L’uscita del libro “Italiani di frontiera” annunciata in California dal console generale a San Francisco Mauro Battocchi

Un piacere e un onore, che un grande amico come Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco, abbia voluto annunciare con parole generose l’uscita del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA) nel suo bel blog San Francisco, Italy, molto seguito soprattutto dalla comunità italiana in California. Grazie mille Mauro! Ecco la traduzione del suo post in inglese. “Per chi è interessato all’interazione fra Italia e Silicon Valley, assicuratevi di procurarvi una copia del libro in uscita di ”Italiani di frontiera. Dal West al Web. Un’avventura in Silicon Valley”, di Roberto Bonzio. Il libro traccia il viaggio di italiani nel West — e in profondità pure a Silicon Valley — e di ritorno nel  bel paese. Il libro uscirà a metà  aprile, pubblicato da EGEA (Bocconi) con la prefazione di Gian Antonio Stella,  considerato dall’autore il miglior  giornalista italiano. La prefazione uscirà ache come articolo sul Corriere della Sera. Quali lezioni insegnano Silicon Valley e il West americano alle menti imprenditoriali del mondo? E quali lezioni possono essere riportate in posti oltreoceano — come l’Italia — ed applicate marciando verso il progresso? In questo libro, il lettore segue un viaggio nel West e di ritorno in Italia, nel corso del quale sono scoperte ed esaminate migliaia di storie. Queste lezioni offrono una traccia per comprendere meglio lo straordinario potenziale del modo di pensare della California per l’Italia, e allo steso tempo individuano una serie di barriere culturali che in Italia devono essere abbattute”.

Lavorare nell’azienda che cresce più rapidamente al mondo: Vittorio Viarengo racconta la sua avventura a MobileIron

Quella in cui lavora oggi è l’azienda hi tech americana che secondo Deloitte è cresciuta più rapidamente negli ultimi cinque anni, in pratica la più veloce in tutto il mondo. Tra i  protagonisti di Italiani di Frontiera, Vittorio Viarengo, ingegnere genovese oggi a MobileIron,  è pure uno degli ospiti fissi dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (che riparte a fine aprile con la prima edizione 2015), evangelist impareggiabile per verve ed eccentricità nello svelare i segreti della Bay Area. In questa intervista esclusiva, Vittorio svela invece i segreti dell’azienda in cui lavora, spiegando come è riuscita a registrare una crescita senza confronti, anche nella culla mondiale dell’innovazione. – Quali sono in sintesi le cifre del boom e del record di MobileIron? “E’ l’azienda cresciuta più rapidamente al mondo fra 2009 e 2013. Da 0 a 100 milioni di fatturato in 4 anni (Microsoft ci ha messo 9 anni ad arrivare a 50). Da 0 a 7500 clienti in meno di 5 anni. Una delle migliori piccole e medie aziende per cui lavorare. Siamo andati in Borsa lo scorso giugno, stiamo ancora crescendo del 50% anno su anno: per noi il problema più grosso è trovare personale da assumere…”. – Cosa fa MobileIron? E quale tendenza ha intercettato, per avere un tale successo? “I dispositivi mobili stanno cambiando radicalmente il mondo sia nella nostra vita privata che in azienda. È la più grossa trasformazione tecnologica dall’avvento del web. La piattaforma MobileIron mette in sicurezza i dati aziendali su qualsiasi smartphone e tablet moderno. In un mondo dove ormai ci sono più di 500 milioni di dispositivi mobile inutilizzati in azienda, MobileIron permette ai dipendenti di essere produttivi sul lavoro utilizzando lo smartphone o tablet che preferiscono e allo stesso tempo fornisce al team IT gli strumenti necessari per proteggere dati e applicazioni aziendali. Il modello di sicurezza mobile introdotto da MobileIron fin dal 2009 (mobile device management o MDM) sarà adottato anche da Microsoft Windows 10 e Gartner prevede che nel 2020 questo sarà il modello di sicurezza e gestione dominante nelle aziende di tutto il mondo”. – Quali le caratteristiche che più distinguono l’azienda dalle altre di Silicon Valley? “Direi che invece abbiamo molte caratteristiche in comune con le migliori aziende qui intorno: siamo fanatici nel cercare le persone migliori e creare un ambiente dove possano dare il meglio di loro stessi, abbiamo creato un prodotto “disruptive” (dirompente) che sta cambiando il modo in cui i dipendenti lavorano in azienda, utilizzando il loro smartphone o tablet preferito, lavoriamo con intensità e senso di grande urgenza. E tutti i giovedì con un pranzo gratis c’è un Company meeting, per parlare di cosa va bene e di cosa va male (intellectual honesty0 TUTTI i giovedi’ (con free lunch). – Ma dietro ai numeri ci sta di sicuro un modo di pensare… ci sono alcune parole chiave? “I nostri valori aziendali che pratichiamo a partire dall’executive team. Usiamo questi valori per valutare le persone che assumiamo, promuoviamo e licenziamo: Customer First (Prima il cliente) Intellectual Honesty (Onestà Intellettuale) Tenacity (Tenacia) Teamwork with Low Ego (Spirito di squadra con basso egocentrismo) Learning (Imparare) Practicality (Praticità)”. – C’è qualcosa di “Italian Style” che caratterizza il tuo ruolo professionale in azienda? “Certamente. Anche se ormai sono molto americanizzato, porto comunque con me tradizioni e cultura che permeano la mia vita lavorativa. Per esempio, in un mondo dove si lavora molto e a ritmi vorticosi, mi assicuro che  membri del mio team abbiano occasione di ricaricare le pile nel fine settimana ed in vacanza. Cucino spesso per il mio team e cerco di forzarli a fare la pausa pranzo e mangiare in compagnia e non di fronte al loro computer. E poi non può mancare la macchina per l’espresso. Qui sto ancora cercando di educare I colleghi e colleghe a vedere la pausa caffè come un’occasione di socializzazione, ma con scarso successo. Loro preferiscono portarsi il caffe’ alla scrivania e berlo mentre lavorano…”. – Cosa di questa esperienza ti sentiresti di indicare come modello, per le aziende italiane? “Faccio sempre fatica a dare consigli ad aziende al di fuori della Silicon Valley perchè non ho esperienza diretta nel lavorare altrove (manco dall’Italia da 17 anni). Però penso che creassi una ditta altrove applicherei comunque alcune formule di cui parlo del mio seminario sull’innovazione che tu conosci bene: assumi gente brava e togliti dai piedi, dai spazio specialmente ai giovani, non punire chi sbaglia perché prende dei rischi e prova soluzione nuove, abbandona ogni speranza a vantaggio di piano concreti”. – E cosa invece ritieni dovrebbe essere di ispirazione per il nostro Paese, quali suggerimenti ad esempio per il capo del governo italiano, al quale hai dedicato di recente un video? “Tutto quello che volevo dire a Renzi, l’ho registrato nel video messaggio… Se fallisce nello snellire la burocrazia in Italia, sarà difficile attrarre investimenti privati e far ripartire l’occupazione. Lui lo sa. Tutti lo sanno. Devono solo mettere da parte ideologie anacronistiche e ‘get stuff done’. E se l’Italia non investe nei giovani, non c’e’ futuro. Punto”. – Di cosa dovremmo finalmente liberarci? “E’ difficilissimo cambiare la cultura di una azienda privata, figuriamoci di un Paese con una storia di 3000 anni. Se proprio devo scegliere due cose direi: 1 – L’abitudine di piangersi addosso e sperare nel fallimento altrui 2 –Il puntare su passione, inventiva e talento, quando invece occorre focalizzarsi molto di più sulla pianificazione e l’esecuzione. C’e’ una nuova scuola di pensiero che sostiene che il talento non esista  e che non si debba seguire le proprie passioni bensì diventare bravissimi nel proprio campo, che di conseguenza diventerà una passione. Io ci credo molto in base alla mia esperienza personale e ne ho fatto la filosofia di vita: il fare invece dello sperare”. – Quale dote nascosta e magari mortificata vedi, nell’Italia in crisi, che potrebbe trasformarsi in carta vincente? “Ogni secondo che perdiamo a lamentarci di quello che non funziona, è un secondo perso nel lavorare ad una soluzione”.   Qui la videointervista in cui Vittorio racconta a Italiani

Massimo Banzi torna in Brianza dopo l’evento 2013 con IdF nel “suo” ITI Fermi a Desio

Essere nato a Monza gli ha lasciato un imprinting, nel contatto con tanti piccoli imprenditori e artigiani che gli ha insegnato a considerare l’imprenditoria una possibile carriera. Aver visto  come funzionano  fabbriche e aziende locali è stato spunto prezioso, per capire poi, anche con alcuni progetti  Arduino che c’erano dei mercati per quei progetti. Ma altrettanto importante è stato andare poi via, all’estero, il modo migliore per mettere a frutto in altri contesti l’esperienza del luogo da cui si proviene… Cofondatore di Arduino, Massimo Banzi, star internazionale dell’hi tech è tornato nella sua Monza,  spiegando in questa bella videointervista di Roldano Radaelli per Corriere.it (Dalla Casa Bianca alla Villa Reale di Monza) che dal mondo dei maker, di cui è principale testimonial, vengono spunti preziosi per rilanciare l’economia tradizionale. Perché spesso aziende create dai maker riescono a dare linfa vitale ad aziende consolidate che però hanno bisogno di reinventarsi con vedute nuove. E in Brianza il contesto ideale è ovviamente l’industria del legno, del mobile, della casa che sta passando attraverso grandi innovazioni con Internet delle Cose… Molto in linea con la strategia dei preziosi partner di IdF, l’agenzia di Social & Innovation  Sharazad. Beh forse Italiani di Frontiera ha avuto un piccolo ruolo in questo ritorno alle origini di Massimo Banzi, organizzando “Massimo Banzi all’ITI Fermi Desio“,  il bellissimo evento 2013  che lo ha visto protagonista  nella sua scuola, dove ha risvegliato un autentico vulcano di idee e progetti di studenti ma anche di professori, collegati a Arduino e arrivati poi sulla passerella del Maker Faire a Roma.  A questo serve IdF: innescare e ispirare con storie e percorsi anomali tanti italiani di talento che poi finiscono col percorrere strade nuove…

Da IdF dieci parole chiave e dieci video d’ispirazione, per iniziare al meglio il 2015

Dieci parole chiave per iniziare al meglio il 2015. Con altrettanti video d’ispirazione, che dall’arte all’impresa, dalla musica alla filosofia offrono spunti preziosi per l’anno appena iniziato. Le parole che ho scelto sono Narrazione, Impegno Civile, Giustizia Sociale, Scoprire Talenti, Reinventare l’Immaginario, Barriere da Abbattere, Credere nei Visionari, Basta Piangersi Addosso, Non si può fare? Invece sì, Cavalcare l’Onda. 1) Narrazione Chissà che il 2015 sia l’anno buono per iniziare un racconto diverso, del Paese e di noi stessi, per troppo tempo rassegnati a sentire raccontare dei peggiori e non di chi può ispirare e dare esempio, ai giovani che devono costruire il futuro e a tutti noi. IdF mi ha fatto capire che il raccontare, strumento cruciale del mio lavoro, è proprio  il punto debole di tante aziende d’eccellenza italiane. Che adagiandosi forse sulla potenza del marchio “made in Italy” hanno trascurato a lungo questo aspetto cruciale: sviluppare una narrazione d’impatto globale su chi si è e cosa si fa. Col risultato di perder colpi, di fronte a chi oggi è magari meno bravo nel fare, ma si sa raccontare meglio, stando magari dall’altra parte del mondo. Primo video dunque, una bella eccezione. Col racconto di un’azienda oggi hi tech e internazionale, ma fondata in Cadore nel Settecento: KeyLine. Una piccola storia lanciata a inizio 2014 per celebrare Prospero Bianchi, che un secolo fa trasformandosi da fabbro in imprenditore aveva saputo dare una svolta a quell’azienda, che nel video di fatto non compare. E il suo prodotto, le chiavi, nel racconto diventano oggetti evocativi, assumono valore di metafora, come custodi di tesori di un viaggio che non finisce… Bellissimo. Prospero’s Year Begins 2) Impegno Civile Il 2 dicembre 2014 ricorreva il cinquantenario e Italiani di Frontiera l’ha ricordato… In quel giorno, nel 1964 all’Università di Berkeley, Mario Savio,  genitori italiani, studente di grande carisma che non aveva ancora 22 anni, fece un discorso entrato nella storia, di grande passione civile, che infiammò la protesta studentesca rilanciando il Freedom Speech Movement, movimento per i diritti civili e la libertà di parola. In qualche modo un prologo al ’68. “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”. Da ascoltare e fare ascoltare, per ricordare come le parole ispirate possano smuovere le coscienze e ispirare cambiamenti importanti. Mario Savio on the operation of the machine. 3) Giustizia Sociale  Fra mille immagini di protesta e denuncia da tutto il mondo, ho scelto un piccolissimo fatto che ha però avuto un forte impatto, grazie all’effetto virale del video che l’ha immortalato. Occasione per riflettere anche sull’incredibile potenziale rappresentato dai social media. Un episodio che è diventato simbolico, del forte malessere che sta vivendo la “seconda patria” di Italiani di Frontiera: la Bay Area. Perché l’impatto che un nutrito gruppo di giovani facoltosi professionisti che lavorano per le aziende di Silicon Valley sta avendo su San Francisco è pesante. Sono ragazzi dagli stipendi vertiginosi che possono pagare affitti esorbitanti senza batter ciglio… con il risultato di aver fatto schizzare alle stelle i valori immobiliari della città, costringendo molti residenti, pure della classe media, (compresi molti amici di IdF) a trasferirsi.  Una ricchezza di pochi che dunque non beneficia ma anzi pesa sulla sorte di molti altri. Per questo il video è diventato simbolico. Un campo di calcetto nel quartiere di Mission, per tradizione a prevalenza latinoamericana, dove si gioca secondo la vecchia regola che si fa a turno turno e chi vince resta in campo. Ma arriva un gruppo di giovani aitanti con tanto di ricevuta: le regole sono cambiate, loro hanno pagato e dunque hanno diritto a occupare il campo. Quasi tutti alti e biondi i nuovi venuti, quasi tutti scuri e bassi quelli invitati a uscire, mai visti latinoamericani che chiedono di esibire i documenti a bianchi anglosassoni… Una discussione vivace ma composta, ripresa in un video che in pochi giorni conta oltre mezzo milione di views, scatenando proteste in municipio… e di lì a poco, il nuovo regolamento che permetteva di affittare il campo viene cancellato… Mission Playground is Not For Sale. 4)Scoprire i Talenti Promo di un documentario su una storia straordinaria, quasi incredibile (in questo momento disponibile nei canali Sky). Un giovane giornalista, John Maloof, che cercava immagini d’epoca di Chicago, acquista una scatola di negativi e rullini non sviluppati ad un’asta da un rigattiere. Le foto si rivelano strepitose e lui inizia a cercare ed acquistare tutti gli altri negativi di questa fotografa misteriosa. Si chiamava Vivian Maier, è morta nel 2009 (due anni dopo che lui aveva comprato quella scatola) era una bambinaia stramba, eccentrica e scorbutica. Non aveva mai diffuso le stampe dei suoi scatti, viveva semisegregata fra montagne di libri, ritagli… e oltre centomila negativi, almeno settecento pellicole di film non sviluppati. Le sue foto sono una straordinaria galleria di immagini di vita quotidiana, ritratti di un’umanità anonima, in città come Chicago, New York, Los Angeles. Ora che un’attenta campagna promozionale ha creato il caso d’impatto internazionale (Finding Vivian Maier), con documentario e mostre in diverse città in mezzo mondo, c’è chi ha detto che quella bambinaia sconosciuta ha costretto a riscrivere la storia della fotografia di strada del Novecento… Finding Vivian Maier promo 5) Reinventare l’Immaginario IdF insiste sull’Idea che gli ostacoli al rinnovamento sono spesso culturali, si nascondono in cattive abitudini e modi di pensare consolidati, che vanno combattuti con una Rivoluzione Culturale. Questo vale per l’Italia ma non solo. Nella cultura occidentale, forse nessun altro gruppo è stato definito in base a stereotipi e luoghi comuni dei nativi americani. Hollywood ha via via disegnato nell’immaginario collettivo del Novecento figure stereotipate, dopo che nei secoli precedenti i nativi americani erano stati per

Creatività e Innovazione senza frontiere: mille idee per riflettere nei libri di sei amici di IdF

  Sei libri usciti negli ultimi mesi e una raffica di spunti e idee nuove. Con un filo conduttore: creatività e innovazione, nella sfida alle frontiere, quelle delle consuetudini e quelle geografiche.  Oltre al fatto di avere per autori preziosi amici di Italiani di Frontiera… In “La maestra di Kabul” Selene Biffi racconta assieme a Carlo Annese la sua fantastica avventura di imprenditrice del sociale iniziata all’età di 22 anni (già consulente Onu  membro della Task Force per le Startup Innovative del Ministero dello Sviluppo Economico, dal 2009 Young Global Leader al World Economic Forum), in particolare la scommessa di riuscire a cambiare il mondo… partendo da una scuola per cantastorie nella capitale dell’Afganistan. E date un’occhiata ad uno dei sui progetti, Plain Ink… E sull’educazione scommettere pure Cristiano Ghibaudo, formatore e ispiratore, che con Il libro del Talento si ripropone di approfondire i contenuti del suo primo volume di successo, Le rane che si credevano pesci, usare metafore e favole per insegnare a saper riconoscere e valorizzare le proprie doti, senza paura di esplorare, sbagliare e mettersi in gioco. Nel lavoro e nella vita. Mettersi in gioco per innovare è pure il tema di Viaggio nella nuova imprenditoria Startup e innovazione in Italia di Jessica Malfatto. Ventisei imprenditori, ventisei idee di business, ventisei imprese. Dal sociale al coworking, dal gaming al crowdfunding, dalla pubblicità al mondo del lavoro: “aziende differenti, che partono da esigenze o da intuizioni diverse, che nascono da chi ha una forte esperienza professionale o da chi è giovanissimo e sente crescere la voglia di creare un’impresa, perché non c’è tempo da perdere”. Chi è esperta malgrado la giovane età di imprese innovative è pure Alice Avallone, che assieme a Leonardo Staglianò ha pubblicato New York Low Cost, guida anticrisi alla città più cool del mondo, facendo tesoro dell’esperienza di Nuok, il suo bellissimo magazine online che partendo proprio come blog da New York, presenta oggi una vetrina aggiornata e quasi sterminata delle principali città del mondo attraverso gli occhi e la curiosità di giovani italiani che vi ci sono trasferiti. Con Existential Marketing I consumatori comprano, gli individuo scelgono, il bravo Paolo Iabichino, docente e professionista nel campo della pubblicità, autentico guru della comunicazione dentro e fuori i social media, spiega come la sfida per la comunicazione d’impresa stia nel saper innescare un’empatia con narrazioni che tocchino temi esistenziali e sappiano coinvolgere il pubblico  offrendo qualcosa in cui riconoscere la propria identità, non solo un prodotto da consumare. Per questo trasparenza e autenticità sono ingredienti indispensabili. Infine in Boomerang Perché cent’anni di tecnologia non hanno (ancora) migliorato il mondo, Nicola Palmarini, veterano dell’ICT, lunga carriera in IBM ed esperto di Internet delle Cose, propone una riflessione a tratti amara sulle disillusioni che la rivoluzione tecnologica ha causato. A volte il futuro immaginato somiglia alla fine dell’Utopia, dice Nicola.  Per evitare che le nuove frontiere dell’innovazione, come ad esempio la sharing economy, diventino terreno di conquista di disinvolti squali che inseguono solo modelli aggiornati di neocapitalismo selvaggio, è indispensabile recuperare il risvolto umano del digitale. E utilizzare queste tecnologie per continuare a inseguire il sogno, aggiungerei io…  

La regina Rania di Giordania: “Più forti quando ascoltiamo, più intelligenti quando condividiamo”

Premiata con il primo YouTube Visionary Award,  Rania Al Abdullah regina di Giordania dà prova di straordinaria abilità, facendo ironicamente il verso alle Top Ten della star della tv USA David Letterman, per spiegare le motivazioni che l’hanno indotta a lanciare il suo canale di YouTube che fa conoscere il mondo arabo al resto del mondo… e il resto del mondo a mondo arabo.  Solo alla fine si fa seria, con parole da “… La ragione per cui ho lanciato il mio canale di YouTube è che sospetto, intolleranza e sfiducia ci stanno separando… perché siamo più forti quando ascoltiamo, più intelligenti quando condividiamo… Non pretendo che un video possa cambiare il mondo ma forse può cambiare il modo di pensare di qualcuno. E’ da lì che inizia il vero progresso”. Da vedere.

La conferenza TED più vista: compie 10 anni il capolavoro di Ken Robinson “La scuola uccide la creatività?”

Registrata nel febbraio 2006 e vista da oltre 37 milioni di persone, la conferenza di Ken Robinson,  La Scuola uccide la Creatività?, la più vista fra le centinaia di bellissime conferenze TED, è un caposaldo per il progetto Italiani di Frontiera, nella modalità di presentazione e nei contenuti, un capolavoro di narrazione brillante sul tema della valorizzazione del talento dei bambini, insistendo sul fatto che accettare senza paura il rischio di commettere errori sia alla base dell’innovazione e dune indispensabile per immaginare il futuro. Nel video qui sotto (si possono impostare i sottotitoli in italiano) la conferenza, effettuata nel 2006, la più vista in assoluto nella lunga lista di bellissime conferenze TED. Semplicemente imperdibile. Ken Robinson ha poi proseguito sulla stessa line sin altre due belle conferenze TED, Provocate la rivoluzione nell’apprendimento! (febbraio 2010, oltre sei milioni di views) e Come fuggire dalla Valle della Morte dell’Educazione (aprile 2013, oltre cinque milioni si views).      

Mario Savio: il 2 dicembre 1964 a Berkeley il suo discorso storico che diede il via alla protesta studentesca. Preannunciando il ’68…

  “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”.  Come Demostene, l’oratore greco, da bambino aveva sofferto di un grave difetto della parola. Questo non gli impedì di pronunciare a nemmeno 22 anni un discorso entrato nella storia,  incendiando la protesta degli studenti della Berkeley University. Il 2 dicembre 1964, sui gradini di Sproul Plaza, le sue parole lanciarono il Free Speech Movement. E qualcuno ha scritto che fu lui a “inventare” il ’68… Era nato a New York ma i suoi genitori erano italiani e il padre siciliano era emigrato nel 1928 dalla provincia di Caltanissetta. Si chiamava Mario Savio. Ed è stato uno dei protagonisti di quella controcultura californiana che è alle radici della rivoluzione hi tech  che ha ispirato New Economy e Silicon Valley.         Erano trascorsi due mesi da quando, il primo ottobre 1964, Mario Savio aveva compiuto un altro gesto straordinario, dopo che la polizia aveva fermato un suo compagno, Jack Weinberg, che stava facendo propaganda per il CORE, Comitato per l’Uguaglianza Razziale. All’alba della stagione delle proteste studentesche, lo scontro con le autorità accademiche riguarda proprio il diritto di svolgere attività politica all’interno del campus.  Quando Jack sta per essere portato via nell’auto della polizia, Mario Savio sale sul tetto dell’auto, dopo essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica, comincia a usare l’auto come podio per arringare la folla. Qualcuno grida “Sedetevi!” e una folla di studenti, arriveranno ad essere tremila, si raduna attorno all’auto, adottando la tecnica di protesta nonviolenta del sit-in, tipica del movimento contro le discriminazioni razziali. Gli agenti nell’auto restano bloccati, la situazione di stallo durata ben 32 ore, sino a quando le accuse contro Weinberg vengono ritirate e lui viene rilasciato. Mario Savio nasce l’8 dicembre 1942 a New York. Il padre Joseph emigrato dalla Sicilia sta combattendo nella seconda guerra mondiale, nei primi anni viene accudito dalla mamma Dora e dal nonno materno, Armando, originario del Nord Italia e ammiratore di Mussolini. Alla fine della guerra, le tensioni fra il padre tornato dal fronte, antifascista sostenitore di Roosvelt e il suocero fascista diventano palpabili. Mario è considerato dagli insegnanti un “bambino nervoso”, che ha problemi nell’esprimersi: su alcune parole e sillabe si blocca, così utilizza giri di parole per evitare quegli ostacoli, con una tensione ed uno sforzo che impegnano tutto il suo corpo, in spasmi che a volte lo costringono a rinunciare. Sin da ragazzo ha una forte passione religiosa e viene conquistato dagli ideali di egualitarismo del socialismo. E’ affascinato da Karl Marx ma non capisce perché venga considerato l’Anticristo. Decide di parlarne col padre, che gli racconta allora un aneddoto. In Sicilia, un militante comunista aveva tentato di convertire suo bisnonno Beppino, che si era detto interessato all’idea di cedere metà delle sue proprietà al partito. Ma aveva chiesto al militante: cosa sarebbe successo se il partito in un anno avesse dilapidato quella ricchezza? Il militante aveva risposto che allora si sarebbe dovuta ridividere di nuovo la sua proprietà e… “Vattini via, prima che ti degno ‘na bastonata!” , era stata  la reazione del bisnonno, roteando il suo bastone. Anni dopo, a un giornalista che gli chiedeva da dove suo figlio  avesse preso quelle idee così radicali, il padre aveva risposto che le aveva trovate in un libro letto in casa… ed aveva mostrato una copia della Bibbia. GLI STUDI E L’IMPEGNO CIVILE Mario inizia a frequentare un college cattolico a New York, prendendo via via le distanze dagli insegnamenti della Chiesa ma sempre più appassionato a questioni di natura sociale. Un periodo trascorso in Messico come volontario in un’associazione umanitaria gli fa scoprire il dramma del Terzo Mondo. E quando i suoi si trasferiscono in California, lui decide di seguirli e sceglie l’Università di Berkeley, dove arriva nel 1963, consapevole che i fermenti che già agitano l’ateneo sono in linea con la sua vocazione all’impegno politico. In quell’anno viene assassinato John Kennedy, l’impegno degli USA nel Vietnam comincia a diventare consistente. Ma è soprattutto l’anno della grande mobilitazione per i diritti civili dei neri americani, culminata con la marcia a Washington ed il celeberrimo discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial: “I have a Dream“. Le autorità scolastiche si illudono di poter tenere questa enorme carica di passione civile all’esterno degli atenei, grazie a severe norme in linea con le ossessioni della Guerra Fredda ma adottate negli anni Trenta: “West Coast Red Scare” viene chiamata la grande paura che lo sciopero generale di San Francisco potesse diffondere sentimenti comunisti. A Berkeley il presidente dell’ateneo Clark Kerr non è un conservatore ma il tentativo di impedire agli studenti di svolgere le attività di impegno politico e civile nell’unico spazio all’aperto è l’innesco di una rivolta. Davanti a seimila persone che manifestano, quel due dicembre 1964 (tra loro pure Joan Baez, che guida i canti intonati in gruppo), Savio sviluppa magistralmente una metafora che per paradosso gli era stata suggerita dal suo antagonista. Kerr infatti non aveva voluto prender le distanze pubblicamente da un divieto (preso dal Consiglio dei Reggenti) che forse non condivideva. E aveva detto: “Ve l’immaginate il manager di un’azienda che prende pubblicamente posizione contro il suo Consiglio dei Direttori?”. E quello era stato lo spunto che Savio aveva colto. “Bene vi chiedo di considerare, se questa è un’azienda e il Consiglio dei Reggenti è un Consiglio di Direttori e il president Kerr di fatto un  manager, allora vi dico una cosa: la facoltà è un mucchio di dipendenti e noi siamo materia prima! Ma siamo un mucchio di materie prime che non hanno intenzione di esserlo,  di essere in alcun modo manipolate. Non hanno intenzione di esser trasformate in

“Ci dai una mano a San Francisco?” Come NON ci si comporta. Girando a Silicon Valley e non solo

“Ciao Roberto, andiamo in missione negli USA ma nei due giorni a San Francisco una parte del programma è in forse. Ci dai una mano?”. Lo ammetto, fare le cose di slancio, in modo informale e disinteressatamente è stata una delle chiavi del successo di Italiani di Frontiera nei mesi passati in California, dove questo stile è premiato. Ad agire così invece in Italia,  dove l’opportunismo è diffuso ed è ancora di moda tirarsela… si finisce con l’essere sottovalutati.  Ma si trattava pur sempre di una società di alto profilo, che tiene molto all’etica, titolare un amico…  che mi ha sempre fatto chiamare da un’assistente… E dunque, io mi sbatto, creo contatti, impegno amici e m’ingegno, senza nulla pretendere. Serve una sala attrezzata per una riunione, perché a San Francisco gli hotel chiedono troppo? Una telefonata e un caro amico imprenditore, che ci ha appena ospitati con l’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, mette a disposizione quella della sua società, aspettandosi al massimo un grazie con un paio di bottiglie. C’è un possibile buco di mezza giornata? Studio un miniprogramma di tour turistico culturale, scrivo percorso, tappe e spunti a notte fonda, poi mobilito una giovane professionista in gamba, fermatasi a San Francisco dopo il nostro Tour, pronta ad accompagnare per qualche ora il gruppo, che sperò avrà il buon senso di compensarla… Che fortuna, quella sera in città c’è pure un evento del Consolato italiano, ottima occasione di networking, per conoscere pure il bravo console… Ora, lo slancio per fortuna l’ho contenuto, perché ero a un passo dal rompere le scatole pure ad un paio di altri amici startupper, per chieder loro dieci minuti… ma per chi? Per un gruppo che è partito senza sapere fino all’ultimo cosa avrebbe fatto a San Francisco, poi ha declinato l’offerta della sala, poi ha cambiato in continuazione programma, tenendoci in ballo sino all’ultimo, preferendo una cena all’evento del Consolato… e sparendo alla fine, dopo aver evidentemente  tappato i buchi per proprio conto. Tutto lecito, intendiamoci. Meno comprensibile che sia avvenuto senza un grazie e scusa per il disturbo, cosa che sarebbe stata gradita. L’episodio però è prezioso per una piccola riflessione, che riproporrò anche in qualche mio incontro.  Così “non si fa”, e non solo a Silicon Valley o a San Francisco, dove ad ogni mail si risponde in tempi brevissimi, personaggi di primo piano sono disponibili e accessibili ma proprio per questo, un atteggiamento opportunista del genere… brucia ogni opportunità. Resto dell’idea che l’etica nei rapporti, prima che da leggi e norme di contratti sia regolata da sensibilità, buone maniere e buon senso. E quello di tampinare con insistenza quando si è sotto pressione, per poi sparire quando non si ha più bisogno del tampinato, è un vizio diffuso, in Italia. Si ritorce implacabilmente sulla credibilità e sulla reputazione di chi non sa comportarsi con stile ma in genere pure su quella di chi chiede e impegna amici… a fondo perduto, per contatti patacca con persone che pure di etica pontificano! Ma io sono fortunato: i limiti patologici dei miei slanci invasivi, dedicati pur a chi non li merita, i miei amici li conoscono bene. E sono molto, molto comprensivi… di questo li ringrazio. PS  Piccola integrazione in coda, visto l’interesse suscitato. Mesi fa il collega di un quotidiano finanziario mi chiede aiuto, ha bisogno di contattare un veterano di Silicon Valley, molto difficile da raggiungere. Io gli creo subito link con altro italiano, amico mio e del veterano. Quanto lo rivedo il mese scorso, l’amico mi dice che il collega si è dileguato. Io gli scrivo mail per chiedere lumi, non mi risponde nemmeno. Coongrats! PS 2 Poco dopo la diffusione di questa nota, almeno il collega giornalista ha chiamato scusandosi. Grazie, ho apprezzato. AGGIORNAMENTO: Nuovo episodio nello stesso stile opportunista. Un giovane conduttore di una popolare radio di Milano mi chiama per avere contatto con Cesare Marino, per un evento che stanno preparando sui nativi americani.  Mi dico disponibile e gli faccio notare  che la sua radio (dove portai Cesare per un’intervista nel 2010, di ritorno dall’evento di Rudio a San Francisco) mi chiama ogni tanto per raggiungere esperti miei amici ma non ha mai parlato di Italiani di Frontiera, secondo me per pregiudizio ideologico. Lui dice che probabilmente è così… Cez via mail risponde però che è appena tornato a casa, in Virginia, dal Giappone e non ha voglia di parlare (è piuttosto lupo solitario, come sa chi lo conosce), allora riscrivo al conduttore, gli propongo altri contatti e mi dico disponibile a parlare io raccontando il filo che collega le storie di italiani del West a contatto con nativi americani raccontate grazie a Cesare da Italiani di Frontiera… nessuna risposta, né tantomeno grazie.  Coongrats! Anche a lui ho spiegato che l’opportunismo fa perdere reputazione e dunque opportunità…

Luca Prasso ex DreamWorks svela i segreti della sua Curious Hat

Una startup lanciata da un italiano in California, per creare app che avvicinino i bambini al mondo reale attraverso gli apparecchi mobili, invece di isolarli in un mondo virtuale. E che ora, nel secondo weekend di novembre 2014 ha segnato una pietra miliare, toccando il milione  di download! Curious Hat è stata fondata nel 2012 da Luca Prasso, torinese cresciuto a Verona e oggi veterano della grafica digitale a Silicon Valley. Vecchio amico e uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Luca aveva raccontato a IdF nel 2008 la sua straordinaria esperienza a DreamWorks. In questa intervista del 2013, nella sede di Mind the Bridge, Luca aveva illustrato la sua Curious Hat. Oggi Luca, che è pure un bravo fotografo, sta anche svolgendo una collaborazione a contratto con Google, lavorando ad un progetto avveniristico: la realizzazione di cartoni animati “immersivi”, in cui lo spettatore entra nel mondo stesso dell’animazione, attraverso un apparecchio mobile: può seguire la vicenda del protagonista come se fosse davanti a lui ma spostando lo schermo attorno a sé scopre un intero mondo animato a 360 gradi, di cui ha la sensazione di far parte. Ci siamo rivisti per qualche minuto, durante la visita a Google in ottobre con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, ospiti di Stefano Menti, manager vicentino del colosso della ricerca. Non c’è stato nemmeno il tempo per una chiacchierata con il gruppo ma ci saranno presto altre occasioni… Lo scorso anno nel corso di un incontro informale, Luca aveva incontrato nella sede di San Francisco di Mind the Bridge oltre ad alcune startup impegnate nei corsi, i giovani imprenditori del sud dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour di primavera, rievocando la propria esperienza da DreamWorks a Curiosus Hat. Nel video qui sotto un estratto del suo intervento.