Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

Riscrivere la storia di Venezia con i Big Data: Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari a Stanford

E se uno strumento recente al servizio della conoscenza come i Big Data arrivasse a rivoluzionare pure quel che tutti crediamo di sapere del nostro passato remoto, costringendoci a riscrivere una pagina importante di storia? Forse sta già accadendo, con qualcosa che tutti sono convinti di conoscere: com’è nata Venezia. Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, Diego Calaon archeologo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sta realizzando grazie a quel finanziamento una ricerca in California presso la Stanford University proprio sulla nascita di Venezia. Con risultati sconvolgenti. Diego è da qualche tempo uno dei preziosi speaker dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, nelle nostre tappe a Stanford.     Tutti sanno come è nata Venezia, ricorda Diego. Ii primi veneziani sono scappati sulle isole in mezzo alla laguna per rifugiarsi dai pericoli delle invasioni barbariche che hanno devastato le città dell’entroterra… “Se questo fosse vero,  scavando in laguna dovremmo trovare un insediamento subitaneo che corrisponde al momento in cui gli antichi veneziano sono fuggiti da Padova, Treviso, Altino per rifugiarsi in laguna… in realtà l’archeologia ci fa vedere che la laguna è abitata in maniera continuativa fin dall’epoca romana almeno fin dal primo secolo avanti Cristo e non c’è nessuna tensione verso la formazione di un abitato ai fini difensivi. Tutta la letteratura storica ci parla di Venezia come di un posto difensivo come se le isole della laguna veneziana fossero il luogo più remoto in quel preciso momento storico L’archeologia ci fa vedere come a quell’epoca non esistessero che rive, pontili attracchi… vivere in quelle lagune significava vivere al centro delle comunicazioni”. LETTURA ALTERNATIVA CON I BIG DATA  – La rilettura di quelle origini si basa sull’uso di una serie di dati da analisi ambientali geografiche, paleogeografiche, incrociati con una mole infinita di dati storico archeologici,  “che provengono dalle analisi fatte in laguna attraverso strumenti informatici principalmente GIS (Geographic Information System). Dalla gestione della grande mole di dati che abbiamo su base cartografica, riusciamo a interrogare questi dati con una prospettiva diversa che lascia volutamente fuori la narrazione storia tradizionale. perchè crediamo che l’ambiente con la sua enorme mole di dati possa fornire una storia alternativa…” Ma la possibilità di rilettura di fenomeni complessi della storia europea, alla luce della gestione della miriade di dati che influenzano le origini di Venezia, spiega ancora l’archeologo, proviene non solo dati storici ma anche da dati attuali dei social media, di chi Venezia la usa, di chi la vive ogni giorno. VENEZIA E IL TRAFFICO DI SCHIAVI – Questa rilettura, che ha imposto un riesame originale dei dati riguardanti il mondo del lavoro, ha portato a un’altra scoperta rilevante, rivela Diego: il ruolo che ebbe per la prima Venezia l’ingente traffico di schiavi, venduti in Oriente al mondo islamico, la cui economia si reggeva sullo schiavismo. Una rilettura inedita delle origini di Venezia destinata probabilmente ad avere un forte impatto anche al di fuori della cerchia di storici  e archeologi, visto che in qualche modo queste rivelazioni toccano a fondo pure questioni che riguardano l’identità della città. “Wood, Water and Slaves. How Venice Come to the World” è il titolo del libro che Diego pubblicherà negli USA fra qualche mese, presentato in anteprima a San Francisco in un evento BAIA Geeks, organizzato da un altro prezioso amico di IdF, Franco Folini. Graandi cose nascono dagli Italiani di Frontiera Links…

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Con Enzo Carrone a Stanford, poi visita a Google guidata da Stefano Menti. E sorpresa a cena…

“Sembra di essere al Truman show, tutto così bello e pulito… magari c’è un fondo disegnato, con una porticina…” L’esordio dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour alla Stanford University in una giornata con un cielo di un azzurro irreale e un sole che spacca non poteva iniziare meglio. E davvero il commento di uno degli imprenditori bresciani che partecipa al Tour dà l’idea della suggestione del campus. Il primo speech,  con Enzo Carrone, ingegnere e fisico che lavora all’acceleratore di particelle, lascia tutti sbalorditi. Per la capacità di Enzo di combinare a ritmo serrato suo percorso professionale d’eccellenza con temi scientifici e valori di Silicon Valley, preziosi per guardare con occhio attento ma pure disincantato a questo luogo. Dove si investe non sulle buone idee ma nella capacità delle persone di sviluuppale e farne business, dove avere relazioni e network, dunque pure amicizie preziose, è un titolo di merito professionale. E dove condividere senza paura di farsi rubare le idee è la regola. Perché appunto non l’idea in sé ma chi la sa sviluppare è il vero valore. Ma Enzo ha anche avuto parole toccanti, per Italiani di Frontiera. Elogiando lo sforzo che facciamo per rafforzare questo ponte fra Italia e Silicon Valley.  Mi sono ritrovato assieme a Paolo Marenco in una slide della sua bellissima presentazione. Io e Paolo non abbiamo avuto finanziamenti ma una visione, ha detto Enzo. Aggiungendo che quel che costantemente raccontiamo fa amare ancor piu’ l’Italia a chi l’ha lasciata… Grazie, io mi sono commosso. Enzo ha davvero lasciato il segno, un’occasione per andare a rivedere la bella intervista registrata con lui al nostro primo incontro, durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2011. Foto di gruppo, lunch nella fantastica mensa. E shopping forsennato nel grande store… Ma prima di partire poteva mancare una visita alla chiesa di Stanford, raccontando la storia dell’Università e del contributo dato da maestranze veneziane a quell’edificio?   Partenza per Google, Mountain View. Ad accoglierci Stefano Menti, vicentino, Global lead, Cloud Online Sales del colosso della ricerca online. Google non assume solo ingegneri informatici, ricorda Stefano (rispondendo ad una domanda arrivata online al nostro gruppo dagli studenti dell’ITI Fermi di Desio, che è stata la scuola di Massimo Banzi). Perché se nel quartier generale (una quarantina gli italiani) sono moltissimi gli sviluppatori, a livello globale sono ancora di più i professionisti (da tutto il mondo e con un’età che raramente tocca i 40), che si occupano di sviluppo del business e delle vendite, per un’azienda che oggi gestisce enormi profitti dalle inserzioni collegate alla ricerca. Campus come sempre suggestivo, colori pastello ovunque, una puntata nella grande mensa dove ogni settimana si celebra l’incontro “Grazie a Dio è venerdì” in cui tutti i dipendenti possono rivolgere domande direttamente a Sergei Brin e Larry Page, fondatori di Google, e al loro top management. Piccola curiosità, per motivi di praticità l’incontro si svolge… di giovedì! I benefit per chi lavora a Google non si contano, visto che le aziende devono disperatamente attirare i bravi sviluppatori che da un giorno all’altro possono trovare offerte più vantaggiose. Un problema avere una mensa con ogni ben di Dio gratis, si rischia di metter su chili… e allora i colori pastello vengono usati anche per indicare l’apposto calorico delle pietanze scelte… Altra foto di gruppo, si riparte. Ma non è ancora finita. Perché con  noi a cena al ristorante giapponese di Redwood City c’è pure Pancrazio Auteri, veterano siciliano delle tecnologie digitali per la tv (TvBlob, TiVo) che in poco minuti prima di mangiare acconta la sua nuova avventura con ContentWise, startup di cui è CTO che mira a perfezionare la selezione di contenuti personalizzati per gli utenti, con importanti accordi in via di definizione con alcuni dei più grandi broadcaster europei, sulla base di una tecnologia sviluppata al Politecnico di Milano, dove Pancrazio si è laureato. Un grande onore, vedere che sono a volte gli Italiani di Frontiera a raggiungere noi per raccontarsi. E la nostra aventura è appena cominciata…

Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno: si parte con Stanford e Google

E’ piena Indian Summer con un sole che spacca (ma all’ombra si gela..), San Francisco in piacevole subbuglio per le celebrazioni della Fleet Week, arate esibizioni aerei e feste ovunque in omaggio alla flotta degli Stati Uniti, cui seguono lunedì 13 quelle del Columbus Day. Ma nella Bay Area intanto stanno arrivando i partecipanti all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 di autunno, con un programma da urlo… Domenica 12 piccolo giro turistico culturale per introdurre i tanti argomenti che il nostro viaggio approfondirà, alla ricerca non atto di ecletant casi aziendali ma di quello che è il modo di pensare (e di agire) alla base della culla mondiale dell’innovazione. Poi di seguito: Lunedì 13 Stanford University (Palo Alto) e Google (Mountain View) Martedì 14 MobileIron (Mountain View) e HP (Palo Alto), in serata il meeting con i veterani del Silicon Valley Italian Executive Council. Mercoled’ 15 a San josè, prima a IBM, poi  A3 Cube. Giovedì 16 a San Francisco: Novedge, Airbnb e incontro al Consolato Generale d’Italia con ADEspresso. Venerdì la chiusura  17 ancora a San Francisco: Gild, Salesforce e Mashape. Stay tuned…      

Da Venezia a Palo Alto: in ricordo di Adalberto Viggiano, decano degli italiani di Silicon Valley

Quattro anni fa, 25 marzo 2010,  a Palo Alto se ne andava Adalberto Viggiano. Era il decano degli italiani di Silicon Valley, dove viveva dal 1962, una lunga carriera come ingegnere responsabile di apparecchi di ricerca a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. Di emigrazione, Stanford, ricerca, italoamericani, scienza e armamenti,Adalberto aveva parlato in questa intervista per me molto preziosa (2008), assieme alla moglie Dina, una donna straordinaria a lungo responsabile di Casa Italia a Stanford, alla quale poi nel 2011 abbiamo dedicato una bellissima giornata all’Università di Ca’ Foscari . Sono ricordi e testimonianze, dalle quali emerge soprattutto l’eccezionale umanità di Adalberto e Dina, partiti da Venezia nel 1958.  Straordinari pure nell’ospitalità. E come dimenticare quella cena della primavera 2008, in cui a casa Viggiano, a Palo Alto, gli ospiti a tavola erano solo i Bonzios…  Federico Faggin, Luca Cavalli Sforza e le rispettive signore? Dina e Adalberto Viggiano nella loro casa a Palo Alto, estate 2008.

Le migliori Università del mondo 2012-13: primo ancora CalTech, nessuna italiana fra le prime 250

Oxford e Stanford al secondo e terzo posto superano Harvard. Ma in testa alla classifica mondiale delle Università resta il CalTech (California Institute of Technology) che già guidava la graduatoria 2012. Mentre alle spalle di Harvard, quarta, si piazzano Massachusetts Institute of Technology, Princeton e Cambridge. Questi i dati della classifica 2013 appena pubblicata, Times Higher Education World Reputation Rankings, diffusa come anticipazione del  lancio ufficiale alla conferenza  Going Global del  British Council a Dubai. Nella classifica 2013, realizzata elaborando dati Thomson Reuters, le prime università italiane si trovano nella fascia 251-275 e sono l’Università di Milano, Milano Bicocca e Trieste. Nella fascia 276-300 si trovano invece gli atenei di Bologna, Trento e Torino.  Anche  nella classifica 2012, non c’era neanche un’italiana, fra le duecento migliori Università del mondo (bisognava scendere nella fascia tra 226° e 250° posto per trovare atenei come Università di Bologna, Statale di Milano, Università Bicocca Milano e Università di Padova. La graduatoria 2012 aveva visto al primo posto il California Institute of Technology (CalTech), seguito da Harvard, Stanford, Oxford, Princeton, Cambridge e MIT. Harvard guidava la classifica 2012 “per reputazione” davanti a MIT, Cambridge e Stanford.  Al suo terzo anno, la graduatoria 2013 si basa su un’indagine a invito che coinvolge migliaia di esperti ricercatori di tutto il mondo, con una visione d’insieme senza confronti all’interno del mondo accademico globale. “Questa classifica si basa su un giudizio puramente soggettivo, ma è il giudizio esperto di quanti conoscono l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca  meglio di chiunque altro, accademici esperti, informati e impegnati”, ha detto Phil Baty, direttore delle graduatorie Times Higher Education. “Almeno 50.000 accademici hanno fornito la loro esperta visione interna su tre cicli annuali di indagine, fornendo un serio sondaggio di un aspetto sempre più importante ma poco compreso dell’educazione globale a livello più alto,  un marchio accademico dell’università”. Le classifiche di quest’anno sono basate su  16.639 risposte, da 144 Paesi, all’indagine 2012 di  Thomson Reuters sulla reputazione accademica, svolto fra marzo e aprile 2012. L’indagine 2011 aveva raccolto 17.554 risposte, quelle 2010 erano state 13.388.      

E’ tempo di un Vaticano 2.0… Arriva il Papa, su CheFuturo! riflessione in stile IdF su Chiesa e innovazione

  L’avevo in testa da un pezzo e già avevo scritto una nota tempo fa su Facebook. Ma oggi il Papa è a Milano, viene persino qui dietro al Parco Nord, dove io vado a correre. E allora, era il momento giusto per una riflessione in stile Italiani di Frontiera su quanto sta avvenendo nella Chiesa e nel mondo cattolico. E su quanto ci riguardi direttamente. Perchè è un problema cruciale, per il Vaticano, il mondo cattolico  ma anche per l’Italia, il difficile rapporto con la modernità,  il rinnovamento ostacolato da retaggi del passato, con meccanismi culturali anacronistici che non hanno domani e che contribuiscono purtroppo a frenare chi sa immaginare il futuro… La mia riflessione, col titolo “Il Papa, I corvi e la lezione di TechCrunch”  l’ho affidata a “CheFuturo!”, la bella rivista online sull’innovazione lanciata da Riccardo Luna, già direttore di Wired Italia e grande amico di IdF, con una squadra davvero straordinaria, di cui sono onorato di far parte. Grazie a Riccardo e Lorenzo Mannella, biotecnologo in redazione (mica ne trovate tanti così!), che con grande tempismo l’hanno pubblicata. Ciliegina sulla torta, la foto in alto: un mestrino con bicicletta (il sottoscritto) davanti alla chiesa di Stanford, vetrate e mosaici interamente realizzati da veneziani… AGGIORNAMENTO L’addio a sorpresa del Papa, l’incapacità del Vaticano di accettare il rinnovamento. Ieri 11 febbraio 2013 un evento di portata storica. “Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima”. L’analisi di Massimo Franco sul Corriere della Sera.

A Venezia “Dina Viggiano Day”, con IdF omaggio di Ca’ Foscari a una veterana di Silicon Valley

Una giornata speciale venerdi 16 settembre 2011 a Venezia per Italiani di Frontiera, al quale a volte riescono piccoli miracoli… Se oggi il ponte fra Italia e Silicon Valley è così consolidato, il merito è anche di persone che ne gettarono le basi tanti anni fa. Dina Fontanin Viggiano, giunta in California nel 1962 col marito Adalberto, purtroppo scomparso nel 2010, ha insegnato per anni italiano a Stanford, facendo gli onori di casa per ospiti illustri dalla madrepatria, in quella Casa Italia che ospitava anche gli studenti italiani.   L’incontro con i Viggiano, carica d’energia e ottimismo tutta americana, di finezza ed umanità tutta italiana, ha segnato la mia avventura a Palo Alto. Ma Dina in questi giorni è in Italia (mentre il figlio Frank e sua moglie Sharon sono stati così gentili da accompagnarmi all’aeroporto di San Francisco per il ritorno). Così, grazie a Leonardo Buzzavo, amico e docente a Ca’ Foscari e delegato dal rettore alla valorizzazione del nome, della storia e degli spazi dell’università veneziana ed ad Anna Morbiato, suo braccio destro, siamo riusciti  a organizzare un piccolo evento in suo onore, nella sede del rettorato. Occasione per pubblicare l’intervista in video a Dina e Adalberto registrata tre anni fa. Ma anche per lanciare la proposta di gemellaggio Venezia-Stanford che Italiani d Frontiera ha già presentato a diversi amici in California, sulla scia di questa originale storia. E per conoscere meglio Dina. E dirle grazie. Come abbiamo fatto, con una breve, toccante cerimonia… e un giro fantastico in laguna con Dina e i suoi familiari… sul motoscafo del rettore! Di seguito, l’annuncio di Ca’ Foscari. L’Università Ca’ Foscari ha deciso di rendere omaggio a Dina Fontanin Viggiano, studiosa veneziana emigrata in California negli anni Cinquanta dove è stata per decenni docente di italiano all’Università di Stanford e da dove, insieme al marito ha contribuito a gettare le basi del ponte tra Italia e Silicon Valley. Venerdì 16 settembre alle 11 nella sala riunioni del rettorato, rievocherà l’attività svolta a Stanford con straordinaria vitalità, assieme al marito, scomparso lo scorso anno, che visse la sua carriera di ingegnere a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. L’incontro sarà occasione per lanciare la proposta di un gemellaggio fra Stanford e Venezia, avanzata da “Italiani di Frontiera”, progetto multimediale dedicato al talento italiano di cui è autore Roberto Bonzio, giornalista veneziano emigrato a Milano. E di cui Dina Fontanin Viggiano sarebbe madrina ideale. Una proposta che l’Università veneziana potrebbe sostenere, in vista di “Ca’ Foscari 2018 – 150 anni di idee”, un programma che porta l’ateneo a valorizzare il suo percorso verso il 150° anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1868.   Dina Fontanin Viggiano, partita per il Canada poi negli Stati Uniti con il marito Adalberto negli anni Cinquanta, è stata per due decenni docente di italiano all’Università di Stanford, vivendo a lungo in quella Casa Italia che ospitava studenti nostri connazionali nel celebre ateneo californiano. Dove negli anni ha accolto ospiti celebri, come l’attrice Giulietta Masina e l’artista Michelangelo Pistoletto. Vivendo fianco a fianco con alcune delle figure più illustri della comunità italiana in California. Come il genetista Luca Cavalli Sforza, per decenni docente a Stanford e di recente tornato a Milano per insegnare all’Università San Raffaele. O l’ingegnere vicentino Federico Faggin, forse l’italiano più celebre di Silicon Valley, premiato lo scorso anno dal presidente Barack Obama con la prestigiosa National Medal of Science, Technology and Innovation, come uno dei padri del microchip.

Stanford e Cisco ieri. E oggi tocca a Google e IBM

Professore e manager allo stesso tempo: così Alberto Salleo, Assistant Professor di Scienza dei Materiali ha presentato in questa videointervista il suo lavoro alla Stanford University. Un ottimo esordio lunedì scorso per il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, che ieri ha toccato invece un altro colosso della Bay Area, Cisco, azienda che forse come nessun’altra è stata beneficiata dalla forte presenza di ingegneri e manager italiani. Ospiti di Carlo Tedesco (che ha confessato di essere un attento lettore di Italiani di Frontiera… Grazie Carlo!), abbiamo scoperto l’importanza del “fog computing” , una sorta di rete diffusa che invece che risiedere nel web, come il cloud computing, è in prossimità degli apparecchi dell’utente. E le potenzialità di “Internet delle Cose”, l’interazione fra web e apparecchi del mondo reale, sulla quale sta lavorando Cisco  In due gallerie fotografiche, le immagini delle visite a Cisco e Innovalight e quelle di alcune preziose slides delle presentazioni a Cisco.. Nei prossimi giorni in arrivo video con interviste a diversi innovatori italiani incrociati nell’azienda, che spiegano il loro lavoro. Pomeriggio non meno vivace a Innovalight, dove Francesco Lemmi, vecchio amico di IdF, non è stato da meno, animando un dibattito sul confronto stili di vita e opportunità Italia-Usa, dopo aver spiegato così bene l’attività e le strategie dell’azienda (da poco acquisita da DuPont) nel campo dell’energia fotovoltaica (innovativi pannelli al silicio) che… persino io ho capito! NOn bastasse, in serata evento SVIEC organizzato da Jeff Capaccio, incrociando tanti veterani italiani di Silicon Valley e vecchi amici di IdF. Oggi la giornata non sarà da meno. In programma le visite al quartier generale Google a Mountain View, ospiti di Marco Marinucci. Poi ll pomeriggio nel cure di Big Blue: all’IBM di San Josè!