale la si applica. Dopo una carriera nelle aziende di hi tech, su e giù per gli Stati Uniti, Luciano Dalle Ore, veronese, ha rimesso radici nella Silicon Valley, dove aveva iniziato trent’anni fa dopo gli studi alla Stanford University, rinunciando a malincuore ad una splendida casa vittoriana sulla East Coast, che piaceva tanto all’attore William Hurt. Dalle Ore non è tornato in California per una nuova start up ma per fare il consulente, di aziende in difficolta’ o bisognose si una revisione urgente, per rimettere il turbo in un settore in cui chi non corre resta rapidamente indietro. “Facciamo tesoro degli insegnamenti di John Boyd, stratega militare e innovatore, che sono già da tempo seguiti nel mondo degli affari ma che qui nella Silicon Valley pochi applicano”, ha spiegato Dalle Ore in una chiacchierata dopo una piacevole cena in famiglia. Una lunga carriera nel campo deIl’alta tecnologia, tra Olivetti, Meridien Data e Quantum Corporation, il lavoro di consulente Dalle Ore lo ha intrapreso dopo un periodo nell’ high tech, al suo ritorno in California, iniziando a lavorare per la 4GC, azienda di consulenza aziendale fondata da Patrick Burns, un ex ufficiale SEAL (forze speciali della marina statunitense). E’ cosi’ che si e’ avvicinato agli insegnamenti di un personaggio singolare, John Richard Boyd (1927-1997), che la strategia bellica l’aveva studiata come pilota di caccia dell’Us Army Air Force. “Forty Second Boyd” era uno dei  suoi soprannomi, per la sa abilita’ da istruttore di piloti di passare in un duello aereo in meno di quaranta secondi da una qualsiasi posizione svantaggiata ad una di vantaggio rispetto all’avversario. I suoi studi sono stati fondamentali per ispirare al realizzazione di uno dei caccia piu’ versatili e manovrabili, l’F16, in grado di mettere in difficolta’ aerei molto piu’ potenti, ricorda Dalle Ore. E la sua strategia, elaborata analizzando la dinamica dei combattimenti aerei ed ora studiata attentamente nel campo del business, ha spiegato ancora Dalle Ore, si riassume nel rendere ottimale un procedimento sintetizzato in un acronimo: OODA, Osservazione. Orientamento, Decisione e Azione. Prezioso per gli eserciti come per le aziende. Avvantaggiate quando la  loro struttura garantisce la massima flessibilità e fluidità nel raccogliere i dati, interpretarli, scegliere come agire e farlo. Che significa una capacità di comando decentralizzata ed una forte affidabilità delle persone deputate a farlo. Nei suoi  studi, ricorda Dalle Ore, Boyd aveva ad esempio osservato che la rapidita’ di manovra e di penetrazione con i carri armati nel “Blitzkrieg” era stata una conseguenza naturale dell’efficienza e della decentralizzazione derivata dal carisma e dal forte legame con i propri soldati dei comandanti tedeschi, cosa di cui non si era verificato riscontro nell’esercito francese.“ Dalle Ore è oggi anche presidente e amministratore delegato di Runtime Design Automation, specializzata in computing resource management, che offre una serie di prodotti software per monitorare, gestire e ottimizzare l’impiego di licenze software e risorse Cpu utilizzate per compiti di progettazione. Famiglia niente male quella di Luciano. Anche la moglie Cristina,  astronoma che collabora con la Nasa, è tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E anche i figli promettono …

Addio Dina. Lezioni sul futuro dalla decana veneziana degli italiani di Silicon Valley, scomparsa a quasi 101 anni, nel Columbus Day.

Per andarsene ha scelto un giorno speciale: 12 ottobre Columbus Day, festa degli italiani in USA. Il 19 novembre avrebbe compiuto 101 anni, una combinazione quella di 1 e 0, che ha un significato particolare, per chi  si occupa di innovazione. Dina Viggiano (Leopoldina Fontanin) classe 2024, nata a Venezia e presto trasferitasi nel Trevigiano, poi emigrata oltreoceano col marito Adalberto diventando la decana degli italiani di Silicon Valley, l’avevo incontrata per l’ultima volta a casa sua, Palo Alto, lo scorso febbraio, dopo l’ultimo nostro Silicon Valley Tour con Confindustria Romagna. Maglietta di Italiani di Frontiera addosso, aveva insistito perchè mi fermassi da lei. “Torno presto Dina, promesso”. Troppo tardi.   Conoscere Dina, raccontare la sua storia di donna “di frontiera”, organizzare e accompagnarla in un evento a Ca’ Foscari anni fa in suo onore, rivederla negli ultimi anni della sua vita, è stato un privilegio. L’energia inesauribile, la curiosità e la passione nell’aprirsi agli altri con generosità, anche agli sconosciuti, erano doti sbalorditive, intatte anche dopo i 100 anni. Il meglio di un’italianità che rimane per noi d’esempio per il futuro anche dopo la sua scomparsa. Dina l’avevo incontrata per caso nei sei mesi trascorsi a Palo Alto con famiglia nel 2008… grazie a una foto. Alla cerimonia dei diplomi di mio figlio Alessandro alla Gunn High School di Palo Alto, fra oltre duecento studenti, più di un terzo asiatici, un solo cognome italiano, oltre a quello di mio figlio: “Emily Viggiano” premiata per di più fra i tre migliori studenti dell’anno. Centinaia di persone, parenti e amici, affollavano il  prato del campus… quante possibilità c’erano che i Viggiano fossero a pochi metri da noi? Invece… fu così che ci ritrovammo a incontrare, e quasi subito abbracciare,  Adalberto e Dina Viggiano, nonni di Emily, scoprendo che non solo erano i veterani della comunità italiana di Palo Alto, in California dal 1962… ma erano partiti da Venezia! Quell’incontro, la foto scattata ad Emily premiata sul palco, ci valsero una serata memorabile: trovarsi a tavola a cena a casa Viggiano, unici ospiti assieme a due leggende, gli italiani più illustri della Bay Area: Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale oggi scomparso, e per mia moglie biologa sedere accanto a lui era un sogno… Federico Faggin, scienziato e inventore, tra i padri del microprocessore, inventore del touch, diventato poi il principale mentore del mio progetto, un’amicizia preziosa della nostra famiglia con lui e la moglie, Elvia, una donna straordinaria, che dura ancor oggi.   Il racconto di come avessero lasciato Venezia negli anni Cinquanta per approdare a Stanford all’inizio degli anni Sessanta di Adalberto Viggiano, triestino di nascita, era stato suggestivo ma segnato da una punta di amarezza, visto che lui e la moglie da giovani laureati a Padova, lui Ingegneria Industriale lei in Lettere, avevano deciso di andarsene perchè un posto di lavoro adeguato all’epoca richiedeva di schierarsi politicamente. Loro rifiutarono il partito… e decisero di partire, con i figli piccoli. Dopo un periodo in Canada erano arrivati a Stanford, dove Adalberto aveva fatto una brillante carriera come ingegnere esperto di strumenti di precisione, collaboratore e amico intimo per anni di Henry Taube, premio Nobel per la fisica 1983, di cui ricordava con emozione la straordinaria carica umana. Dina invece laureata in Lettere aveva insegnato dal 1974 a Stanford lingua italiana, curando per diversi anni Casa Italia, il punto di riferimento per i connazionali che lavoravano nell’Università, molti dei quali figure illustri, il luogo in cui ricevere in visita ospiti famosi, da attori come Marcello Mastroianni e Giulietta Masina all’artista Michelangelo Pistoletto. Qui l’intervista a Dina e Adalberto Viggiano nel 2008. Dina era stata di recente anche tra i protagonisti di uno dei podcast di Italiani di Frontiera, ” Stanford e  i Veneziani” visto che era stata lei a farmi scoprire l’incredibile storia che lega l’Università californiana a Venezia…   Instancabile, Dina ha continuato a venire in Italia quasi ogni anno. Così nell’autunno 2011 grazie a un prezioso amico, Leonardo Buzzavo docente di Ca’ Foscari, ero riuscito a organizzare last minute una cerimonia in suo onore nell’ateneo veneziano, con tanto di giro in laguna sul motoscafo messo a disposizione dal rettore! Dina si era presentata con un braccio ingessato.  Un “gentiluomo” all’aeroporto di Venezia l’aveva fatta cadere cn uno spintone, poi visto che lei non si lamentava si era dileguato rapidamente. Il braccio era fratturato ma Dina, tempra in titanio, l’aveva preso come un piccolo insignificante contrattempo Eravamo rimasti in contatto ma Dina l’avevo finalmente rivista solo l’estate dello scorso anno, ennesimo volo transoceanico poco prima dei 100 anni… di passaggio a Milano con la figlia Monique e la famiglia. Ospiti per un paio d’ore di Stefano Siglenti, managing partner di VC Partners SGR e presidente di Stanford Club Italia, che raccoglie gli alumni italiani dell’università californiana. Avevo parlato di Dina con tre bravi colleghi, che le avevano dedicato tre bellissimi ritratti, qui sotto, ricchi di aneddoti e riflessioni.   L’articolo di Eleonora Chioda su la Repubblica Italian Tech,, dopo una breve intensa intervista al leggendario Bar Jamaica di Brera.    L’articolo di  Tommaso Moretto su Corriere del Veneto   L’articolo di Angela Pederiva su Il Gazzettino. Sei figli nati in angoli diversi del mondo, diciassette nipoti e uno stuolo di pronipoti, tutti tenuti a parlare italiano, Dina è rimasta un faro e un  esempio invidiabile di doti umane sempre più rare, che l’età non aveva scalfito. Ci mancherai Dina ma molto di te sopravvive in chi ti ha amato.