Sperimentare la modernità, malgrado la dittatura. In mostra a Firenze l’arte italiana anni Trenta

Percorrere sentieri inediti e preparare la modernità, malgrado i limiti imposti da un regime totalitario. Una vera sorpresa, la mostra Anni Trenta. Arti in Italia oltre il fascismo (sino al 27 gennaio, Firenze Palazzo Strozzi), ampia retrospettiva su arte, design e costume che hanno caratterizzato un Paese strettamente controllato dalla dittatura. Almeno fino al 1936 un panorama ricco e d’avanguardia, in grado di articolare forme e sperimentazioni artistiche diverse, come spiega nel video Antonello Negri, docente di Storia dell’Arte all’Università di MIlano, tra i curatori della mostra. “Nell’Italia degli anni Trenta, durante il fascismo, si combatte una battaglia artistica di grande vivacità, che vedeva schierati tutti gli stili e tutte le tendenze, dal classicismo al futurismo, dall’espressionismo all’astrattismo, dall’arte monumentale alla pittura da salotto. La scena era arricchita e complicata dall’emergere del design e della comunicazione di massa con i manifesti, la radio, il cinema e i primi rotocalchi, che dalle “belle arti” raccolgono una quantità di idee e immagini trasmettendole al grande pubblico. Insomma, un laboratorio complicato e vitale, aperto alla scena internazionale, introduttivo alla nostra modernità”, spiega la nota di Palazzo Strozzi. Una rassegna di pregio che esplorando il passato tocca almeno due dei temi cari a Italiani di Frontiera. Il primo è il confronto con la modernità e la scena internazionale, che caratterizza le opere di artisti, alcuni dei quali di fama mondiale. Il secondo è la capacità di “uscire dagli schemi”, in questo caso i limiti imposti da una dittatura rigorosissima, nel controllo della produzione culturale, una capacità che ha consentito per un lungo periodo a diversi artisti di esprimersi liberamente con opere d’avanguardia, protagonisti di tendenze e movimenti di portata internazionale, anche in un Paese oppresso da un regime totalitario.  

Peter Greenaway alla scoperta di Brancusi. Quando a Venezia 2009 mi aveva spiegato il futuro interattivo del cinema…

Negli ultimi anni si è dedicato ad esplorare in modo inedito capolavori dell’arte attraverso cinepresa e nuove tecnologie, convinto che il cinema tradizionale, quello di una fruizione passiva in sala, sia finito. Ora Peter Greenaway si appresta a ricostruire la vita di un grande maestro dell’arte contemporanea, il romeno Costantin Brancusi (grazie per la segnalazione a Nicoletta Iacobacci, preziosa amica di IdF, Head of Multiplatform di European Broadcasting Union e fantastica organizzatrice di TEDx Transmedia a Roma). Un’occasione per rispolverare una delle interviste più interessanti degli ultimi anni. Era stata una chiacchierata impegnativa a straordinaria, quella con un maestro del cinema, tutto proiettato nel futuro. Greenaway  (nella foto sulla terrazza dell’Excelsior, mentre scrutava il sottoscritto…), alla Mostra del Cinema 2009, dov’ero all’epoca inviato di Reuters, l’avevo intervistato da solo, mentre altri colleghi si preoccupavano di seguire i passi al Lido di Noemi Letizia, sigh… Il regista aveva proclamato la “morte del cinema”, come fruizione mediatica passiva in una sala buia. E’ con il telecomando, primo passo di interazione per lo spettatore, aveva detto, che è iniziata la fine del cinema come lo abbiamo inteso nel secolo scorso. E il futuro è nuove tecnologie, connettività e interconnessione, che danno a tutti la potenzialità di diventare autori e distributori. Di opere “in divenire”, che teoricamente potrebbero essere modificate ogni giorno. Sono passati tre anni e in questo mondo di media interattivi siamo immersi più che mai… Qui sotto l’intervista di allora, dal notiziario Reuters di Roberto Bonzio VENEZIA (Reuters) – Il cinema come l’abbiamo conosciuto è destinato a sparire, per questo un posto come la Mostra del Cinema non ha più senso. A dirlo è un maestro del grande schermo, Peter Greenaway, in scena stasera fuori concorso a Venezia con “The Marriage”, parte di un progetto multimediale che il regista britannico ha intrapreso da qualche anno rileggendo con installazioni tra immagini, musica e sculture grandi capolavori dell’arte, dalla Ronda di Notte di Rembrandt all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. “The Marriage” è dedicato alla Nozze di Caana di Veronese (l’installazione a Venezia è ospitata a San Giorgio), mentre Greenaway proporrà al Lido una rilettura in una chiave inedita di quello che definisce “Live Cinema”. “Ci sono 126 personaggi, ricostruzioni a 360 gradi… abbiamo finito questo lavoro 24 ore fa, non abbiamo ancora un film ma cinque clip associate al film”, dice a Reuters Greenaway, spiegando che con il suo “Live Cinema” si propone di riportare il mondo dei film in una sorta di ritorno alle origini, quasi circo e varietà, con un contatto rinnovato col pubblico, non più spettatore passivo. “Sono diventato una sorta di ‘VJ’, giro il mondo e incontro grandi pubblici… con attrezzature molto sofisticate”, spiega. E si dice molto interessato a cosa il cinema sarà nel futuro. “Di certo non sarà noioso, non sarà star seduti nella sala buia con tutti che guardano in una direzione”. “Deve diventare qualcosa di meglio. E sto cercando per quanto posso di connettere la nozione di cinema a due parole (comuni nel giornalismo): interattività e multimediale. E il cinema può essere entrambe”. Il regista, che ha all’attivo capolavori quali “I misteri del giardino di Compton House”, “L’ultima tempesta”, “I racconti del cuscino”, è convinto che il cinema come è stato nel Ventesimo Secolo sia ormai un fenomeno superato: “I giovani non vanno più al cinema e non guardano più la tv. C’è una nuova ‘laptop generation’ che comunica con Facebook. E la nozione di cinema sta cambiando, che piaccia o meno, in una comunità … i ragazzi i film vogliono farli da soli con laptop, sta diventando un settore fai da te non più per élite, non più organizzato da Hollywood”. “E se voglio continuare a rivolgermi al pubblico, ai giovani che davvero trovo eccitanti, devo cambiare modo di fare film. E posti come la Mostra del Cinema sono oggi una completa perdita di tempo, un’istituzione creata da Mussolini negli Anni Trenta, ora siamo 70 anni dopo abbiamo bisogno di festival?”. L’interazione con un pubblico non più passivo, che con laptop, telefonini e YouTube può fare film costituisce per gli artisti “un dialogo molto più ricco e sofisticato … ai tempi dei romani c’era un creativo ogni milione di persone, dopo la Seconda guerra mondiale forse 250 ogni milione, oggi con laptop e videocamera può essere uno su uno. Se crediamo nella democrazia nella politica, perché non credere nella democrazia nell’arte”, aggiunge. YouTube, Facebook e Internet sono strumenti che consentono di trasformarsi anche in distributori delle proprie opere, osserva. Fenomeno recentissimo, carico di energia. Perché “stiamo comunicando fra noi come non abbiamo mai fatto prima”, aggiunge. E un film girato col telefonino, magari sacrifica formato e suono ma può essere inviato in pochi secondo ad un amico di Pechino. Mentre un film della Mostra, se si è fortunati, a Pechino arriva tre anni dopo. Dobbiamo accantonare cose alle quali siamo abituati per poter sfruttare le opportunità del futuro, dice ancora Greenaway. Convinto che la fine del cinema sia iniziata nel settembre 1983, col primo telecomando, che ha introdotto l’inizio dell’interazione che il cinema non prevede. Non si cambia la fine di Titanic, dice, mentre oggi “posso fare un film e cambiare la fine ogni giorno della settimana. Un incubo, per i distributori, che tanto sono destinati a sparire comunque”. Ma le nuove tecnologie permettono anche di rileggere e scoprire segreti in grandi capolavori del passato. Il suo lavoro sull’Ultima Cena, ricorda Greenaway, ha individuato nella tavola una cosmografia che comprende Plutone, pianeta scoperto nel 1903, mentre le mani del dipinto, riportate su uno spartito musicale, coincidono con le note dell’antica canzone di Salomone che Beethoven riprese nell’Inno alla Gioia. Con “The Marriage”, invece, il regista avvalora la tesi che fu Pietro l’Aretino a convincere il Veronese a dipingere una scena che celava in realtà un’eresia, il matrimonio di Cristo con Maddalena. Greenaway è convinto che siano le nuove tecnologie ad aprire orizzonti inediti all’arte delle immagini in movimento. Per questo, ai giovani attirati dal cinema suggerisce di non preoccuparsi più del cinema: “E’ un fenomeno che sta

American Dreamers a Firenze, le riflessioni di Franziska Nori su un sogno forse infranto…

Inseguire il sogno… le coincidenze che segnano il percorso di Italiani di Frontiera ormai non le conto più. Lo scorso marzo, alla vigilia del prestigioso World Wide Rome, dedicato ai Makers digitali, dove avevo parlato di come costruire i sogni, con una conferenza “Making Dreams”, ero passato per curiosità a Firenze, dove si inaugurava una mostra dedicata proprio al sogno. O meglio a un sogno forse infranto. American Dreamers al Centro di Cultura Contemproanea di Palazzo Strozzi. E non so quanti spunti interessanti e pertinenti ho trovato, con l’avventura IdF… La mostra (sino al 15 luglio) propone una riflessione affascinante, su come molte illusioni del mito americano siano sfumate, un sentiero esplorato con creatività da diversi artisti contemporanei. Proposti a Firenze proprio in parallelo alla grande mostra dedicata ai loro connazionali, che tra fine Ottocento e inizio Novecento avevano eletto la città toscana a luogo d’eccellenza per il loro percorso di crescita artistica. Nel video qui sopra, le preziose riflessioni di Franziska Nori, direttrice del CCC Strozzina che ospita la mostra, su questo percorso degli artisti americani nel sogno infranto. In questo post invece la brillante presentazione da parte di Carlo Sisi, uno dei curatori, della mostra Americani a Firenze. Sargent  e gli impressionisti del Nuovo Mondo, che avevo intervistato pochi giorni prima.        

Sogno, modernità e “frontiere culturali”: una scoperta la mostra di pittori americani a Firenze

Sogno, visione, modernità… chi avrebbe pensato di ritrovare temi di Italiani di Frontiera in una mostra d’arte su pittori di oltre un secolo fa? Nato come progetto fuori dagli schemi, IdF è cresciuto lungo percorsi inaspettati, spesso scoperti grazie alla curiosità. E’ accaduto anche la settimana scorsa a Firenze. La presentazione di  “Americani a Firenze. Sargent e gli Impressionisti del Nuovo Mondo” , (sino al 15 luglio a Palazzo Strozzi, un grazie per l’invito ad Antonella Fiori, amica di IdF, che ne cura l’ufficio stampa con Lavinia Rinaldi) si è rivelata uno straordinario spunto di riflessione sul confronto tra mondi, culture e visioni diverse, nel rapporto con la modernità. Merito di Carlo Sisi, curatore assieme a Francesca Bardazzi della mostra. Che nell’intervista in video a Italiani di Frontiera ha spiegato quanto brillantemente esposto durante al conferenza di presentazione, alla vigilia dell’inaugurazione. Quello della mostra a Firenze, “Non è un percorso essenzialmente legato alla storia delle immagini dell’arte americana. E’ legato soprattutto ad un nodo concettuale ed etico alle radici stesse delle due culture, quella americana e quella italiana”, dice Sisi. Questi pittori erano giovani americani alla ricerca del Genius Loci, cioè di un’identità culturale, quella toscana, interpretata con gli occhi di chi amava Botticelli i grandi maestri, la pittura veneziana… Ma questo percorso di scoperta e crescita, spiega ancora, ha fatto scoprir loro una civiltà diversa da quella del loro sogno, che stava cambiando la Firenze medievale e rinascimentale, industrializzata, resa città europea con grandi strade e piazze. Queste modifiche, ricorda Sisi, erano per loro un sogno interrotto, infranto. E tentano perciò di impedirle, con polemiche contro l’amministrazione cittadina. Allo stesso tempo, gli abitanti di quella città non si accorgono di questa operazione. Gli americani tentano di legarla alla città del passato, i fiorentini non percepiscono questa tensione etica e scelgono da quel punto in avanti la Firenze di rendita, “quella di oggi, completamente venduta al turismo”, dice Sisi. Una Firenze che perde un’identità per chi ci abita, osserva, perchè come tutti i titolari di una rendita, afferma il curatore, i fiorentini “sanno di avere le cose ma non sanno dove sono e cosa sono”. Quasi una “frontiera culturale”, nessun punto d’incontro identitario  fra chi si oppone a questa modernizzazione e chi la subisce passivamente, senza percepirne il significato. Come osserva James M. Bradburne, direttore generale di Palazzo Strozzi, non è l’oggetto di una mostra ma l’approccio con cui si affronta a determinarne la qualità. E questa di Firenze, su pittori di oltre un secolo fa, offre davvero una riflessione di straordinaria attualità. Su come interpretare la modernizzazione, respingerla o subirla passivamente, vivendo di rendita. Su come un’immagine idealizzata divenga un sogno al quale non si vuol rinunciare, a costo di chiudere gli occhi davanti alla realtà. E  tutto questo accadeva in un periodo in cui per milioni di italiani il sogno si chiamava America. Fra 1880 e 1915, furono quattro milioni gli italiani che emigrarono nelle Americhe, alla ricerca di una vita migliore.Un sogno a volte realizzato, talvolta interrotto da una drammatica realtà, scoperta emigrando. (Nella foto,con Antonella Fiori, Francesca Bardazzi e Carlo Sisi).

“Frontiere” a Bari, TEDx Transmedia a Roma: IdF in prima linea, scrutando il futuro

Lo confesso, c’è voluto qualche giorno per far decantare la quantità di stimoli e idee raccolti la settimana scorsa, fra incontri straordinari in appena tre giorni. Prima a Bari, dove la conferenza di IdF è andato in scena il 28 settembre nel bellissimo palazzo delle ex Poste, davanti ad un pubblico in prevalenza di studenti nell’ambito di  “Frontiere-La prima volta“, festival di cultura e tendenze. Poi a Roma, dove il 30 settembre il  MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo, creato dall’architetto Zaha Hadid)  ha ospitato l’esclusiva conferenza TEDx Transmedia, una finestra globale sul futuro della comunicazione, con IdF nella selezionata platea. Che dire di Elisabetta Antognoni e Nello Ferrieri, della Fondazione Cinemovel di Bologna, fra i protagonisti a Bari? Da una decina d’anni, percorrono l’Africa da moderni saltimbanchi, portando il cinema dove non c’è più o non c’è mai stato, raggiungendo con schermo e attrezzature digitali villaggi dove elettricità e linee telefoniche non esistono. Proiezioni cui assistono a volte migliaia di persone, offrendo opportunità di crescita culturale e civile straordinarie, diffondendo anche film di registi africani, oltre a gettare le basi per formare cineoperatori e proiezionisti locali, in grado poi di vivere in patria con il proprio lavoro. Grandi, Elisabetta e Nello! In calendario a Bari anche l’anteprima di The Sunset Limited, ultimo film per la tv di Tommy Lee Jones, seguito da un’intervista video in esclusiva al bravissimo attore regista premio Oscar. Occasione per incontrare e conoscere la storia di Roberto Silvi, stimato montatore a Hollywood, che ora lavora con Lee Jones dopo esser stato… il montatore degli ultimi film del grandissimo John Huston! Non è da meno il suo amico Giovanni Orlando, di San Donà di Piave (pochi chilometri dalla mia Mestre), che dopo una carriera di successo oltreoceano nella finanza, memore delle suggestioni della frontiera vista nei western da bambino, si trasferisce a Santa Fè, New Mexico, nel cuori  di quel West,  in un ranch che diventa punto di riferimento per molti amici  registi e attori a Hollywood. Fra loro pure il più celebre degli attori nativi americani: Wes Studi, protagonista di film come Balla coi lupi, L’ultimo dei Mohicani, Geronimo, venuto anche lui a Bari… Dopo le interviste c’è stato appena il tempo per una foto di gruppo con Roberto, Giovanni, Wes (orgoglioso di indossare il suo nuovo Borsalino) e gentili signore. Poi via a Roma, per il TEDx (qui il bellissimo video di presentazione), ideato e coordinato alla grande dalla bravissima Nicoletta Iacobacci, Head of Multiplatform alla European Broadcasting Union,  consorzio di emittenti pubbliche dell’Unione Europea, intervistata in video in inglese per Forbes. Abbiamo scoperto il potere che ha il Transmiedia (l’interazione fra diversi media), dice Nicoletta, ormai è una realtà e allora perchè non l’applichiamo a cause sociali, per migliorare il mondo?  Non a caso la conferenza di Roma si è aperta con Mohamed Nanabhai, capo dell’Online di Al Jazeeera English (Qatar), che ha descritto le rivolte della Primavera Araba come una rivoluzione per i media, visto che le nuove tecnologie di comunicazione hanno alterato le dinamiche della protesta politica, creando nuove interazioni fra manifestanti, mass media, Internet e i social media. Una  “Rivoluzione 2.0,” che non ha un eroe ma tanti eroi, visto che tutti possono contribuire con idee e informazioni. Per Michel Reilhac, responsabile Cinema di ARTE (Francia), siamo in un momento di grande cambiamento, senza una sintassi o un linguaggio per il nuovo contesto. E questo rappresenta un’opportunità per creare una nuova di comunicazione, proprio attraverso il Transmedia. Marieke Hermans, Innovation Manager dell’emittente pubblica olandese NPO ha intitolato il suo discorso “Out of the Box”, chiedendosi: “Come possiamo spingere oltre al creatività? Stiamo usando la creatività in modo efficace per far sì che le cose funzionino?”. A volte basta poco, ha osservato. Creare il link fra persone, danaro e idee. Oppure aver il coraggio di dire al proprio capo: ” E se provassimo a…”. Autore del nuovo libro “Transmedia Storytelling” in uscita negli Usa e pioniere del settore, Max Giovagnoli, ha esaminaot invece il “Nuclear Power of Imagery”, mentre  di  ”Forza di un racconto” ha trattato Andrew Slack, cofondatore e direttore esecutivo di Harry Potter Alliance, che adotta un approccio creativo all’attivismo, mobilitando migliaia di ragazzi per diffondere valori positivi, amore e lotta per la giustizia, nello spirito dei libri di Harry Potter. Nulla di più reale di una comunità ispirata da valori positivi e forti nati in una storia immaginaria, ha spiegato, per aggregare un gruppo capace di raccogliere tonnellate di aiuti umanitari per i sopravvissuti del terremoto ad  Haiti, caricati su un aereo chiamato “Harry Potter”… La tecnologia offre una potente interazione tra finzione e realtà anche in casi che riguardano drammatici problemi sociali, dice Adipat Virdi, transmedia producer at Transmediology.com , in platea al TEDx di Roma. Virdi sta lavorando su uno straordinario progetto innovativo. utilizzare le tecnologie transmedia  per per stradicare il fenomeno dei delitti d’onore (oltre 17,000  i casi di delitti d’onore registrati nel 2008 in Gran Bretagna, dice Adipat). Qui il post in inglese per Forbes dedicato al TEDx Transmedia. TED è un’organizzazione nonprofit che ha per slogan Ideas Worth Spreading (idee che meritano d’esser diffuse). Iniziata come conferenza di quattro giorni in California 25 anni fa, è cresciuta con lo scopo di aiutare le idee che vogliono cambiare il mondo attraverso diverse iniziative. La conferenza annual TED invita i principali pensatori del pianeta a tenere discorsi di 18 minuti. Tutti i discorsi vengono poi diffusi gratuitamente sul sito, in buona parte anche sottotitolati. Come avverrà per gli speaker di Roma. Per queste bellissime esperienze, grazie per l’invito a Silvio Danese, amico di IdF e  collega del Giorno, che dirige Frontiere a Bari a fianco dell’ideatore Oscar Iarussi, a Mariateresa Gabriele,  amica di antica data e collega, che ha citato IdF in un bel pezzo sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Per la partecipazione a TEDx a Roma, un grazie speciale a Maria Moreni, che di IdF è appassionata sostenitrice e partner.

Addio a Sergio Bonelli, papà di Tex che aveva incrociato Italiani di Frontiera…

    I tanti film western al cinema parrocchiale, i fumetti di Tex Willer. E’ stato quello l’imprinting per me col mondo della frontiera. Che alla fine, chi l’avrebbe detto, in modo inatteso ha segnato il mio percorso professionale ed esistenziale con un progetto chiamato Italiani di Frontiera. E alla frontiera di Tex, inventata come le cose di fantasia ma così semplice, pulita e ricchissima di spunti e valori positivi ripenso oggi, rendendo omaggio a Sergio Bonelli, che ci ha lasciati. Subentrato al padre Gian Luigi alla guida dell’omonima casa editrice, Sergio Bonelli ha continuato la carriera di “papà di Tex”, sviluppando con altri nuovi protagonisti quella straordinaria fabbrica di immaginario a fumetti. Era stato un grande onore e piacere, averlo come ospite inatteso lo scorso dicembre, all’appuntamento organizzato da Italiani di Frontiera al Museo del Risorgimento, per la presentazione degli eventi e del libro “Dal Piave al Little Bighorn”  di Cesare Marino, dedicati alla memoria di Carlo Camillo di Rudio. Di cui Bonelli, avevo scoperto, aveva più volte scritto proprio su Tex… Grazie Sergio. Io e Cesare, che al West ed agli indiani in particolare ha dedicato la sua vita, come tanti altri patiti di frontiera, avventure ma anche dei buoni valori alla Tex, non dimenticheremo.

IdF a Frontiers 2010, “Dobbiamo tutto agli Hippie” alla prima, il pubblico reagisce alla grande sul web

A volte la sensazione e’ quella di uno show dal vivo come ai tempi del varieta’. Quando chi andava sul palco sapeva di avere pochi secondi per conquistare il pubblico ed evitare fischi impietosi. E tutto un po’ di corsa. Ci si butta senza neanche pensarci. Quando serve e non secondo scaletta. Vai tocca a te. Per tenere alta l’attenzione o peggio, per cercare di riconquistare l’attenzione dopo una fase moscia del programma, mentre alcuni si stanno alzando per una pausa (e sigh diversi amici di IdF stanno fuori a far network…). Per Italiani di Frontiera al bellissimo Frontiers of Interaction 2010, Roma Acquario Romano 3 e 4 giugno, e’ andata proprio cosi. E sono esperienze utili per farsi le ossa (a ‘sta eta’?). E capire, mai come questa volta, che la platea che si ha di fronte e’ solo una piccola parte della platea virtuale. Con molte piu’ persone che seguono lo streaming online. E commentano in diretta. Cosa che puo’ essere impietosa, a rileggere dopo. Nel mio caso,  e’ stato addirittura entusiasmante. E la presentazione inedita, un’anteprima, “Dobbiamo tutto agli Hippie” (il video e’ qui a fianco) e’ stata accolta oltre le migliori previsioni. Quasi 150 i commenti su Twitter. E tutti, tutti entusiastici. “Sto guardando anch’io Bonzio, mia moglie e mio figlio di 18 mesi sono ipnotizzati” (urco!); “Bravo Bonzio, grandi esempi, grandi citazioni, grandi immagini, grandi storie. Applausone”; “Roberto Bonzio e’ fantastico e dinamico. A lot of energy here at Frontiers”… e questa e’ di Leandro Agro‘, Top top Friend di IdF e Italiano di Frontiera a sua volta, anima e organizzatore assieme a Matteo Penzo di Frontiers. Grazie ragazzi. Location mozzafiato, l’Acquario Romano, una nicchia di persone speciali che rimbalza nel web interagendo con un pubblico virtuale molto piu’ ampio, speaker davvero notevoli, che con un po’ ti tempo merita di andare a risentire nei video del sito. E tanti, tanti amici vecchi e nuovi per IdF: Paolo Marenco, Riccardo Luna, Emil Abirascid, Giorgia Petrini, Andrea Vaccari, Paolo Privitera, Massimo Sgrelli, Patrizia Filippetti, David Orban, Davide Bocelli, Salvo Mizzi, Augusto Marietti, Andrea Rivetti, Nicola Zago di Lago (grazie per la foto Nicola!)…  e il partner immancabile di IdF, Luca Perugini. Oltre a un “amico ritrovato” con piacere, dopo qualche incomprensione: Marco Montemagno. Persino il pretesto (“so’ de Mestre cio’…) per incrociare il ministro Renato Brunetta alla fine del suo intervento d’apertura e rifilargli il bigliettino di IdF… Idee, energie, storie e progetti. Qui  un personale videodiario da Frontiers, con alcuni brani delle videointerviste che sarano pubblicate nei prossimi giorni. Qui lo slideshow da Frontiers 2010

Amici di IdF: il futuro va affrontato con creativita’ abbinando arte e scienza, dice guru Roger Malina

Il mondo contemporaneo cambia ad una velocita’ tale che e’ necessario affrontare i problemi non secondo sequenze tradizionali ma attraverso percorsi inediti. Esaltando le potenzialità della creatività e dell’interazione, che solo una stretta collaborazione tra arte e scienza può offrire. Parola di Roger Malina, scienziato americano, francese di nascita, direttore dell’Osservatorio Astrofisico di Marsiglia, membro dell’Observational Cosmology Research Group e responsabile editoriale di “Leonardo”, rivista del Massachussets Institute of Technology, di scena nei giorni scorsi a Milano all’evento Meet the Media Guru organizzato da MgM Digital Communication di Maria Grazia Mattei (nella foto con Malina e il sottoscritto) alla Mediateca Santa Teresa. Innovazione e creativita’ di cui parla Malina sono temi pertinenti a quelli trattati da Italiani di Frontiera. Come abbiamo avuto modo di concordare incontrando il guru a Milano, prima della sua conferenza. Qui l’intervista a Malina per Reuters Qui invece la conferenza in streaming di Malina a Meet the Media Guru.

Amici di IdF, Davide Bocelli ospite di Brian Eno in “think tank” contro armamenti nucleari

Ospite di Brian Eno, musicista e intellettuale superimpegnato in campo civile,  con un selezionatissimo gruppo di esperti internazionali, per discutere di come favorire la messa al bando di armamenti nucleari. E’ accaduto a Davide Bocelli,  docente all’Istituto Europeo di Design – Moda Lab Milano, consulente Marketing e Internet, e amico di Italiani di Frontiera. Davide,  CharterMember Onorario della Long Now Foundation di San Francisco. In questa veste, da appassionato esperto di comunicazione e linguaggio, futurologia, ha curato la traduzione  del libro di  Stewart Brand,  “Il Lungo Presente – Tempo e Responsabilità”. E’ in quella sede che ha conosciuto Eno, tra gli animatori della fondazione. In una breve intervista, Davide ci ha raccontato il suo impegno in “The Long Now” e la sua esperienza nel “think tank” antinucleare con Eno. – Cos’è The Long Now? “L’intenzione è quella di intendere ‘The Long Now’ come un ‘Lungo Presente’. Pensare a 10.000 anni di presente e di futuro come fossero la settimana scorsa e la settimana prossima. In questo modo il passato umano (10000 anni non sono poi tutto questo tempo) diventa qualcosa con cui ci possiamo confrontare. E possiamo scoprire che il potere che abbiamo oggi ci mette di fronte a enormi responsabilità: oggi abbiamo a che fare con un pianeta su cui abbiamo influito moltissimo in termini ambientali e quindi è nostra responsabilità pensare quale sia una risposta che ci impegni – per tutto il tempo che ci vorrà e sicuramente saranno decenni – per far fronte ad una situazione alla quale non possiamo in nessun modo sfuggire. – Come mai ti ha portato ad essere ospite di Brian Eno? “In realtà è stata una pura coincidenza. Ed ero presente come lo avrebbe potuto essere chiunque. Ero a Londra per seguire attività della Long Now Foundation, uno degli interessanti incontri con figure di spicco in ambito accademico e culturale. Ma la Fondazione  si occupa di promuovere un modo di pensare, ovvero la responsabilità a lungo termine, e una serie di progetti correlati e prevede esplicitamente di non prendere parti in campo politico, senza eccezioni. E questa regola è sempre stata rispettata da quando la fondazione esiste. Durante un incontro sulla Long Finance (finanza sostenibile a lungo termine) a Londra, ho ricevuto un invito a partecipare a questa serata. Brian Eno è membro di BASIC, una non profit che si occupa di questo. Parliamo quindi di un’organizzazione del tutto diversa impegnata nella sensibilizzazione riguardo grandi e gravi problemi di politica internazionale. In questo caso il disarmo nucleare. Non è usuale che Eno raccolga nel suo studio – il luogo intimo della creazione – un centinaio di ospiti da tutto il mondo e impegnati nella politica, nell’arte, nella cultura e nell’economia. Lunedì 1 febbraio 2010, Brian Eno ha ospitato ‘Visions for a New Century’ nel suo studio di Londra con il supporto delle organizzazioni internazionali BASIC e Ploughshares Fund”. – Di cosa si è discusso? “Dobbiamo accettare l’idea che l’incubo nucleare è solo sommerso da emergenze più gravi, ma non è archiviato. I prossimi sei mesi saranno di importanza cruciale per il futuro del disarmo. La posizione del presidente Obama è schierata contro la proliferazione nucleare e questo apre uno spiraglio per un futuro bando delle armi nucleari. È un cammino lunghissimo, ma la speranza esiste, è concreta e va coltivata. Tutti gli speaker hanno auspicato il riconoscimento della posizione di Obama, orientata al raggiungimento di un futuro senza armi nucleari. Non si tratta di nulla che possa essere realizzato in tempi brevi, ma tempi propizi come questi sono occasioni da non perdere”. – Chi c’era? “Hanno parlato, oltre a Eno, Ellen Tauscher,  Dipartimento di Stato USA, sottosegretario di Stato per il Controllo degli Armamenti e gli Affari di Sicurezza Internazionale;  Des Browne, Membro del Parlamento del Regno Unito, già Segretario di Stato alla Difesa; Shirley Williams, baronessa di Crosby e consulente del primo ministro Brown sulla Proliferazione Nucleare, professoressa ad Harvard; Joseph Cirincione,  Presidente del Ploughshares Fund; Paul Ingram, Executive Director di BASIC; Rory Bremner, comico scozzese, Channel 4”. – Come si pensa di far pressione sui politici? “Per quanto riguada il pubblico, Internet ha un ruolo cruciale. Ciascuno di noi ha spazi – da Twitter al blog – per esprimere quello che pensa. Ciascuno di noi ha l’email per sommergere i propri politici di riferimento di domande e di sollecitazioni. Poi ci sono i social network che favoriscono il passaparola. In modo più diretto, è già stata firmata una lettera a Barack Obama e a Gordon Brown per promuovere iniziative concrete che conducano nei tempi che serviranno – e realisticamente si stimano tempi lunghi – al raggiungimento di un mondo senza armi atomiche. Uno dei tanti grandi problemi da risolvere”. – Cosa possiamo fare, come cittadini e utenti del web? “L’opinione pubblica ha un ruolo importante in tutto questo. Abbiamo già detto di internet. E ciascuno può contribuire attraverso il proprio impegno nella politica, nella comunicazione o nella ricerca. E non vi è alcuna ragione per non farlo. Il futuro dell’umanità dipende certamente dalla capacità della nostra generazione e delle prossime di ridurre le possibili cause di estinzione. Un mondo libero da armi nucleari è un mondo in cui c’è una ragione in meno perché questo accada”. Ma… che razza di amici ha Italiani di Frontiera, eh?

Venezia 2009: da Clooney a Greenaway, diario personale dopo la Mostra del Cinema

Per una decina di giorni IdF ha staccato la spina, durante la trasferta per Reuters alla 66a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (mentre il fedele Mac Pro era in riparazione…). Occasione per incontri con artisti, amici vecchi e nuovi, interviste, spunti e riflessioni spesso pertinenti ai temi di questo blog. Qui una galleria fotografica di star ed eventi. Qui incontro ravvicinato con George Clooney. Qui invece galleria personale di amici incrociati prima e durante la Mostra. Ecco un personalissimo diario. L’INTERVISTA PIU’ INTERESSANTE – Chiacchierata (impegnativa) con un maestro del cinema, tutto proiettato nel futuro, quella con Peter Greenaway (nella foto sulla terrazza dell’Excelsior, mentre scruta il sottoscritto…). Il regista britannico proclama la morte del cinema, come fruizione mediatica passiva in una sala buia. E’ con il telecomando, primo passo di interazione per lo spettatore, dice, che e’ iniziata la fine del cinema come lo abbiamo inteso nel secolo scorso. E il futuro e’ nuove tecnologie, connettivita’ e interconnessione, che danno a tutti la potenzialita’ di diventare autori e distributori. Di opere “in divenire”, che teoricamente potrebbero essere modificate ogni giorno. IL FILM PIU’ BELLO – Non capita spesso di condividere le scelte della giuria. Ma stavolta c’e’ da sottoscriverne la scelta (Sul Leone d’Oro non c’e’ stata discussione”, ha detto il presidente Ang Lee). “Lebanon” dell’israeliano Samuel Maoz e’ stato davvero il film piu’ bello. Un dramma di guerra con un risvolto autobiografico toccante. Un giovane soldato che a vent’anni in guerra uccide per la prima volta e ne resta sconvolto. Poi tenta inutilmente infinite volte di superare quel trauma scrivendone. Ci riesce soltanto 25 anni dopo. In tre anni, la sua storia diventa il suo primo film da regista. Girato tutto all’interno di un blindato. E vince il Leone d’Oro. Carlo Rossella, presidente di Medusa, deluso dai mancati premi a “Baaria” di Giuseppe Tornatore, lo ha definito un film di nicchia! E come no: la guerra, i tormenti interiori di un gruppo di giovani, la paura, l’orrore della violenza… proprio roba di nicchia, no? IL FILM PIU’ DIVERTENTE – Quanta intelligenza e leggerezza nello spassoso Soul Kitchen diFatih Akin, tedesco di origine turca. Dietro alle vicende di un ristorante sgangherato come la curiosa fauna che ci mangia o ci lavora, tutta l’energia di un gruppo di artisti giovani, quasi tutti immigrati. Dramma e commedia, storie e personaggi, brio e semplicita’. Una miscela che al cinema italiano proprio non riesce facile… CLOONEY NON SOLO DA RIDERE – Davvero divertente anche “The Men Who Stared theGoats”, con un brillante George Clooney, film di Grant Heslov in stile fratelli Coen. Clooneycon classe sullo schermo e fuori, capace di reagire con signorilita’ a pesanti domande sulla sua presunta omosessualita’. Ma la bizzarra storia di un reparto speciale dell’esercito che sperimenta poteri paranormali ispirandosi alla controcultura mistica californiana e’ meno strampalata di quel che sembra. I riferimenti a qualcosa di realmente accaduto sono molti piu’ di quanto si immagini, ha detto il regista. E proprio IdF ha tra i suoi temi il ruolo ispiratore avuto dalla controcultura degli anni Sessanta per la rivoluzione informatica, Internet e lo stesso modo di pensare odierno. ITALIANE SULLO SCHERMO – Inutile ricordare quale disastroso stereotipo sia la donna italiana in televisione. E sul grande schermo? Xenia Rappoport e Jasmine Trinca dopo tutto non hanno demeritato, conquistando i premi di miglior attrice e miglior attore emergente per i ruoli svolti in “La doppia ora” di Giuseppe Capotondi, un thriler imperfetto ma interessante. E in “Il grande sogno” rievocazione del ’68 di Michele Placido. Ma molti pronosticavano la palma per Margherita Buy, ancora una volta tormentata interprete, in “Lo spazio bianco” di FrancescaComencini. Brava, niente da dire. Ma mi permetto una personalissima osservazione. E’ mai possibile che alle donne decorative, appariscenti e tutto sommato degradate del piccolo schermo, il grande schermo finisca col contrapporre quasi sempre, spesso con la Buy, figure tormentate nel loro privato, profonde ma profondamente ripiegate su se stesse, all’interno di piccole storie personali? ATTORI ITALIANI MIGLIORI DI REGISTI E SCENEGGIATORI – Nel cinema italiano comunque, attori e attrici sono una spanna al di sopra dei registi degli sceneggiatori. Non lo dico io ma lo ripete da anni un “mostro sacro” della critica, Morando Morandini, autore dell’omonimo dizionario del cinema, che anche quest’anno alla vigilia dei premi ha tracciato in esclusiva per Reuters un bilancio di tutta la Mostra. Come dargli torto? Certo, lui avrebbe premiato la Buy… DRAMMA E OTTIMISMO DALL’IRAN – Ha raccontato il dramma dell’Iran utilizzando in parte spezzoni di filmati girati con videofonini, da suoi connzionali. Hana Makhmalbaf giovane regista di “Green Days” che ha commosso Venezia, nel suo Paese non puo’ tornare. Eppure ha detto di essere ottimista. Perche’ la storia ha dimostrato che le dittature cadono, la voglia di liberta’ viene premiata e oggi puo’ trovare nella Rete e nelle tecnologie nuove armi di resistenza.