Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

Dal Politecnico di Milano a Boston, Paolo Ciuccarelli e la sfida “italiana” alla complessità con il design

  Seduti all’ombra tra bizzarre statue in legno di Papua Nuova Guinea, in un giardino dell’Università di Stanford, ascoltavamo rapiti Giovanna Ceserani, Associate Professor del Dipartimento di Studi Classici dell’Università californiana raccontare di un progetto suggestivo e complicato che aveva curato, la digitalizzazione degli archivi del Grand Tour, i viaggi che nel ‘700 e ‘800 colti e facoltosi turisti stranieri compivano come percorso di formazione in Italia. Un problema complesso, fra tecnologia e cultura umanistica, risolto con la collaborazione… di un mio amico del Politecnico di Milano! Era stata una grande sorpresa, durante uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2013, scoprire che la celebre università, nel cuore di Silicon Valley, era ricorsa per quel lavoro al talento di un giovane docente, Paolo Ciuccarelli, fondatore a Milano nel 2010 di una delle realtà d’avanguardia mondiale nel campo della visualizzazione, il Density Design Lab. Paolo Ciuccarelli non lo sentivo da un po’, qualche mese fa l’ho chiamato ricordandogli  quell’episodio che mi aveva tanto colpito, per scoprire che anche lui, “talento di frontiera in patria” stava per partire, biglietto di sola andata, destinazione Boston, dove oggi dirige il Center for Design al College of Arts, Media and Design della prestigiosa  Northeastern University, dove  proprio in quel 2013 avevo conosciuto e intervistato un altro fuoriclasse dell’innovazione, Alessandro Vespignani. Italiani di Frontiera è un’avventura tutta all’insegna delle coincidenze e dell’unire i puntini. Così per una preziosa chiacchierata su design, visione e talento prima della sua partenza, Paolo Ciuccarelli aveva scelto un luogo di grande valore simbolico: la piccola mostra dedicata a Olivetti al Museo del Novecento, mescolando riflessioni sul suo percorso professionale a osservazioni sulla splendida grafica della pionieristica azienda di Ivrea.   Paolo  come’è iniziato il tuo percorso verso i dati e la loro rappresentazione visuale? “Per me non è stato lineare, tutto è partito da punti di svolta casuali, imprevedibili… la scoperta del concetto di complessità, un’idea per me completamente nuova e difficile da capire… fu grazie a un professore in un corso tradizionale ad architettura e a un libro, “La sfida della complessità” (Feltrinelli, autori vari) che è cambiato definitivamente il modo in cui ho guardato il mondo fuori e il mio mondo, da studente, poi ricercatore e oggi da professore. Come spesso accade, non capisci subito il valore di questi punti di svolta, iniziai a capire vedendo le prime rappresentazioni visuali di Internet da un’Università di Londra a fine anni Novanta:, quei diagrammi, quelle reti…fu una sorta di corto circuito: riconobbi che erano l’immagine della complessità”. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa sfida, rendere “comprensibile” la complessità? “Una presa di coscienza che ha una valenza non solo intellettuale ma anche necessariamente etica ed estetica. Questi due inaspettati punti di svolta, complessità, linguaggio visuale, uniti alla scoperta di un altro scienziato delle reti, Albert Laslo Barabasi (“Link. La scienza delle reti”, Einaudi, oggi Barabasi lavora nella stessa università in cui insegna Paolo ndr) e racconta la scienza delle reti in modo molto divulgativo. Mi convinse a far diventare questa la missione della mia attività di ricerca poi del laboratorio: Density Design ha prima la complessità nell’anima, presa di coscienza della complessità. I dati arrivano dopo…”. Qual è stata questa tua missione? “L’idea della complessità così strana difficile da raccontare…spero di continuare a dare una dimensione di concretezza, visibilità azionabilità a questa complessità, attraverso le interfacce che il design sa costruire. Ma l’obbiettivo è di allargare l’impatto delle cose che fai”. E come sta cambiando? “Finora ho lavorato sempre sulla dimensione visuale, l’ambizione è di spostare oltre l’orizzonte ma in realtà è tornare indietro: lavorare attraverso design del prodotto, dei sistemi dell’architettura, non solo visualizzazione: mettere la complessità non solo in mano a chi deve decidere ma ai cittadini, a chi è coinvolto in questa complessità. Superando un po’ la frustrazione di far solo capire a chi deve decidere cosa sta succedendo. Però ti manca quell’impatto di azione proprio del design fisico, dell’architettura: costruire uno spazio, modificare i comportamenti delle persone. Mi piacerebbe capire se c’è possibilità partendo dai dati di agire concretamente nello spazio e orientare il comportamento delle persone a prescindere dalla loro consapevolezza…”. Affrontare questa nuova sfida “da italiano” è un vantaggio? “A me piace pensare che un po’ lo sia. Sicuramente nel tempo abbiamo costruito come italiani un nostro modo di fare rappresentazione dei dati: ci chiamano ‘Gli Italiani’, è nata una sorta di scuola di trasformazione dati attraverso il design, riconosciuta come italiana. Con attori importanti, con una loro visione della cosa che è quella che forse ci si aspetta, di grande integrazione tra componente scientifica e umanistica, una grande spinta verso un umanesimo nei dati che non c’era ma sta diventando di grande attualità, complice paradossalmente una delle più grandi innovazioni”. Quale? E abbiamo davvero qualcosa di speciale, nel fronteggiare la complessità? “Big Data e algoritmi non hanno fatto che metterci davanti questa complessità. Con tutte le sue incertezze, le sue ambiguità, le sue sfumature, cosa che non riesci ad affrontare con il paradigma scientifico da solo. E questo ha aperto il campo a questa italianità, che significa ricombinare, ricucire dimensione umanistica e scientifica facendo leva in particolare su quella umanistica, cambiare il paradigma scientifico attraverso un approccio più orientato verso l’umanesimo. Secondo me da italiani siamo stati un po’ più in grado di farlo di altri. E questo è poi il motivo per cui alcuni di noi sono andati negli Stati Uniti. Questo credo sia il motivo per cui ci vado anch’io”. Qui l’intervista su Startup Italia Qui sotto  il video con alcuni spezzoni dell’intervista, nel bel montaggio per Startup Italia di Alessandro Di Stefano

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna

Premio Kramer per la ricerca su detriti e volo spaziale ad Alessandro Rossi, Italiano di Frontiera… che ha scelto l’Italia per volare

“Sì, volare alto è possibile. Anche quando tutto attorno sembra volerti mortificare e riportarti a terra. Ma le soddisfazioni e i riconoscimenti che arrivano da lontano confermano di essere sulla strada giusta. Danno la forza per sopportare contraddizioni assurde. E infondere carica agli altri…” Le parole di Italiani di Frontiera, nel raccontare qualche anno fa uno straordinario “Italiano di Frontiera in patria” sono state profetiche. Alessandro Rossi, responsabile del Gruppo di Ricerca “Astrodynamics and Space Debris” dell’ IFAC (Istituto di Fisica Applicata Nello Carrara)-CNR di Firenze,  è stato insignito del Premio Edoardo Kramer,  dell’Istituto Lombardo Accademia delle Scienze e delle Lettere,  ad uno studioso italiano per aver “ottenuto significativi risultati nel campo dell’aerodinamica con particolare riferimento alle orbite di satelliti e di detriti spaziali”. Alessandro oggi è il coordinatore di un avveniristico progetto, ReDSHIFT (qui la pagina Facebook) che attraverso un approccio olistico verso le tecnologie del futuro, propone una progettazione rivoluzionaria di mezzi spaziali a costi contenuti utilizzando stampanti 3D. Volare alto, consapevoli dei pericoli che i detriti rappresentano… sembra una metafora del percorso professionale di  Alessandro, che dopo aver  rinunciato a una sicura carriera di prestigio all’estero ha deciso di intraprendere un faticoso percorso di ricercatore in Italia: navigare in una cronica mancanza di risorse, con occhio attento per evitare i mille ostacoli rappresentati dalla burocrazia. Si era laureato a  a Pavia, e aveva iniziato a far ricerca a Pisa. Poi raccogliendo  una pioggia persino imbarazzante di elogi da parte di luminari internazionali, aveva concluso un dottorato a Parigi, che gli avrebbe aperto qualsiasi porta nella ricerca internazionale nel suo settore. Ma lui ha scelto invece di proseguire lo studio delle dinamiche del volo spaziale in Italia, al CNR (qui alcune delle sue pubblicazioni raccolte da Google Scholar) Un percorso che ha compreso la collaborazione con un’azienda innovativa  (già “Carlo Gavazzi” e “Compagnia Generale dello Spazio”, oggi OHB) combinando ricerca e industria con un team di scienziati, per rispondere per lo più a gare dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) riguardo alla Space Situational Awareness (SSA), al lavoro in SpaceDyS aziende pisana passata da poco da startup a PMI,  con altri progetti legati ad altre missioni spaziali ESA ed ASI. Infine la soddisfazione di veder premiati i propri progetti con due grossi stanziamenti, da Comunità Europea ed ESA, che gli hanno consentito di supplire alla scarsità di fondi, permettendogli di assumere alcuni giovani ricercatori e creare un team  di ricerca in un campo in cui prima si era mosso da “lupo solitario”. Qualche anno fa, Alessandro aveva affidato a Italiani di Frontiera le sue riflessioni, con qualche risvolto amaro sulla sua esperienza, simile a quella di altri scienziati, abituati allo schizofrenico contrasto fra prestigio e riconoscimenti goduti all’estero e situazioni spesso avvilenti che sembrano studiate apposta per demotivare i ricercatori in patria. Molto più che uno sfogo, perchè aveva toccato punti cruciali che riguardano l’approccio culturale, nei confronti della ricerca.  Come ad esempio l’atteggiamento in Italia verso chi vince un concorso. E’ come se… “ecco finalmente te l’abbiamo dato, non sei tu che ti conquisti per i tuoi meriti come qualcosa concesso benevolmente… la ricerca non è considerata un valore sufficientemente importante a molti livelli.. spesso ci si sente tollerato come un privilegiato che studia magari la dinamica di un asteroide e… si ma a noi che ce ne frega? Mentre in altri Paesi si investe nella ricerca e nei momenti di crisi si investe ancora di più”.  

Riscrivere la storia di Venezia con i Big Data: Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari a Stanford

E se uno strumento recente al servizio della conoscenza come i Big Data arrivasse a rivoluzionare pure quel che tutti crediamo di sapere del nostro passato remoto, costringendoci a riscrivere una pagina importante di storia? Forse sta già accadendo, con qualcosa che tutti sono convinti di conoscere: com’è nata Venezia. Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, Diego Calaon archeologo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sta realizzando grazie a quel finanziamento una ricerca in California presso la Stanford University proprio sulla nascita di Venezia. Con risultati sconvolgenti. Diego è da qualche tempo uno dei preziosi speaker dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, nelle nostre tappe a Stanford.     Tutti sanno come è nata Venezia, ricorda Diego. Ii primi veneziani sono scappati sulle isole in mezzo alla laguna per rifugiarsi dai pericoli delle invasioni barbariche che hanno devastato le città dell’entroterra… “Se questo fosse vero,  scavando in laguna dovremmo trovare un insediamento subitaneo che corrisponde al momento in cui gli antichi veneziano sono fuggiti da Padova, Treviso, Altino per rifugiarsi in laguna… in realtà l’archeologia ci fa vedere che la laguna è abitata in maniera continuativa fin dall’epoca romana almeno fin dal primo secolo avanti Cristo e non c’è nessuna tensione verso la formazione di un abitato ai fini difensivi. Tutta la letteratura storica ci parla di Venezia come di un posto difensivo come se le isole della laguna veneziana fossero il luogo più remoto in quel preciso momento storico L’archeologia ci fa vedere come a quell’epoca non esistessero che rive, pontili attracchi… vivere in quelle lagune significava vivere al centro delle comunicazioni”. LETTURA ALTERNATIVA CON I BIG DATA  – La rilettura di quelle origini si basa sull’uso di una serie di dati da analisi ambientali geografiche, paleogeografiche, incrociati con una mole infinita di dati storico archeologici,  “che provengono dalle analisi fatte in laguna attraverso strumenti informatici principalmente GIS (Geographic Information System). Dalla gestione della grande mole di dati che abbiamo su base cartografica, riusciamo a interrogare questi dati con una prospettiva diversa che lascia volutamente fuori la narrazione storia tradizionale. perchè crediamo che l’ambiente con la sua enorme mole di dati possa fornire una storia alternativa…” Ma la possibilità di rilettura di fenomeni complessi della storia europea, alla luce della gestione della miriade di dati che influenzano le origini di Venezia, spiega ancora l’archeologo, proviene non solo dati storici ma anche da dati attuali dei social media, di chi Venezia la usa, di chi la vive ogni giorno. VENEZIA E IL TRAFFICO DI SCHIAVI – Questa rilettura, che ha imposto un riesame originale dei dati riguardanti il mondo del lavoro, ha portato a un’altra scoperta rilevante, rivela Diego: il ruolo che ebbe per la prima Venezia l’ingente traffico di schiavi, venduti in Oriente al mondo islamico, la cui economia si reggeva sullo schiavismo. Una rilettura inedita delle origini di Venezia destinata probabilmente ad avere un forte impatto anche al di fuori della cerchia di storici  e archeologi, visto che in qualche modo queste rivelazioni toccano a fondo pure questioni che riguardano l’identità della città. “Wood, Water and Slaves. How Venice Come to the World” è il titolo del libro che Diego pubblicherà negli USA fra qualche mese, presentato in anteprima a San Francisco in un evento BAIA Geeks, organizzato da un altro prezioso amico di IdF, Franco Folini. Graandi cose nascono dagli Italiani di Frontiera Links…

Tour a Silicon Valley: il libro Italiani d Frontiera in quattro eventi nella Bay Area!

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che inizia lunedì 2 novembre sarà occasione per presentare nella Bay Area il libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, qui la rassegna stampa) che racconta attraverso storie, interviste e incontri nascita e sviluppo di questo progetto. Partito con una famiglia che qualche anno fa decide di vivere per qualche mese in California, trasferendosi da Sesto San Giovanni a Palo Alto, senza immaginare cosa sarebbe accaduto… Martedì 3 novembre primo appuntamento al meeting SVIEC, enoteca Donato di Redwood City, in una serata che avrà come speaker d’eccezione Kenny Lauer, Vice President of Marketing and Digital of the Golden State Warriors. Noi ci saremo con tutti i partecipanti al Tour, Jeff Capaccio ideatore e anima di SVIEC, partner essenziale per Italiani di Frontiera, dedicherà qualche minuto alla presentazione del libro di cui è fra i protagonisti. Sabato 7 novembre secondo evento, interamente dedicato al libro,  18.30 a Berkeley (Valley Life Sciences Building, Room 2060), ospite dell’Italian Society @ Berkeley (grazie mille Irene Ciuci e Fabio De Martino). “An Evening with Roberto Bonzio” niente meno! Qui le registrazioni. E alla fine ceneremo insieme… Ah dovrò prepararmi a presentare il libro in inglese. Ma l’ho già fatto con l’American Business Group a Milano… Mercoledì 11 novembre terzo evento nel cuore di San Francisco con gli amici di BAIA (grazie Franco Folini e Matteo Daste), presentazione alle 18 30 nella bellissima sede di  Squire Patton Boggs LLP, 275 Battery Street Suite 2600 (qui la registrazione) Giovedì’ 12 novembre infine quanto e ultimo appuntamento, in un luogo che ha un valore affettivo speciale, visto che durante i sei mesi trascorsi a Palo Alto, lì eravamo di casa con tutta la famiglia… l’elegante Stanford Shopping Center, ancora con BAIA  (grazie Sara Pirami, Maria Luisa Sacchi, Franco Folini, e Gabriele Bodda), alle 18.30 nel locale Tootsies, 700 Welch Rd Ste 150 Palo Alto, registrazioni nel gruppo BAIA di Facebook,  presentazione in italiano.   Oh quanti amici da invitare… un grazie speciale a tutti gli organizzatori, al Consolato generale d’Italia a San Francisco (amico straordinario di Italiani di Frontiera il console Mauro Battocchi!) e all’Istituto Italiano di Cultura (e al suo direttore Paolo  Bariera) che hanno sostenuto la promozione del progetto nella Bay Area.  

Italiani di Frontiera torna a Padova con Ispirazioni d’autore dei Giovani Imprenditori

  Altro appuntamento di prestigio per Italiani di Frontiera, ospite giovedì 24 settembre di “Ispirazioni d’autore” l’iniziativa dei Giovani Imprenditori Confindustria per proporre fra storie ed esperienze fuori dagli schemi gli spunti per guardare al futuro e rilanciare lo spirito d’impresa di chi quel futuro deve costruire. Un grande piacere, anche perchè non si contano i protagonisti di Italiani di Frontiera che per Padova e la sua Università sono passati, prima d approdare oltreoceano. Dal grande Federico Faggin, vicentino fra i padri del microchip, che forse come nessun altro ha ispirato il mio lavoro (nella foto con la moglie Elvia e una copia del mio libro Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” EGEA, che gli ho regalato nel corso di uno splendido incontro ospiti di Riccardo Luna e RepubblicaTV a Roma, The Innovation Game) a Cristina Dalle Ore trevigiana, astronoma NASA che di recente è tornata alla ribalta anche su Italiani di Frontiera dove ha raccontato in una splendida intervista in esclusiva,  ripresa da innumerevoli testate nazionali, la sua esperienza nella squadra che ha lavorato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   al grande Cesare Marino, nato in Sicilia ma trevigiano d’adozione, antropologo allo Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di indiani d’America e straordinario scopritore di storie di italiani del West, che ho riproposto in IdF     Per Padova sono passati pure veterani Olivetti come Giacomo Lorenzin, oggi imprenditore del software, originario di Portogruaro (Veneza) e… mio compagno di scuola ai tempi del liceo, il Franchetti di Mestre.     E al Franchetti era pure Carlo Tedesco, come me mestrino, già a Cisco a San Josè (che onore è stato scoprire un ingegnere che veniva dalla mia scuola ed er un appassionato di Italiani di Frontiera!). Sia Giacomo che Carlo sono stati preziosi speaker quando siamo andati ad incontrarli nelle precedenti edizioni dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, in cui portiamo imprenditori e manager di ogni settore  a ispirarsi nella culla mondiale dell’innovazione. Un viaggio che non  è riservato a chi si occupa di digitale ma aperto a tutti i professionisti in cerca di idee e spunti per immaginare il futuro della propria attività. Ah la prossima partenza sabato 31 ottobre….     Ah da Padova infine è passato pure  Ezio Valdevit, sacilese, pure lui veterano Olivetti e pioniere dello storage network e oggi investitore a Silicon Valley… e molti altri protagonisti di IdF.

Da IdF dieci parole chiave e dieci video d’ispirazione, per iniziare al meglio il 2015

Dieci parole chiave per iniziare al meglio il 2015. Con altrettanti video d’ispirazione, che dall’arte all’impresa, dalla musica alla filosofia offrono spunti preziosi per l’anno appena iniziato. Le parole che ho scelto sono Narrazione, Impegno Civile, Giustizia Sociale, Scoprire Talenti, Reinventare l’Immaginario, Barriere da Abbattere, Credere nei Visionari, Basta Piangersi Addosso, Non si può fare? Invece sì, Cavalcare l’Onda. 1) Narrazione Chissà che il 2015 sia l’anno buono per iniziare un racconto diverso, del Paese e di noi stessi, per troppo tempo rassegnati a sentire raccontare dei peggiori e non di chi può ispirare e dare esempio, ai giovani che devono costruire il futuro e a tutti noi. IdF mi ha fatto capire che il raccontare, strumento cruciale del mio lavoro, è proprio  il punto debole di tante aziende d’eccellenza italiane. Che adagiandosi forse sulla potenza del marchio “made in Italy” hanno trascurato a lungo questo aspetto cruciale: sviluppare una narrazione d’impatto globale su chi si è e cosa si fa. Col risultato di perder colpi, di fronte a chi oggi è magari meno bravo nel fare, ma si sa raccontare meglio, stando magari dall’altra parte del mondo. Primo video dunque, una bella eccezione. Col racconto di un’azienda oggi hi tech e internazionale, ma fondata in Cadore nel Settecento: KeyLine. Una piccola storia lanciata a inizio 2014 per celebrare Prospero Bianchi, che un secolo fa trasformandosi da fabbro in imprenditore aveva saputo dare una svolta a quell’azienda, che nel video di fatto non compare. E il suo prodotto, le chiavi, nel racconto diventano oggetti evocativi, assumono valore di metafora, come custodi di tesori di un viaggio che non finisce… Bellissimo. Prospero’s Year Begins 2) Impegno Civile Il 2 dicembre 2014 ricorreva il cinquantenario e Italiani di Frontiera l’ha ricordato… In quel giorno, nel 1964 all’Università di Berkeley, Mario Savio,  genitori italiani, studente di grande carisma che non aveva ancora 22 anni, fece un discorso entrato nella storia, di grande passione civile, che infiammò la protesta studentesca rilanciando il Freedom Speech Movement, movimento per i diritti civili e la libertà di parola. In qualche modo un prologo al ’68. “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”. Da ascoltare e fare ascoltare, per ricordare come le parole ispirate possano smuovere le coscienze e ispirare cambiamenti importanti. Mario Savio on the operation of the machine. 3) Giustizia Sociale  Fra mille immagini di protesta e denuncia da tutto il mondo, ho scelto un piccolissimo fatto che ha però avuto un forte impatto, grazie all’effetto virale del video che l’ha immortalato. Occasione per riflettere anche sull’incredibile potenziale rappresentato dai social media. Un episodio che è diventato simbolico, del forte malessere che sta vivendo la “seconda patria” di Italiani di Frontiera: la Bay Area. Perché l’impatto che un nutrito gruppo di giovani facoltosi professionisti che lavorano per le aziende di Silicon Valley sta avendo su San Francisco è pesante. Sono ragazzi dagli stipendi vertiginosi che possono pagare affitti esorbitanti senza batter ciglio… con il risultato di aver fatto schizzare alle stelle i valori immobiliari della città, costringendo molti residenti, pure della classe media, (compresi molti amici di IdF) a trasferirsi.  Una ricchezza di pochi che dunque non beneficia ma anzi pesa sulla sorte di molti altri. Per questo il video è diventato simbolico. Un campo di calcetto nel quartiere di Mission, per tradizione a prevalenza latinoamericana, dove si gioca secondo la vecchia regola che si fa a turno turno e chi vince resta in campo. Ma arriva un gruppo di giovani aitanti con tanto di ricevuta: le regole sono cambiate, loro hanno pagato e dunque hanno diritto a occupare il campo. Quasi tutti alti e biondi i nuovi venuti, quasi tutti scuri e bassi quelli invitati a uscire, mai visti latinoamericani che chiedono di esibire i documenti a bianchi anglosassoni… Una discussione vivace ma composta, ripresa in un video che in pochi giorni conta oltre mezzo milione di views, scatenando proteste in municipio… e di lì a poco, il nuovo regolamento che permetteva di affittare il campo viene cancellato… Mission Playground is Not For Sale. 4)Scoprire i Talenti Promo di un documentario su una storia straordinaria, quasi incredibile (in questo momento disponibile nei canali Sky). Un giovane giornalista, John Maloof, che cercava immagini d’epoca di Chicago, acquista una scatola di negativi e rullini non sviluppati ad un’asta da un rigattiere. Le foto si rivelano strepitose e lui inizia a cercare ed acquistare tutti gli altri negativi di questa fotografa misteriosa. Si chiamava Vivian Maier, è morta nel 2009 (due anni dopo che lui aveva comprato quella scatola) era una bambinaia stramba, eccentrica e scorbutica. Non aveva mai diffuso le stampe dei suoi scatti, viveva semisegregata fra montagne di libri, ritagli… e oltre centomila negativi, almeno settecento pellicole di film non sviluppati. Le sue foto sono una straordinaria galleria di immagini di vita quotidiana, ritratti di un’umanità anonima, in città come Chicago, New York, Los Angeles. Ora che un’attenta campagna promozionale ha creato il caso d’impatto internazionale (Finding Vivian Maier), con documentario e mostre in diverse città in mezzo mondo, c’è chi ha detto che quella bambinaia sconosciuta ha costretto a riscrivere la storia della fotografia di strada del Novecento… Finding Vivian Maier promo 5) Reinventare l’Immaginario IdF insiste sull’Idea che gli ostacoli al rinnovamento sono spesso culturali, si nascondono in cattive abitudini e modi di pensare consolidati, che vanno combattuti con una Rivoluzione Culturale. Questo vale per l’Italia ma non solo. Nella cultura occidentale, forse nessun altro gruppo è stato definito in base a stereotipi e luoghi comuni dei nativi americani. Hollywood ha via via disegnato nell’immaginario collettivo del Novecento figure stereotipate, dopo che nei secoli precedenti i nativi americani erano stati per

La conferenza TED più vista: compie 10 anni il capolavoro di Ken Robinson “La scuola uccide la creatività?”

Registrata nel febbraio 2006 e vista da oltre 37 milioni di persone, la conferenza di Ken Robinson,  La Scuola uccide la Creatività?, la più vista fra le centinaia di bellissime conferenze TED, è un caposaldo per il progetto Italiani di Frontiera, nella modalità di presentazione e nei contenuti, un capolavoro di narrazione brillante sul tema della valorizzazione del talento dei bambini, insistendo sul fatto che accettare senza paura il rischio di commettere errori sia alla base dell’innovazione e dune indispensabile per immaginare il futuro. Nel video qui sotto (si possono impostare i sottotitoli in italiano) la conferenza, effettuata nel 2006, la più vista in assoluto nella lunga lista di bellissime conferenze TED. Semplicemente imperdibile. Ken Robinson ha poi proseguito sulla stessa line sin altre due belle conferenze TED, Provocate la rivoluzione nell’apprendimento! (febbraio 2010, oltre sei milioni di views) e Come fuggire dalla Valle della Morte dell’Educazione (aprile 2013, oltre cinque milioni si views).      

Mario Savio: il 2 dicembre 1964 a Berkeley il suo discorso storico che diede il via alla protesta studentesca. Preannunciando il ’68…

  “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”.  Come Demostene, l’oratore greco, da bambino aveva sofferto di un grave difetto della parola. Questo non gli impedì di pronunciare a nemmeno 22 anni un discorso entrato nella storia,  incendiando la protesta degli studenti della Berkeley University. Il 2 dicembre 1964, sui gradini di Sproul Plaza, le sue parole lanciarono il Free Speech Movement. E qualcuno ha scritto che fu lui a “inventare” il ’68… Era nato a New York ma i suoi genitori erano italiani e il padre siciliano era emigrato nel 1928 dalla provincia di Caltanissetta. Si chiamava Mario Savio. Ed è stato uno dei protagonisti di quella controcultura californiana che è alle radici della rivoluzione hi tech  che ha ispirato New Economy e Silicon Valley.         Erano trascorsi due mesi da quando, il primo ottobre 1964, Mario Savio aveva compiuto un altro gesto straordinario, dopo che la polizia aveva fermato un suo compagno, Jack Weinberg, che stava facendo propaganda per il CORE, Comitato per l’Uguaglianza Razziale. All’alba della stagione delle proteste studentesche, lo scontro con le autorità accademiche riguarda proprio il diritto di svolgere attività politica all’interno del campus.  Quando Jack sta per essere portato via nell’auto della polizia, Mario Savio sale sul tetto dell’auto, dopo essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica, comincia a usare l’auto come podio per arringare la folla. Qualcuno grida “Sedetevi!” e una folla di studenti, arriveranno ad essere tremila, si raduna attorno all’auto, adottando la tecnica di protesta nonviolenta del sit-in, tipica del movimento contro le discriminazioni razziali. Gli agenti nell’auto restano bloccati, la situazione di stallo durata ben 32 ore, sino a quando le accuse contro Weinberg vengono ritirate e lui viene rilasciato. Mario Savio nasce l’8 dicembre 1942 a New York. Il padre Joseph emigrato dalla Sicilia sta combattendo nella seconda guerra mondiale, nei primi anni viene accudito dalla mamma Dora e dal nonno materno, Armando, originario del Nord Italia e ammiratore di Mussolini. Alla fine della guerra, le tensioni fra il padre tornato dal fronte, antifascista sostenitore di Roosvelt e il suocero fascista diventano palpabili. Mario è considerato dagli insegnanti un “bambino nervoso”, che ha problemi nell’esprimersi: su alcune parole e sillabe si blocca, così utilizza giri di parole per evitare quegli ostacoli, con una tensione ed uno sforzo che impegnano tutto il suo corpo, in spasmi che a volte lo costringono a rinunciare. Sin da ragazzo ha una forte passione religiosa e viene conquistato dagli ideali di egualitarismo del socialismo. E’ affascinato da Karl Marx ma non capisce perché venga considerato l’Anticristo. Decide di parlarne col padre, che gli racconta allora un aneddoto. In Sicilia, un militante comunista aveva tentato di convertire suo bisnonno Beppino, che si era detto interessato all’idea di cedere metà delle sue proprietà al partito. Ma aveva chiesto al militante: cosa sarebbe successo se il partito in un anno avesse dilapidato quella ricchezza? Il militante aveva risposto che allora si sarebbe dovuta ridividere di nuovo la sua proprietà e… “Vattini via, prima che ti degno ‘na bastonata!” , era stata  la reazione del bisnonno, roteando il suo bastone. Anni dopo, a un giornalista che gli chiedeva da dove suo figlio  avesse preso quelle idee così radicali, il padre aveva risposto che le aveva trovate in un libro letto in casa… ed aveva mostrato una copia della Bibbia. GLI STUDI E L’IMPEGNO CIVILE Mario inizia a frequentare un college cattolico a New York, prendendo via via le distanze dagli insegnamenti della Chiesa ma sempre più appassionato a questioni di natura sociale. Un periodo trascorso in Messico come volontario in un’associazione umanitaria gli fa scoprire il dramma del Terzo Mondo. E quando i suoi si trasferiscono in California, lui decide di seguirli e sceglie l’Università di Berkeley, dove arriva nel 1963, consapevole che i fermenti che già agitano l’ateneo sono in linea con la sua vocazione all’impegno politico. In quell’anno viene assassinato John Kennedy, l’impegno degli USA nel Vietnam comincia a diventare consistente. Ma è soprattutto l’anno della grande mobilitazione per i diritti civili dei neri americani, culminata con la marcia a Washington ed il celeberrimo discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial: “I have a Dream“. Le autorità scolastiche si illudono di poter tenere questa enorme carica di passione civile all’esterno degli atenei, grazie a severe norme in linea con le ossessioni della Guerra Fredda ma adottate negli anni Trenta: “West Coast Red Scare” viene chiamata la grande paura che lo sciopero generale di San Francisco potesse diffondere sentimenti comunisti. A Berkeley il presidente dell’ateneo Clark Kerr non è un conservatore ma il tentativo di impedire agli studenti di svolgere le attività di impegno politico e civile nell’unico spazio all’aperto è l’innesco di una rivolta. Davanti a seimila persone che manifestano, quel due dicembre 1964 (tra loro pure Joan Baez, che guida i canti intonati in gruppo), Savio sviluppa magistralmente una metafora che per paradosso gli era stata suggerita dal suo antagonista. Kerr infatti non aveva voluto prender le distanze pubblicamente da un divieto (preso dal Consiglio dei Reggenti) che forse non condivideva. E aveva detto: “Ve l’immaginate il manager di un’azienda che prende pubblicamente posizione contro il suo Consiglio dei Direttori?”. E quello era stato lo spunto che Savio aveva colto. “Bene vi chiedo di considerare, se questa è un’azienda e il Consiglio dei Reggenti è un Consiglio di Direttori e il president Kerr di fatto un  manager, allora vi dico una cosa: la facoltà è un mucchio di dipendenti e noi siamo materia prima! Ma siamo un mucchio di materie prime che non hanno intenzione di esserlo,  di essere in alcun modo manipolate. Non hanno intenzione di esser trasformate in