Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

Ci salverà la Curiosità… in un podcast gli intrecci di storie di Italiani di Frontiera

    “Pandemia, Guerre, Emergenza Ambientale… la Complessità sembra sempre più un’onda gigantesca che rischia di travolgerci.  Ma con la tavola giusta, quel che stava per schiacciarci può farci volare, scoprendo significati inattesi in percorsi trasversali, fra storie di ieri e di oggi, preziosi per guardare al domani.  Quel surf si chiama Curiosità…”. All’esordio nelle principali piattaforme, nel canale T-Podcast, casa di produzione del gruppo Triboo,  il primo di dieci episodi di Italiani di Frontiera Podcast. Nel primo capitolo, com’è iniziata l’avventura di famiglia, da “Sixth Saint John (Sesto San Giovanni) a Palo Alto California, facendo tutto da soli per sei mesi di Ispirazione che hanno visto nascere Italiani di Frontiera. Poi l’incontro con i primi due protagonisti, Cesare Marino “antropologo degli indiani” allo Smithsonian Institution di Washington, scopritore di straordinarie storie di connazionali sulla frontiera del Far West, Luca Prasso veterano della grafica digitale, prima a DreamWorks oggi a Google. Due personaggi ideali per svelare i segreti del talento italiano: creatività, versatilità, capacità di combinare competenze, oggi più che mai doti ideali per affrontare un mondo sempre più complesso. Le loro sono le prime di una serie di storie, di ieri e di oggi, preziose per chi deve immaginare il domani.   Questo il libro citato nell’episodio, “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” ( David Epstein, LUISS 2020) Visione e ottimismo sono da anni gli ingredienti della la narrazione “eccentrica” di Italiani di Frontiera, che propone dieci episodi della prima stagione di podcast e ha ora  in cantiere un nuovo spettacolo, una web tv… e pure un film. (Nella copertina del podcast, elaborazione di un’illustrazione di Susanna Della Sala, realizzata da Sofia Elisa Suanno). Qui sotto, nello studio di registrazione nel quartier generale di Triboo a Milano Bicocca, con la fantastica squadra di T-Podcast: Stefano Dargenio, Noemi Zago e Fabio Donolato.  

Buon 2023 con le storie del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro

Di fronte a una complessità che rischia di travolgerci, tra pandemia, guerra in Europa ed emergenza ambientale, a salvarci sarà la curiosità. Il surf ideale, per planare tra storie di ieri e di oggi che aiutano a guardare al domani. Gli auguri di buon 2023 di Italiani di Frontiera con l’incredibile intreccio di personaggi del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro… L’articolo sulla rivista friulana Blognotes, qui il link allo sfogliatore   Qui il link all’incontro con Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò “Doc” di Back to the Future

“Surf e Mongolfiere…” guida fra personaggi, idee e parole chiave dell’ultimo storytelling IdF

  Il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera “Surf e Mongolfiere: in tempi di crisi è indispensabile essere Curiosi“, proposto con successo in un evento online e in due eventi a Milano con accompagnamento al pianoforte di Alessandro Pavesi,  è come un concentrato di storie, idee e parole chiave. Ecco qualche spunto riprenderle e per approfondire, per chi ha assistito alle performance e per chi lo farà in futuro. – La storia di Annamaria dal Violin, grande talento musicale del Settecento di cui nessuno conosce il volto, che ebbe come mentore Antonio Vivaldi. – Il libro che l’ha ricordata, best seller New York Times: “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” (David Epstein, LUISS). – L’importanza di esplorare: Cristina Dalle Ore astronoma che ha partecipato alla missione NASA che ha portato la sonda New Horizons su Plutone   Lo speech Italiani di Frontiera al TEDxMestre 2021 sul tema del ConFine – Il Surf metafora del Pensiero Laterale, i tre principi hawaiani che lo fecero scoprire alla California – Italiani visionari nel West: Paolo Andreani  nobile milanese dal volo in mongolfiera all’avventura americana in canoa tra gli Irochesi, Giacomo Costantino Beltrami patriota bergamasco che risalì da solo il Mississippi con un ombrello rosso, Cesare Marino antropologo “dei nativi americani “allo Smithsonian Institution e scopritore di connazionali sulla frontiera americana (numerosi i post a lui dedicati). Grandi Innovatori – Luca Prasso pioniere della grafica digitale e VRArcheologist (archeologo della Realtà Virtuale) da DreamWorks a Google (in numerosi post) – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zuckerberg per convincerlo a entrare in Facebook… – Lorenzo Thione dal software del motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway (diversi post)   Figure storiche –  Roberto Busa gesuita vicentino incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale – Maria Montessori e Adriano Olivetti giganti mondiali dell’innovazione, Italiani di Frontiera Out of the Box (diversi post) – Federico Faggin dal primo microprocessore alla tecnologia toUch alla ricerca sulla consapevolezza della materia (numerosi)   Riflessioni in video Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità   Fabio Parodi (già a LinkedIn) e gli italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le caratteristiche del caos

Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

Pionieri, Esploratori. Non Guardiani. Immaginare il Futuro in tempo di Crisi: il video

Riscoprire e valorizzare il talento italiano fra storie di ieri e di oggi è indispensabile, in un momento di drammatica emergenza per l’epidemia, per guardare con ottimismo al domani. Da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America a Federico Faggin tra i padri di microchip e touch, dagli esploratori del West agli innovatori di Silicon Valley, lo storytelling Italiani di Frontiera per Fastweb Digital Academy, alla chitarra Orazio Attanasio. Registrazione in streaming dal quartier generale Fastweb a Milano, 19 novembre 2020.

Mirco Pasqualini visionario amico di IdF a New York che ci ha lasciati

“Forza Mirco. Siamo con te!” Qualche giorno fa Italiani di Frontiera aveva voluto esprimere solidarietà a una persona di talento, un caro amico in cui competenza e visione si combinano a una straordinaria umiltà. Ma Mirco Pasqualini, rodigino trapiantato a New York non ce l’ha fatta e qualche giorno fa ci ha lasciati, dopo che un terribile incidente stradale lo aveva ridotto in fin di vita. Grande esperto di Design Thinking, Mirco era capace di leggere il mondo attorno a noi per indicare la strada del futuro, le cui doti umane travalicano però quelle professionali. Non dimenticherò mai la leggerezza, il distacco con cui Mirco rievocò l’inizio del suo percorso internazionale: non poteva permettersi l’Università ma lavorando a Conegliano pubblicava online “cose interessanti” sul Design… sino a quella telefonata dagli USA, che quasi non capiva, in cui gli si chiedeva di realizzare un sito online… per il Wall Street Journal! Mirco è stato vittima di un terribile incidente in bicicletta, nei pressi di Woodstock, New York, dove viveva con la sua brava moglie, Gina Smith Pasqualini (fondatrice di Good Living is Glam).  Qui i contributi e le interviste di Italiani di Frontiera a Mirco. Il Design Thinking per affrontare la complessità (Frontiers of Interaction 2017)     Occasione imperdibile l’accelerazione ai cambiamenti  Il contributo di Mirco alla nuova piattaforma Italiani dopo il Virus. “Se da un lato questa Pandemia ha stravolto consolidate abitudini delle nostre vite, dall’altro per me (ma come me per molte altre persone) non ha cambiato molto. Mi riferisco nello specifico alla vita professionale di chi lavora nel mondo del digitale, fatto di email, slacks, video-call, remote working etc. Qui a New York migliaia di offici ed interi Building, si sono svuotati evidenziando a tutti come sia possibile ripensare non solo il modo e gli spazi in cui lavoriamo, ma anche come viviamo. Molti stanno riscoprendo valori e aspetti della nostra vita e sfera socio-affettiva, passati un po’ in secondo piano per via della routine frenetica e del “perché cosi fan tutti”. Molti altri hanno riscoperto il valore delle comunità come i ristoratori della grande mela, dove la proprio clientela grazie alla tecnologia, li sostiene con donazioni per superare la complicata situazione. Questa non è solo stata la prima grande Pandemia del millennio ma anche la prima Infodemia della storia, dove le informazioni si sono sparse più velocemente della comprensione della situazione stessa (nel bene e nel male)…”     L’intervista online sulla piattaforma di Rinascita Digitale

Quel primo novembre 2010 a San Francisco, tra episodi incredibili… come il patriota che stavamo celebrando

Mentre il sole calava, su un prato della collina del Presidio a San Francisco coperto di lapidi e croci, in un’atmosfera irreale al termine di una giornata indimenticabile, nel silenzio “Cez” aveva lanciato un richiamo, per due volte. E per due volte gli uccelli da lontano gli avevano risposto! Non è possibile, non è possibile, mi ripetevo. Come vivere in un film. In vista di quel primo novembre 2010, avevo ostinatamente inseguito un’idea folle: creare un evento su una tomba a San Francisco, per celebrare il centenario di un italiano dimenticato, dalla vita incredibile, assieme alla persona che era riuscita nella titanica impresa di scoprire e ricostruire (prima dell’avvento di Internet) una biografia sbalorditiva.   Cesare Marino, “Cez” per gli amici,  era pure il mio mentore. Quasi un fratello, dopo esser stato per me prima di conoscerlo di persona una figura leggendaria, nato in Sicilia ma cresciuto  a Treviso, capace  inseguendo la sua passione per i nativi americani di diventare un’autorità mondiale nel campo,  antropologo allo Smithsonian Institution a Washington, e di  intercettare e ricostruire contemporaneamente con i suoi studi  fantastiche storie di italiani nel West. Nessuna così straordinaria come quella di Carlo Camillo di Rudio, nobile bellunese che avevo ribattezzato “Forrest Gump dell’Ottocento”, scampato alla morte in mille avventure tra Risorgimento e Far West,  sino al primo novembre 1910, che avevamo deciso di ricordare nel centenario, con un manipolo di preziosi amici, portando con noi alcune copie della nuova edizione del libro di “Cez”, “Dal Piave al Little Bighorn” (con mia introduzione) pubblicata appena in tempo dal bravo Alessandro Tarantola. Fabrizio Marcelli, allora console generale d’Italia a San Francisco (oggi è ambasciatore in Nuova Zelanda) aveva ufficializzato l’evento con la sua presenza e un cartello del presidente della Repubblica (in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia), Phil Pasquini bravo fotografo italoamericano accompagnato dalla moglie Elaine, giornalista,  aveva svolto il ruolo di Maestro di Cerimonia, mentre Franco Folini imprenditore e amico, all’epoca in rappresentanza di BAIA (Business Association Italy America) e  Nicolò Minerbi  fotogiornalista avevano immortalato le immagini della giornata, emozioni accompagnate dalle note da brivido di David Hardiman, trombettista jazz che aveva eseguito Il Silenzio e l’inno americano. Io avevo ricordato come questo patriota scavezzacollo avesse rischiato mille volte la pelle per nobili cause, “Cez” aveva letto la lettera di raccomandazione di Mazzini che il conte bellunese aveva con sè come presentazione all’arrivo in America.   Come in un film la “cerimonia indiana” con il fumo Finita la cerimonia ufficiale… sempre più come un film. Rimasti solo in quattro, “Cez” aveva voluto inscenare una seconda breve cerimonia “indiana”, nella convinzione che il conte bellunese avesse scelto lui “antropologo degli indiani” come proprio biografo… per riconciliarsi con i nativi americani, visto che in una vita spesa per cause libertarie, dopo tutto a Little BigHorn aveva combattuto con l’esercito… poche parole incomprensibili, nuvole di fumo sulla lapide (unica volta in vita mia che, per rispettare il rituale, avevo fatto una tirata…), in un tramonto incredibile. Poche ore dopo al ristorante improvvisamente la gente era impazzita, come tutta la città quella notte: quel 1 novembre 2010 entrava nella storia di San Francisco perchè i Giants avevano appena vinto dopo 54 anni le World Series di baseball!       Le incredibili coincidenze fra contrattempi ed episodi della vita del conte Ma  ancor più incredibile è stata “l’odissea stile di Rudio ” per arrivare a San Francisco con una serie di contrattempi vissuti in quest’avventura… tutti coincidevano con episodi della vita del conte! Alla partenza, sciopero inatteso a Parigi (dove il conte fu condannato alla ghigliottina per l’attentato a Napoleone III), dobbiamo volare allora via Roma (dove il conte combattè con Garibaldi) e New York (dove sbarcò da immigrato con documenti falsi perche’ ricercato in mezza Europa). Solo in extremis troviamo un aereo per San Francisco… che a meta’ strada dirotta su Minneapolis per… malore del secondo pilota, passando cosi’ vicino a Sioux City!!! (E il conte i Sioux se li trovo’ davanti a Little Bighorn…). Dopo un’odissea, arriviamo alle 3 di mattina a San Francisco all’hotel Castle Inn, che però è’ chiuso sino alle 7!  Dove abita l’unico discendente del fratello del conte, in Inghilterra a Nottingham? I’indirizzo è Castle Close. Nel frattempo il bagaglio di Cesare è smarrito. Arriva due giorni dopo… da Francoforte! Dalla Germania? Pro memoria: di Rudio, che era ricercato, sbarco’ in America spacciandosi per tedesco! L’odissea “stile di Rudio” per arrivare a San Francisco L’inquietante coltellino nascosto Ma la cosa più inquietante  pochi giorni dopo il ritorno, dopo una presentazione Italiani di Frontiera a Roma, nella sede Oracle.  Al controllo bagagli, fanno per due volte il check al mio zaino e mi chiedono se ho un coltellino. No di sicuro, rispondo. Ma dallo “zaino Mary Poppins a 50 tasche”,  esce invece il coltellino svizzero che evidentemente era li’ dalle vacanze estive! Non posso crederci: ho appena passato due controlli a New York e uno a San Francisco e nessuno l’ha visto? Troppo strano. Chiamo Cesare, che ricorda subito come nelle sue memorie il conte avesse ironizzato sulla polizia francese che l’aveva arrestato dopo l’attentato a Napoleone III e perquisito, senza trovare pero’… il coltello nascosto nel doppio fondo della borsa! Lo spirito del Conte ci ha davvero accompagnati…   L’annuncio dell’evento a San Francisco pochi giorni prima della partenza       Il centenario di Rudio nelle immagini di Elaine e Phil Pasquini   Appendice 1- Un’emozione vedere qualche anno fa sullo schermo la figura di Carlo Camillo di Rudio interpretato dal bravo Stefano Cassetti,   (che ho conosciuto al telefono) nel film di Mario Martone “Noi credavamo” che rievoca l”attentato a Napoleone III in cui  il conte bellunese fu tra i cospiratori.                         2 – Una grande soddisfazione qualche anno questa foto: veder rendere omaggio al patriota bellunese uno startupper di successo amico di IdF come Vincenzo di Nicola, che da grande appassionato di storia (e nipote di un nonno immigrato) ha colto il nesso, esplorato da

Italiani di Frontiera premiato alla Mostra del Cinema di Venezia!

“Robertooo! Che bello complimenti tu sei unico!!!” Di ritorno dalla “mia” Venezia dopo una giornata di emozioni indimenticabili, è stata la ciliegina sulla torta, questo messaggio sul treno, arrivato da una professoressa di Torino, tra i professionisti venuti a ispirarsi in questi anni con l’avventura dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour. Oggi è ministra dell’Innovazione: Paola Pisano. Portare Italiani di Frontiera alla Mostra del Cinema di Venezia, proporre lo storytelling “Pionieri, Esploratori. Non Guardiani” con l’immancabile Orazio Attanasio alla chitarra nella sala della Fondazione Ente dello Spettacolo nel sontuoso Hotel Excelsior, esser premiato per un’attività culturale partita dal territorio (Mestre è la mia città natale) dall’Associazione MostraLido… davvero impagabile. Ma il premio più bello è stato l’autentica valanga di congratulazioni, incoraggiamenti, commenti addirittura commoventi per cui non ringrazierò mai abbastanza amici da mezzo mondo, ex colleghi di Gazzettino, Il Giorno e Reuters che non sentivo da anni. Un sostegno impagabile, a un progetto che si regge davvero su empatia e… adrenalina. Su quella terrazza, undici anni fa da inviato Reuters avevo fatto un’intervista per me memorabile al regista Peter Greenaway, tutta proiettata sul cinema del futuro… (e ancora mi sto domandando cosa gli passasse per la testa quando scattammo quella foto…) Proprio il guardare con fiducia al futuro è stato l’obbiettivo dello storytelling al Lido, con il bravo Orazio Attanasio alla chitarra, divagazioni sul filo conduttore di idee e storie legate al cinema e a Venezia. Grazie di cuore a Lorenzo Mayer, bravo giornalista veneziano animatore di MostraLido che ha proposto l mia candidatura al premio, agli amici venuti al Lido, da Paolo Privitera, mestrino in temporaneo distacco da San Francisco, a bravi professionisti come Stefano Zara e Marco Greggio e signore. Per finire, la mia compagna d’avventure in pianta stabile, paziente e tenace: Pola Amè. Ora al lavoro per stilare una bozza di proposte e idee Out of the Box che la ministra (comparsa in una delle slide nella presentazione al Lido) mi ha chiesto di inviarle…