Silicon Valley, l’innovazione… e il rugby. Cos’ho imparato da un vecchio campione che se n’è andato

Proprio un mese fa “Lollo” se n’e’ andato. Era una leggenda del rugby, Umberto “Lollo” Levorato,  il mio primo allenatore, nei tempi in cui prima a  Mogliano Veneto poi a Pordenone, la palla ovale mi ha segnato in modo indelebile. Pochi indimenticabili anni a prender botte nel fango, prima che il lavoro di giornalista mi inchiodasse alla scrivania, relegando il rugby non solo su scaffali pieni di dvd e armadi pieni di magliette, pure in un angolo del cuore e della mente. Una rimozione pronta a uscir fuori in centinaia di sogni: si gioca ma non trovo la strada, sta per iniziare ma non ho le scarpe, sono in campo ma non si comincia mai, sono nello spogliatoio e mi perdo, scendo in campo e calano le tenebre… Credo che piu’ della mia discreta velocita’, di una certa imprevedibilita’ e di placcaggi non proprio ortodossi, di me Lollo ricordasse sorpattutto il buon contributo con la chitarra ai terzi tempi, memorabili cantate del dopo partita in overdose di birra, nei ristoranti e a volte in pullman. Ma quando ho saputo un mese fa che la morte era riuscita a sopraffare anche uno dei fisici piu’ impressionanti che avessi visto, ho avuto un flash. Si’ certo: ricordi, emozioni incancellabili dei bei tempi. Ma qualcosa di piu’ profondo. Tre anni fa ho cambiato la mia vita con un’avventura iniziata con sei mesi con famiglia a Silicon Valley. Facendo tutto da solo ma con una buona squadra a fianco. Indagando  nei segreti del talento italiano e continuando poi a inseguire quel talento e lo  spirito d’impresa tra gli italiani in patria, raccontando storie, suscitando emozioni. Alla fine questa avventura e’ diventata pure il mio lavoro, non più giornalista dipendente dopo 30 anni e 3 mesi… “La prima cosa è l’odore della sifcamina e dell’olio canforato per scaldare i muscoli…”  dice Marco Paolini all’inizio del suo memorabile spettacolo sul rugby, evocazione simile a quella delle madeleinette, i biscotti che innescano la catena di ricordi di  Proust. Quell’odore e i discorsi di Lollo negli spogliatoi sono stati l’imprinting. Certo a fare gli intellettuali schizzinosi, c’era ingenuità e un po’ di machismo retrò in quelle parole per dare la carica a 15 fra ragazzi  e uomini che dovevano affrontare una partita come una battaglia. La prima preziosa lezione è stato il superamento delle barriere, prima di tutto sociali e culturali. In quello spogliatoio io ero uno degli studenti, appena un po’ meno fighetti di tanti altri, ma a fianco in campo avevamo impiegati, operai, portuali, persino qualche allevatore. Un altro mondo, variegato, rispetto alla nicchia di intelletualoidi di sinistra di citta’, di famiglia perbene dal quale provenivo. Tutti insieme non ad un tavolo o in un ufficio ma in un campo in cui non puoi tirarti indietro. In un gioco in cui dopo tutto lo scopo ultimo e’ quello di attirarti addosso un tipo grande e grosso, sacrificarti per liberare un compagno, passargli la palla perche’ vada in meta. La retorica di Lollo, geometra contaminato dagli anni passati in Francia, nella culla del rugby continentale, a volte faceva storcere il naso, a noi studenti fighetti. Ma la lezione mi ha segnato, indelebilmente. Dare tutto se stesso, per la squadra e per questo sport metafora, combinando sempre l’enorme sforzo e sacrificio fisico all’intelligenza. Perche’sputar sangue senza capire non serve a nulla. E in questo slancio, un prima e un dopo gli 80 minuti in campo, in cui si cerca di capire di piu’, dei propri errori, di quello che in più avremmo potuto dare. Senza mai scuse, proteste, recriminazioni.  Buttarsi e inseguire il sogno, anche quando il successo è quasi impossibile. Come aveva fatto Lollo in quella leggendaria partita dei primi anni Sessanta a Grenoble con la nazionale, contro i francesi maestri supponenti che allora piu’ di oggi per noi erano di un altro pianeta. E il sogno della vittoria impossibile a casa loro era svanito solo all’ultimo minuto. Lollo aveva pure segnato una meta in mezzo ai pali, ai maestri. Uscendo dal campo con l’amarezza del sogno svanito ma con l’orgoglio di aver tenuto testa ai maestri, regalando emozioni ad un pubblico impazzito di gioia di immigrati italiani. Ho avuto la fortuna di filmarlo, una delle ultime volte che Lollo ha raccontato quella giornata storica, nel video qui sopra, colonna sonora d’obbligo la sua canzone prediletta, ricordo di quei tempi: “Alouette”. Sacrificio, spirito di squadra. L’individuo che nel collettivo non si annulla, si esalta. In sintonia con le nuove frontiere della condivisione che sono il nostro futuro, così insolite, in un Paese che sembra votato all’individualismo autolesionista. Abituato a una conflittualità così esasperata dal realizzasi nella sconfitta altrui, quella che ho chiamato Sindrome del Palio di Siena, poco propenso dunque a credere che il collettivo e l’amicizia possano far miracoli, non solo nel rugby. Lollo mi ha insegnato molto altro. Soprattutto a pensare che si sta al mondo inseguendo l’istinto e il cuore (ma sono le parole di Steve Jobs!). E   che credere fermamente in qualcosa di positivo, spirito di squadra,  sacrificarsi per gli altri per un obbiettivo comune, scateni una forza interiore che ti ripaga ampiamente delle ammaccature. E’ solo cosi’ che si vince la paura di metter la faccia dove ci sono ampie probabilita’ di prendere un cazzotto. Anzi a volte si riesce a farlo con il sorriso. Sono felice di aver catturato in un video qui sopra alcune immagini di un nostro incontro, ed uno dei suoi proverbiali ricordi di Francia-Italia a Grenoble. C’e’ un po’ dello spirito che ha trasmesso, a noi ormai attempati “Lollo Boys”. Che non lo dimenticheremo. Ciao Lollo e grazie. Sono sicuro che oggi ti diverti, fra palle ovali senza piu’ fango e nuvole di “alouettes” in volo.

Dal successo di Bing ad un musical a Broadway. Lorenzo Thione: ecco cosa ho imparato di me stesso

Forse ha messo a segno il colpo più clamoroso, tra i tanti giovani italiani che hanno fatto fortuna all’estero. Ma da tempo ormai si sta cimentando in un campo del tutto nuovo. Non più la tecnologia a Silicon Valley ma… il musical, a Broadway! Il sito è appena stato lanciato: Allegiance è una grande produzione di Broadway avviata già da tempo, un musical che nelle previsioni esordirà sulle scene il prossimo anno. Eppure Lorenzo Thione, comasco cresciuto a Milano e trapiantato negli Usa da una dozzina d’anni, proprio  non ci pensa a raccontare come ha fatto. Come ha fatto ad elaborare un sistema alla base del motore di ricerca Bing, acquistato da Microsoft per 100 milioni di dollari… No, preferisce parlare di quel che strada facendo ha imparato, nel diventare imprenditore ma soprattutto di se stesso. Nel video qui sotto, Lorenzo parla invece a fondo del musical. Ma anche di come un filo di talento e di spirito imprenditoriale leghi queste due sue esperienze così diverse: software e musica. In coda forse lo spunto più interessante: nel musical come in una nuova impresa, non conta tanto l’idea iniziale quanto il saperla modificare e adattare, cambiarla in corsa, imparando di continuo cose nuove. Una riflessione straordinaria, da non perdere. Una lezione di vita, pochi minuti densi  di spunti. Un incontro in un (rumorosissimo) bar di Milano, all’indomani della chiacchierata fatta all’evento “Ma dobbiamo andarcene tutti?” organizzato in Assolombarda dal Gruppo Giovani Imprenditori che ha visto di scena pure una presentazione di Italiani di Frontiera (grazie ad Alvise Biffi ed Almir Ambeskovic per l’invito). Da notare la finezza della regia, che per movimentare il video ha sapientemente combinato all’intervista, l’allestimento sullo sfondo… della vetrina di Pasqua! Per finire, il giudizio di Lorenzo su Italiani di Frontiera. Un commento davvero generoso. Grazie Lorenzo!

“Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro”: così Jay Elliot ha presentato a IdF il suo libro

Di libri su Steve Jobs ne sono usciti tanti. Il suo pero’, dice, ha il merito di esser futto non di un’inchiesta a distanza ma di una lunga esperienza diretta, per anni al fianco di quello che ritiene il modello di leader per le nuove generazioni. Parola di Jay Elliot, californiano, gia’ Senior Vice President di Apple, in Italia la primavera scorsa per presentare il suo “Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro” (Hoepli). A Milano, dopo un affollato incontro con gli studenti in Bocconi e una presentazione alla Fnac, Elliot si era concesso per un’intervista in esclusiva a Italiani di Frontiera nella sede di Hoepli. Per parlare dei segreti del marketing di Jobs, di cosa della sua immagine pubblica corrisponda alla realta’ e cosa no, della sua prima impressione quando conobbe quel ragazzino che pensava di saperla lunga ed aveva molte idee simili alle sue in materia di personal computer. Infine, della Apple di domani, dopo Jobs. E  di giovani, innovazione e futuro. Una riflessione sul dopo Jobs ancor più preziosa oggi, a pochi giorni dalla scomparsa del fondatore di Apple.

Amici di IdF, il guru Peter Brantley e la rivoluzione digitale nelle biblioteche

Siamo in uno dei momenti più straordinari della storia, qualcosa che si potrebbe definire un rinascimento digitale della nostra cultura… potremo diffondere ad una rete, in formato digitale, i contenuti di maggior valore della letteratura e dell’arte… Un’opportunità da non perdere, dice Peter Brantley, direttore del Bookserver Project all’Internet Archive a San Francisco, guru californiano della Rete e coinvolto in particolare nella rivoluzione digitale che presto, dice,  convertirà le biblioteche in distributrici di contenuti multimediali ed interattivi, trasformando in realtà quella che fino a poco tempo fa era un’invenzione della fantascienza, gli “holodeck”, banchi dai quali si accede non al ritiro di libri ma a contenuti digitali, a cominciare da quelli della realtà virtuale. Questo è un arricchimento e un’occasione straordinaria, dice Peter, che suggerisce di non fossilizzarsi sul libro in quanto oggetto come tale: il digitale potrà ampliarne le potenzialità, esaltando quel che più conta e che ha caratterizzato la comunicazione umana prima ancora che arrivassero le parole stampate: la capacità di raccontare. Peter è passato a Milano nei giorni scorsi, protagonista di due eventi, IfBookThen e   Meet The Media Guru. Il suo inglese è molto chiaro, più avanti IdF diffonderà una versione sottotitolata dell’intervista. Grazie a Maria Grazia Mattei e Giuseppe Lucido  di MGM Digital Communication che hanno creato il link con Peter. Davvero straordinario, per disponibilità e curiosità.  Ha fatto molte domande su Italiani di Frontiera, esprimendo poi oltre agli apprezzamenti anche alcune osservazioni e  critiche preziose… Thanks Peter!

IdF verso il salto di qualita’. Tra eventi, novita’, amici vecchi e nuovi ecco intanto com’e’ cresciuto nel 2010

Dopo gli auguri di buon anno con le parole di Renzo Piano, in questo post di qualche giorno fa, il 2011 si apre sotto i migliori auspici, per Italiani di Frontiera. Che ha chiuso alla grande il 2010: partnership consolidata con Oracle, che ha ospitato IdF in ben quattro eventi consecutivi tra Milano e Roma (grazie a Sergio Rossi, amministratore delegato e a tutti gli amici di IdF in Oracle!) con possibili ulteriori sviluppi. Mentre Cisco (grazie all’ad David Bevilacqua ed ai tanti amici di IdF in Cisco, a cominciare da Alberto Degradi) ha deciso addirittura di sponsorizzare IdF! Si’, il 2011 potrebbe essere l’anno del grande salto, in coincidenza con l’anniversario dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia che fra le celebrazioni stimolera’ sicuramente una riflessione sull’identita’ degli italiani. Non  piu’ solo quelli che vivono in patria ma anche dei tanti che hanno scelto la strada dell’estero, per destinazioni ormai a poche ore di aereo dall’Italia. Un ponte, tra molte delle menti migliori del BelPaese, che intende rafforzare l’associazione ITalents che si sta costituendo in questi giorni e della quale l’autore di IdF e’ tra i soci fondatori. Ma intanto… com’e’ cresciuto Italiani di Frontiera nell’anno appena concluso? Nel video qui sopra, una carrellata tra eventi, amici vecchi e nuovi, attenzione dei media  e novita’ principali che hanno coinvolto questo progetto, all’insegna del ‘Think Out of the Box”.

Partire e poi tornare, partire per scoprire il valore dell’italianità. Le parole di Renzo Piano che hanno ispirato IdF

In Italia, i giovani devono partire ma non per disperazione, per capire il mondo. E poi tornare. Dopo aver capito qualcosa di ancora piu’ importante: se stessi. E la straordinaria ricchezza che ci da’ la nostra cultura, nel saper cogliere la complessita’ delle cose, dice Renzo Piano, in un intervento alla trasmissione Rai “Vieni via con me” che ha ispirato Italiani di Frontiera. Partire, tornare, capire il mondo e prima ancora se stessi, scoprire il valore impagabile del nostro patrimonio del passato per farci comprendere il futuro e guardare con fiducia al domani. E dunque aprirsi, gettarsi alle spalle tanti luoghi comuni, non temere di rischiare su strade nuove, inventare, sperimentare, sbagliare e riprovare. Con entusiasmo e magari spirito di squadra, forti di tanti amici con cui condividere sforzi e sogni.  

Il talento e la rivoluzione che dobbiamo fare nel mondo dell’istruzione. Un’altra conferenza da brivido di Ken Robinson al TED

Chi ha assistito ad una delle presentazioni di Italiani di Frontiera lo sa. Forse nessuno ha ispirato questo progetto alla ricerca del talento come Ken Robinson, inglese, esperto di fama mondiale nel campo dell’istruzione. Alcuni passi della sua memorabile conferenza (quattro milioni di download!) del febbraio 2006 al TED, impagabile vetrina globale di menti brillanti e motivi d’ispirazione, disponbile online,  dal titolo “La scuola uccide la creativita’?” sono parte integrante della presentazione di IdF.  Nella finestra dei video in homepage, il link alla conferenza integrale, cui si possono applicare sottotitoli in italiano. Istruzione, creativita’ e valorizzazione del talento sono temi ripresi nello straordinario discorso tenuto da Robinson al TED dello scorso febbraio, in rete da qualche mese, nella finestra di questo post. E’ sempre possibile inserire i sottotitoli. La conclusione e’ da brivido, affidata ai versi di William Butler Yeats…

Di Rudio Day memories. Forse davvero lo spirito del conte ci ha accompagnati… a San Francisco e ritorno

Mettersi in testa di andare a celebrare uno sconosciuto oltreoceano, organizzare tutto grazie a qualche amico abbastanza folle dall’esser catturato dall’idea. Riuscirci, poi tornare dopo un’avventura entusiasmante e una faticaccia, un anno fa, con la sensazione che forse lo spirito di quello sconosciuto ci abbia accompagnato. Perche’ davvero ne sono successe troppe… Sin dalla partenza, con  Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, che ha dedicato tutta la sua vita agli indiani, ricostruendo con ricerche durate vent’anni la vita incredibile di quello sconosciuto. Franco, il tassista che ci viene a prendere prima delle 6 di mattina per portarci a Linate, e’ un arcere provetto (con figli rugbisti…). Ci mettiamo 30 ore invece di 15 per arrivare a San Francisco  e tutti gli imprevisti sono stati in un modo o nell’altro legati a episodi della vita di quell’italiano di cui andavamo a celebrare il centenario della morte, Carlo Camillo di Rudio (1832-1910), “Forrest Gump dell’Ottocento” protagonista del Risorgimento, poi emigrato e sopravvissuto a Little Bighorn. Non si passa da Parigi, dove il conte fu condannato alla ghigliottina per l’attentato a Napoleone III, dobbiamo andare invece via Roma (dove il conte combatte’ con Garibaldi) e New York (dove sbarco’ da immigrato con documenti falsi perche’ ricercato in mezza Europa). Solo in extremis troviamo un volo per San Francisco, che a meta’ strada dirotta su Minneapolis per… malore del secondo pilota, passando cosi’ vicino a Sioux City (e il conte i Sioux se li trovo’ davanti a Little Bighorn…). Arrivando alle 3 di mattina a San Francisco all’hotel Castle Inn, dove al reception e’ chiusa sino alle 7!  E senza il bagaglio di Cesare, smarrito. Che arriva due giorni dopo… da Francoforte! Dalla Germania? Possibile? Cesare controlla nel suo libro che siamo andati a presentare (“Dal Piave al Little Bighorn”, Alessandro Tarantola editore): di Rudio sbarco’ in America spacciandosi per tedesco, visto che era ricercato! Non bastasse, pochi giorni dopo Cesare contatta l’unico discendente del fratello del conte. Abita In Inghilterra a Nottingham, il suo indirizzo: Castle close!!! Ma Cesare ne ha individuate molte altre, di coincidenze… Ma forse, lo spirito del conte ci ha seguito anche in Italia. Pochi giorni dopo il ritorno, dopo una presentazione di Italiani di Frontiera nella sede romana di Oracle, mi sono imbarcato a Fiumicino con Sergio Rossi, nuovo amico di IdF e all’epoca amministratore delegato della società (che ha ospitato Italiani di Frontiera in ben quattro eventi fra Milano e Roma, thanks a Simone Pugiotto, Eva Mengoli e Valentina Falcioni!). Al controllo bagagli, fanno per due volte il check al mio zaino e mi chiedono se ho un coltellino. No di sicuro, rispondo. Ma dal mio fidato zaino Mary Poppins a 50 tasche,  esce invece il coltellino svizzero che evidentemente era li’ dalle vacanze estive! Resto di sasso: come e’ possibile? Ha appena passato due controlli a New York e uno a San Francisco, dove ti fan togliere scarpe e cintura, e nessuno l’ha visto? Troppo strano. Chiamo subito Cesare, parola chiave “coltello nascosto”. Ci mette 30 secondi a trovare il nesso col conte. Che nelle sue memorie, dice, aveva ironizzato sulla polizia francese che l’aveva arrestato dopo l’attentato a Napoleone III e perquisito, senza riuscire a trovare pero’… il coltello che nascondeva nel doppio fondo della borsa! Insomma, ci siamo trovati sulla sua tomba, il primo novembre 2010, davanti al Golden Gate in un’incredibile pomeriggio di sole, riflessi via via sempre piu’ dorati ed emozioni che non dimenticheremo mai piu’. Con il console italiano Fabrizio Marcelli, davvero la persona giusta al posto giusto (grazie Fabrizio!), bandiera e corona di fiori, un amico, Phil Pasquini (lui e la moglie Elaine son gli autori del bellissimo slideshow qui sopra), cosi’ matto da aver organizzato tutto molto meglio di quanto si potesse sperare, con programma della cerimonia stampato e portando un amico musicista, il jazzista David Hardiman, che davanti alla tromba, con le note del Silenzio (Taps in inglese) e di Stars and Stripes, ci ha fatto accaponare la pelle. Un’atmosfera surreale, fuori dal mondo, rievocata in questo post precedente. E alla fine, il rituale col fumo di Cesare, che riappacifica lo spirito del conte patriota con gli indiani che ha combattuto. Due minuti intensissimi, cui partecipiamo io, Nicolo’ Manerbi bravo fotogiornalista a San Francisco e Franco Folini, manager di Novedge e grande amico di IdF, che ha avuto il merito di convincere gli altri amici della Business Association Italy America che valeva la pena di sostenere questa nostra avventura, anche se non riguardava esplicitamente imprese o innovazione hi tech. Grazie ragazzi, sono piu’ che mai convinto che per aprire la strada  a innovazione e modi di pensare il futuro, occorra combattere una battaglia culturale. E magari imbarcarsi in avventure balenghe come questa. Poche ore dopo la cerimonia, San Francisco esplode di gioia per la vittoria dei Giants, dopo 56 anni, nel campionato di baseball. Sembra che il sindaco Gavin Newsom abbia detto che la squadra vincente e’ quella “Committed, not interested”, coinvolta, impegnata, non interessata. Parole in sintonia con le imprese del conte, che sfido’ cento volte la morte sempre per una causa comune, mai per interesse personale. E forse anche con la nostra piccola impresa, di venire qui a spese nostre e con una mole di lavoro non indifferente, per celebrare uno sconosciuto che lo meritava. Il cartello portato sulla tomba dal consolato, col patronato del Presidente della Repubblica, ci fa sentire un po’ pionieri, con questo che e’ stato un prologo delle celebrazioni nel 2011 del 150 anni dell’Unita’ d’Italia. Lo ha capito molto bene Gianluca Corinaldesi, che su Examiner.com ci ha dedicato un bellissimo articolo e un’intervista video. Come avevano fatto il bel portale di giovani italiani a New York, Nuok (grazie ad Alice Avallone)  America Oggi (grazie a Nicolo’ d’Aquino),  LibriBlog.com (grazie ad Antonella Appiano),   Il Giornale addirittura con due articoli, uno di Francesca Ame’ , l’altro online di Enrico Silvestri, oltre al Gazzettino di Belluno (grazie a Gianluca Salvagno!) e Corriere delle Alpi. Un lancio prezioso anche da AdnKronos (grazie Federico Luperi!), che

Sulla tomba del bellunese di Little Bighorn, un anno fa emozioni indimenticabili e incredibili coincidenze

Un sole incredibile, vento quanto basta per far danzare la bandiera, poche sentite parole dalle persone giuste. Poi fiori e due assoli di tromba da far accapponare la pelle. Un anno fa, primo novembre 2010, con una luce irreale, eravamo nel cimitero militare di San Francisco, per celebrare il centenario della morte di Carlo Camillo di Rudio, “Forrest Gump dell’800” sopravvissuto a Little Bighorn. Con Cesare Marino, amico antropologo allo Smitshonian Institutione biografo del conte, il console Fabrizio Marcelli, un manipolo di amici fra cui Phil Pasquini, Franco Folini, Nicolò Minerbi. Giornata incredibile, emozionante, conclusa con… un’esplosione di gioia per la città: quello stessogiorno dopo 56 anni i Giants hanno vinto il campionato di baseball! Ma per quanto incredibile possa sembrare, fra cento coincidenze ed episodi inspegabili, lo spirito del conte sembra averci accompagnato. No, non la dimenticheremo più la giornata del centenario, in omaggio ad un personaggio divenuto un po’ un simbolo per questo progetto. Un evento interamente ideato e organizzato da Italiani di Frontiera, realizzto grazie a preziosi amici. Phil Pasquini a fare gli onori, il console Fabrizio Marcelli, poi il sottoscritto e alla fine Cesare Marino, per ricordare un patriota avventuroso. Che oltre ad essere sopravvissuto in situazioni incredibili, ha sempre, sempre lottato per una causa comune, mai per interesse personale. Alla fine le note della tromba di David Hardiman, brividi nel silenzio del cimitero militare del Presidio. Cesare è convinto di esser stato “scelto” dal conte morto 101 anni fa come suo biografo. Forse si e’ sentito in colpa per aver combattuto gli indiani finendo a Little Bighorn, dopo aver passato una vita a combattere per cause libertarie. Forse per questo ha scelto che a raccontare la sua storia, dice, sia un amico degli indiani, che i suoi nemici di un tempo li ha studiati a fondo, oltre che amati. Finisce in un clima irreale. Con Cesare a lanciare richiami col fischio. E gli uccelli, sino ad allora in silenzio, da un albero davanti alla tomba rispondono. Cesare inscena poi a sorpresa un piccolo rituale con il fumo coinvolgendo Franco Folini della Business Association Italy America, Top Friend di IdF, Nicolo’ Minerbi giornalista a San Francisco e il sottoscritto (chi mi conosce non ci credera’: ho fatto la prima tirata in vita mia), che, dice, “chiude il cerchio” riappacifica il conte con i nativi americani. Finisce col vento e il sole e il silenzio. Poi alla sera la citta’ impazzisce di gioia per la vittoria dei Giants nelle World Series di baseball. I loro colori? Arancione e nero, quelli di IdF… Un’euforica ressa in Polk street, quasi davanti al nostro hotel, noi ci finiamo in mezzo tra svariate piogge di birra. Finisce con un video che ha catturato momenti salienti e indimenticabili. Che lo confesso, rivedendolo il giorno dopo mi ha fatto piangere dall’emozione. Ma cosa abbiamo messo in piedi, così da soli dall’altra parte dell’oceano?

Di Rudio Day, a San Francisco le riflessioni di Cesare Marino all’alba del grande giorno

Sveglia prima delle sei, e’ il Di Rudio Day, centenario della morte del conte bellunese. Alle 3.15 Phil Pasquini “The Great” passa a prenderci, saremo al cimitero militare davanti al Golden Gate Bridge in quindici minuti. E’ una giornata strepitosa di sole (si’ lo so che in Italia non e’ proprio cosi’ ma pure qui e’ insolito per novembre). Cesare Marino, e’ crollato prima delle 22 dopo tour de force a piedi per la citta’, con incontro di cui e’ rimasto entusiasta con giovani imprenditori italiani che gli hanno schiuso un mondo che non conosceva, poi cena pakistana in zona Valencia con Sabrina Bellotti, Top Friend di IdF qui. Si sveglia prima delle sei. Si stiracchia, si stropiccia gli occhi e poi… chi lo ferma piu’? Intanto AdnKronos ha fatto un lancio anche nel notiziario internazionale sull’evento! Ok, tra un po’ si parte.