Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

IdF Podcast 2 – Giannini fondatore di Bank of America, filantropo visionario che ha ispirato pure l’unicorno Kong

  Fare qualcosa di sconsiderato, addirittura “sacrilego” nel proprio settore: concedere prestiti a chi non ha nessuna garanzia materiale da dare se non l’energia per ricominciare e ricostruire… perchè ha perso tutto. In un terremoto. Non so dire quanto mi abbia ispirato ed emozionato la storia di Amadeo Peter Giannini, figlio di immigrati di Chiavari e fondatore di Bank of America, cui è dedicato il secondo episodio di Italiani di Frontiera Podcast. Giannini è stato un incredibile visionario che per tutta la vita ha dato fiducia agli altri, dopo aver trasformato un’immane disastro in un’opportunità favorendo la ricostruzione di San Francisco dopo il terremoto del 1906. Ha permesso di esprimere il proprio talento a grandissimi artisti e  pure a imprenditori innovativi che hanno gettato le fondamenta di Silicon Valley, ha finanziato opere avveniristiche come il Golden Gate Bridge, dando così lavoro a migliaia di persone durante i terribili anni della Grande Depressione. Solo alla sua morte si scoprì che per sè Giannini aveva tenuto pochissimo, poichè riteneva  che l’unico business legittimo fosse quello di aiutare gli altri… Un esempio di straordinaria attualità, per un mondo in cui oggi troppo spesso la ricchezza viene utilizzata… per generare altra ricchezza, nelle mani di pochi. Per questo, alla fine mi sono permesso una nota polemica, ricordando come San Francisco oggi non renda adeguatamente omaggio a questo straordinario protagonista della sua storia.    Ho raccontato per diversi anni in tutt’Italia e all’estero negli eventi Italiani di Frontiera la storia di Giannini, che quasi nessuno conosceva, aggiornandola via via di diversi particolari, Ora circola anche in diverse piattaforme divulgative, in versioni purtroppo quasi sempre farcite di svarioni e imprecisioni… Grande soddisfazione aver scoperto che proprio grazie a Italiani di Frontiera, la figura di Giannini ha ispirato pure Augusto “Aghi” Marietti e Marco Palladino, che la scoprirono prima di partire per Silicon Valley da giovanissimi startupper con la loro Mashape, che ribattezzata oggi Kong è una dei pochissimi unicorni con radici italiane della Bay Area. Nella foto qui sotto, nel 2015 col mio libro appena uscito, assieme ad Augusto e Marco nella sede della loro Mashape, che allora era nel Financial District di San Francisco e dov’era esposto un ritratto di Giannini, che aveva avuto il suo ufficio di Bank of America a poca distanza.

Buon 2023 con le storie del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro

Di fronte a una complessità che rischia di travolgerci, tra pandemia, guerra in Europa ed emergenza ambientale, a salvarci sarà la curiosità. Il surf ideale, per planare tra storie di ieri e di oggi che aiutano a guardare al domani. Gli auguri di buon 2023 di Italiani di Frontiera con l’incredibile intreccio di personaggi del Caffè Trieste di San Francisco. Dove è stato immaginato il futuro… L’articolo sulla rivista friulana Blognotes, qui il link allo sfogliatore   Qui il link all’incontro con Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò “Doc” di Back to the Future

“Surf e Mongolfiere…” guida fra personaggi, idee e parole chiave dell’ultimo storytelling IdF

  Il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera “Surf e Mongolfiere: in tempi di crisi è indispensabile essere Curiosi“, proposto con successo in un evento online e in due eventi a Milano con accompagnamento al pianoforte di Alessandro Pavesi,  è come un concentrato di storie, idee e parole chiave. Ecco qualche spunto riprenderle e per approfondire, per chi ha assistito alle performance e per chi lo farà in futuro. – La storia di Annamaria dal Violin, grande talento musicale del Settecento di cui nessuno conosce il volto, che ebbe come mentore Antonio Vivaldi. – Il libro che l’ha ricordata, best seller New York Times: “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” (David Epstein, LUISS). – L’importanza di esplorare: Cristina Dalle Ore astronoma che ha partecipato alla missione NASA che ha portato la sonda New Horizons su Plutone   Lo speech Italiani di Frontiera al TEDxMestre 2021 sul tema del ConFine – Il Surf metafora del Pensiero Laterale, i tre principi hawaiani che lo fecero scoprire alla California – Italiani visionari nel West: Paolo Andreani  nobile milanese dal volo in mongolfiera all’avventura americana in canoa tra gli Irochesi, Giacomo Costantino Beltrami patriota bergamasco che risalì da solo il Mississippi con un ombrello rosso, Cesare Marino antropologo “dei nativi americani “allo Smithsonian Institution e scopritore di connazionali sulla frontiera americana (numerosi i post a lui dedicati). Grandi Innovatori – Luca Prasso pioniere della grafica digitale e VRArcheologist (archeologo della Realtà Virtuale) da DreamWorks a Google (in numerosi post) – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zuckerberg per convincerlo a entrare in Facebook… – Lorenzo Thione dal software del motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway (diversi post)   Figure storiche –  Roberto Busa gesuita vicentino incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale – Maria Montessori e Adriano Olivetti giganti mondiali dell’innovazione, Italiani di Frontiera Out of the Box (diversi post) – Federico Faggin dal primo microprocessore alla tecnologia toUch alla ricerca sulla consapevolezza della materia (numerosi)   Riflessioni in video Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità   Fabio Parodi (già a LinkedIn) e gli italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le caratteristiche del caos

Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

Pionieri, Esploratori. Non Guardiani. Immaginare il Futuro in tempo di Crisi: il video

Riscoprire e valorizzare il talento italiano fra storie di ieri e di oggi è indispensabile, in un momento di drammatica emergenza per l’epidemia, per guardare con ottimismo al domani. Da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America a Federico Faggin tra i padri di microchip e touch, dagli esploratori del West agli innovatori di Silicon Valley, lo storytelling Italiani di Frontiera per Fastweb Digital Academy, alla chitarra Orazio Attanasio. Registrazione in streaming dal quartier generale Fastweb a Milano, 19 novembre 2020.

Mirco Pasqualini visionario amico di IdF a New York che ci ha lasciati

“Forza Mirco. Siamo con te!” Qualche giorno fa Italiani di Frontiera aveva voluto esprimere solidarietà a una persona di talento, un caro amico in cui competenza e visione si combinano a una straordinaria umiltà. Ma Mirco Pasqualini, rodigino trapiantato a New York non ce l’ha fatta e qualche giorno fa ci ha lasciati, dopo che un terribile incidente stradale lo aveva ridotto in fin di vita. Grande esperto di Design Thinking, Mirco era capace di leggere il mondo attorno a noi per indicare la strada del futuro, le cui doti umane travalicano però quelle professionali. Non dimenticherò mai la leggerezza, il distacco con cui Mirco rievocò l’inizio del suo percorso internazionale: non poteva permettersi l’Università ma lavorando a Conegliano pubblicava online “cose interessanti” sul Design… sino a quella telefonata dagli USA, che quasi non capiva, in cui gli si chiedeva di realizzare un sito online… per il Wall Street Journal! Mirco è stato vittima di un terribile incidente in bicicletta, nei pressi di Woodstock, New York, dove viveva con la sua brava moglie, Gina Smith Pasqualini (fondatrice di Good Living is Glam).  Qui i contributi e le interviste di Italiani di Frontiera a Mirco. Il Design Thinking per affrontare la complessità (Frontiers of Interaction 2017)     Occasione imperdibile l’accelerazione ai cambiamenti  Il contributo di Mirco alla nuova piattaforma Italiani dopo il Virus. “Se da un lato questa Pandemia ha stravolto consolidate abitudini delle nostre vite, dall’altro per me (ma come me per molte altre persone) non ha cambiato molto. Mi riferisco nello specifico alla vita professionale di chi lavora nel mondo del digitale, fatto di email, slacks, video-call, remote working etc. Qui a New York migliaia di offici ed interi Building, si sono svuotati evidenziando a tutti come sia possibile ripensare non solo il modo e gli spazi in cui lavoriamo, ma anche come viviamo. Molti stanno riscoprendo valori e aspetti della nostra vita e sfera socio-affettiva, passati un po’ in secondo piano per via della routine frenetica e del “perché cosi fan tutti”. Molti altri hanno riscoperto il valore delle comunità come i ristoratori della grande mela, dove la proprio clientela grazie alla tecnologia, li sostiene con donazioni per superare la complicata situazione. Questa non è solo stata la prima grande Pandemia del millennio ma anche la prima Infodemia della storia, dove le informazioni si sono sparse più velocemente della comprensione della situazione stessa (nel bene e nel male)…”     L’intervista online sulla piattaforma di Rinascita Digitale

Quel primo novembre 2010 a San Francisco, tra episodi incredibili… come il patriota che stavamo celebrando

Mentre il sole calava, su un prato della collina del Presidio a San Francisco coperto di lapidi e croci, in un’atmosfera irreale al termine di una giornata indimenticabile, nel silenzio “Cez” aveva lanciato un richiamo, per due volte. E per due volte gli uccelli da lontano gli avevano risposto! Non è possibile, non è possibile, mi ripetevo. Come vivere in un film. In vista di quel primo novembre 2010, avevo ostinatamente inseguito un’idea folle: creare un evento su una tomba a San Francisco, per celebrare il centenario di un italiano dimenticato, dalla vita incredibile, assieme alla persona che era riuscita nella titanica impresa di scoprire e ricostruire (prima dell’avvento di Internet) una biografia sbalorditiva.   Cesare Marino, “Cez” per gli amici,  era pure il mio mentore. Quasi un fratello, dopo esser stato per me prima di conoscerlo di persona una figura leggendaria, nato in Sicilia ma cresciuto  a Treviso, capace  inseguendo la sua passione per i nativi americani di diventare un’autorità mondiale nel campo,  antropologo allo Smithsonian Institution a Washington, e di  intercettare e ricostruire contemporaneamente con i suoi studi  fantastiche storie di italiani nel West. Nessuna così straordinaria come quella di Carlo Camillo di Rudio, nobile bellunese che avevo ribattezzato “Forrest Gump dell’Ottocento”, scampato alla morte in mille avventure tra Risorgimento e Far West,  sino al primo novembre 1910, che avevamo deciso di ricordare nel centenario, con un manipolo di preziosi amici, portando con noi alcune copie della nuova edizione del libro di “Cez”, “Dal Piave al Little Bighorn” (con mia introduzione) pubblicata appena in tempo dal bravo Alessandro Tarantola. Fabrizio Marcelli, allora console generale d’Italia a San Francisco (oggi è ambasciatore in Nuova Zelanda) aveva ufficializzato l’evento con la sua presenza e un cartello del presidente della Repubblica (in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia), Phil Pasquini bravo fotografo italoamericano accompagnato dalla moglie Elaine, giornalista,  aveva svolto il ruolo di Maestro di Cerimonia, mentre Franco Folini imprenditore e amico, all’epoca in rappresentanza di BAIA (Business Association Italy America) e  Nicolò Minerbi  fotogiornalista avevano immortalato le immagini della giornata, emozioni accompagnate dalle note da brivido di David Hardiman, trombettista jazz che aveva eseguito Il Silenzio e l’inno americano. Io avevo ricordato come questo patriota scavezzacollo avesse rischiato mille volte la pelle per nobili cause, “Cez” aveva letto la lettera di raccomandazione di Mazzini che il conte bellunese aveva con sè come presentazione all’arrivo in America.   Come in un film la “cerimonia indiana” con il fumo Finita la cerimonia ufficiale… sempre più come un film. Rimasti solo in quattro, “Cez” aveva voluto inscenare una seconda breve cerimonia “indiana”, nella convinzione che il conte bellunese avesse scelto lui “antropologo degli indiani” come proprio biografo… per riconciliarsi con i nativi americani, visto che in una vita spesa per cause libertarie, dopo tutto a Little BigHorn aveva combattuto con l’esercito… poche parole incomprensibili, nuvole di fumo sulla lapide (unica volta in vita mia che, per rispettare il rituale, avevo fatto una tirata…), in un tramonto incredibile. Poche ore dopo al ristorante improvvisamente la gente era impazzita, come tutta la città quella notte: quel 1 novembre 2010 entrava nella storia di San Francisco perchè i Giants avevano appena vinto dopo 54 anni le World Series di baseball!       Le incredibili coincidenze fra contrattempi ed episodi della vita del conte Ma  ancor più incredibile è stata “l’odissea stile di Rudio ” per arrivare a San Francisco con una serie di contrattempi vissuti in quest’avventura… tutti coincidevano con episodi della vita del conte! Alla partenza, sciopero inatteso a Parigi (dove il conte fu condannato alla ghigliottina per l’attentato a Napoleone III), dobbiamo volare allora via Roma (dove il conte combattè con Garibaldi) e New York (dove sbarcò da immigrato con documenti falsi perche’ ricercato in mezza Europa). Solo in extremis troviamo un aereo per San Francisco… che a meta’ strada dirotta su Minneapolis per… malore del secondo pilota, passando cosi’ vicino a Sioux City!!! (E il conte i Sioux se li trovo’ davanti a Little Bighorn…). Dopo un’odissea, arriviamo alle 3 di mattina a San Francisco all’hotel Castle Inn, che però è’ chiuso sino alle 7!  Dove abita l’unico discendente del fratello del conte, in Inghilterra a Nottingham? I’indirizzo è Castle Close. Nel frattempo il bagaglio di Cesare è smarrito. Arriva due giorni dopo… da Francoforte! Dalla Germania? Pro memoria: di Rudio, che era ricercato, sbarco’ in America spacciandosi per tedesco! L’odissea “stile di Rudio” per arrivare a San Francisco L’inquietante coltellino nascosto Ma la cosa più inquietante  pochi giorni dopo il ritorno, dopo una presentazione Italiani di Frontiera a Roma, nella sede Oracle.  Al controllo bagagli, fanno per due volte il check al mio zaino e mi chiedono se ho un coltellino. No di sicuro, rispondo. Ma dallo “zaino Mary Poppins a 50 tasche”,  esce invece il coltellino svizzero che evidentemente era li’ dalle vacanze estive! Non posso crederci: ho appena passato due controlli a New York e uno a San Francisco e nessuno l’ha visto? Troppo strano. Chiamo Cesare, che ricorda subito come nelle sue memorie il conte avesse ironizzato sulla polizia francese che l’aveva arrestato dopo l’attentato a Napoleone III e perquisito, senza trovare pero’… il coltello nascosto nel doppio fondo della borsa! Lo spirito del Conte ci ha davvero accompagnati…   L’annuncio dell’evento a San Francisco pochi giorni prima della partenza       Il centenario di Rudio nelle immagini di Elaine e Phil Pasquini   Appendice 1- Un’emozione vedere qualche anno fa sullo schermo la figura di Carlo Camillo di Rudio interpretato dal bravo Stefano Cassetti,   (che ho conosciuto al telefono) nel film di Mario Martone “Noi credavamo” che rievoca l”attentato a Napoleone III in cui  il conte bellunese fu tra i cospiratori.                         2 – Una grande soddisfazione qualche anno questa foto: veder rendere omaggio al patriota bellunese uno startupper di successo amico di IdF come Vincenzo di Nicola, che da grande appassionato di storia (e nipote di un nonno immigrato) ha colto il nesso, esplorato da

Eni sceglie storie e parole chiave di Italiani di Frontiera per lanciare Joule, la sua scuola per l’impresa

Ripartire in un momento difficile, d’incertezza, mettersi in gioco, credere nelle Folli Idee, ragionare fuori dagli schemi, rischiare senza aver paura degli errori: dal 29 ottobre 2020 Joule, la scuola per l’impresa dell’Eni, apre i propri corsi per imprenditori e aspiranti imprenditori, non solo giovani, con un’attenzione particolare all’economia circolare e alla consapevolezza ambientale, tra formazione, incubazione e accelerazione. La partenza scegliendo parole chiave e alcune storie d’ispirazione cavalli di battaglia di Italiani di Frontiera: da Steve Jobs a Renzo Piano, da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America (qui in un altro video) a Roberto Busa gesuita pionieri di Digital Humanities. In una chiacchierata con Valentina Raule, Human Knowledge Specialist di Joule.

Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di