Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi: 200 anni dopo una lezione su come guardare il mondo

Possibile??? Possibile che la figura di un solitario esploratore romantico dell’Ottocento, curioso, coraggioso e visionario, abbia tanto da insegnarci oggi, su come guardare il mondo e immaginare il futuro? Due secoli fa, 31 agosto 1823,  Giacomo Costantino Beltrami, bergamasco, raggiunse una delle sorgenti del fiume Mississippi dopo un’incredibile viaggio, tanto faticoso quanto pericoloso, nel dedalo di acquitrini che fanno da cornice al grande fiume, camminando nell’acqua sino alla cintola, trascinando una canoa con poco equipaggiamento, una spada e un fucile, forse il primo bianco a percorrere quel territorio popolato di nativi americani. Venne immortalato in un ritratto con capelli lunghi al vento, l’arco sulla spalla, con addosso un abito di pelle con decorazioni e frange. Ma fino a pochi mesi prima era un elegante funzionario del Vecchio Continente. In quella esplorazione, camminando nell’acqua, Beltrami teneva in mano un curioso ombrello rosso: gli servì da bizzarro lasciapassare, perchè gli indiani che lo avevano scorto in una missione solitaria così pericolosa e folle si convinsero che solo un protetto dagli dei potesse osare tanto. E infatti non lo toccarono, permettendogli di raggiungere la sua meta: arrivare a una delle sorgenti del grande fiume. Nato a Bergamo nel 1779, Giacomo Costantino Beltrami, patriota, già magistrato napoleonico nelle Marche, avvilito dal clima della Restaurazione era sfuggito per un soffio all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio. Spirito inquieto, si era improvvisato esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo la regione del  Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali. E quando era stato abbandonato dai compagni di avventura, che gli avevano pure sottratto l’acciarino impedendogli così di accendere il fuoco per riscaldarsi alla sera, invece di tornare indietro aveva proseguito da solo. Per giorni e giorni, tenendo un diario dettagliato della sua impresa, fra scoperte e disperazione. “Eccomi, tutto solo in onta alle più fervorose insinuazioni, in mezzo al silenzio di una deserta solitudine, rotto soltanto dal grido di sconosciuti augelli e dagli urli ferini, senza una guida che mi indichi un sentiero, incontro a folte boscaglie nido a rettili velenosi, o lungo il corso di un fiume di tortuoso incerto letto quando quasi stagnante, quando precipite, od avvallato in gorghi vorticosi e profondi con l’incessante timore di abbattermi in orde selvaggie, e colla speranza di pure incontrarne onde avere in esse l’ajuto indispensabile alla meta fissami indeclinabile in mente”. Il 31 agosto 1823, Beltrami raggiunse finalmente un lago, una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata. Il primo bianco arrivato sino a lì. Studioso instancabile dei costumi e della cultura dei nativi americani, fu lui a pubblicare il primo dizionario Inglese-Sioux, ancora oggi usato e ristampato dalla Lakota Books, contribuendo con una vasta documentazione a dare degli indiani d’America un’immagine alternativa a quella dominante di feroci selvaggi da sterminare. Al punto che secondo molti fu lui a ispirare James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”, da cui fu tratto l’omonimo film di successo del 1992, diretto da Michael Mann.    Ma a Beltrami, va soprattutto il merito di aver raccolto in questo e altri viaggi numerosi manufatti indiani, oggi di valore inestimabile, spediti in Italia a più riprese, una collezione considerata un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano, esposti  nel Museo di Storia Naturale Ettore Caffi di Bergamo e nel piccolo Museo Beltrami,  creato con straordinaria passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni e curato poi dalla figlia Marzia a Filottrano, Ancona, paese delle colline marchigiane, dove Beltrami, dopo altri viaggi avventurosi in Messico e nei Caraibi, poi in Europa, visse i suoi ultimi anni morendo nel 1855, amareggiato nel sentire svilito in patria come oltreoceano il valore delle sue avventure.  “La sua vera impresa è stata l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi stava provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”.  Queste le parole di Cesare Marino, curatore con Guido Chiesura del diario di Beltrami “La scoperta delle sorgenti del Mississippi” (Biblioteca del Vascello), durante una memorabile visita alla collezione di Bergamo dieci anni fa, guidata da lui e organizzata da Italiani di Frontiera. Tra quei pezzi, un bellissimo tamburo decorato su due facce con la figura di un demone e un disco solare, così particolare dall’esser stato scelto come simbolo delle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988. Da anni Italiani di Frontiera racconta la storia di Giacomo Costantino Beltrami, esempio di come saper cogliere in un mondo sconosciuto qualcosa che gli altri non vedono, grazie al proprio bagaglio culturale, come fece l’esploratore bergamasco con i nativi americani, che pure non potè comprendere a fondo. Proprio Beltrami sarà al centro del prossimo spettacolo di Italiani di Frontiera, storie di italiani sulla frontiera di ieri, quella del West,  preziose per capire, oggi, l’importanza della nostra cultura per interpretare la Complessità di un mondo da scoprire (qui l’anticipazione su BergamoNews). Nel video YouTube, una recente riflessione di Cesare Marino sul valore centrale che ispirò la vita dell’esploratore bergamasci: l’Amicizia. E sulla sua amarezza, nell’essersi sentito incompreso e aver visto svilito il valore della sua straordinaria impresa. Destino comune a tanti visionari e innovatori.

IdF per OVS – Maria Montessori

Quando qualche anno fa una celebre giornalista americana chiese agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori di Stanford University, Sergey Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. La lista di alunni illustri del metodo è lunga e comprende personaggi celebri come Anna Frank, l’attore George Clooney, lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, la cantane Beyoncè, il violoncellista  Yo Yo Ma, oltre ad altre star della New Economy come Mark Zuckerberg (Facebook), Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia), mentre le prime scuole Montessori negli Usa furono finanziate da grandi innovatori di ieri come Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Al punto che negli Stati Uniti si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi ma per definire una èlite intellettuale e imprenditoriale plasmata da quelle scuole. Iniziato dallo studio sui bambini con disturbi mentali, visti i suoi effetti straordinariamente stimolanti il Metodo Montessori si estese  successivamente all’educazione di tutti bambini. Si basa sul bisogno di “libertà“ necessaria a sviluppare una  creatività innata per natura, che però viene repressa dalle regole della società e dai continui interventi degli adulti.   IL PERSONAGGIO Maria Tecla Artemisia Montessori nacque a Chiaravalle (Ancona) il 31 agosto 1870. Fu educatrice, pedagogista, neuropsichiatra infantile, filosofa e scienziata, paladina dell’emancipazione femminile, una delle  prime italiane a laurearsi nella facoltà di medicina. Da bambina Maria adorava recitare e inventare storie e con le sue letture appassionate incantava insegnanti e compagni di scuola. Ma la sua figura ispiratrice fu lo zio Antonio Stoppani, abate e scienziato che cercava di conciliare fede e scienza. Trasferita con la famiglia a Roma, dopo un’iniziale passione per le materie letterarie si indirizzò alle scienze biologiche, iscrivendosi alla facoltà di Scienze per trasferirsi poi a Medicina, dove dopo aver subito non poche discriminazioni  divenne la terza donna a ottenere la laurea. Si interessò presto ai bambini con maggiori difficoltà, frequentando assiduamente i quartieri più poveri di Roma,  specializzandosi in neuropsichiatria infantile, con studi di laboratorio su batteri e malattie diffuse nei quartieri poveri. I  diritti delle donne, il successo del Metodo  Maria fu pioniera nel campo dell’emancipazione femminile, rappresentando l’Italia nel 1896 al Congresso Internazionale delle Donne a Berlino, dove i suoi interventi appassionati la resero celebre (e dove frequentò poi corsi di perfezionamento), ruolo che svolse cinque anni dopo anche al congresso a Londra. Nel 1898 considerata un’autorità nel campo a meno di trent’anni, divenne direttrice della scuola ortofrenica di Roma, portando bambini con handicap mentali a raggiungere progressi e risultati considerati all’epoca impossibili. Nel frattempo si legò a un luminare della psichiatria, Giuseppe Montesano, con il quale ebbe un figlio, Mario, che segnò la fine della loro relazione. Partorì di nascosto affidando il bimbo ad una famiglia laziale, continuando però a mantenerlo e a seguirlo facendosi credere sua zia, ottenendo poi l’incarico di sua tutrice legale alla morte dei genitori adottivi. Nel 1907 aprì la prima Casa dei Bambini a San Lorenzo, Roma, uno dei luoghi più difficili della Capitale, con un alto tasso di povertà, mortalità infantile e pessime condizioni igienico-sanitarie. La Casa  fu sistemata e arredata in maniera tale che il bambino potesse sentirla sua,  la prima scuola nata, non per i bambini con handicap, ma per i figli degli abitanti del quartiere. Il successo del metodo  fu tale che presto si estese a tutto il Paese e all’estero. Durante un congresso in America nel 1913 Montessori venne presentata come “la donna più interessante d’Europa” e i suoi metodi divennero modelli mondiali nell’istruzione dei bimbi di tutte le idee. . Gli anni del fascismo, i viaggi Nel 1926 Montessori organizzò il primo corso di formazione nazionale per insegnanti in grado ad utilizzare il suo metodo, con oltre 180 insegnanti provenienti da tutt’Italia. Mussolini inizialmente sostenne le sue scuole, indicandola assieme a Guglielmo Marconi come simboli del genio italiano nel mondo. Ma la vocazione a un’educazione libertaria, il rigore scientifico del metodo presto si scontrarono con i principi del fascismo e l’idealismo dominante. E lei fu costretta a lasciare l’Italia nel 1934, mentre tutte le scuole che insegnavano secondo il suo metodo vennero chiuse sia in Italia che in Germania. Continuò a viaggiare tra conferenze in tutto il mondo, inaugurazioni di sue scuole e incontri con grandi protagonisti dell’epoca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Maria si trovava con il figlio Mario divenuto suo collaboratore in India, dove fu internata perchè cittadina di un paese nemico. Tornò in patria nel 1946 per riaprire la sua Opera Nazionale che il fascismo aveva chiuso, per poi trasferirsi da amici nei Paesi Bassi. Nel 1951 rifiutò a causa dell’età la richiesta ufficiale   di riformare l’ordinamento scolastico del Ghana. Morì il 6 maggio del 1952 a Noordwijk, nell’Olanda meridionale, dov’è sepolta. Una maestra troppo controcorrente per l’Italia Si stima che nel mondo vi siano 65mila istituti Montessori e scuole Montessori, 4.500 solo negli Stati Uniti dove sono famosissime, 800 nel Regno Unito, 1100 in Germania, mentre nei Paesi Bassi sono montessoriane un terzo delle scuole pubbliche, mentre in Italia non superano le 200. Come mai dopo la caduta del fascismo il metodo Montessori restò marginale in Italia rispetto all’enorme successo riscontrato in tutto il mondo? Forse perchè considerato un insegnamento contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo, scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori.

Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di

Vivere in Silicon Valley: le cose da sapere

Mare, colline, buon clima e tanti tanti soldi. A prima vista sembra non mancare nulla in Silicon Valley. Per chi ha una una buona idea ma soprattutto tantissima determinazione su come portarla al successo, questo è il luogo delle possibilità, in cui poter incontrare venture capital o business angel, investitori pronti a sostenere economicamente progetti per farli decollare dalla loro fase iniziale, quella di start-up. Sembra un paradiso per innovatori in cerca di finanziamenti, il luogo in cui i sogni possono concretizzarsi. Ma la realtà è meno rosea. La competizione è durissima, chi investe a forte rischio non lo fa per filantropia ma per un ritorno che dev’essere consistente e rapido: se l’azienda va “solo” benino, va chiusa e si passa ad altro. L’area sud della San Francisco Bay Area è diventata sin dai primi anni 2000 la meta di migliaia e migliaia di persone che lavorano nel settore della tecnologia. Innovatori, scienziati, ingegneri, imprenditori e giovani start-upper che, arrivati qui da tutto il mondo, hanno fatto della Silicon Valley la loro casa. Un’“invasione” hi-tech che ha contribuito, negli ultimi 20 anni, a ridisegnare l’intera area che ha dovuto confrontarsi con nuove soluzioni abitative e dotarsi di nuovi servizi, per rispondere ai bisogni dei suoi nuovi abitanti. Ecco un breve elenco di curiosità per “leggere” in numeri la vita sociale nella culla mondiale dell’innovazione.Per chi sogna di trasferirsi a vivere lì ma anche per chi vorrebbe scoprirla con un viaggio. 1100 elefanti in 615 piscine olimpioniche: Silicon Valley in numeri Silicon Valley si snoda per poco più 100 km lungo la baia di San Francisco tra mare, montagne e migliaia di aziende che hanno qui le loro sedi e che hanno trasformato questa zona in un polo di attrazione per moltissimi giovani che vogliono entrare nel mercato del lavoro. Per conoscere meglio la vita qui partiamo da alcuni numeri, elaborati dai dati forniti dal Silicon Valley Institute for Regional Studies: 3.000.000: il numero di abitanti che risiedono in Silicon Valley, pari a circa il 7% dell’intera popolazione californiana. Se fosse una città sarebbe al terzo posto dopo New York e Los Angeles. 1.500.000: i litri di acqua consumati ogni giorno per uso domestico, l’equivalente di 615 piscine olimpioniche. 600.000: i chilogrammi di rifiuti domestici prodotti quotidianamente, che corrisponde al peso di 1100 elefanti. 40.000.000.000: i chilometri percorsi in auto per raggiungere i luoghi di lavoro, come compiere circa 1 milione di giri intorno al mondo. 2,9: il numero di abitanti medi per ogni abitazione. AAA casa cercasi Le favole a lieto fine della Silicon Valley spesso sono iniziate in un garage, da quello in legno di Hewlett e Packard, i padri di HP, a quello ormai celeberrimo in cui è nato Apple, a Los Altos, senza il quale forse oggi non esisterebbe l’IPhone. I lavoratori del settore tecnologico della zona non vivono in un garage ma in appartamenti e in stanze in affitto, principalmente ubicate in città o nei più limitrofi dintorni. Con un’alta maggioranza di under 40, la Silicon Valley è decisamente un approdo per giovani e giovanissimi, molti dei quali preferiscono stare a San Francisco e affittare mono e bi-locali o optare per un appartamento in condivisione. Share economy o money saving? Nonostante i salari molto generosi i costi rimangono altissimi, con un impatto brutale, sulla città, er chi non condivide la ricchezza dell’Hi Tech. Quasi impossibile vivere in città, per chi fa lavori meno qualificati ma anche per professionisti di altri settori con famiglia. Un monolocale in città è arrivato a costare 3600 dollari al mese, e una casa in Silicon Valley, dove gli appartamenti sono una rarità, costa di più che a Londra, Los Angeles, Parigi e Dubai. Per cercare casa – e risparmiare – molti si affidano al web per trovare il coinquilino perfetto (e condividere le spese), attraverso piattaforme come Easyroommate, Roommates, Kangaroom, For Rent and Yelp. E può succedere che oltre a un coinquilino si trovi pure un socio in affari, come accaduto ai due fondatori di Airbnb qualche anno fa… Dimmi chi sei e ti dirò quale città scegliere in Silicon Valley Fuori San Francisco, l’urbanizzazione è ben diversa da quella delle nostre città, con una serie di cittadine sviluppate in orizzonale, con estese zone residenziali e piccoli centri con i relativi servizi, dai ristoranti internazionali ai supermarket ai pochi edifici a più piani. Più del 50% della popolazione vive in queste aree e la scelta della casa è spesso condizionata, oltre che dal proprio reddito, dalla scelta della scuola per i figli, un percorso “pianificato” sin dall’asilo: Ma quale città scegliere? Palo Alto, la città dei boschi di querce e Tesla È uno dei luoghi con la migliore qualità della vita. Che non è a buon mercato… Bellissimi giardini e spazi verdi, ottimi ristoranti e una svariata selezione di catene di alimentari a gestione familiare che offrono prodotti bio e etnici a prezzi economici… e almeno 300 giorni di sole ogni anno. Per single e famiglie, Palo Alto offre eventi, molte occasioni di svago, apprezzate scuole pubbliche e anche attività gratuite di pre e post scuola per i piccoli figli dei lavoratori. E l’Università di Stanford è a soli pochi chilometri… Menlo Park, la casa di Facebook È il posto ideale per chi è molto ricco, con alcune ville lussuose che non si trovano altrove. In questa città, ispirati da Mark Zuckerberg (qui c’è pure la sede di Facebook), tutti hanno a cuore la questione ambientale e si impegnano quotidianamente a migliorare la comunità in cui vivono. In perfetto stile da startupper moderno (per tasche che non sono però quelle da startupper…) si fa la spesa ai mercati contadini che offrono cibo sano e km 0. Anche per chi è soltanto in visita, da non perdere il Menlo Park Farmer Market ogni domenica dalle 9 alle 13, un’occasione unica per acquistare il mais dolce californiano, il delizioso granchio dell’Half Moon Bay e succulenti pomodori biologici rigorosamente locali. Mountain View, la sede di Google È tra le meno care fra le

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

Lo speciale di Pasquetta dedicato a Italiani di Frontiera da RadioUno Rai Eta Beta. Ecco il podcast

Una “gita di Pasquetta fuoriporta” virtuale a Silicon Valley, con venti minuti incalzanti e indimenticabili, con un bravissimo conduttore come Massimo Cerofolini dalla sede Rai di Roma Saxa Rubra, io nella sede Rai di Napoli assieme a un giovane amico i IdF di grande talento come Jacopo Mele, per lo speciale dedicato da RadioUno Rai per la puntata della trasmissione Eta Beta andata in onda in diretta nel giorno di Pasquetta. Ora disponibile in Rete come podcast. Abbiamo parlato dello scomparso Enzo Torresi e dei tanti veterani soprannominati Olivetti Boys, abbiamo ascoltato spezzoni di Federico Faggin, tra i padri del microchip, la sua metafora della Torta Finita (che BEN spiega l’assurda abitudine diffusa in Italia di considerare il successo di ci ci sta a fianco un pericolo e non un’opportunità), ricordando poi i sui contrasti col leggendario Andy Grove di Intel, quando Federico decise di lasciare il colosso hi tech; di Roberto Crea che ha contribuito alla nascita dell’insulina sintetica, pietra miliare di tutte le biotecnologie, do Andrea Vaccari startupper con Glancee e oggi manager di Facebook. Abbiamo citato vecchie glorie come Giacomo Marini fondatore di Logitech e oggi venture capital, giovani talenti come Andrea Calcagno di Cloud4Wi, Emilio Billi e Antonella Rubicco di a3Cube. Questa la presentazione che ci ha dedicato  Massimo: “È un luogo della mente, un laboratorio insonne lungo la baia di San Francisco, dove 250 mila scienziati, professionisti e imprenditori costruiscono da 50 anni il nostro futuro. È qui che sono nati computer, internet, social network, big data, tablet e smartphone. Qui che operano nomi come Apple, Google, Facebook, Uber, Airbnb e altri protagonisti dell’innovazione planetaria. Nel giorno di Pasquetta, Eta Beta viaggia nella Silicon Valley per capire come una terra grande quanto l’Umbria sia capace di segnare così profondamente la nostra vita quotidiana. Ospiti: Roberto Bonzio, ideatore del progetto multimediale Italiani di frontiera, che è insieme un libro, un sito, una raccolta di video e un operatore turistico dedicato alla Silicon Valley, con un particolare riguardo agli italiani che hanno realizzato in California i loro progetti innovativi; Jacopo Mele, 24 anni, consulente digitale, il più giovane nella lista degli under trenta più influenti nella politica mondiale diffusa dalla rivista americana Forbes…”  

A Silicon Valley con Italiani di Frontiera. Diario di viaggio di Luca Vignaga, manager HR

Vecchio amico di Italiani di Frontiera, Luca Vignaga direttore Risorse Umane di Marzotto entra a buon diritto nel nostro gruppo di “fulminati sulla via di Silicon Valley”. Patito di IdF,  dopo infiniti incroci ha partecipato al Silicon Valley Study Tour 2015 con Paolo Marenco, diventando  prezioso partner nella promozione e organizzazione di un Tour in collaborazione con AIDP, Associazione Italiana Direttori Personale, di cui è vicepresidente, realizzato tra agosto e settembre. Non solo ha partecipato al Tour con una carica inesauribile, ha intervistato molti degli speaker, stilando poi a caldo un diario di viaggio, ricco di spunti preziosi non solo per i professionisti delle Risorse Umane come lui. E’ un primo importante passo per Italiani di Frontiera, che d’ora in poi sempre più spesso accoglierà contenuti e contributi di amici di IdF. Grazie Luca!      di Luca Vignaga “L’aereo che mi porta da San Francisco a Philadelphia sta a metà del viaggio e il sonno non arriva. È l’occasione giusta per scrivere le prime sensazioni del mio secondo viaggio in Silicon Valley. Nell’Agosto del 2015 avevo deciso di andare a capire che cosa ci fosse di tanto particolare in questa terra arsa, con una storia imparagonabile alla nostra, ma che ha disegnato, fin dagli anni ’30, tutte le più grandi trasformazioni che oggi fanno parte del nostro bagaglio giornaliero. Una terra che già dieci anni fa gli economisti davano per finita, pronta ad essere traslocata in una altra parte del mondo, magari in qualche zona del Far East. E invece questa terra arsa continua a produrre innovazione. Per quale motivo? In quel viaggio mi ero chiesto quanto questo tipo di esperienza fosse utile al mio mestiere di HR e, tornato in Italia, mi ero convinto che potesse avere un senso costruire un percorso in Silicon Valley dedicato a noi HR. Con Paolo Marenco dell’Associazione La Storia nel Futuro, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera e Jeff Capaccio di SVIEC (Silicon Valley Italian Executive Council), siamo passati dall’idea al progetto. Facile è stato poi trovare in AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) un partner dell’iniziativa, tanto che il progetto e diventato realtà in questi giorni con una pattuglia di undici persone dalle esperienze e obbiettivi più diversi. Pianeta innovazione – La Silicon Valley non ha una storia, ma ha una “sua” storia. Affonda le sue radici nei cercatori d’oro di metà dell’800, nei movimenti beat e della contro cultura americana. Senza considerare questo, come spesso ci ha sottolineato Roberto Bonzio, la nostra impareggiabile guida durante il viaggio, non si può entrare in questo mondo. Oggi è una striscia nel nord della California che concentra gran parte della ricerca e dell’innovazione del pianeta. Una striscia fatta di una montagna di soldi dove i cercatori d’oro del XXI secolo si dannano per trovare start up che devono crescere con un picchi di intensità pari solo all’eccitazione che si prova quando ci si innamora. Una striscia dove l’apice dell’iceberg è fatto da aziende come Apple, Facebook, Uber, Airbnb che stanno sulla bocca di tutti; realtà in grado di confondere un po’ le idee perché se certamente queste aziende stanno cambiando la nostra vita, non sono quelle che la cambieranno in profondità. Le Università di Berkeley e Stanford, parte integrante di questo territorio, con i loro laboratori di ricerca, sono i veri giacimenti dell’innovazione. Questione di ossigeno – Qui la guerra è all’ultimo sangue, ed è una guerra non tanto di talenti, ma di manodopera. Certo non sono operai quelli che cercano: sono principalmente ingegneri, softwaristi, designer. È una guerra combattuta con salari folli (e conseguente costo della vita), fatta di ambienti di lavoro che vogliono assumere l’atmosfera della propria casa e benefit che arrivano a non stabilire il numero delle ferie che si può prendere durante l’anno. In realtà, quello che è rilevante non lo si vede ad occhio nudo, lo capisci mettendo insieme i vari racconti. Sì perché la differenza in questa densità di competenze è l’ossigeno che permea tutto questo perimetro. Nelle aziende che abbiamo visitato, nei molteplici incontri che abbiamo avuto, capisci che la differenza la fa la voglia di futuro che c’è in questo luogo. Nessuno si preoccupa in quale posto di lavoro sarà domani perché sa che questa paura non deve tenerla con sé. Da qui una spinta all’imprenditorialità individuale e collettiva che non riesci a misurare. Muoversi in questo ecosistema è come entrare in un acceleratore di particelle (la metafora mi viene facile visto che abbiamo visitato lo SLAC, uno dei più grandi acceleratori al mondo) che ti fa vedere come potrebbe essere il futuro: nanotecnologie, realtà virtuale/aumentata, robot/machine learning, alcune delle grandi trasformazioni che oggi stanno diventando applicazioni quotidiane in grado di cambiare la nostra vita in modo radicale. Italiani di frontiera – Certo, visitare Stanford University, gli Headquarters di Linkedin, Google, Airbnb, e incontrare i colleghi di queste realtà, ti fa comprendere come nella loro people value proposition nulla è lasciato al caso. E’ però negli incontri con Fabrizio Capobianco, inventore di Funambol e ora di Tok.tv, Riccardo di Blasio COO di Cohesity, Marco Palladino ventottenne startupper di Mashape, Flavio Bonomi con la sua Nebbiolo Technologies e Vittorio Viarengo Executive di importanti aziende della Silicon Valley (da VMWare a MobileIron), che capisci come le organizzazioni del futuro potranno riorientarsi. Ho sempre mal sopportato la definizione che ci è stata attribuita di HR Business Partner perché noi o siamo dentro al business o non facciamo il nostro mestiere, quindi non siamo partner di nessuno. Infatti un giro di questo tipo ti porta a fare non solo considerazioni legate agli strumenti HR che usiamo, ma ad essere costruttori del futuro delle nostre aziende. Flashback – Philadelphia è annunciata, per poi ripartire destinazione Venezia; devo chiudere il tavolino. Il tempo per una prima razionalizzazione di questo primo “Italiani di Frontiera Silicon Valley HR tour”, per il momento è finito; in un flashback mi arrivano tutte assieme le immagini di questa intensa settimana che non ci ha lasciato respiro tra meeting, ma anche momenti serali altrettanto interessanti e, in questo caso, divertenti. Come al solito quando vivi così ad alta quota i tuoi compagni di viaggio sono fondamentali per dare tridimensionalità ad una esperienza di questo

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Maico Campilongo, ristoratore-ciclista conquistato da IdF… dopo aver conquistato Palo Alto con il ristorante Terun

Ah la potenza di Italiani di Frontiera nello scovare personaggi e storie e creare link preziosi… In novembre alla fine dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour faccio tre presentazioni del mio libro in California: Berkeley, San Francisco e Stanford Palo Alto. Grande emozione vedere oltre 200 tra amici vecchi e nuovi, scoprire l’impatto che IdF ha anche nella Bay Area. L’ultima presentazione organizzata da BAIA è allo Stanford Shopping Center di Palo Alto (grazie Sara Pirami e Maria Luisa Sacchi), nel cortile di  Tootsie’s, rosticceria italiana. Un  grazie speciale a Enzo Carrone: fa un certo effetto esser filmato e fotografato da uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera che è uno dei direttori dello SLAC National Accelerator Laboratory di Stanford University… Ci sono tanti amici. Con i figli e la moglie Nadia, brava fotografa, c’è anche Luca Prasso (già a DreamWorks, oggi startupper con Curious Hat e collaboratore di un progetto innovativo con Google, che ha spiegato con una bellissima conferenza al TEDx Verona…), che incontriamo spesso assieme a imprenditori e manager durante gli IdF SV Tour. C’è un vecchio amico come Paolo Pontoniere, eccentrico giornalista dell’Espresso e decano dei (pochi) giornalisti italiani che vivono a San Francisco, che mi ha dato un prezioso aiuto all’inizio di questa avventura. E a sorpresa, c’è pure il leggendario Roberto Crea, calabrese, fra i padri dell’insulina sintetica! Un’emozione rivederlo, fargli indossare la maglietta di Italiani di Frontiera… e coinvolgerlo in uno scherzo: proiettargli addosso il  video della sua intervista (che so a memoria..) proiettato in oltre cento eventi in tutt’Italia… E lì che conosco per la prima volta un altro Italiano di Frontiera calabrese, Maico Campilongo, ristoratore  di Scalea, letteralmente entusiasta di IdF. Patito di ciclismo, studi di ingegneria ed economia, poi esperienze nel campo della musica, Maico  ha aperto proprio a Palo Alto con il fratello Franco un locale di straordinario successo, che ha Mark Zuckerberg (Facebook) e Tim Cook (Apple) fra i suoi clienti: Terun. Capisco la sua popolarità quando Karen, che nel 2008 ci affittò la sua casa a Palo Alto,  venuta con tutta la famiglia alla presentazione, va a salutarlo e a complimentarsi per quello che è pure il loro locale preferito… Dopo breve tragitto e chiacchierata sulla sua 500 elettrica, con Maico finiamo a cena ovviamente al Terun. Con me anche due nuovi amici di IdF, appena arrivati a San Francisco per un soggiorno di qualche mese: Paolo Giaccio (firma storica della Rai) e la sua compagna Camilla Baresani, celebre scrittrice, che dedica poi un articolo a Maico su Corriere Innovazione. Da allora,  la storia fra ciclismo e cucina di Maico sta rimbalzando in diversi notiziari online (HGNews, Identitàgolose, Paeseitaliapress, Unmondodiitaliani, Emigrazione). E tutto è iniziato quella sera. “Chi lo avrebbe detto che dalla presentazione di Italiani di frontiera sarebbe scaturito tutto questo successo mediatico per Terun, non ho parole, sono felice sì, non sono solo contento ma davvero felice. Mi hai mostrato un mondo che non conoscevo, un mondo nuovo per me , un mondo che mi piace”, mi ha scritto Maico… che ora è appena tornato per qualche giorno in Italia. Forse vale la pena di incontrarlo…