Buon 2023 con le storie del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro

Di fronte a una complessità che rischia di travolgerci, tra pandemia, guerra in Europa ed emergenza ambientale, a salvarci sarà la curiosità. Il surf ideale, per planare tra storie di ieri e di oggi che aiutano a guardare al domani. Gli auguri di buon 2023 di Italiani di Frontiera con l’incredibile intreccio di personaggi del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro… L’articolo sulla rivista friulana Blognotes, qui il link allo sfogliatore   Qui il link all’incontro con Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò “Doc” di Back to the Future

I 50 anni del microprocessore. “Ridurre i consumi e garantire la sicurezza le sfide del futuro”, dice Federico Faggin

  Abbiamo compiuto in passato progressi incredibili, due le principali sfide per il futuro: ridurre il consumo di energia nel calcolo, garantire sicurezza nel calcolo e in tutti i tipi di elaborazione. E’ quando ha detto Federico Faggin, ospite d’onore all’evento online di IEEE Micro che nei giorni scorsi ha celebrato il cinquantenario del primo  microprocessore, in cui compare la sigla FF di Federico, che lo ha disegnato e ne è stato uno dei padri.   Qui la traduzione (intervento di Federico nel video da 25’25” a 30’40″9). “Se guardo indietro, sono incredibili i progressi che sono stati compiuti nella tecnologia, nell’architettura, nel modo di integrare funzioni. Se guardo avanti tuttavia vedo due passi importanti che si devono compiere. Uno è la riduzione del consumo di energia necessaria per fare qualsiasi tipo di calcolo. Se osserviamo il nostro cervello, usa un milione di volte meno energia di quella che usiamo per il calcolo. Così la natura ha fatto di gran lunga molto meglio e abbiamo una lunga strada da compiere per ridurre lo spreco di energia in ogni tipo di calcolo. L’altro problema che vedo è quello di una comunicazione sicura e l’elaborazione sicura, un altro compito che dobbiamo affrontare. Ma sono sicuro che la creatività che si scatenerà con questa nuova tecnologia che abbiamo oggi e che è incredibile troverà la soluzione e non vedo l’ora che ci siano altri 50 anni di incredibili progressi nei microprocessori”. In un’intervista in esclusiva per Italiani di Frontiera alla vigilia dell’uscita del suo libro “Silicio” (2019), la riflessione di Federico sulla capacità unica degli italiani di affrontare la complessità cogliendone un aspetto “di sistema”. “…Se uno guarda al layout dello Z80 per esempio, che ho fatto a mano quasi quasi tutto per due terzi e stesso uno vede una certa capacità di organizzare un sistema complesso in maniera che diventa artistico è bello da vedersi, come un pezzo d’arte al ma una sua espressività che a me è sempre piaciuta…” Qui tutti i contenuti di Italiani di Frontiera dedicati a Federico (interviste, video e l’evento speciale organizzato per lui nel 2019 a Vinci), che di questo progetto è stato il principale mentore.

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna

L’uscita del libro “Italiani di frontiera” annunciata in California dal console generale a San Francisco Mauro Battocchi

Un piacere e un onore, che un grande amico come Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco, abbia voluto annunciare con parole generose l’uscita del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA) nel suo bel blog San Francisco, Italy, molto seguito soprattutto dalla comunità italiana in California. Grazie mille Mauro! Ecco la traduzione del suo post in inglese. “Per chi è interessato all’interazione fra Italia e Silicon Valley, assicuratevi di procurarvi una copia del libro in uscita di ”Italiani di frontiera. Dal West al Web. Un’avventura in Silicon Valley”, di Roberto Bonzio. Il libro traccia il viaggio di italiani nel West — e in profondità pure a Silicon Valley — e di ritorno nel  bel paese. Il libro uscirà a metà  aprile, pubblicato da EGEA (Bocconi) con la prefazione di Gian Antonio Stella,  considerato dall’autore il miglior  giornalista italiano. La prefazione uscirà ache come articolo sul Corriere della Sera. Quali lezioni insegnano Silicon Valley e il West americano alle menti imprenditoriali del mondo? E quali lezioni possono essere riportate in posti oltreoceano — come l’Italia — ed applicate marciando verso il progresso? In questo libro, il lettore segue un viaggio nel West e di ritorno in Italia, nel corso del quale sono scoperte ed esaminate migliaia di storie. Queste lezioni offrono una traccia per comprendere meglio lo straordinario potenziale del modo di pensare della California per l’Italia, e allo steso tempo individuano una serie di barriere culturali che in Italia devono essere abbattute”.

Mario Savio: il 2 dicembre 1964 a Berkeley il suo discorso storico che diede il via alla protesta studentesca. Preannunciando il ’68…

  “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”.  Come Demostene, l’oratore greco, da bambino aveva sofferto di un grave difetto della parola. Questo non gli impedì di pronunciare a nemmeno 22 anni un discorso entrato nella storia,  incendiando la protesta degli studenti della Berkeley University. Il 2 dicembre 1964, sui gradini di Sproul Plaza, le sue parole lanciarono il Free Speech Movement. E qualcuno ha scritto che fu lui a “inventare” il ’68… Era nato a New York ma i suoi genitori erano italiani e il padre siciliano era emigrato nel 1928 dalla provincia di Caltanissetta. Si chiamava Mario Savio. Ed è stato uno dei protagonisti di quella controcultura californiana che è alle radici della rivoluzione hi tech  che ha ispirato New Economy e Silicon Valley.         Erano trascorsi due mesi da quando, il primo ottobre 1964, Mario Savio aveva compiuto un altro gesto straordinario, dopo che la polizia aveva fermato un suo compagno, Jack Weinberg, che stava facendo propaganda per il CORE, Comitato per l’Uguaglianza Razziale. All’alba della stagione delle proteste studentesche, lo scontro con le autorità accademiche riguarda proprio il diritto di svolgere attività politica all’interno del campus.  Quando Jack sta per essere portato via nell’auto della polizia, Mario Savio sale sul tetto dell’auto, dopo essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica, comincia a usare l’auto come podio per arringare la folla. Qualcuno grida “Sedetevi!” e una folla di studenti, arriveranno ad essere tremila, si raduna attorno all’auto, adottando la tecnica di protesta nonviolenta del sit-in, tipica del movimento contro le discriminazioni razziali. Gli agenti nell’auto restano bloccati, la situazione di stallo durata ben 32 ore, sino a quando le accuse contro Weinberg vengono ritirate e lui viene rilasciato. Mario Savio nasce l’8 dicembre 1942 a New York. Il padre Joseph emigrato dalla Sicilia sta combattendo nella seconda guerra mondiale, nei primi anni viene accudito dalla mamma Dora e dal nonno materno, Armando, originario del Nord Italia e ammiratore di Mussolini. Alla fine della guerra, le tensioni fra il padre tornato dal fronte, antifascista sostenitore di Roosvelt e il suocero fascista diventano palpabili. Mario è considerato dagli insegnanti un “bambino nervoso”, che ha problemi nell’esprimersi: su alcune parole e sillabe si blocca, così utilizza giri di parole per evitare quegli ostacoli, con una tensione ed uno sforzo che impegnano tutto il suo corpo, in spasmi che a volte lo costringono a rinunciare. Sin da ragazzo ha una forte passione religiosa e viene conquistato dagli ideali di egualitarismo del socialismo. E’ affascinato da Karl Marx ma non capisce perché venga considerato l’Anticristo. Decide di parlarne col padre, che gli racconta allora un aneddoto. In Sicilia, un militante comunista aveva tentato di convertire suo bisnonno Beppino, che si era detto interessato all’idea di cedere metà delle sue proprietà al partito. Ma aveva chiesto al militante: cosa sarebbe successo se il partito in un anno avesse dilapidato quella ricchezza? Il militante aveva risposto che allora si sarebbe dovuta ridividere di nuovo la sua proprietà e… “Vattini via, prima che ti degno ‘na bastonata!” , era stata  la reazione del bisnonno, roteando il suo bastone. Anni dopo, a un giornalista che gli chiedeva da dove suo figlio  avesse preso quelle idee così radicali, il padre aveva risposto che le aveva trovate in un libro letto in casa… ed aveva mostrato una copia della Bibbia. GLI STUDI E L’IMPEGNO CIVILE Mario inizia a frequentare un college cattolico a New York, prendendo via via le distanze dagli insegnamenti della Chiesa ma sempre più appassionato a questioni di natura sociale. Un periodo trascorso in Messico come volontario in un’associazione umanitaria gli fa scoprire il dramma del Terzo Mondo. E quando i suoi si trasferiscono in California, lui decide di seguirli e sceglie l’Università di Berkeley, dove arriva nel 1963, consapevole che i fermenti che già agitano l’ateneo sono in linea con la sua vocazione all’impegno politico. In quell’anno viene assassinato John Kennedy, l’impegno degli USA nel Vietnam comincia a diventare consistente. Ma è soprattutto l’anno della grande mobilitazione per i diritti civili dei neri americani, culminata con la marcia a Washington ed il celeberrimo discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial: “I have a Dream“. Le autorità scolastiche si illudono di poter tenere questa enorme carica di passione civile all’esterno degli atenei, grazie a severe norme in linea con le ossessioni della Guerra Fredda ma adottate negli anni Trenta: “West Coast Red Scare” viene chiamata la grande paura che lo sciopero generale di San Francisco potesse diffondere sentimenti comunisti. A Berkeley il presidente dell’ateneo Clark Kerr non è un conservatore ma il tentativo di impedire agli studenti di svolgere le attività di impegno politico e civile nell’unico spazio all’aperto è l’innesco di una rivolta. Davanti a seimila persone che manifestano, quel due dicembre 1964 (tra loro pure Joan Baez, che guida i canti intonati in gruppo), Savio sviluppa magistralmente una metafora che per paradosso gli era stata suggerita dal suo antagonista. Kerr infatti non aveva voluto prender le distanze pubblicamente da un divieto (preso dal Consiglio dei Reggenti) che forse non condivideva. E aveva detto: “Ve l’immaginate il manager di un’azienda che prende pubblicamente posizione contro il suo Consiglio dei Direttori?”. E quello era stato lo spunto che Savio aveva colto. “Bene vi chiedo di considerare, se questa è un’azienda e il Consiglio dei Reggenti è un Consiglio di Direttori e il president Kerr di fatto un  manager, allora vi dico una cosa: la facoltà è un mucchio di dipendenti e noi siamo materia prima! Ma siamo un mucchio di materie prime che non hanno intenzione di esserlo,  di essere in alcun modo manipolate. Non hanno intenzione di esser trasformate in

Halloween 2010, ritorno a Palo Alto nella casa natale di Italiani di Frontiera. Poi era successo di tutto…

Palo Alto, 970 Los Robles Avenue: alla vigilia di Halloween 2010, con non poca emozione ero tornato a visitare la casa di Palo Alto, dove Italiani di Frontiera era nato, nei sei mesi trascorsi due anni prima con famiglia (ribattezzata Bonzi.Us con blog omonimo), nel cuore di Silicon Valley. Beh non è proprio come il leggendario garage di Hewlett e Packard, 367 di Addison Avenue, luogo di nascita di Silicon Valley come certificato da targa in ghisa, che andiamo a visitare ad ogni Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (ci siamo stati pure due settimane fa…). Però per me quella casa ha un gran valore affettivo. Mike e Karen Nanewicz, i proprietari che sono tornati ad abitarci, sono stati amici preziosi. Rivedere stanza per stanza la “nostra” casa mi aveva davvero commosso. E certo assistendo alla “lezione di Mike, che insegnava con perizia ai figli come tagliare la zucca per Halloween, non immaginavo cosa fosse davvero nato, in quella casa. Il giorno dopo, 1 novembre 2010, eravamo sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn, per celebrarlo con una cerimonia interamente ideata e prodotta da IdF, con a fianco amici preziosi tra i quali l’allora console Fabrizio Marcelli, Franco Folini (Novedge), Phil ed Elaine Pasquini, fotografo e giornalista di talento. Con me ovviamente Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian e biografo del conte di Rudio, che aveva girato le scene nella “nostra casa”. Passando poi davanti alla videocamera per la cerimonia al cimitero nel Presidio. Ma non solo: pure per festeggiare le World Series vinte dai Giants. Come è accaduto di nuovo proprio ieri… E dopo quella giornata incredibile ed emozionante, piena di straordinari contrattempi e segnali, ognuno dei quali coincideva con un episodio della persona cui siamo andati a rendere omaggio, il ritorno in Italia. E di lì a poco la decisione di scommettere sull’avventura di Italiani di Frontiera e lasciare il posto fisso, per farne il mio lavoro a tempo pieno. Ormai non mi stupisco, più, di fili invisibili e puntini uniti da IdF…  

Vincenzo Di Nicola dopo il successo GoPago diventa cittadino USA… e rende omaggio a Carlo di Rudio!

  Per Italiani di Frontiera sono piccole grandi soddisfazioni.  Scoprire stamattina online che il protagonista di uno dei più recenti casi di successo imprenditoriale italiano a Silicon Valley ha celebrato l’ottenuta cittadinanza USA rendendo omaggio al personaggio simbolo di IdF, lo straordinario Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese “Forrest Gump dell’800” sopravvissuto a Little Bighorn, scoperto dall’antropologo Cesare Marino … E dunque complimenti e un grazie di cuore a Vincenzo Di Nicola, che incrociato brevemente nel 2011 al lancio della sua GoPago, startup per i pagamenti attraverso mobile, l’aveva presentata in un breve video per IdF. Di ottimo auspicio, visto che il mese scorso GoPago è stata acquisita dal colosso Amazon. Alla nascita di Italiani di Frontiera nel 2008, qualcuno a Silicon Valley aveva storto il naso: che c’entrano storie di connazionali di ieri, magari fra gli indiani, mescolate ai protagonisti dell’hi tech?  Io credo sia stata invece una scelta azzeccata. IdF ha forse dato un piccolo contributo a rafforzare il ponte di opportunità e progetti fra Italia e USA… creando un altro ponte, ideale: quello fra gli innovatori di oggi nel mondo hi tech e non solo ed i tanti italiani che sfidarono in passato altre Frontiere. Per alcuni quelle della discriminazione, per altri quella geografica del West, di un Paese ancora in buona parte da scoprire, a rischio della vita. Perché è di questa energia, la forza di andare oltre il limite della consuetudine, con i coraggio di continuare a creare il nuovo ed scoprire, che ha bisogno il nostro Paese. Ed era stata una grande soddisfazione che i vivaci imprenditori romagnoli dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013 lo scorso ottobre, nella biciclettata verso il Golden Gate Bridge, avessero deciso a loro volta di rendere un omaggio simbolico alla tomba del conte di Rudio, un modo di far propria questa prospettiva. Così, mentre forse di startup in Italia si parla oggi persino troppo,  IdF continua a seguire il mondo dell’innovazione tecnologica,  con un’attenzione particolare però per idee e modi di pensare innovativi e fuori dagli schemi che a volte spuntano dai settori più disparati, magari da storie del passato, capaci di ispirare soprattutto i più giovani, che devono liberare questo Paese da stereotipi che lo condannano alla decadenza, per un futuro Out of the Box.  

Con Vittorio Viarengo (MobileIron) e Mashape full immersion nello spirito di Silicon Valley

I fuochi d’artificio per celebrare l’anniversario del Pier 39, molo turistico per eccellenza di San Francisco, con un passato legato all’immigrazione siciliana, la parata per celebrare il Columbus Day. Non poteva finire meglio, l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013. E l’ultimo emozionante capitolo lo scriviamo sula strada del ritorno, all’aereoporto di Francoforte in attesa del volo che ci riporterà in Italia. L’ultima giornata della full immersion nella cultura della culla mondiale dell’innovazione forse valeva da sola il costo del viaggio. A MobileIronhttp://www.mobileiron.com/ nella sede di Mountain View a poca distanza da Google, ci accoglie Vittorio Viarengo, che ha da poco lasciato VmWare, da noi visitata nei giorni scorsi. Niente da fare, Vittorio è una star. Perchè l’analisi a tutto tondo del modo di pensare e di fare impresa di Silicon Valley, Vittorio la sa fare con un piglio da mattatore, che farebbe la gioia di Jeff Cabili, incontrato a Stanford, esperto di linguaggio del corpo e comunicazione non verbale. La mimica di Vittorio è strepitosa e sa comunicare tutta la carica e l’entusiasmo necessari, per concetti innovativi. E’ lo spirito di squadra la chiave vincente, occorre saper scegliere i migliori, il vero capo deve gestire non le persone ma una visione, lasciando le persone libere di perseguire quella visione dando il meglio del proprio talento, magari per strade diverse. Ed essere mentori dei propri dipendenti significa saper imparare da loro, “Reverse Mentoring”: il capo che ascolta e impara, soprattutto dai più giovani. Domandandosi se ci sono abbastanza “persone folli” capaci di ragionare fuori dagli schemi, di spiazzare e inseguire strade nuove. E “Think Out of the Box” è una delle parole chiave di Italiani di Frontiera… Nemmeno un’ora di bus, e nel cuore di San Francisco abbiamo davvero l’occasione di mettere in pratica l’insegnamento, in una vera e propria “Hacker House”, dove lavora e vive il giovanissimo team di Mashape.  Partiti un paio d’anni fa dall’Italia poco più che ventenni, dopo aver ottenuto un primo finanziamento da tre dipendenti di YouTube, sono poi riusciti a conquistare due star della Silicon Valley come Jeff Bezos (Amazon) ed Eric Schmidt (Google). Un milione e mezzo per far crescere la loro idea, che nel frattempo si è trasformata in sofisticato marketplace per sviluppatori. Augusto Marietti, grande amico di IdF è fuori per un meeting, a fare gli onori di casa Marco Palladino, con una grinta e una carica che lascia attoniti molti di noi, persino gli imprenditori più scafati. Inseguire il successo con una startup avviata richiede di dare tutto di se stessi, anche 20 ore al giorno; pensare in grande, che significa inseguire un successo multimilionario, pianificando con attenzione e tenacia non solo il software ma pure l’incessante attività di networking. Perchè qui si incontrano le persone giuste per ottenere investimenti e occorre inseguirle incessantemente, saper essere nei posti giusti e magari evitare di fare quello che molti italiani arrivati nella Bay Area fanno, dice Marco, cioè incontrarsi soltanto fra di loro. L’ultimo giorno, niente più bus: tutti in bicicletta, su un percorso straordinario che sale sino al bellissimo Golden Gate Bridge per ridiscendere nell’incantevole Sausalito, sotto un sole che spacca, in una moltitudine turisti rilassati turisti, tra ristoranti in buona parte italiani, prima del ritorno mozzafiato in ferry, passando davanti ad Alcatraz. La sera c’è tempo per un altro incontro informale a cena con un vecchio amico di IdF, Alberto Onetti, che racconta la sua esperienza a Funambol  e con Mind The Bridge fondazione che da startup competition si è trasformata in incubatore e scuola di formazione per imprenditori che vogliono sbarcare in California. Le ore prima della partenza sono dedicate alla scoperta di angoli diversi di San Francisco. Un paio di noi alla bellissima California Academy of Sciences http://www.calacademy.org/, capolavoro di Renzo Piano, altri allo stadio per provare l’emozione di un incontro di football americano dei 49ers, altri in centro per shopping, o nel quartiere italiano, North Beach, culla di quella Beat Generation, che in qualche modo ha ispirato la controcultura che è alla base della new economy californiana. Si riparte. E forse qualcuno ripensa alla tappa più insolita di questo tour, in bicicletta al cimitero militare del Presidio, per rendere omaggio alla tomba di Carlo Camillo di Rudio, incredibile avventuriero berllunese passato dal Risorgimento al West… e sopravvissuto a Little Bighorn, che Italiani di Frontiera ha raccontato grazie all’amicizia con l’antropologo dello Smithsonian Institution Cesare Marino, tra i più grandi esperti di indiani d’America, che ha ricostruito la sua straordinaria biografia. Forse gli italiani che hanno sfidato la Frontiera del West e quelli impegnati a progettare il futuro a Silicon Valley hanno qualcosa in comune. La carica, la voglia di non accontentarsi delle consuetudini, non smettere di rischiare e scoprire. E’ quello che ci portiamo a casa, da questo fantastico viaggio. E’ quello che forse oggi più che mai l’Italia ha bisogno di riscoprire.            

Silicon Valley, viaggio nella storia del computer con una guida doc

Ma a chi può capitare di visitare il prestigioso Computer History Museum di Mountain View, a pochi chilometri dal quartier generale Google… accompagnati da un autore doc? A noi, col gruppo dei giovani imprenditori del Sud, di cui Davide Bennato, docente all’Università di Catania (nella foto) e autore di “Sociologia dei media digitali” è guest star. Visita memorabile. E dunque, oggi lascio a lui la parola, nel diario di viaggio su Startup Italia. . Go Davide! “Da un lato, muoversi nei luoghi che hanno visto nascere tutte le tecnologie più importanti degli ultimi decenni, come il personal computer, internet, l’universo dei social media. Dall’altro, dare un volto a quei luoghi che sono stati la culla della voglia di sperimentare e di contaminare la scienza con la guerra, la tecnologia con le persone, il mondo hippy con la galassia «corporate». Dall’altro ancora vuol dire assistere all’imporsi di un nuovo ecosistema fatto di imprese piccole e aggressive, le startup, dei finanziatori molto diversi dalle banche, i venture capital e i business angels, di un manipolo di giovani imprenditori più simili a sognatori che a personaggi dell’universo aziendale. Ma vuol dire anche incontrare la più importante cattedrale della memoria culturale del XX secolo, il Computer History Museum di Mountain View”. continua…