Il Blues dell’Innovazione di IdF ad iSchool, Roma PalaLottomatica
Il video del Blues dell’Innovazione di Italiani di Frontiera ad iSchool, PalaLottomatica di Roma, 10 ottobre 2012. Con Orazio Attanasio e Germano Lanzoni.
Il video del Blues dell’Innovazione di Italiani di Frontiera ad iSchool, PalaLottomatica di Roma, 10 ottobre 2012. Con Orazio Attanasio e Germano Lanzoni.
http://www.youtube.com/watch?v=SC1TPO3D06I Due aziende lanciate da protagonisti di Italiani di Frontiera nella prestigiosa selezione di uno dei più importanti acceleratori di startup americani. Curious Hat e Pick1 compaiono nella lista appena diffusa da 500Startups, seed found ed acceleratore di nuove imprese lanciato negli Usa da Dave McClure. Qui l’elenco completo delle startup selezionate, annunciato con la pubblicazione di un video ironico su YouTube. Curious Hat è la nuova impresa californiana, dedicata alla creatività hi tech per i bambini, di Luca Prasso, veronese, che ha lasciato da poco DreamWorks, dove è stato manager di successo nella grafica digitale sin dagli anni Novanta. Pick1, unica startup italiana dell’elenco, è invece l’evoluzione di Doochoo, lanciata da Paolo Privitera, mestrino, assieme ed Armando Biondi, che puntando sulle potenzialità dell’aggregazione delle opinioni online ha di recente ottenuto finanziamenti per un milione di dollari. Beh Italiani di Frontiera continua a portare fortuna…
Italiani di Frontiera in tv! Ospite della puntata di Smart&App (questa la pagina Facebook), condotto da una bravissima amica, Silvia Vianello, si è parlato ovviamente di talento italiano, della forza del racconto per ispirare ad usare questo talento. E di come le nuove tecnologie offrano strumenti che consentono di inseguire i propri sogni. Con Silvia ho ricordato che avevo parlato proprio di sogni, col numero due al mondo dell’agenzia Reuters nella quale lavoravo, un supermanager americano con il quale avevo capito di avere meno di 100 secondi per spiegargli cosa fosse Italiani di Frontiera. E lui, parlando di futuro del giornalismo, aveva pronunciato parole che sembravano descrivere proprio Italiani di Frontiera: “Take Risks”, “Connecting the Dots”, “Use Multimedia”. Rischiare, unire i puntini (non basta dare notizie ma occorre collegare gli eventi con fili narrativi), usare il multimediale, specie per parlare ai ragazzi che leggono meno… L’ho ricordato durante la trasmissione (canale 143 di Sky e qui in streaming replica alle 16.15 di sabato 3 novembre) poi disponibile online sul canale YouTube di La3. Grazie A Silvia, grande come sempre, a Sara Zolanetta brava autrice, ad Antonio Amendolagine ed a tutti gli amici di Smart&App, davvero una gran bella squadra!
Studenti geniali, professori fantastici, momenti emozionanti e mille idee. E’ stato un vero piacere partecipare lo scorso 10 ottobre ad iSchool, animato e condotto da Riccardo Luna, al PalaLottomatica di Roma, assieme a Orazio Attanasio e Germano Lanzoni, evento di World Wide Rome, che aveva già ospitato Italiani di Frontiera a”Makers“. La giornata stavolta era dedicata alla scuola ed alla rivoluzione che digitale e nuove tecnologie hanno già iniziato nel mondo dell’educazione, con migliaia di studenti e professori arrivati da diverse parti dl’Italia. Per me è stata pure occasione per una riflessione su quello che la forza del racconto, un po’ il cuore di IdF, ha fatto e può fare in futuro anche per il mondo dell’educazione. Buffo, perchè dico spesso nelle mie presentazione che in Italia ci siamo abituati per anni purtroppo ad ammirare dei somari, la mia riflessione è partita dal ricordo di mia nonna, eccezionale maestra elementare, che le storie le usava per catturare l’attenzione degli alunni, spesso in paesini sperduti, dove a volte arrivava a dorso d’asino… un uso positivo dei somari! Per favorire conoscenza e promozione sociale… “La rivoluzione della scuola è un filo tra il dorso di un asino e il Web”, un articolo pubblicato su CheFuturo! nel giorno di iSchool.
Qualche mese fa era toccato a Luca Prasso, veterano della grafica digitale, lasciare dopo anni un colosso come DreamWorks per lanciare con successo una nuova avventura creativa, dedicata in particolare ai bambini, con il bellissimo Curious Hat. Elogiato di recente da un articolo su Wired come fucina delle applicazioni per l’educazione del futuro. Oggi Marco Marinucci, per anni ingegnere a Google, uno degli ispiratori di questo progetto e animatore di Mind The Bridge, che ha ospitato ogni anno Italiani di Frontiera nell’evento finale del suo concorso per start up, ha annunciato il suo addio a Google dopo 7 anni, 3 mesi e 27 giorni. Si dice che si rimane “Googler” per sempre… lascio per quel che ho imparato qui, dice Marco: “Make a difference, be true to yourself, and try to have fun”. Luca e Marco sono amici, oltre che protagonisti di Italiani di Frontiera. Incrociati quattro anni fa, sono entrati col loro esempio a pieno titolo nella mia vita e nel mio progetto. E nel giro di pochi mesi abbiamo fatto tutti la stessa scelta: lasciare un colosso prestigioso (io l’ho fatto l’anno scorso con l’addio a Reuters, rimasto supporter di Italiani di Frontiera) per tentare una personale avventura professionale, nella continuità con l’esperienza maturata. “Italiani di Frontiera” cresce… e crescono pure con le loro scelte gli Italiani di Frontiera, non solo a Silicon Valley.
Italiani di Frontiera è… spacciatore d’ottimismo. E la prospettiva che apre su futuro e presente di questo Paese è ben più rosea dello sconfortante spettacolo quotidiano che ne emerge sui media, grazie ai tanti connazionali di qualità incrociati. Fiumi carsici di talento e idee che aspettano solo di venire in superficie. E magari, spero, presto travolgere e spazzar via una quantità di pessime abitudini che ci tiriamo dietro e ci penalizzano, in campo globale. L’ottimismo ha per un attimo vacillato, partecipando ad un importante evento internazionale, la settimana scorsa a Pescara. Vergognandosi in più di un’occasione, per l’immagine dell’Italia offerta agli ospiti stranieri, a causa di alcune di quelle cattive abitudini. Fra piccoli fastidiosi gesti di negligenza, ignoranza e provincialismo. “Unhappy to be Italian…”. L’evento era la sessione dell’Assemblea delle Regioni d’Europa, sul tema “Fronteggiando la crisi: le soluzioni regionali”, che la settimana scorsa ha visto riuniti nel capoluogo abruzzese oltre un centinaio fra politici, amministratori e rappresentanti di associazioni e imprese. Una vetrina importante sulla politica locale europea, ospitata dalla Regione Abruzzo, alla quale ho avuto l’onore di partecipare in qualità di moderatore di uno dei panel in programma (il mio su cultura e sanità) assieme a Sergio Nava, bravo collega amico di IdF, autore del seguito progetto La Fuga dei Talenti. L’AER è la più vasta rete indipendente europea di autorità regionali, in rappresentanza di 270 regioni di 34 Paesi e 16 organizzazioni interregionali. Ha sede a Bruxelles e si regge sul lavoro tenace ed entusiasta di un gruppo di giovani funzionari abituati a pedalare con competenza in campo internazionale con una ristrettezza di mezzi e risorse che è già di per sè un esempio imbarazzante per noi, abituati a scoprire ogni giorno in casa nostra il peggio, fra sprechi e ladrocini di incompetenti. Davvero interessante sentir discutere problemi concreti con prospettive, punti di vista e background culturali così diversi, con ospiti qualificati dalla Scandinavia al Mediterraneo all’Europa dell’Est. A Pescara si trattava solo di fornire una cornice adeguata e dignitosa a questa macchina collaudata. Forse io non faccio testo, forse ho un punto di vista troppo intransigente… ma a me le cadute di stile, nei confronti dei bravi organizzatori dell’AER e degli ospiti, sono sembrate tali e tante da sortire un esito a volte sconfortante. E bastava così poco… Non parlerò dunque dei contenuti del summit ma di questa cornice di ospitalità. Ecco la mia personale cronaca. Giudicate voi. Il vertice europeo si tiene in una scuola, l’Istituto Di Marzio Michetti. Che per l’importante evento… sembra quel che è: una comune scuola e basta. Bell’aula magna (peccato per i faretti bianco rosso verdi stile discoteca) ma arrivando a due ore dai lavori pomeridiani, nessuna indicazione nè tanto meno accoglienza, all’ingresso di una sede di un evento tutto sommato europeo. Gli ospiti sono al buffet, (non male anche se spartano e casereccio), chi vuole può accomodarsi sedendosi su dei gradoni, poi gettare le stoviglie di plastica in scatoloni per la raccolta… indifferenziata. Una giovane polacca chiede timidamente se per caso ci sia un menù vegetariano (che in eventi del genere è la regola) disorientando gli addetti al catering… che alla fine rimediano suggerendo le melanzane alla griglia e il riso. Ho passato la mattinata in treno e devo rinfrescarmi e cambiarmi prima del mio panel. Non posso evitare dunque i servizi igienici, che sono a dir poco esilaranti. Cartelli “MAN” e “WOMAN” al singolare (!), appiccicati all’ingresso non li avevo mai visti. L’interno è spoglio ai limiti del surreale: un bagno con urinatoi, lavandini e senza un centimetro quadrato per appoggiare borse o fogli che tutti i partecipanti tengono in mano. Lo faccio presente a due signore (forse bidelle). Che gentilmente provvedono a riarredare… con uno sgabellino ed una seggiolina. Finisce la sessione plenaria, i panel si svolgono nelle aule. Niente di male, non fosse che nessuno si è preso la briga di controllare e magari cancellare graffiti e scritte. Così mentre da moderatore do la parola via via alle relatrici alla mia destra, francese, belga e svedese, scorgo sullo sfondo la scritta “Verona merda” e altre irriferibili. Speriamo d’esser stato l’unico a capirle… I lavori, d’obbligo in inglese, sono molto intensi ma filano via lisci. Peggio è andata in altri panel, dove mi raccontano di un nostro connazionale che ha proceduto con “interprete di sostegno” (un assistente che gli ha bisbigliato all’orecchio in italiano per tutta la durata del panel) mentre lui invece dei lavori seguiva messaggi e posta sul suo cellulare. Si sbaracca di corsa, un “confortevole” transfer su autobus invece che pullman. Sino all’hotel, insignito di quattro stelle con una certa generosità, visto che la reception non è riuscita a soddisfare la richiesta non proprio astrusa di un’ospite (sperava di poter far stirare la camicia). E che il getto della doccia nella mia camera è uno schizzo triste. Finalmente tutti a tavola, con Sergio, Fabio Donato, economista dell’Università di Ferrara esperto di management della cultura ed altri amici. Almeno la cena non si discute. Ma i rituali di ospitalità… si comincia con il saluto del prefetto, in italiano, seguito da interprete che traduce le sue parole… in italiano! Tutti ridono. Vabbè, aveva accento partenopeo il signor prefetto ma avevamo capito comunque… Il clou è l’esibizione di Piero Mazzocchetti, cantante melodico (“che spazia dal registro pop a quello operatic pop”, dice di lui Wikipedia), fama costruita in Germania, un passaggio a Sanremo 2007. “Torna a Surriento” e “O Sole Mio” eseguite onestamente, malgrado gli eccessi di vibrato e decibel. Ma si scivola nel ridicolo con un presentatore che lo introduce come fosse Caruso, sbracando pure in una sviolinata preelettorale nei confronti del presidente della Regione seduto al tavolo davanti al palco. Speriamo che gli ospiti stranieri non abbiano capito le parole. Anche se il tono era inequivocabile… Che immagine diamo, a questi amici europei, che per di più non sono semplici turisti? Sconfortante. Quella di sempre, negli stereotipi. I dettagli non contano: sapere l’inglese, la cura nei servizi (non solo igienici) e nell’ospitalità…non ce n’è bisogno, tanto ci salviamo con
Un patriota che ha attraversato l’Ottocento passando per avventure incredibili, rischiando cento volte la vita per i suoi ideali. Per gli amici di IdF è una figura nota, forse il personaggio simbolo di questo progetto. Oggi 26 agosto 2012 val la pena di ricordarlo ancora una volta, perchè Carlo Camillo di Rudio, morto a Pasadena il primo novembre 1910 e sepolto nel cimitero militare del Presidio a San Francisco era nato proprio 180 anni fa, il 26 agosto 1832 a Belluno. Milano, marzo 1848: le Cinque Giornate. Il rampollo quindicenne di una nobile famiglia veneta getta la divisa di cadetto austriaco e passa con i patrioti. E’ l’inizio di una vita che sarà tutta un’avventura. Cacciatore delle Alpi a Venezia, garibaldino a Roma. Poi fuggitivo, ricercato dalla polizia austriaca. Espatriato a Parigi partecipa al fallito attentato a Napoleone III. Evitando in extremis la ghigliottina ma finendo all’ergastolo alla Cayenna. Da dove riuscirà ad evadere. Impedito a tornare in patria per la sua fede repubblicana, emigra negli Stati Uniti, per partecipare alla guerra di Secessione, ed entrare poi nel Settimo Cavalleggeri di Custer… per combattere a Little Bighorn e salvarsi! “Domenica 26 agosto 2012, 180° anniversario della nascita di di Rudio, lo ricorderò legando ad un pino in Virginia o nel Maryland due nastri rossi e blu, colori simbolo del 7° Cavalleggeri ma anche dei guerrieri Sioux e Cheyenne. Assieme ai nastri, un foglietto con le parole con cui lui che rischiò la vita mille volte per i suoi ideali, stigmatizzò la natura corrotta del potere istituzionale, sia secolare che religioso: la sua denuncia contro “i ladroni che trafficarono la Patria, l’umanità, il Cristo””. Così in una mail da Washington l’altro giorno Cesare Marino, Top Friend di IdF, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i massimi esperti di nativi americani e autore della biografia di di Rudio “Dal Piave al Little Bighorn” (Alessandro Tarantola Editore, io ho firmato l’introduzione) ha ricordato il personaggio di cui è stato lo scopritore con un lavoro durato anni, per ricostruirne l’incredibile esistenza. Il primo novembre 2010, con Cesare ed un gruppo di straordinari amici fra cui Elaine e Phil Pasquini, Franco Folini, Nicolò Minerbi e Fabrizio Marcelli, all’epoca Console Generale d’Italia a San Francisco, eravamo sulla tomba del conte nel cimitero del Presidio, per rendergli omaggio nel centenario della morte, con una cerimonia che ha avuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, una giornata di incredibili emozioni e coincidenze. A di Rudio è dedicato un intero capitolo di Italiani di Frontiera. Anch’io per l’occasione ho esposto i nastrini rossi e blu, assieme al cappello dei Cavalleggeri. Auguri, conte.
Va bene, va bene, lo ammetto: la sterminata galleria di talenti raccolta da Italiani di Frontiera, malgrado tutto è leggermente… sbilanciata a nordest. Ora, che io sia di Mestre conta poco. Ma è colpa mia se IdF viene invitato a Londra per le Olimpiadi (qui un diario per immagini), va in scena nell’auditorium di Casa Italia in un evento organizzato dagli amici di Medioera (ancora grazie a Mauro Rotelli e tutta la banda viterbese) ma alla vigilia scopre (segnalazione dell’inesauribile Luca Perugini) che c’è un talento in trasferta proprio a Londra, che ha appena realizzato una app che spopola online… e quel ragazzo è di Crespano del Grappa? Beh, una parte del tempo passato a Londra, IdF l’ha dedicato a conoscere e soprattuto a fra conoscere a giornalisti e altri personaggi del mondo media e imprenditoriale incrociati a Casa Italia Stefano “Stefio” Ceccon e la sua “London Crowd”, applicazione basata su un algoritmo che rielaborando in tempo reale i dati pubblici delle videocamere che monitorano il traffico nella capitale britannica, fornisce un quadro aggiornato della circolazione e degli intasamenti. Nel video, “Stefio” presenta la sua app e spiega come sia arrivato a Londra per la specializzazione con una borsa di studio alla prestigiosa Brunel University che l’ha selezionato dopo… un colloquio via Skype! La micidiale macchina di relazioni di IdF non si è mossa invano. Stefio e London Crowd sono finiti in tv a Rai Unomattina, Curzio Maltese gli ha dedicato un articolo su Repubblica e il Corriere della Sera un pezzo online, tutti e due citando Italiani di Frontiera. Non solo, grazie a Fortunato Celi Zullo, direttore dell’Italian Trade Commission a Londra, Stefio è stato chiamato last minute a partecipare ad un incontro Banca Intesa, con fior di investitori ai quali è stato invitato a presentare il proprio progetto. Tutta la vicenda è stata ben raccontata da “Dani” Ceccon, brava collega e sorella di Stefio, che era a Londra con noi, in un bell’articolo, “Bassanesi a Casa Italia, diario di un’avventura olimpica” su VicenzaPiù. Sì insomma, IdF non si muove a caso. Anche se può migliorare sui tempi, visto che per girare il breve video qui sopra, come ho scritto ho perso l’aereo pernottando su una panca a Heathrow… Aggiornamento 2014: per la cronaca, oggi Stefio è rimasto a Londra come ricercatore e lavora part time come esperto di Data Journalism… al prestigioso The Times! Qui una sua presentazione.
Due giorni indimenticabili a Londra durante le Olimpiadi, per Italiani di Frontiera, di scena lo scorso 31 luglio nell’auditorium di Casa Italia, quartier generale azzurro. Fra amici vecchi e nuovi, sostenitori “vip” e un lavoraccio per far conoscere un “Italiano di Frontiera” di Londra: Stefano Ceccon, autore di un’applicazione per monitorare il traffico nella capitale durante i Giochi: London Crowd. Lavoraccio ripagato da citazioni su Corriere e Repubblica… e pazienza se per intervistare Stefano all’ultimo momento, ho perso l’ultimo aereo dormendo a Heathrow…
Prima il Corriere, poi la trasferta a Londra… un’estate speciale per IdF. Era rimasta in un frigo di via Solferino per un bel po’ ma alla fine è uscita al momento giusto, neanche a farlo apposta, nel giorno in cui in Assolombarda ho partecipato a un’importante riunione su Expo e dopo Expo, in cui IdF potrebbe avere un ruolo… Bellissima intervista, quella che sul Corriere della Sera di Milano di lunedì 23 luglio Giovanna Pezzuoli mi ha dedicato (con belle foto di Duilio Piaggesi) , per spiegare l’avventura di Italiani di Frontiera. L’ha detto pure mia mamma, che a Mestre l’ha letta online: mia collega ai tempi del Giorno, Giovanna ha davvero catturato lo spirito di questa scommessa per cambiar vita. E pazienza se titolatori come sempre frettolosi han scritto che sono “ex giornalista”, mentre mi sento giornalista più di prima; che mi sono trasferito negli Usa per fare lì lo storyteller (ma prima o poi…); o che per realizzare IdF ho dovuto vincere resistenze di mia moglie Pola, che invece è stata partner impagabile di questo progetto sin dall’inizio (il PDF della pagina è scaricabile nell’immagine a fianco o qui). Non a caso, Giovanna ha chiuso con il “connect the dots” di Steve Jobs, l’inseguire cuore e istinto che alla fine ti permette di collegare i puntini alle tue spalle, del tuo passato. Quel lunedì mi è successo ancora una volta, di collegare puntini del mio passato. Quella pagina è stata occasione per tornare dopo un bel po’ di tempo nella sede del Corriere, che negli ultimi anni mi ha ospitato come speaker agli eventi Mind The Bridge. Ho guardato con occhi diversi a quella redazione, via Solferino, in cui per anni ho sognato di finire. Sin da quel giorno, anni Ottanta, ero al Gazzettino e ancora cercavo lavoro a Milano, in cui Mino Durand, bravo caporedattore del Corriere, che era stato inviato in Veneto (spesso ospite a cena a casa nostra a Mestre, visto che mio padre Gibo del Corriere era corrispondente), tentò di scoraggiarmi dall’impresa. “Lo vedi quello? E’ bravissimo ma quasi non riesco a farlo scrivere”, mi disse indicando un tipo con occhiali e baffi. Era il grande Marzio Breda, oggi “quirinalista” del Corriere. Eravamo nella leggendaria Sala Albertini, luogo storico del giornalismo italiano. Iniziai a compilare su una gigantesca Olivetti il mio curriculum su quel tavolo austero. Ma durò poco. L’anziano titolare della postazione mi fulminò, invitandomi a un bagno d’umiltà: finire il lavoro su uno strapuntino, davanti alla finestra. Quel giorno sono tornato in via Solferino, incrociando un po’ di vecchi amici. A cominciare da Gigi Colin, art director nonchè artista e fotografo. C’era la riunione per la prima pagina. Così ripassando davanti a quella leggendaria sala, incontro i vertici del quotidiano. Abbracci e battute con Venanzio Postiglione, caporedattore centrale e direttore del Master in Giornalismo della Statale di Milano, con Daniele Manca, oggi vicedirettore, anche lui un ex del Giorno. Poi davanti a quella stanza gonfia di storia che mi fece sognare, succede qualcosa che mi lascia di stucco. Con un sorriso davvero cordiale, mi viene incontro e mi porge la mano chiedendomi “Come stai?”, quasi fossimo vecchi amici, una persona alla quale credo di non esser mai stato presentato. E’ Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere. Io che pure sul palco me la cavo a chiacchiera, rispondo con un sorriso imbarazzato e la disinvoltura del baccalà. Resto pur sempre l’erede di un cronista roccioso ma timido… Esco felice e un po’ stordito, da quel palazzo che per anni mi era sembrato un posto da sogno. Felice, per il sogno così diverso, realizzato da solo con Italiani di Frontiera; per la sensazione che pure in quel santuario del giornalismo italiano tradizionale, un modello oggi più che mai in crisi, la folle idea di IdF sia in qualche modo apprezzata. E’ davvero il giorno di “unire i puntini”. E allora faccio quel che da mesi mi riproponevo di fare. Telefono a Beppe Severgnini. Di recente mi ha inviato un libro con una gentilissima dedica, ho ringraziato ma ancora non ci siamo mai incrociati. Dovevamo farlo a Londra, lui inviato del Corrierone nella città in cui ha vissuto a lungo. Io con il mio progetto “povero ma creativo”. Grazie ai fantastici amici di Medioera (Mauro Rotelli in testa), festival di cultura digitale che mi ha appena ospitato a Viterbo, nella foto, la conferenza multimediale di Italiani d Frontiera è andata in scena con successo martedì 31 luglio a Casa Italia, durante le Olimpiadi! Il giorno dopo Severgnini, che incontrerò un’altra volta. Emozioni, amici vecchi e nuovi a Londra, nuovi preziosi contatti. Connecting the dots…