Haappy Bday Italiani di Frontiera, mentre il ponte di idee e business fra Italia e Silicon Valley è oggi più importante che mai

Tanti auguri Italiani di Frontiera! Quest’anno il compleanno di IdF cade in un momento davvero particolare, a riprova che il ponte fra Italia e Silicon Valley non è mai stato così importante. Nei giorni scorsi, dopo un incontro fra il ceo Chuck Robbins, l’amministratore delegato di Cisco Italia Agostino Santoni e il premier Matteo Renzi, Cisco ha annunciato un maxi investimento con finanziamenti strategici per 100 milioni di dollari in tre anni in Italia. Due giorni dopo Apple ha annunciato che il primo centro europeo di sviluppo app iOS sarà aperto a Napoli, con la prospettiva di creare seicento nuovi posti di lavoro. Non bastasse, un bell’articolo pubblicato su La Stampa da un amico di Italiani di Frontiera, Mauro Zanetti Aprile,  racconta la visita del viceministro Carlo Calenda, appena nominato nuovo ambasciatore presso l’UE, ospite alla JP Morgan Annual Healthcare Conference a San Francisco, dove Mauro vive. E Calenda  ha annunciato un ruolo da protagonista dell’Italia a Silicon Valley con l’apertura nella città californiana e non a New York dell’ufficio di attrazione di investimenti. Annuncio straordinario nel corso di un evento organizzato da altri preziosi amici di IdF: il  console generale d’Italia a San Francisco Mauro Battocchi e i dinamici imprenditori e manager connazionali di  BAIA. Sono passati otto anni da quel 22 gennaio 2008 in cui chiudendo casa a Sesto San Giovanni, i Bonzios si trasferirono per sei mesi a Palo Alto con qualche idea e molte incognite: 1) Sopravvivere per sei mesi con un’avventura di famiglia faidate che non si sapeva bene dove avrebbe portato 2)  Affrontare e risolvere i tanti problemi piccoli e grandi posti da vita quotidiana, mentalità, organizzazione sociale così diverse dall’Italia. 3) Approfittarne per conoscere, intervistare e in molti casi diventare amici di tanti fantastici connazionali che vivono nella culla mondiale dell’innovazione. 4) Individuare dei fili che collegassero tante storie individuali di oggi e di ieri alla storia dei territori: quello californiano, quello italiano. Nessuno si aspettava che tutto questo diventasse alla fine un progetto multimediale che gira tutto il Paese con puntate all’estero, un nuovo lavoro con un format giornalistico inedito che offre pure una chiave di interpretazione delle potenzialità e dei problemi dell’Italia. Ma soprattutto, che questa esperienza generasse un impressionante network di amici, appassionati, sostenitori, molti dei quali professionisti eccellenti che la frontiera la affrontano tutti i giorni in patria. Alcuni di loro sono stati compagni di avventura dal 2011 negli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (prossima partenza a fine aprile), che hanno rafforzato questo ponte fatto di scambi di esperienza e idee con decine di eccezionali imprenditori, manager e scienziati italiani che vivono nella Bay Area. Italiani di Frontiera, che nel frattempo è diventato pure un libro, pubblicato da EGEA con prefazione di Gian Antonio Stella, è così cresciuto come progetto  da richiedere una profonda trasformazione, nella formula, nel modello di business, nella strategia. L’avventura è solo iniziata. Ed è bellissima. Intanto un grazie di cuore a tutti.

Italiani i più pessimisti al mondo, dice indagine di fine 2015 WIN/Gallup. No, non stiamo peggio di tutti: abbiamo bisogno di una Rivoluzione Culturale

Questo post è stato pubblicato su Linkiesta con il titolo: L’Italia dei musi lunghi. Siamo più pessimisti di greci, iracheni e palestinesi Ma è mai possibile che il record portato a casa nell’ultimo giorno dell’anno sia quello di popolo più pessimista del pianeta? Possibile che riusciamo a formulare per il nostro futuro previsioni più negative di altri alle prese con situazioni forse più gravi come iracheni, greci e palestinesi? Eppure la 39° Indagine di fine anno 2015 sulla felicità nel mondo diffusa alla mezzanotte del 30 dicembre da WIN/Gallup International e condotta interpellando un campione di 66.040 persone di 68 Paesi, assegna proprio all’Italia una scomoda maglia nera. A dirsi felici quest’anno sono stati il 66% degli interpellati (in lieve calo dal 70% del 2014). A dichiararsi infelice è stato il 10% (in aumento del 4% rispetto al 2014), cosa che ha indotto i ricercatori a definire un “indice netto” di felicità globale del 56%. A guardare con ottimismo alle prospettive economiche del 2016 è il 45% degli interpellati, più 3% sul 2014, più del doppio del 22% dei pessimisti. Ma se l’indice di felicità vede in testa Colombia (85%), Figi e Arabia Saudita (82%) , in coda Iraq (- 12%) Tunisia (7%) e Grecia (9%), è la classifica che combina ottimismo e felicità a penalizzarci: in testa Bangladesh (74%), Cina (70%) e Nigeria (68%). In coda, prima dei pessimisti/infelici proprio gli italiani  (-37%), peggio di irakeni (-35%), greci (- 28%) e palestinesi dei Territori Occupati (-27%), con un indice globale del 54% di ottimisti contro un 16% di pessimisti. Ora, pur muovendoci su un terreno scivoloso, visto che sventolare la bandiera dell’ottimismo è stato per anni monopolio dai leader politici, passando agevolmente di mano da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, lo vogliamo dire che questo primato dei musi lunghi è davvero esagerato? Possiamo finalmente provare a domandarci se in un mondo sempre più complicato, oltre a problemi e difficoltà innegabili, che non sono però un’esclusiva del BelPaese, forse questo guardare al futuro sempre a tinte fosche non è realismo impietoso ma ha anche una matrice culturale? E forse l’avventura di Italiani di Frontiera, che gira tutta l’Italia e torna periodicamente a Silicon Valley, incontrando persone fantastiche di qua e di là dell’oceano, aiuta a capirne le ragioni. ALLINEARSI ALL’OPINIONE RICORRENTE Attento studioso dei nuovi fenomeni sociali, vecchio amico di IdF e compagno di viaggio un paio d’anni fa in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valey Tour, Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali all’Università di Catania sottolinea a questo proposito l’importanza della cosiddetta Spirale del Silenzio. Una teoria che analizzando il potere persuasivo dei mass media, tv in particolare, gli riconosce la forza di enfatizzare i messaggi prevalenti. In sostanza, un singolo interpellato per un’indagine sarebbe indotto ad allinearsi a quello che è il messaggio che ritiene condiviso dalla maggioranza, in questo caso una prospettiva negativa per il proprio Paese. Difficile confutare il fatto che siano le cattive notizie a dominare nell’informazione quotidiana, rimbalzando da tutto il pianeta. E certo individuare e denunciare problemi, drammi e disservizi è doveroso e sacrosanto. Ma c’è molto altro, in questa esasperata propensione nostrana al pessimismo, che forse alla fine dell’anno, con i buoni propositi per il 2016, dovremmo finalmente affrontare senza timore di impantanarsi in duelli fra gufi e iperottimisti. POCO PROBLEM SOLVING, TROPPO “PROBLEM CREATING” Nel Paese che diede i natali a un personaggio capace di coniugare come nessun altro cultura umanistica, scienza e tecnologia, un certo Leonardo, che continua a sfornare oggi straordinari talenti capaci di affrontare con successo le mille sfide dell’innovazione e della conoscenza, combinando competenze diverse, per questo corteggiati e contesi in tutto il mondo, ebbene in questo Paese nel 2015 che volge al termine l’attenzione e l’ammirazione per chi risolve problemi è crea soluzioni è scostante, distratta, infinitamente minore rispetto a quella che si dedica a chi i problemi li denuncia, magari urlando, spesso col dito accusatorio puntato contro qualcun altro, che ha tutte le coppe e a cui spetta trovare soluzioni. Mentre il mondo dell’innovazione, da quello delle startup al movimento dei makers, corre celebrando la cultura del “problem solving”, noi siamo ancora zavorrati al “problem creating”, rivoli infiniti di potere e sottopotere che sopravvivono grazie alla complicazione e a ostacoli insulsi che nascondono microrendite di posizione. Con una parte di intellettuali e opinion makers specializzati solo nel criticare e denunciare (compito prezioso, ci mancherebbe) ma spesso del tutto indifferenti, se non diffidenti, nei confronti di chi crea costantemente soluzioni, attraverso nuovi prodotti o nuovi sistemi che migliorano la nostra quotidianità, specie se queste soluzioni sono fuori dagli schemi o contraddicono pregiudizi ideologici. Forse è per questo che nella vetrina dei media chi grida, chi celebra quella che Julio Velasco, allenatore e guru, ha ben definito “cultura degli alibi” (è sempre colpa di qualcun altro”) la fa da protagonista, mentre chi inventa o risolve non merita attenzione.  Questa propensione a veder nero nasconde una crisi profonda e irreversibile. Non dell’Italia, che non è affatto votata a una decadenza senza speranza come troppi sostengono. Ma di modelli culturali attraverso i quali, per troppo tempo, troppe persone hanno interpretato il mondo. E che a mio giudizio stanno franando. IL FAMILISMO AMORALE CHE ANCORA CI AFFLIGGE Questi modelli sono alla base di quello che negli anni Cinquanta un celebre studio di Edward C. Banfield definì familismo amorale e del quale non ci siamo ancora liberati. L’idea cioè di poter favorire con vantaggi di breve termine i membri della propria cerchia, a scapito degli altri, con l’idea che tutti si comportino allo stesso modo. Uno sperpero che in un mondo sempre più Villaggio Globale non ci possiamo più permettere. In un Paese che a oltre 150 anni dall’unità ancora fatica a riconoscersi in un’identità condivisa, in valori quali meritocrazia, senso civico e responsabilità individuale, retaggio della cultura protestante, le due matrici culturali principali che permeano la società, quella cristiano cattolica e quella socialista comunista, ci hanno assuefatti a diffidare dell’iniziativa individuale e a

“Diventare Italiani di Frontiera”. Un happening didattico multimediale interattivo organizzato con gli studenti all’ITC di Conegliano

  Dopo una settimana straordinaria fra Milano, Courmayeur, Roma, Bologna e Gorizia… Italiani di Frontiera di scena nell’ultimo appuntamento prima di Natale. Con un esperimento inedito: un happening didattico multimediale interrativo di oltre due ore, in una scuola del Trevigiano. Prodotto e condotto da IdF… “Open Your Mind. Diventare Italiani di Frontiera” “NON spegnete i cellulari…” Happening multimediale interattivo ITC Marco Fanno di Conegliano, martedì 22 dicembre dalle 10.30 Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana alla NASA, nel team che ha inviato la sonda New Horizons su Plutone, sarà l’ospite d’onore, con un collegamento via Skype, all’evento “Open Your Mind. Diventare Italiani di Frontiera” domani martedì 22 dicembre dalle 10.30 all’ITC Marco Fanno di Conegliano, organizzato da un gruppo di studenti della scuola, coordinati da Andrea Fanton, prodotto e condotto da Roberto Bonzio, giornalista autore del progetto Italiani di Frontiera, con il contributo di Méthode,www.methode.it), società di consulenza trevigiana specializzata in Business Advanced & Predictive Analytics”. Sarà un esperimento di happening didattico multimediale interattivo: ai ragazzi chiederemo infatti di NON spegnere i celulari ma di usarli per condividere e diffondere immagini, idee e parole chiave dell’incontro, interagendo nel frattempo con gli ospiti. L’esperienza che ha dato origine a questo progetto, un viaggio nel talento italiano attraverso le storie di connazionali di successo a Silicon Valley, sarà il punto di partenza per un percorso carico di idee, immagini, musica, suggestioni e testimonianze, per ispirare i ragazzi allo spirito d’impresa, al credere nei propri sogni come base per il proprio futuro professionale. L’evento verrà raccontato in diretta dai ragazzi sui principali social network (#openyourmindmf) e vedrà la partecipazione di diversi ospiti. – Elena Pessot flautista e docente innovativa di musica, di Conegliano  – Paolo Francis Quirini, storico e autore pordenonese di nobili origini veneziane . Federica Meroi, archeologa responsabile marketing di un’innovativa azienda hi tech di Udine: Alfasistemi – Maura Bertanzon, giovane giornalista con esperienza in Reuters e Corriere della Sera, collaboratrice della Regione Veneto a Bruxelles – Carlo Felice Dalla Pasqua giornalista del Gazzettino, pioniere nell’uso di tecnologie e social media, che interverrà via Skype. – Diego Sossai Managing Partner dell’azienda Méthode.

Addio a Morando Morandini, grande critico cinematografico e amico

Per me che sono un maniaco di cinema, lui è sempre stato il migliore. Morando Morandini che ho avuto l’onore di avere come collega e amico, decano dei critici cinematografici e autore del celebre dizionario del cinema che porta il suo nome, era capace di abbinare cultura cinematografica e umanità, con un’apertura mentale che gli consentiva di giudicare senza quegli stereotipi e pregiudizi che spesso fra simpatie e antipatie condizionano molti critici. Capace per questo di ammettere gli errori, come l’aver firmato all’epoca una lettera contro il commissario Calabresi. E di esaminare con straordinaria intelligenza e lucidità l’Italia e il suo degrado culturale. Un amico oltre che una leggenda. Eravamo stati colleghi nella redazione del Giorno. Poi quando seguivo per Reuters la Mostra Internazionale del Cinema, era diventato un appuntamento fisso e una delizia, il bilancio alla vigilia della consegna dei Leoni con lui, una carrellata impressionante per competenza e memoria di quanto era passato sugli schermi. Da rileggere, quelle straordinarie panoramiche, come quelle sulle ultime mostre seguite assieme ( alla Mostra del 2008, poche settimane dopo il ritorno dall’avventura USA e nel 2009, quando ormai guardavo la rassegna con un occhio rivolto a Italiani di Frontiera  ed ebbi pure l’occasione di fare un’intervista per me memorabile al regista Peter Greenaway, sul futuro del cinema già iniziato). Morando aveva pure collaborato alla mia tesi su Harpo Marx, che è stata ricca di spunti poi per la realizzazione di IdF… e aveva partecipato pure alla memorabile festa di laurea, con il blues di un altro amico scomparso, Guido Toffoletti (1951-1999), che ho raccontato su Italiani di Frontiera! Morando se n’è andato l’altro giorno a 91 anni. Non ti dimenticheremo, grazie Morando.

Italiani di Frontiera torna a Padova con Ispirazioni d’autore dei Giovani Imprenditori

  Altro appuntamento di prestigio per Italiani di Frontiera, ospite giovedì 24 settembre di “Ispirazioni d’autore” l’iniziativa dei Giovani Imprenditori Confindustria per proporre fra storie ed esperienze fuori dagli schemi gli spunti per guardare al futuro e rilanciare lo spirito d’impresa di chi quel futuro deve costruire. Un grande piacere, anche perchè non si contano i protagonisti di Italiani di Frontiera che per Padova e la sua Università sono passati, prima d approdare oltreoceano. Dal grande Federico Faggin, vicentino fra i padri del microchip, che forse come nessun altro ha ispirato il mio lavoro (nella foto con la moglie Elvia e una copia del mio libro Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” EGEA, che gli ho regalato nel corso di uno splendido incontro ospiti di Riccardo Luna e RepubblicaTV a Roma, The Innovation Game) a Cristina Dalle Ore trevigiana, astronoma NASA che di recente è tornata alla ribalta anche su Italiani di Frontiera dove ha raccontato in una splendida intervista in esclusiva,  ripresa da innumerevoli testate nazionali, la sua esperienza nella squadra che ha lavorato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   al grande Cesare Marino, nato in Sicilia ma trevigiano d’adozione, antropologo allo Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di indiani d’America e straordinario scopritore di storie di italiani del West, che ho riproposto in IdF     Per Padova sono passati pure veterani Olivetti come Giacomo Lorenzin, oggi imprenditore del software, originario di Portogruaro (Veneza) e… mio compagno di scuola ai tempi del liceo, il Franchetti di Mestre.     E al Franchetti era pure Carlo Tedesco, come me mestrino, già a Cisco a San Josè (che onore è stato scoprire un ingegnere che veniva dalla mia scuola ed er un appassionato di Italiani di Frontiera!). Sia Giacomo che Carlo sono stati preziosi speaker quando siamo andati ad incontrarli nelle precedenti edizioni dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, in cui portiamo imprenditori e manager di ogni settore  a ispirarsi nella culla mondiale dell’innovazione. Un viaggio che non  è riservato a chi si occupa di digitale ma aperto a tutti i professionisti in cerca di idee e spunti per immaginare il futuro della propria attività. Ah la prossima partenza sabato 31 ottobre….     Ah da Padova infine è passato pure  Ezio Valdevit, sacilese, pure lui veterano Olivetti e pioniere dello storage network e oggi investitore a Silicon Valley… e molti altri protagonisti di IdF.

Crisi vs Futuro: Italiani di Frontiera in vetrina a Pordenonelegge con il libro EGEA, presto in ristampa

E’ uno dei festival letterari più prestigiosi del Paese, in costante crescita… nella città in cui ho mosso (nel millennio scorso sigh!) i primi passi da giornalista, nella redazione del Gazzettino. E’ dunque un onore e un piacere tornare a Pordenone (a qualche anno dall’intervento a Le Voci dell’Inchiesta, a qualche mese dal seminario per i giornalisti con il Circolo della Stampa di Pordenone) fra tantissimi amici vecchi e nuovi come autore, per presentare a Pordenonelegge   il mio “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA) che secondo le previsioni sarà presto in ristampa. L’appuntamento: SABATO 19 SETTEMBRE 2015 ORE 10:00 Palazzo Montereale Mantica, Lo spunto dell’appuntamento in una bella sintesi Chi parte. Chi resta. Storie per una rivoluzione culturale Incontro con Grazia Lissi e Roberto Bonzio. Presenta Stefano Moriggi. Un motivo in più di soddisfazione, essere inserito in un programma che tratta quest’anno un tema particolarmente in sintonia con le parole chiave di Italiani di Frontiera: Crisi vs Futuro. Ecco come l’hanno spiegato gli organizzatori “C’è una parola che abbiamo incontrato spesso, in quest’ultimo anno, nei libri che abbiamo incrociato o che ci sono stati proposti. Non è difficile indovinare: è la parola “crisi”. Una parola declinata in tutti gli accostamenti possibili, dall’economia alle istituzioni, dalla famiglia all’impresa, e poi fin dentro lo specifico di cui ci occupiamo: crisi dell’editoria, crisi del libro. Crisi, ovvero, necessariamente: cambiamento. Il momento della crisi è quello di un passaggio, di cui avvertiamo gli effetti, e di solito generano segnali di disagio, peggioramento, allarme. E’ necessario cercare di capire che cosa sta accadendo, durante una crisi. E oggi più di sempre è proprio nei libri che si trovano, se non le risposte, le domande giuste. E poi nei libri di quest’anno ricorre, senza che vi sia paradosso, un’altra parola: “futuro”. Solo il futuro, il futuro che è già qui e che dobbiamo imparare a vedere sarà non la soluzione, ma la conseguenza della crisi. Ci appare chiaro, oramai, che quello che è stato il mondo della crisi, è il mondo di ieri, e il suo tempo non avrà più corso. Mentre il mondo dove le conseguenze della crisi sono già all’opera si lascia intravedere, soprattutto attraverso i libri, nell’avvento di nuove dimensioni di esistenza, di produzione e di relazione comunicativa. Abbiamo cinque lunghi giorni, meravigliosamente intensi, per imparare a leggerle meglio e per parlarne insieme”.

Il surf, uno sport metafora che la California scoprì grazie a tre principi hawaiani 130 anni fa, mentre veniva fondata Stanford

Navigare e cavalcare le onde, due metafore ricorrenti, anche negli storytelling di Italiani di Frontiera. Navigazione come sfida all’ignoto, elevata a simbolo della condizione umana, magistralmente evocata da Joseph Conrad. Il flusso e lo scorrere come visione di un mondo in costante cambiamento, in cui sfuma la distinzione fra Reale e Virtuale, la differenza fra Intelligente e Smart si fa irrilevante, c’è un primato dell’Interazione sulle Cose, come rilevato in una splendida conferenza ad un recente evento Cisco da Luciano Floridi, filosofo ad Oxford. Che ha citato un prezioso frammento di Eraclito: Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”. l surf simbolo d’intraprendenza che consente di sfidare forze indomabili, come quelle dell’oceano, ma oggi pure simbolo del pensiero laterale, percorsi trasversali e collegamenti eccentrici che consentono di “catturare” significati che sfuggono al pensiero lineare. Sinonimo di coraggio, libertà individuale ed anticonformismo, il surf è diventato pure un simbolo per la California. Che lo scoprì però solo 130 anni fa… Estate 1885,  Santa Cruz 120 chilometri a sud di San Francisco sta conoscendo un inatteso boom turistico. Cinque anni prima è stata conclusa la South Pacific Coast Railroad e la località balneare è una meta molto più facilmente raggiungibile, per chi vuole sfuggire alla calura dell’entroterra californiano ma anche da tutto il Paese. Uno dei grandi magnati della ferrovia è Leland Stanford, che proprio nella primavera di quel 1885 assieme alla moglie Jane ha fondato poco più a nord, a Palo Alto, l’Università che aprirà i battenti nell’ottobre 1891, dedicata alla memoria del figlio Leland Junior, morto a sedici anni l’anno prima a Firenze, durante un viaggio in Europa, a causa del tifo contratto in Grecia. In questo dramma umano e nella costruzione della celebre Università, gli italiani e i veneziani in particolare giocheranno un ruolo speciale, come raccontato i questo post. A descrivere l’atmosfera eccitata di Santa Cruz invasa da turisti è un quotidiano vivace ma dalla vita effimera, il Santa Cruz Daily Surf. Quella parola “surf” di etimologia incerta (sembra indicasse in origine le coste dell’India) che definisce la cresta dell’onda che diventa schiuma infrangendosi su spiagge o scogli, sta per entrare nell’uso comune con un altro significato. Fra i turisti che affollano la località infatti ci sono tre cadetti  della Saint Mathew’s School, accademia militare di San Mateo (non lontano da dove oggi sorge l’aeroporto di San Francisco).  Sono tre giovani principi delle Hawaii: David Kawananakoa, Edward Keliiahonui e Jonah Kuhio Kalanianole. Secondo la leggenda, sono saliti sulle montagne di Santa Cruz per ritagliarsi con legno di sequoia tre tavole particolarmente lunghe, riservate nella tradizione hawaiana all’aristocrazia. I tre rimasti orfani erano stati adottati dallo zio,  il re hawaiano David Kalakaua e sua moglie la regina consorte Esther Julia Kapi’olani e affidati alla tutela di una cugina che viveva in California, dove loro studiavano.    Secondo le cronache, le esibizioni dei tre giovani sulle loro lunghe tavole destarono un’enorme impressione sulla folla di turisti che non avevano mai visto nulla del genere. E per anni si parlerà di quello spettacolo, che ha gettato il seme di un nuova disciplina, destinata a caricarsi di significati simbolici, nella sfida giocosa e coraggiosa a una forza terribile, quella dell’oceano.  Ai tre giovani hawaiani, ricordati da una targa bronzea, nel 130° anniversario di quella esibizione, Santa Cruz ha dedicato dal mese scorso una mostra. I tre erano destinati a lasciare un segno pure nella storia delle Hawaii. Mentre Edward tornato alle isole malato di scarlattina morì nel 1887, David erede al trono non diventò mai re. Nel 1893 un colpo di stato propiziato dagli Stati Uniti mise fine alla monarchia instaurando una repubblica filoamericana. Due anni dopo, Jonah finì in carcere, per aver partecipato a un tentativo d’insurrezione per ripristinare la monarchia. Impossibile opporsi alla potenza americana: Jonah trovò un suo modo per “cavalcare” l’onda in politica, diventando esponente del partito repubblicano e delegato rappresentante delle Hawaii al Congresso USA. Ma era ancora in carcere, oltreoceano, quando un giornale di Santa Cruz aveva rilevato come quella prima esibizione del 1885 di cui era stato protagonista avesse tenuto a battesimo un nuovo sport, scrivendo: “I ragazzi che vanno a nuotare a Seabright Beach usano tavole da surf per cavalcare le onde, proprio come gli hawaiani”.

Cristina Dalle Ore un’Italiana di Frontiera nel team NASA della sonda che ha raggiunto Plutone

“Caro Roberto: è sempre un super piacere sentirti! Complimenti per il libro di cui sono orgogliosa di esser parte”. Da alcune ore Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana, è rimbalzata  su schermi e siti di tutto il mondo, nelle immagini della squadra che alla NASA ha festeggiato il successo della missione della sonda che ha raggiunto Plutone (nella foto in alto è la prima a sinistra). Fra i protagonisti di Italiani di Frontiera, che le ha dedicato anche un paragrafo nel libro uscito qualche mese fa, Cristina ha una storia bellissima, di tenacia, determinazione. Ma prima l’attualità. Cristina trova il tempo di rispondere rapidamente dalla California via mail a una serie di domande sul suo lavoro. Le sue parole, sul valore e il significato di questa missione sono da incorniciare. – Perchè è così importante questa missione? “Perchè spinge i confini della nostra specie ai bordi del sistema solare. Perchè sarà di ispirazione per le nuove generazioni a continuare a espandere l’orizzonte della nostra conoscenza verso nuove mete sempre più lontane. Perché unisce l’umanità nell’entusiasmo della scoperta e in questo rivela la parte migliore del genere umano. E più praticamente perché spinge i limiti della tecnologia motivando nuovi studi”. – Quando avete iniziato questo lavoro mirando a Plutone?  La missione e’ stata approvata nel Novembre 2001, dopo anni di tentativi. Quale è stato il tuo ruolo? “Il mio coinvolgimento vero e proprio  è incominciato recentemente con l’arrivo dei primi dati spettroscopici e sta velocemente prendendo importanza,  mano a mano che i dati ci arrivano con risoluzione spaziale sempre più alta. Sono una collaboratrice del gruppo che studia la composizione delle superfici di Plutone e delle sue lune. Il mio ruolo è analogo a quello di ‘detective-archeologa’, attraverso lo studio delle immagini ‘hyperspectral’. Queste sono immagini in cui ogni pixel ha uno spettro, cioè la rappresentazione della luce riflessa a 256 lunghezze d’onda diverse dall’area di Plutone coperta dal pixel. Immagina un arcobaleno con 256 colori invece dei soliti 6. L’intensità dei colori è come l’impronta digitale della superficie e da quella riusciamo a risalire alla composizione e indirettamente alla storia della superficie stessa. Sono parte di un piccolo gruppo di scienziati (tre) e ognuno di noi applica tecniche analitiche diverse che poi confrontiamo per assicurarci che i risultati siano accurati”. – Quali sono le metodologie più avanzate utilizzate nel tuo lavoro?  “Il mio approccio analitico utilizza tecniche di classificazione che vengono comunemente usate per l’analisi di ‘big data’ e che permettono di fare un’analisi oggettiva dei dati. Il risultato della classificazione viene poi interpretato con l’aiuto dei dati geografici e confrontato con I risultati indipendenti dei miei due colleghi di cui ti parlavo nel mio messaggio precedente”. – Il momento più difficile? “Fino ad ora è stato lunedì scorso, quando i primi dati interessanti sono arrivati e non riuscivo a stare nella pelle dalla voglia  di analizzarli e capire il loro significato. Allo stesso tempo è stata una delle giornate più’ eccitanti della mia carriera. :-)”. -Cosa vi aspettate in futuro?  “Prossimamente (nei prossimi mesi)i: dati a maggiore risoluzione geografica che ci diranno in dettaglio che materiali compongono le diverse parti di Plutone e di Caronte. A lungo termine: nuove missioni verso altre parti del sistema solare e magari anche al di fuori, a seconda di quanto lontano nel futuro ci vogliamo riferire”. Qui sotto un estratto dal paragrafo a lei dedicato, nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). “Mai rinunciare a inseguire le proprie passioni, usare Internet come porta d’accesso e, per le ragazze, prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini. Come ha fatto lei, quando arrivò in America parlando un inglese che sembrava quello degli indiani nei film (solo verbi all’infinito) e su una tastiera aveva digitato soltanto due parole: «Hallo world». Astronoma trevigiana, laurea all’Università di Padova, Cristina Morea Dalle Ore è oggi ricercatrice al Carl Sagan Center oltre che al SETI Institute e all’Ames Research Center della NASA, dove è arrivata passando per University of California e Harvard… Oggi Cristina è specializzata nello studio dei bordi del sistema solare, un filone di ricerca che consente di capire la composizione chimica del sistema e la sua storia”. La foto in posa scherzosa, assieme alla figlia Lucia, che Cristina ha pubblicato sui social per celebrare l’evento, per me ha un significato particolare. specie in un Paese come l’Italia, che troppo spesso ammira l’arroganza costruita sul nulla. Qui una grande scienziata, un’ eccellenza mondiale, con uno scatto dimostra come la competenza  si  combini a una dose di ironia, con la leggerezza  dell’intelligenza.

Ken Jacuzzi scopre di essere fra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E dice grazie in una mail

“Caro signor Bonzio, grazie per il suo gentile invito a intervenire a un evento a Venezia questo giugno. Purtroppo io e mia moglie Daniela  abbiamo altri impegni sino alla fine dell’anno. Le auguro molta buona fortuna nel proseguire i suoi sforzi nel far conscere i risultati raggiunti dagli Italiani negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Stia bene e in salute. Cordialmente,  Ken“. Ken sta per Kenneth Jacuzzi. Vive in Arizona, non ci siamo mai incontrati  e l’avevo contattato nella speranza di poterlo avere ospite ad un evento a Venezia. La sua è una delle storie più toccanti, raccontate in decine di eventi e poi inserita nel mio libro.  Ken non è solo erede di una dinastia che ha fatto grande fortuna negli USA, sette fratelli emigrati a inizio del Novecento da Casarsa della Delizia (Pordenone) in California. E’ anche la persona che a causa di una grave malattia che lo affligge da quando era ragazzino, ha ispirato al padre l’idea del prodotto di cui il nome della famiglia è diventato sinonimo. E il suo grazie, il suo incoraggiamento sono un motivo d’orgoglio per IdF. Sono sicuro che prima o poi ci incroceremo… Good luck Ken e Daniela!      

IdF ospite assieme a Federico Faggin a RepubblicaTv, InnovationGame: i video di una giornata memorabile

Una giornata indimenticabile, a Roma in una scenografia unica come quella del Tempio di Adriano… a fianco di una figura leggendaria come Federico Faggin, non solo il numero uno degli italiani di Silicon Valley ma pure il protagonista per eccellenza del mio progetto, che nessuno come lui ha ispirato. La serata del 13 maggio a “The Innovation Game”, Repubblica TV, che grazie a Riccardo Luna mi ha visto ospite accanto a Faggin, è stato un susseguirsi di emozioni. E alla fine, Federico e la moglie Elvia mi hanno pure detto grazie! Ovviamente siamo noi tutti a dover ringraziare loro, per lo straordinario contributo dato al progresso ed alla crescita sociale e civile, visto che il microchip di cui Federico è uno dei padri ha cambiato la nostra vita… come ha fatto la tecnologia touch, di cui è stato uno dei pionieri. Forse quel grazie che mi ha commosso me l’hanno regalato scoprendo per la prima volta, in trasmissione, come l’incontro con loro nel 2008 sia stato davvero la base sui cui h costruito Italiani di Frontiera, un progetto che è diventato il mio lavoro. Perchè se tutti gli italiani incontrato nella Bay Area mi hanno offerto spunti per capire oltre a Silicon Valley pure l’Italia, nessuno come Federico, con una lunga straordinaria riflessione sui meccanismi culturali ai quali siamo assuefatti, mi ha aiutato a oriente IdF: un viaggio alla scoperta dell’innovazione che aiuta a capire pure cosa ostacola l’innovazione a casa nostra. E dunque sono io a dire grazie Federico, grazie Elvia.   Qui sotto il video integrale della puntata. – A 15’30” l’intervista che Riccardo mi ha fatto – A 32’00” l’intervista di Riccardo a Federico Faggin – A 60’20” mia riflessione con Faggin sul ponte di andata e ritorno con Silicon Valley, e i nostri Tour a Silicon Valley. In due spezzoni, sempre dall’intervista con Ricardo: Chi sono gli Italiani di Frontiera La mia formula dell’innovazione: ispirare i ragazzi E all fine ovviamente, consegna di una copia del mio libro a Federico, Elvia e Riccardo… con grande riconoscenza.