Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Maico Campilongo, ristoratore-ciclista conquistato da IdF… dopo aver conquistato Palo Alto con il ristorante Terun

Ah la potenza di Italiani di Frontiera nello scovare personaggi e storie e creare link preziosi… In novembre alla fine dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour faccio tre presentazioni del mio libro in California: Berkeley, San Francisco e Stanford Palo Alto. Grande emozione vedere oltre 200 tra amici vecchi e nuovi, scoprire l’impatto che IdF ha anche nella Bay Area. L’ultima presentazione organizzata da BAIA è allo Stanford Shopping Center di Palo Alto (grazie Sara Pirami e Maria Luisa Sacchi), nel cortile di  Tootsie’s, rosticceria italiana. Un  grazie speciale a Enzo Carrone: fa un certo effetto esser filmato e fotografato da uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera che è uno dei direttori dello SLAC National Accelerator Laboratory di Stanford University… Ci sono tanti amici. Con i figli e la moglie Nadia, brava fotografa, c’è anche Luca Prasso (già a DreamWorks, oggi startupper con Curious Hat e collaboratore di un progetto innovativo con Google, che ha spiegato con una bellissima conferenza al TEDx Verona…), che incontriamo spesso assieme a imprenditori e manager durante gli IdF SV Tour. C’è un vecchio amico come Paolo Pontoniere, eccentrico giornalista dell’Espresso e decano dei (pochi) giornalisti italiani che vivono a San Francisco, che mi ha dato un prezioso aiuto all’inizio di questa avventura. E a sorpresa, c’è pure il leggendario Roberto Crea, calabrese, fra i padri dell’insulina sintetica! Un’emozione rivederlo, fargli indossare la maglietta di Italiani di Frontiera… e coinvolgerlo in uno scherzo: proiettargli addosso il  video della sua intervista (che so a memoria..) proiettato in oltre cento eventi in tutt’Italia… E lì che conosco per la prima volta un altro Italiano di Frontiera calabrese, Maico Campilongo, ristoratore  di Scalea, letteralmente entusiasta di IdF. Patito di ciclismo, studi di ingegneria ed economia, poi esperienze nel campo della musica, Maico  ha aperto proprio a Palo Alto con il fratello Franco un locale di straordinario successo, che ha Mark Zuckerberg (Facebook) e Tim Cook (Apple) fra i suoi clienti: Terun. Capisco la sua popolarità quando Karen, che nel 2008 ci affittò la sua casa a Palo Alto,  venuta con tutta la famiglia alla presentazione, va a salutarlo e a complimentarsi per quello che è pure il loro locale preferito… Dopo breve tragitto e chiacchierata sulla sua 500 elettrica, con Maico finiamo a cena ovviamente al Terun. Con me anche due nuovi amici di IdF, appena arrivati a San Francisco per un soggiorno di qualche mese: Paolo Giaccio (firma storica della Rai) e la sua compagna Camilla Baresani, celebre scrittrice, che dedica poi un articolo a Maico su Corriere Innovazione. Da allora,  la storia fra ciclismo e cucina di Maico sta rimbalzando in diversi notiziari online (HGNews, Identitàgolose, Paeseitaliapress, Unmondodiitaliani, Emigrazione). E tutto è iniziato quella sera. “Chi lo avrebbe detto che dalla presentazione di Italiani di frontiera sarebbe scaturito tutto questo successo mediatico per Terun, non ho parole, sono felice sì, non sono solo contento ma davvero felice. Mi hai mostrato un mondo che non conoscevo, un mondo nuovo per me , un mondo che mi piace”, mi ha scritto Maico… che ora è appena tornato per qualche giorno in Italia. Forse vale la pena di incontrarlo…

IdF di scena a Roma con due storytelling in inglese e italiano

Italiani d Frontiera sarà protagonista a Roma martedì 9 febbraio in due conferenze multimediali presso LUISS EnLabs via Giolitti 34 (secondo piano Stazione Termini), affiancato dal bravo Orazio Attanasio alla chitarra. – Alle 15 The Power of Storytelling organizzato da Twist Digital nell’ambito del progetto StartupEurope-European Commission (in inglese).   – Alle 17.30 Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley promosso da Angel Partners Group (in italiano). Due occasioni per presentare storie e contenuti proposti anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web:un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella) che si avvia verso la ristampa.

Sindrome del Palio: la metafora creata da Italiani di Frontiera titolo del Rapporto Eurispes 2016!

Due tenniste italiane si contendono un prestigioso trofeo a New York ma in patria si parla solo del premier che va a celebrarle. Si aprono enormi opportunità negli scambi con l’Iran ma tutta l’attenzione finisce su delle statue sciaguratamente coperte. Apple apre un centro per formare centinaia di sviluppatori di app a Napoli ma molti la considerano quasi una patacca, perchè non sono veri posti di lavoro… Ma non è arrivato il momento di ragionare in modo diverso, cominciare a vedere le opportunità, smetterla di litigare e realizzarsi nella sconfitta altrui? Ecco perchè la Sindrome del Palio di Siena, metafora creata da Italiani di Frontiera finita nel titolo del Rapporto Eurispes, è più attuale che mai… “Guarda che il Gr2 ha appena parlato della Sindrome del Palio di Siena”, mi dice al telefono Stefano Schiavo, prezioso amico e partner di Italiani d Frontiera e cofondatore a Verona con Nicola Zago di Sharazad. Breve ricerca online… che emozione, scoprire così che un’idea che ho avuto nel 2009 ha ispirato addirittura il titolo del Rapporto Eurispes 2016 presentato a Roma: La Sindrome del Palio. “Sindrome del Palio di Siena” è una metafora felice che ho creato nell’ambito di Italiani di Frontiera, nei sei mesi trascorsi fra gli italiani di Silicon Valley. Parola chiave cruciale, nei miei storytelling in conferenze e seminari in tutt’Italia e all’estero, ma pure nei viaggi con gruppi di imprenditori e manager alla scoperta della culla mondiale dell’innovazione con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, che aiutano a capite potenzialità e modi di pensare da abbattere in patria, come ho spiegato in un recente articolo su CheFuturo! Quelle decine di storie e interviste hanno cambiato la mia vita, aiutandomi a capire non solo i segreti del talento italiano, la cui parola chiave è “Think out of the Box”, la capacità per la profondità della nostra storia e la nostra cultura di ragionare fuori dagli schemi, avere come dice Renzo Piano qualcosa di particolare che ci consente di affrontare la complessità, intrecciando magari competenze diverse. Soprattutto i veterani di Silicon Valley si erano però concentrati sull’esaminare  il rovescio della medaglia. Com’è possibile che produciamo così tanto talento e lo sperperiamo, costringendo molti a realizzarlo all’estero? Ci sono cattive abitudini da superare per non continuare a mortificare in patria questo patrimonio. Una di queste, il malcostume del realizzarsi nella sconfitta altrui, l’ho sintetizzato con quella formula dopo aver incrociato osservazioni sull’esasperata conflittualità di Federico Faggin, tra i padri del microchip a quelle sull’incapacità di fare squadra di Luca Cavalli Sforza, genetista all’epoca (2008) a Stanford. Da un conflitto si può uscire con un vincente e un perdente, aveva detto Faggin. Ma ci sono anche soluzioni “win-win” in cui ognuno guadagna qualcosa. In Italia invece c’è una conflittualità così esasperata che si arriva a realizzarsi nel fatto che l’altro perda. Come nel Palio, dove molte contrade che non hanno cavallo e fantino competitivi corrono per far perdere la contrada rivale. Proprio il Palio di Siena, secondo Cavalli Sforza, rappresentava un po’ il nostro individualismo, mentre tutti gli sport di squadra sono stati creati dagli inglesi e moltipicati dagli americani. Così è nata la formula, che ho citato pure nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella) uscito lo scorso anno, che la riporta pure nel retro di copertina. E’ un onore che questa metafora sia diventata di uso comune, dopo esser comparsa online per la prima volta in una breve intervista fattami dalla brava Giulia Battini per YouReporter nel febbraio 2009, quando ero ancora giornalista Reuters. Ed è una grande soddisfazione, dare ora il titolo al Rapporto Eurispes, vedere gli occhi delle persone quando nelle mie presentazioni accenno alla Sindrome del Palio di Siena: capisco che in quel momento potrei fermarmi e lasciare la parola a chi ho davanti. Ognuno avrebbe un episodio da raccontare, aver avuto una persona a fianco che si è impegnata a far fallire un tuo progetto, magari senza avere nulla da guadagnare… a voi non è mai capitato vero?

Haappy Bday Italiani di Frontiera, mentre il ponte di idee e business fra Italia e Silicon Valley è oggi più importante che mai

Tanti auguri Italiani di Frontiera! Quest’anno il compleanno di IdF cade in un momento davvero particolare, a riprova che il ponte fra Italia e Silicon Valley non è mai stato così importante. Nei giorni scorsi, dopo un incontro fra il ceo Chuck Robbins, l’amministratore delegato di Cisco Italia Agostino Santoni e il premier Matteo Renzi, Cisco ha annunciato un maxi investimento con finanziamenti strategici per 100 milioni di dollari in tre anni in Italia. Due giorni dopo Apple ha annunciato che il primo centro europeo di sviluppo app iOS sarà aperto a Napoli, con la prospettiva di creare seicento nuovi posti di lavoro. Non bastasse, un bell’articolo pubblicato su La Stampa da un amico di Italiani di Frontiera, Mauro Zanetti Aprile,  racconta la visita del viceministro Carlo Calenda, appena nominato nuovo ambasciatore presso l’UE, ospite alla JP Morgan Annual Healthcare Conference a San Francisco, dove Mauro vive. E Calenda  ha annunciato un ruolo da protagonista dell’Italia a Silicon Valley con l’apertura nella città californiana e non a New York dell’ufficio di attrazione di investimenti. Annuncio straordinario nel corso di un evento organizzato da altri preziosi amici di IdF: il  console generale d’Italia a San Francisco Mauro Battocchi e i dinamici imprenditori e manager connazionali di  BAIA. Sono passati otto anni da quel 22 gennaio 2008 in cui chiudendo casa a Sesto San Giovanni, i Bonzios si trasferirono per sei mesi a Palo Alto con qualche idea e molte incognite: 1) Sopravvivere per sei mesi con un’avventura di famiglia faidate che non si sapeva bene dove avrebbe portato 2)  Affrontare e risolvere i tanti problemi piccoli e grandi posti da vita quotidiana, mentalità, organizzazione sociale così diverse dall’Italia. 3) Approfittarne per conoscere, intervistare e in molti casi diventare amici di tanti fantastici connazionali che vivono nella culla mondiale dell’innovazione. 4) Individuare dei fili che collegassero tante storie individuali di oggi e di ieri alla storia dei territori: quello californiano, quello italiano. Nessuno si aspettava che tutto questo diventasse alla fine un progetto multimediale che gira tutto il Paese con puntate all’estero, un nuovo lavoro con un format giornalistico inedito che offre pure una chiave di interpretazione delle potenzialità e dei problemi dell’Italia. Ma soprattutto, che questa esperienza generasse un impressionante network di amici, appassionati, sostenitori, molti dei quali professionisti eccellenti che la frontiera la affrontano tutti i giorni in patria. Alcuni di loro sono stati compagni di avventura dal 2011 negli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (prossima partenza a fine aprile), che hanno rafforzato questo ponte fatto di scambi di esperienza e idee con decine di eccezionali imprenditori, manager e scienziati italiani che vivono nella Bay Area. Italiani di Frontiera, che nel frattempo è diventato pure un libro, pubblicato da EGEA con prefazione di Gian Antonio Stella, è così cresciuto come progetto  da richiedere una profonda trasformazione, nella formula, nel modello di business, nella strategia. L’avventura è solo iniziata. Ed è bellissima. Intanto un grazie di cuore a tutti.

Italiani i più pessimisti al mondo, dice indagine di fine 2015 WIN/Gallup. No, non stiamo peggio di tutti: abbiamo bisogno di una Rivoluzione Culturale

Questo post è stato pubblicato su Linkiesta con il titolo: L’Italia dei musi lunghi. Siamo più pessimisti di greci, iracheni e palestinesi Ma è mai possibile che il record portato a casa nell’ultimo giorno dell’anno sia quello di popolo più pessimista del pianeta? Possibile che riusciamo a formulare per il nostro futuro previsioni più negative di altri alle prese con situazioni forse più gravi come iracheni, greci e palestinesi? Eppure la 39° Indagine di fine anno 2015 sulla felicità nel mondo diffusa alla mezzanotte del 30 dicembre da WIN/Gallup International e condotta interpellando un campione di 66.040 persone di 68 Paesi, assegna proprio all’Italia una scomoda maglia nera. A dirsi felici quest’anno sono stati il 66% degli interpellati (in lieve calo dal 70% del 2014). A dichiararsi infelice è stato il 10% (in aumento del 4% rispetto al 2014), cosa che ha indotto i ricercatori a definire un “indice netto” di felicità globale del 56%. A guardare con ottimismo alle prospettive economiche del 2016 è il 45% degli interpellati, più 3% sul 2014, più del doppio del 22% dei pessimisti. Ma se l’indice di felicità vede in testa Colombia (85%), Figi e Arabia Saudita (82%) , in coda Iraq (- 12%) Tunisia (7%) e Grecia (9%), è la classifica che combina ottimismo e felicità a penalizzarci: in testa Bangladesh (74%), Cina (70%) e Nigeria (68%). In coda, prima dei pessimisti/infelici proprio gli italiani  (-37%), peggio di irakeni (-35%), greci (- 28%) e palestinesi dei Territori Occupati (-27%), con un indice globale del 54% di ottimisti contro un 16% di pessimisti. Ora, pur muovendoci su un terreno scivoloso, visto che sventolare la bandiera dell’ottimismo è stato per anni monopolio dai leader politici, passando agevolmente di mano da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, lo vogliamo dire che questo primato dei musi lunghi è davvero esagerato? Possiamo finalmente provare a domandarci se in un mondo sempre più complicato, oltre a problemi e difficoltà innegabili, che non sono però un’esclusiva del BelPaese, forse questo guardare al futuro sempre a tinte fosche non è realismo impietoso ma ha anche una matrice culturale? E forse l’avventura di Italiani di Frontiera, che gira tutta l’Italia e torna periodicamente a Silicon Valley, incontrando persone fantastiche di qua e di là dell’oceano, aiuta a capirne le ragioni. ALLINEARSI ALL’OPINIONE RICORRENTE Attento studioso dei nuovi fenomeni sociali, vecchio amico di IdF e compagno di viaggio un paio d’anni fa in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valey Tour, Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali all’Università di Catania sottolinea a questo proposito l’importanza della cosiddetta Spirale del Silenzio. Una teoria che analizzando il potere persuasivo dei mass media, tv in particolare, gli riconosce la forza di enfatizzare i messaggi prevalenti. In sostanza, un singolo interpellato per un’indagine sarebbe indotto ad allinearsi a quello che è il messaggio che ritiene condiviso dalla maggioranza, in questo caso una prospettiva negativa per il proprio Paese. Difficile confutare il fatto che siano le cattive notizie a dominare nell’informazione quotidiana, rimbalzando da tutto il pianeta. E certo individuare e denunciare problemi, drammi e disservizi è doveroso e sacrosanto. Ma c’è molto altro, in questa esasperata propensione nostrana al pessimismo, che forse alla fine dell’anno, con i buoni propositi per il 2016, dovremmo finalmente affrontare senza timore di impantanarsi in duelli fra gufi e iperottimisti. POCO PROBLEM SOLVING, TROPPO “PROBLEM CREATING” Nel Paese che diede i natali a un personaggio capace di coniugare come nessun altro cultura umanistica, scienza e tecnologia, un certo Leonardo, che continua a sfornare oggi straordinari talenti capaci di affrontare con successo le mille sfide dell’innovazione e della conoscenza, combinando competenze diverse, per questo corteggiati e contesi in tutto il mondo, ebbene in questo Paese nel 2015 che volge al termine l’attenzione e l’ammirazione per chi risolve problemi è crea soluzioni è scostante, distratta, infinitamente minore rispetto a quella che si dedica a chi i problemi li denuncia, magari urlando, spesso col dito accusatorio puntato contro qualcun altro, che ha tutte le coppe e a cui spetta trovare soluzioni. Mentre il mondo dell’innovazione, da quello delle startup al movimento dei makers, corre celebrando la cultura del “problem solving”, noi siamo ancora zavorrati al “problem creating”, rivoli infiniti di potere e sottopotere che sopravvivono grazie alla complicazione e a ostacoli insulsi che nascondono microrendite di posizione. Con una parte di intellettuali e opinion makers specializzati solo nel criticare e denunciare (compito prezioso, ci mancherebbe) ma spesso del tutto indifferenti, se non diffidenti, nei confronti di chi crea costantemente soluzioni, attraverso nuovi prodotti o nuovi sistemi che migliorano la nostra quotidianità, specie se queste soluzioni sono fuori dagli schemi o contraddicono pregiudizi ideologici. Forse è per questo che nella vetrina dei media chi grida, chi celebra quella che Julio Velasco, allenatore e guru, ha ben definito “cultura degli alibi” (è sempre colpa di qualcun altro”) la fa da protagonista, mentre chi inventa o risolve non merita attenzione.  Questa propensione a veder nero nasconde una crisi profonda e irreversibile. Non dell’Italia, che non è affatto votata a una decadenza senza speranza come troppi sostengono. Ma di modelli culturali attraverso i quali, per troppo tempo, troppe persone hanno interpretato il mondo. E che a mio giudizio stanno franando. IL FAMILISMO AMORALE CHE ANCORA CI AFFLIGGE Questi modelli sono alla base di quello che negli anni Cinquanta un celebre studio di Edward C. Banfield definì familismo amorale e del quale non ci siamo ancora liberati. L’idea cioè di poter favorire con vantaggi di breve termine i membri della propria cerchia, a scapito degli altri, con l’idea che tutti si comportino allo stesso modo. Uno sperpero che in un mondo sempre più Villaggio Globale non ci possiamo più permettere. In un Paese che a oltre 150 anni dall’unità ancora fatica a riconoscersi in un’identità condivisa, in valori quali meritocrazia, senso civico e responsabilità individuale, retaggio della cultura protestante, le due matrici culturali principali che permeano la società, quella cristiano cattolica e quella socialista comunista, ci hanno assuefatti a diffidare dell’iniziativa individuale e a

Missione compiuta per Lorenzo Thione: dopo Bing e il software, oggi l’esordio con un musical a Broadway

Piccolo teatro Off Broadway, un giovane ingegnere italiano di grande successo, studi al Politecnico di Milano e University of Texas, a New York dopo un’esperienza a Silicon Valley, siede col suo compagno in platea, vicino a una coppia di altri uomini che inizia a commentare una serie di spettacoli che anche lui aveva visto. Uno è un volto celebre, un signore anziano già protagonista della serie di culto televisiva Star Trek.   La curiosità diventa amicizia ma solo per caso il giorno dopo i quattro si ritrovano di nuovo seduti vicini in un altro teatro.  Quando il volto celebre viene rigato dalle lacrime. L’ingegnere si incuriosisce e chiede il perchè di quella commozione. L’attore risponde che il dramma sul palco gli ricorda quello vissuto dalla sua famiglia, immigrati di origine giapponese che all’indomani di Pearl Harbour si trovarono trattati da nemici in quella che consideravano la loro nuova patria, internati in campi di concentramento. L’emozione si trasforma in ispirazione. L’idea di rievocare quella pagina dolorosa per un’intera comunità su un altro palcoscenico. In un musical. Storia di ieri con temi di straordinaria attualità: identità, immigrazione, determinazione. Dopo una lunga gestazione, un esordio a San Diego e un mese di previews col pubblico di New York, “Allegiance” (Fedeltà) fa il suo esordio ufficiale a Broadway martedì 10 novembre. L’interprete principale, George Takei, classe 1937 nel frattempo è diventato una star del web, protagonista di un’attenta campagna di promozione sui social media. Produttore e coautore del musical Lorenzo Thione, comasco di nascita, milanese d’adozione, che dopo aver conquistato la ribalta nel mondo hi tech per aver gettato nel 2008 le basi del motore di ricerca di Microsoft, operazione da 100 milioni di dollari, a poche settimane da un incontro con il presidente Barack Obama completa ora uno straordinario percorso professionale: dal software al musical, da Bing a Broadway. Fra i protagonisti di questo progetto e del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA), Lorenzo ha concesso questa intervista in esclusiva, alla vigilia dell’esordio a Broadway. – In questo musical c’è qualcosa della tua esperienza personale? “La mia esperienza ha avuto un impatto enorme su questo lavoro con due autori, uno italiano l’altro americano di origine cinese… Io sono arrivato come studente, ho avuto una determinazione molto mirata nel voler restare. E a dire la verità non ti fanno la vita facile: arrivi col visto da studente, devi trovare il modo di fermarti con visto di lavoro… nel mio percorso ci sono voluti quasi otto anni e mezzo. Nel frattempo, avevo costruito una vera vita, una famiglia, amici, un’esperienza di precarietà, ti sembra che da un momento all’altro possa succedere qualcosa per cui  tutto quello che hai costruito, per cui hai lavorato possa svanire, l’ho sempre percepita come una spada di Damocle, qualcosa  che non era sotto il mio controllo…”. – E come si integra la tu storia con una vicenda della seconda guerra mondiale? “L’esperienza di queste famiglie, i loro padri o i loro nonni venuti qui per realizzare un futuro migliore per sé e i propri figli e il vedersi  sottrarre da un momento all’altro tutto quel che avevano costruito, in maniera del tutto fuori dal loro controllo, a causa di questa precarietà determinata da un senso di percezione dei cittadini di origine giapponese come stranieri… in questa esperienza, anche senza questi aspetti drammatici, io mi riconoscevo: la sensazione che malgrado ti impegni a integrarti, a identificarti anche in una cultura, nelle norme sociali, c’è sempre una voce di sottofondo che dice: ma sei effettivamente completamente riconosciuto come parte della società? E’ una sensazione latente che ha avuto un ruolo nello scegliere questa storia”. – Qual è stata la cosa più difficile, per arrivare a Broadway? “Ottenere un teatro qui a Broadway,  uno dei palcoscenici che sono limitati e hanno un’enorme richiesta. E’ difficilissimo, c’è voluta una grande pazienza e quasi tre anni, ci sono voluti tempo e dedizione. Si tratta di un settore molto diffidente, di cui devi ottenere fiducia e stima per poter meritare questa opportunità. La vera prova sarà vedere se lo spettacolo piacerà o no. I prossimi mesi saranno cruciali per noi per capire se questo è un lavoro che piace al pubblico”. – E come si affronta questa sfida? “Devi avere un team estremamente differenziato, avere persone esperte di ambiti dei quali sai pochissimo, dunque la vera abilità è quella di mettere insieme la squadra giusta che può essere vincente.  Esordiamo dopo un mese di preview, con lo spettacolo che cambia ogni giorno, solo alla fine la vera apertura ufficiale. Il che significa ogni giorno, dopo lo spettacolo, ripensarlo di notte, alla mattina effettuare i cambiamenti, al pomeriggio le prove, tutto in base alle reazioni del pubblico, d’istinto. Ci scambiamo le impressioni sulle reazioni della platea attraverso l’evoluzione dello spettacolo, magari decidiamo un cambiamento di scena che richiede una settimana per essere realizzato”.   – Cosa c’entra un musical con l’esperienza precedente di imprenditore nel software? “Il percorso dello sviluppo di questo spettacolo è molto simile a quello del prodotto  software… richiede anni di impegno non solo della squadra che lo realizza ma pure feedback dal pubblico. Il copione oggi ha forse uno o due dei brani e delle scene dell’originale, tutto il resto è diverso. Hai uno percorso interattivo, di crescita, analisi, sviluppo… come se stessi facendo una scultura, ci vogliono anni e ogni volta che ritocchi all’improvviso capisci che devi rimodellare tutto in modo diverso… E’ un processo incredibile di scoperta, di cose dei cui non avevi idea, perchè non sai… le cose che non sai!  Ed è la stessa cosa che venture capital ed angels mi dicevano riguardo a come decidevano di finanziare o no un imprenditore. Vieni con un’idea ma l’unica cosa di cui devi essere certo e che non lo seguirai alla lettera. L’importante per i finanziatori era riconoscere se quella persona aveva la resistenza e l’abilità per cogliere queste svolte ed essere flessibili e motivati per andare nella nuova direzione scoperta.  Riciclarsi, cambiare direzione in risposta

Tour a Silicon Valley: il libro Italiani d Frontiera in quattro eventi nella Bay Area!

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che inizia lunedì 2 novembre sarà occasione per presentare nella Bay Area il libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, qui la rassegna stampa) che racconta attraverso storie, interviste e incontri nascita e sviluppo di questo progetto. Partito con una famiglia che qualche anno fa decide di vivere per qualche mese in California, trasferendosi da Sesto San Giovanni a Palo Alto, senza immaginare cosa sarebbe accaduto… Martedì 3 novembre primo appuntamento al meeting SVIEC, enoteca Donato di Redwood City, in una serata che avrà come speaker d’eccezione Kenny Lauer, Vice President of Marketing and Digital of the Golden State Warriors. Noi ci saremo con tutti i partecipanti al Tour, Jeff Capaccio ideatore e anima di SVIEC, partner essenziale per Italiani di Frontiera, dedicherà qualche minuto alla presentazione del libro di cui è fra i protagonisti. Sabato 7 novembre secondo evento, interamente dedicato al libro,  18.30 a Berkeley (Valley Life Sciences Building, Room 2060), ospite dell’Italian Society @ Berkeley (grazie mille Irene Ciuci e Fabio De Martino). “An Evening with Roberto Bonzio” niente meno! Qui le registrazioni. E alla fine ceneremo insieme… Ah dovrò prepararmi a presentare il libro in inglese. Ma l’ho già fatto con l’American Business Group a Milano… Mercoledì 11 novembre terzo evento nel cuore di San Francisco con gli amici di BAIA (grazie Franco Folini e Matteo Daste), presentazione alle 18 30 nella bellissima sede di  Squire Patton Boggs LLP, 275 Battery Street Suite 2600 (qui la registrazione) Giovedì’ 12 novembre infine quanto e ultimo appuntamento, in un luogo che ha un valore affettivo speciale, visto che durante i sei mesi trascorsi a Palo Alto, lì eravamo di casa con tutta la famiglia… l’elegante Stanford Shopping Center, ancora con BAIA  (grazie Sara Pirami, Maria Luisa Sacchi, Franco Folini, e Gabriele Bodda), alle 18.30 nel locale Tootsies, 700 Welch Rd Ste 150 Palo Alto, registrazioni nel gruppo BAIA di Facebook,  presentazione in italiano.   Oh quanti amici da invitare… un grazie speciale a tutti gli organizzatori, al Consolato generale d’Italia a San Francisco (amico straordinario di Italiani di Frontiera il console Mauro Battocchi!) e all’Istituto Italiano di Cultura (e al suo direttore Paolo  Bariera) che hanno sostenuto la promozione del progetto nella Bay Area.  

Con Italiani di Frontiera nuovo Tour a Silicon Valley. Ecco il programma

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno è ormai alle porte. Un gruppo più che mai eterogeneo ed agguerrito, la partenza sabato 31 ottobre. Ecco il calendario delle visite. Lunedì 2  inizio alla grande, con la visita a Stanford University e nel pomeriggio a SLAC, l’acceleratore nazionale gestito dall’Università. Martedì 3 novembre, le visite a due colossi di Silicon Valley,  Facebook e Oracle. In serata, eccezionale evento SVIEC da Donato Enoteca a Redwood City: speaker Kenny Lauer, VP Digital Marketing dei Golden State Warriors, vincitori dell’NBA! Mercoledì 4 sarà la volta di una novità per il Tour, prima visita a Dropbox, poi il ritorno a Novedge, che nel frattempo ha cambiato sede spostandosi nel cuore di San Francisco. In serata, altra preziosa occasione di networking con l’aperitivo con gli amici di BAIA. Giovedì 5 novembre l’attesa trasferta a Cupertino, con un incontro davanti alla sede di Apple, poi nel pomeriggio  a San Josè, per scoprire i segreti di a3Cube. Aggiornamento last minute, terza visita fuoriprogramma, 17 30 dal bravo Francesco Lacapra, veterano Olivetti e imprenditore oggi con Peaxy. Venerdì 6 gran finale, con la visita al quartier generale di Google Mountain View, poi altre due novità per il Tour, accolto prima da Bootupworld a Menlo Park, poi a Sunnyvale per la prima volta a LinkedIn!   Finite le visite, per me il… tour de force proseguirà piacevolmente con tre presentazioni del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley”: sabato 7 a Berkeley, mercoledì 11 nel cuore di San Francisco, giovedì 12 in un posto in cui eravamo di casa con la mia famiglia nei sei mesi in cui è nato Italiani di Frontiera: Stanford Shopping Center!.