Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

Ci salverà la Curiosità… in un podcast gli intrecci di storie di Italiani di Frontiera

    “Pandemia, Guerre, Emergenza Ambientale… la Complessità sembra sempre più un’onda gigantesca che rischia di travolgerci.  Ma con la tavola giusta, quel che stava per schiacciarci può farci volare, scoprendo significati inattesi in percorsi trasversali, fra storie di ieri e di oggi, preziosi per guardare al domani.  Quel surf si chiama Curiosità…”. All’esordio nelle principali piattaforme, nel canale T-Podcast, casa di produzione del gruppo Triboo,  il primo di dieci episodi di Italiani di Frontiera Podcast. Nel primo capitolo, com’è iniziata l’avventura di famiglia, da “Sixth Saint John (Sesto San Giovanni) a Palo Alto California, facendo tutto da soli per sei mesi di Ispirazione che hanno visto nascere Italiani di Frontiera. Poi l’incontro con i primi due protagonisti, Cesare Marino “antropologo degli indiani” allo Smithsonian Institution di Washington, scopritore di straordinarie storie di connazionali sulla frontiera del Far West, Luca Prasso veterano della grafica digitale, prima a DreamWorks oggi a Google. Due personaggi ideali per svelare i segreti del talento italiano: creatività, versatilità, capacità di combinare competenze, oggi più che mai doti ideali per affrontare un mondo sempre più complesso. Le loro sono le prime di una serie di storie, di ieri e di oggi, preziose per chi deve immaginare il domani.   Questo il libro citato nell’episodio, “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” ( David Epstein, LUISS 2020) Visione e ottimismo sono da anni gli ingredienti della la narrazione “eccentrica” di Italiani di Frontiera, che propone dieci episodi della prima stagione di podcast e ha ora  in cantiere un nuovo spettacolo, una web tv… e pure un film. (Nella copertina del podcast, elaborazione di un’illustrazione di Susanna Della Sala, realizzata da Sofia Elisa Suanno). Qui sotto, nello studio di registrazione nel quartier generale di Triboo a Milano Bicocca, con la fantastica squadra di T-Podcast: Stefano Dargenio, Noemi Zago e Fabio Donolato.  

Pionieri, Esploratori. Non Guardiani. Immaginare il Futuro in tempo di Crisi: il video

Riscoprire e valorizzare il talento italiano fra storie di ieri e di oggi è indispensabile, in un momento di drammatica emergenza per l’epidemia, per guardare con ottimismo al domani. Da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America a Federico Faggin tra i padri di microchip e touch, dagli esploratori del West agli innovatori di Silicon Valley, lo storytelling Italiani di Frontiera per Fastweb Digital Academy, alla chitarra Orazio Attanasio. Registrazione in streaming dal quartier generale Fastweb a Milano, 19 novembre 2020.

Ray Martino, leggenda del jazz dalla storia incredibile e quella festa a Milano per i suoi 90 anni, poco prima che se ne andasse

  Milano, cinque aprile 2018: allo Spirit del Milan una serata indimenticabile promossa da Italiani di Frontiera, per riportare sul palco un protagonista ormai dimenticato del jazz italiano e festeggiare a sorpresa i suoi novant’anni. Dopo aver scoperto la sua incredibile carriera, tenuta a battesimo da Louis Armstrong e vissuta sui palchi di mezzo mondo, poi al cinema e in tv, al fianco di personaggi leggendari. Quella sera aveva rispolverato una voce e una presenza scenica invidiabile, accompagnato dai bravi Emilio e gli Ambrogio. E si era commosso per un’accoglienza che non si aspettava (realizzata grazie a preziosi amici: Maria Teresa Gabriele giornalista nipote di Ray, Luca Locatelli e Ilaria Polleschi che con entusiasmo avevano accolto l’evento nel celebre locale). Un anno e tre mesi dopo, cinque luglio 2019, Ray Martino, al secolo Mario Martiradonna, ci ha lasciati. Ecco la sua storia.   “Quel ragazzo italiano può cantare jazz proprio come facciamo noi!”. La firma è quella di Louis Armstrong. La pagina ingiallita, datata 19 luglio 1952, è del leggendario Melody Maker, il più antico settimanale musicale britannico. Allora il Festival di Sanremo aveva celebrato appena due edizioni, con il doppio trionfo di Nilla Pizzi: “Grazie dei fiori” (1951) e “Vola colomba” (1952). Viaggi e informazioni erano infinitamente più lenti, così in quell’articolo dedicato alla sua tournèe europea, il leggendario Satchmo rievocava l’esperienza vissuta tre anni prima, quando per la prima volta era atterrato in Italia, aeroporto della Malpensa, immortalato da un servizio del cinegiornale Settimana Incom dell’Istituto Luce, oggi disponibile su YouTube. In quelle immagini, ottobre 1949, ad accogliere il mitico jazzista arrivato assieme a una band non meno leggendaria, un musicista che la tv qualche anno dopo avrebbe trasformato in star: Gorni Kramer. Al suo fianco, quel ragazzo, sorridente, che nello stuolo di giornalisti e appassionati accalcati all’aeroporto era l’unico a capire la pronuncia degli artisti americani. Perché a Bari durante la guerra da teenager era diventato un beniamino dei soldati della base americana. E da loro oltre a un ottimo inglese, ascoltando lo swing delle grandi orchestre nei grossi 78 giri destinati alle truppe americane aveva imparato pure la passione per il jazz. Fu proprio Armstrong a tenerlo a battesimo, facendolo esordire in un teatro milanese ancora circondato dalle macerie della guerra ma stracolmo di pubblico, spianandogli la strada per una carriera incredibile, fra concerti con grandi artisti, incontri con personaggi leggendari, tournèe internazionali, cinema e televisione. Quel “ragazzo” alla ribalta prima di Sanremo e della nascita della tv… compie 90 anni. Mario Martiradonna, classe 1928 con il nome d’arte di Ray Martino è stato un grande protagonista, dal jazz alla musica leggera, dal cinema alla tv. Un’avventura artistica che oggi ricorda con invidiabile lucidità, un pezzo di storia dello spettacolo che merita di essere preservato. “I miei genitori si arrabbiarono moltissimo, quando scoprirono che uscito di casa invece di girare a destra e andare a scuola giravo a sinistra e andavo al club degli americani…”. Cresciuto a Bari ma nato a Lecce (anche se nel suo ricordo Armstrong gli aveva assegnato dei fantasiosi natali a Brooklyn)…, Mario arriva a Milano a vent’anni nel ’48 e fa il suo esordio nel varietà con la compagnia di Walter Chiari, che l’ha sentito cantare in un locale della riviera romagnola. L’anno dopo l’incontro con Armstrong, che lo prende in simpatia, lo adotta come interprete e una sera gli chiede di accompagnarlo in teatro. “Scaldati la voce, mi disse porgendomi una caramella… al pianoforte c’era Earl Hines. Io non ci potevo credere. Ma cantai Stormy Weather e altre canzoni… il teatro per poco non esplose…”. L’anno dopo Ray fa il suo esordio al cinema, sempre con Walter Chiari e una giovanissima Antonella Lualdi. Poi accetta l’invito di Renato Carosone e prende il posto di Van Wood nel suo popolarissimo complesso che compredeva Gegè di Giacomo e Alex Bacsik (“un musicista ungherese fuggito in Occidente, con la chitarra era straordinario”). Ma preferisce il jazz al repertorio leggero napoletano e per questo nel ’52 diventa il cantante del gruppo di Bruno Martino, che all’epoca suonava soltanto.   Con il gruppo si esibisce spesso in un locale esclusivo, il Piccolo Bar in via Romagnosi vicino alla Scala. Dove la sorte gli ha riservato un’altra occasione memorabile: cantare accompagnato al piano da… Leonard Bernstein!. “A quell’epoca, il celebre direttore d’orchestra era stato invitato a dirigere la Carmen di Bizet alla Scala. Alla sera con i suoi collaboratori veniva in questo bar che era molto snob. Io cantavo lì. Bernstein, che amava la musica classica ma adorava il jazz allora si metteva al piano e mi accompagnava… dai canta, mi diceva… e io cantavo, le canzoni americane…” La sua carriera prosegue in Spagna e Portogallo, cantando anche a Londra, New York, a Parigi dove vinto il secondo premio al Festival della canzone italiana, in Centro America, Honduras, Guatemala, Messico. Poi negli anni Sessanta le pubblicità. premiato due volte come miglior attore dell’anno di Carosello, l’attività di direttore artistico su navi da crociera, di dirigente nell’industria discografica, senza rinunciare poi a nuove esibizioni, sul palco e alla radio. “Ne abbiamo fatte, mi sono divertito. Abbiamo vissuto.. ho vissuto la mia vita…” Ciao Ray e grazie, non ti dimenticheremo.

#neusciremomigliori – Code, contagi, chiusi in casa. Tra spot e grandi film dieci occasioni per ridere delle nostre paure

  La paura del contagio e dei contatti, l’ossessione per le medicine, l’obbligo di stare in coda, la vita da reclusi, costretti pure ad allenasi in casa. E infine l’ottimismo a tutti i costi… Dieci spezzoni (quasi) tutti adatti anche ai bambini. Per ridere delle nostre ossessioni quotidiane in tempi di epidemia, fra spot e scene di film con grandi protagonisti: da Totò a Charlie Chaplin, da Buster Keaton, ai fratelli Marx, da Carlo Verdone a Peter Sellers. Perchè tener alto il morale è uno dei migliori antidoti…   Bocca chiusa –  Le esalazioni disastrose… di un piccolo drago, spot natalizio (John Lewis Waitrose) Le gioie della coda 1 – La prima scena di The Goat (1921 versione colorata) Buster Keaton Le gioie della coda 2 – Furbizia preistorica. Spot geniale (Service Coupe-File) Tocco e ritocco – Totò e l’onorevole Trombetta (Totò a colori 1952, con Mario Castellani)   L’ossessione per le medicine  – (2015 montaggio creativo)  Carlo Verdone   Evitare gli affollamenti – Nella cabina del transatlantico, (1935 A Night at the Opera) Marx Brothers   Le gioie dell’isolamento – Charlie Chaplin cucina una scarpa, (La Febbre dell’Oro 1925)   Ottimisti anche nei momenti peggiori. Monty Python: “Always Look at the Bright Side of  Life”, guarda sempre al lato positivo della vita (finale del dissacrante “Brian di Nazareth” 1979).     Paura terribile del contagio. Totò e Aldo Fabrizi, Guardie e ladri (la scena a 1’40” del trailer)   Allenarsi in casa. (La Pantera Rosa colpisce ancora 1975), Peter Sellers ispettore Clouseau e Burt Kwouk (Cato)

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Dalla Calabria a San Francisco per raccontare Lawrence Ferlinghetti in un film: il sogno avverato di Giada Diano ed Elisa Polimeni

  Erano partite senza ben sapere cosa stessero facendo, con l’idea d’imbarcarsi in una cosa troppo grande per loro… poi seguendo l’istinto hanno superato innumerevoli ostacoli, guidate dal cuore e dalle emozioni regalate dal personaggio che vive oltreoceano, al quale volevano dedicare il proprio lavoro, uno dei più celebri poeti viventi, sopravvissuto di una stagione lontana, la Beat Generation, ma da decenni inesauribile fonte di versi, visioni, voce costantemente controcorrente nel suo Paese, gli Stati Uniti d’America: Lawrence Ferlinghetti. E’ così che Giada Diano ed Elisa Polimeni, giovani studiose di letteratura e di storia dell’arte, partite dalla Calabria hanno realizzato il loro sogno, un documentario frutto di anni di  appassionato impegno a fianco del poeta. “Lawrence. A Lifetime in Poetry” è stato presentato con grande successo (davvero molto bello!) in prima mondiale a San Francisco proprio il 24 marzo 2019, giorno in cui il poeta ha compiuto il secolo di vita. Incontrare al termine dell’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour alla prima a San Francisco  Elisa e Giada, che di Ferlinghetti è pure traduttrice e biografa (dopo “Io sono come Omero”, Feltrinelli 2008, ora è al lavoro nella traduzione dell’ultimo libro, Little Boy, Penguin Random House 2019, che il poeta ha appena pubblicato con l’assistenza di un altro amico di Italiani di Frontiera, Mauro Aprile Zanetti) è stata un’occasione preziosa, per raccogliere le loro riflessioni non solo sul lavoro svolto ma pure su quella matrice culturale italiana che le ha guidate nel districarsi con successo in un lavoro così complesso. Una matrice alla quale lo stesso Ferlinghetti, con un padre bresciano che morì prima della sua nascita, ha fatto riferimento durante buona parte della sua vita, in una costante ricerca delle proprie radici che lo ha portato più volte a visitare l’Italia. Qui sotto a cura di City Lights, la leggendaria libreria di San Francisco fondata negli anni Cinquanta dal poeta, che ha festeggiato il suo compleanno con un grande happening durato tutto il giorno,  il promo di “Lawrence. A Lifetime in Poetry” che Giada ed Elisa presenteranno al prossimo Biografilm Festival a Bologna.    

Hippie New Year! Dieci video d’ispirazione per iniziare al meglio il 2018

Hippie 2018! Come sarà il nuovo anno? L’augurio di Italiani di Frontiera è che serva ad abbattere barriere, luoghi comuni, false certezze, ad aprire strade nuove alla conoscenza e alla creatività. Ecco allora dieci video, una scelta personalissima, con l’augurio che possano servire proprio a ispirare nuovi percorsi. A pochi mesi dall’esordio in prima nazionale a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti, che nel 2018 contiamo di portare in giro per l’Italia, un doveroso omaggio alla controcultura californiana con la canzone che apre lo spettacolo. A cosa fa riferimento il titolo di uno dei testi principali sul rapporto tra controcultura e hi tech, “What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry”, (2005, John Markoff)? Ma a “White Rabbit“, cantata da Grace Slick con i Jefferson Airplane a Woodstock (1969), un’allusione alle atmosfere oniriche di Alice nel Paese delle Meraviglie, rivisitate in chiave psichedelica. Il messaggio è: allargare la coscienza… White Rabbit, Jefferson Airplane, Woodstock (1969) Oltre 38 milioni di visualizzazioni su YouTube per la bellissima interpretazione di “Space Oddity” di David Bowie eseguita nella stazione spaziale orbitante da Chris Hadfield. Pochi giorni prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna, luglio 1969, la canzone racconta lo spaesamento estasiato di un cosmonauta solo nello spazio. L’astronauta canadese che la interpreta è fra quanti hanno sperimentato il cosiddetto Overview Effect: aver visto la Terra dallo spazio ha provocato in alcuni una autentica esperienza spirituale, un cambiamento irreversibile nella percezione e nella consapevolezza che il nostro pianeta è un tutt’uno senza confini, fragile, sospeso nel vuoto… qualcosa che potrebbe e dovrebbe forse diventare una consapevolezza comune, anche qui sulla superficie terrestre. Space Oddity di David Bowie cantata nella stazione spaziale orbitante dall’astronauta Chris Hadfield Consapevolezza è quanto ispira anche la presentazione di forte impatto di un esperto internazionale di creazione di aziende, sul palco delle conferenze TED. Ernesto Sirolli, amico di Italiani di Frontiera, racconta la sua esperienza, prima nel Terzo Mondo come volontario di non governative, poi come ispiratore di migliaia di piccoli imprenditori sparsi per i continenti. La prima regola, dice con una straordinaria comunicativa Ernesto (che oggi vive a Sacramento in California)  è: non pretendere di imporre la propria visione in un contesto che non si conosce ma iniziare ascoltando e imparando. Ernesto Sirolli (conferenza TED): Volete aiutare qualcuno? State zitti e ascoltate   Mai smettere d’imparare, il famoso Longlife Learning, anche perchè le tecnologie innovative stanno rivoluzionando la conoscenza, al punto di sconvolgere anche quel che siamo certi di sapere da sempre, come la storia delle origini di Venezia. Che un altro amico di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, a lungo impegnato a Stanford (qui in un’intervista esclusiva a IdF), si ripropone di riscrivere, con un libro prossimamente in uscita, Wood, Water and Slaves. Diego Calaon, archeologo di Ca’ Foscari a Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data Piccolo stacco cinematografico, sul tema della consapevolezza, con la grande scena finale di un bellissimo film. In “Orizzonti di Gloria” (1957) Stanley Kubrick ha diretto Kirk Douglas in un film di guerra così potente nella sua carica antibellica da esser stato  proiettato in Francia solo diversi anni dopo l’uscita. Una ragazza tedesca (poi diventata la signora Kubrick…) terrorizzata e umiliata davanti a una rozza platea di soldati francesi, costretta a intrattenerli cantando. Ma la musica fa pian piano il miracolo, i soldati si zittiscono, ascoltano e non solo, capiscono che loro e quella ragazza non sono nemici… vista cento volte, non smette di emozionare. Paths of Glory (orizzonti di Gloria, Stanley Kubrick 1957) scena finale Proprio Stanley Kubrick aggiunge un altro prezioso tassello al nostro percorso, fra consapevolezza e allargamento della coscienza, proponendo un insolito ribaltamento del significato del mito di Icaro, pochi mesi prima di morire, nel discorso di accettazione del premio Griffith (1998), intitolato al regista che di fatto creò molti dei capisaldi del modo di fare cinema, prendendo da innovatore e pioniere tanti rischi, al punto di finire emarginato dalla stessa industria che aveva creato. Aveva volato troppo alto? Kubrick propone una lettura diversa di quel mito: non porre un limite alle propri ambizioni ma realizzarle con qualcosa di meglio che piume e cera. Stanley Kubrick, discorso di accettazione del premio Griffith (1998) e il significato del mito di Icaro Non si smette di imparare dunque. E se apprendimento potesse far rima con divertimento? Due esempi di valore. Il primo è una fantastica parodia della hit Despacito per spiegare con animazioni e arrangiamento musicale sbalorditivi Evo-Devo la biologia evolutiva, con una versione vocale di Tim Blais, che ha realizzato lo straordinario canale di video musicali didattici A Capella Science . Evo Devo: la Biologia Evolutiva in una parodia di Despacito, Tim Blais, A Capella Science Secondo esempio di divertente parodia “colta”, stavolta made in Italy dedicato a un classico della letteratura: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni  rivisitato in chiave comica in soli dieci minuti, condensato di umorismo e abilità del fantastico gruppo teatrale degli Oblivion. I Promessi Sposi in dieci minuti, parodia degli Oblivion E se fosse la scienza a svelare il segreto della felicità? E’ Robert Waldinger direttore dell’Harvard Study of Adult Development, a spiegarlo, raccontando in una bellissima conferenza TED i risultati di una ricerca straordinaria durata decenni, svolta confrontando la vita di laureati nella prestigiosa Università e di persone dei quartieri disagiati di Boston. Trovando un denominatore comune: non sono i soldi e nemmeno la fama a render felici, ma la qualità delle relazioni interpersonali, specie quelle con le persone a noi più vicine, una qualità che ha un effetto benefico non solo sulla psiche ma pure sulla salute fisica. Robert Waldinger (conferenza TED): lezioni dal più lungo studio sulla felicità Federico Faggin e la consapevolezza   Dal segreto della felicità a quello ancora da svelare, sulla natura stessa del mondo in cui viviamo. Padre del microchip e della tecnologia touch, Federico Faggin è la persona che

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

“Dobbiamo tutto agli Hippie”, un successo la prima nazionale a Vicenza. E alla fine gli elogi sul palco di Federico Faggin!

  “Ho imparato molte cose nuove guardando il tuo lavoro… quando uno è dentro, non ha la visione a 360… come può avere uno che guarda successivamente e vede connessioni che io certamente non avevo visto…” Le parole di Federico Faggin (nel video con slideshow qui sopra) il padre del microchip e della tecnologia touch, salito sul palco al mio fianco, emozionandomi non poco, alla fine della prima nazionale di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, giovedì 26 ottobre al Teatro Comunale di Vicenza, sono state il coronamento di una serata indimenticabile. L’esordio è andato oltre ogni aspettativa. Anche se lavoro con gente così brava che a volte vorrei fermarmi nella mitragliata di parole, per ascoltare meglio la musica scelta sul palco da Luca Presence Carini, guardare le immagini e le bellissime animazioni alle mie spalle frutto della creatività di Roberta Gaito e Roberta Pirrera, tutta la scena ideata e diretta con maestria alla regia da Alessio Mazzolotti.   Come sempre è la passione il vero motore, e questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata senza la passione di Claudia Baldina e degli amici di Niuko, di Alessandro Fossato arrivato da Mestre con una folta squadra dalla sua Interlogica, le due aziende che hanno comprodotto lo spettacolo.   Collegare Hippie e New Economy poteva sembrare un’idea bizzarra a chi non conosce le radici culturali di Silicon Valley,  in realtà questo spettacolo attraverso storie e aneddoti invita a riflettere su come siano i visionari capaci di sogni all’apparenza impossibili i veri protagonisti dell’innovazione, in un intreccio fra personaggi  e idee che spera di ispirare chi deve immaginare il futuro.   Sul palco, il surf è diventato metafora del pensiero laterale, capace di scoprire percorsi inaspettati, dall’arte alla scienza, dalla cultura alla società. Un racconto spiazzante, che lungo quel filo rosso individua molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò il personaggio di Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che all’Università di  Berkeley “innescò” la contestazione studentesca già nel 1964.   E il percorso inaspettatamente, partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, vicentino d’origine trapiantato dagli anni Sessanta in California, che dopo storiche invenzioni è impegnato oggi in una battaglia ideale, per contestare l’idea diffusa a Silicon Valley che le macchine diventeranno presto più intelligenti degli esseri umani, al quale è dedicata la chiusura dello spettacolo multimediale, con grafica digitale e animazioni sullo schermo, la musica selezionata dal vivo sul palco da Luca. Come nessun altro Federico ha ispirato con le sue riflessioni il mio lavoro, con Italiani di Frontiera e oggi con questo spettacolo. Per questo, la fortunata coincidenza di scoprire che in questi giorni era in Italia, invitarlo con una mail e ricevere al telefono la sua conferma nel giro di venti minuti, esordire nella sua città d’origine con lui attentissimo in una delle prime file, poi vederlo alzarsi con un’ovazione della sala e ricevere sul palco i suoi elogi e alla fine averlo assieme a tanti preziosi anici con noi pure all’aperitivo dopo lo spettacolo, con la moglie Elvia… davvero indimenticabile. Ma ora la sfida è quella di proseguire avventura, portando “Dobbiamo tutto agli Hippie” in giro per l’Italia… e perchè no? Magari pure oltreoceano… Un grazie a Marina Pezzoli amministratore delegato di Niuko, intervistata con me e Federico nel video qui sotto, realizzato dal bravo Marco Bergamaschi che ringrazio anche per le belle foto.