Cinquant’anni fa moriva Adriano Olivetti, su IdF riflessioni e testimonianze esclusive dei veterani

Cinquant’anni fa, il 27 febbraio 1960, su un treno tra Milano e la Svizzera moriva a 59 anni Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, promotore col padre Camillo di uno dei piu’ straordinari casi aziendali italiani. Qui le rievocazioni della Stampa e del Sole 24 Ore. La Olivetti ed i tanti veterani di quell’azienda diventati imprenditori e venture capitalist incontrati a Silicon Valley hanno un ruolo di primo piano in Italiani di Frontiera e nella riflessione sull’innovazione che questo progetto vuol stimolare. Ecco dunque un breve tour “sulle orme di Olivetti” all’interno di IdF. Si parte da Laura Curino che ha portato in teatro i sogno Olivetti, dai ricordi di Laura Olivetti, presidente dell’omonima Fondazione e figlia di Adriano. Il percorso tra i veterani oggi a Silicon Valley (raccolti nella categoria Olivetti Boys), comprende incontri e testimonianze esclusive, con Enzo Torresi, Enrico Pesatori, Giacomo Marini, Francesco Lacapra, Gianluca Rattazzi, Luciano Dalle Ore, Giamma Clerici, Ezio Valdevit.

Cento anni di Olivetti – Patrimonio ancora vivo, dice Laura, figlia di Adriano e presidente della Fondazione

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”. Cosi’ Laura Olivetti, figlia di Adriano (con lui da bambina nella foto) e presidente della Fondazione intitolata al padre, ha ricordato in un’intervista a Reuters l’importanza dell’eredità Olivetti, nel centenario della fondazione della prima fabbrica a Ivrea (29 ottobre 1908) da parte del nonno Camillo. Quel che ‘ rimasto, dice, è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. Ecco il testo dell’intervista, “Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l’erede” realizzata per Reuters. MILANO (Reuters) – L’eredità Olivetti è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell’omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell’azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale. “Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione. ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO Di quell’esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d’avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d’infanzia. “Vivere nella luce… era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall’asilo alla fabbrica. Non c’erano posti dove non ci fosse la luce naturale…né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti. Quasi una metafora, per un’azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell’epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano…architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda. A proposito di un’organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l’abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”. Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l’epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti. Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale. “Olivetti all’epoca era davvero all’avanguardia mondiale, l’ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall’America”, afferma Laura Olivetti. “LABORATORIO DELL’INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA Il centenario dell’azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione. “Un tavolo per l’innovazione, un ‘laboratorio dell’intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni. Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability “. “Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d’avanguardia sull’ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall’esterno”, dice. “Era parte di un’idea d’impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell’impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.

Sessant’anni fa nasceva il primo personal computer. Ed era italiano. Inventato da Olivetti “quasi in clandestinità”

Il mio articolo pubblicato su StartupItalia con ottimi riscontri dai lettori. New York, ottobre 1965. Un grande stand a forma semicircolare, in un’immensa fiera internazionale. In bella mostra macchine calcolatrici, fatturatrici, macchine da scrivere, impreziosite dal raffinato design made in Italy che caratterizza l’azienda. Che in una saletta riservata espone anche un’altra misteriosa macchina, davvero singolare. Si chiama Olivetti P101. Quel “Uan-Ou-Uan” in inglese suona bene ma non è per questo che il pubblico dopo un po’ trascura il grande stand accalcandosi in quella saletta. E’ che quella macchina, esposta su un tavolo, viene presentata come un computer. E i primi visitatori non ci possono credere e cercano il trucco: sicuramente c’è un fascio di cavi nascosto che collega quell’apparecchio, non più grande di una telescrivente, al “vero” computer, grande almeno come un paio di enormi armadi. La squadra della P101 Olivetti: Pier Giorgio Perotto, Giovanni De Sandre, Gastone Garziera, Giancarlo Toppi La storia del primo PC Olivetti Sono passati sessant’anni da quel leggendario evento a New York, alla grande fiera delle macchine da ufficio BEMA (Business Equipment Manufacturers Association). Quando la Olivetti svelò al mondo il primo personal computer della storia. La Olivetti P 101 in una pubblicità dell’epoca Rievocare la storia della piccola squadra italiana capace sessant’anni fa di quella leggendaria invenzione è un misto di emozioni contrastanti. Ammirazione e orgoglio, per lo straordinario risultato ottenuto da un manipolo di visionari connazionali. Ma pure amarezza, per l’incapacità di valorizzare come meritava quell’eccezionale impresa. A guidarla era stato un torinese classe 1930, Pier Giorgio Perotto, scomparso nel 2002. Che aveva ricordato in un prezioso libretto  (“P101. Quando l’Italia inventò il computer”, Edizioni di Comunità) un’avventura in cui il modo di pensare contò più della tecnologia. Era iniziata a Pisa, dove Olivetti aveva aperto nel 1955 un laboratorio di ricerche avanzate in collaborazione con l’Università, con ricercatori che a Perotto erano sembrati personaggi di un altro mondo. Dieci anni prima di molti hippieggianti pionieri della Silicon Valley, quei ricercatori a Pisa, alle spalle esperienze in Inghilterra e Usa, erano eccentrici e trasandati, ostentavano uno stile informale agli antipodi rispetto ai colleghi della fabbrica di Ivrea, più rigidi e burocratici, che li consideravano poco più che inconcludenti farfalloni. Era stato Adriano Olivetti a capire che si doveva per forza esplorare un territorio nuovo, aprendo già nel 1953 nel Connecticut un piccolo laboratorio che studiava le possibili applicazioni dell’elettronica alle macchine da ufficio. Se l’azienda di Ivrea poteva coniugare innovazione, design, Umanesimo e welfare per i dipendenti, se poteva affiancare a ingegneri e designer geniali pure intellettuali e scrittori, era grazie alla straordinaria redditività dei suoi prodotti. Come la leggendaria Divisuma 24, macchina da calcolo che a fine linea di produzione costava circa 40mila lire e sul mercato era richiestissima al prezzo di 325mila lire. Un gioiello che permetteva operazioni di calcolo complesse e funzioni “da circuito elettronico”… grazie a pezzettini di lamiera. Merito di un genio autodidatta della meccanica, Natale Capellaro, classe 1902, entrato in fabbrica a 14 anni e cresciuto sino a diventare direttore generale tecnico. Sarebbe stato lui a confessare a Olivetti, dopo l’ultimo ciclo di progettazione, che non si potesse far evolvere ulteriormente quelle straordinarie macchine, ha raccontato in un recente incontro Gastone Garziera, classe 1942, progettista vicentino unico superstite di quel gruppo, in cui era entrato alla dipendenze di Giovanni De Sandre, ingegnere friulano. Sulla nuova frontiera dell’elettronica, quegli innovatori erano rimasti presto soli, dopo la morte improvvisa di Adriano nel 1960 e quella l’anno dopo, in un incidente stradale, di Mario Tchou, geniale ingegnere italocinese assunto proprio col compito di costituire il gruppo di Pisa. Mario Tchou con Roberto Olivetti Per Olivetti, in crisi finanziaria dopo l’acquisto di Underwood, l’elettronica era un «neo da estirpare», secondo una celebre affermazione, che oggi appare tragicomica, di Vittorio Valletta, alla guida della Fiat che deteneva una quota di azioni della casa di Ivrea e che pose pesanti condizioni per il suo risanamento. E nel 1964, quella divisione che contava 3mila persone e realizzava pure il calcolatore Elea, per molti dirigenti era ancora un «corpo estraneo», di cui liberarsi con un patto con un colosso Usa come General Electric. In un incontro a Phoenix, nel caldo soffocante del deserto dell’Arizona, l’accoglienza per gli italiani era stata gelida. «Ci fecero capire che l’unico interesse era costituito dall’acquisizione di una base commerciale per distribuire calcolatori progettati a Phoenix, di non attribuire all’Italia alcuna credibilità al di fuori del design», ricordò nelle sue memorie Perotto, che uscì da quell’incontro con funesti presagi sul futuro della divisione elettronica e del gruppo in generale. Lui invece da un paio d’anni sognava una macchina che stesse su una scrivania, offrisse autonomia funzionale e permettesse a chiunque di farla funzionare, seguendo poche semplici istruzioni, mentre i giganteschi computer dell’epoca erano complicati e accessibili solo a programmatori. Prima che nella tecnologia il pc fu una sfida nel modo di pensare Una sfida “culturale”, prima ancora che tecnologica: ribaltare il concetto che fosse l’uomo a doversi adattare a tempi, modalità ed esigenze della macchina. E quanta astuzia, in questa sfida. Il primo passo di Perotto fu quello di rendersi indisponente e odioso nel colloquio con gli americani, ben felici di liberarsi di lui “scaricandolo” alla divisione macchine da calcolo, dove il team lavorò quasi in clandestinità. Con De Sandre e Garziera, che considerava “bravissimi”, Perotto strinse un patto: punteremo ad ogni costo a un prodotto rivoluzionario. E se microprocessori e memorie a semiconduttore ancora non esistevano, i transistor furono componente cruciale e molti problemi inediti vennero risolti con l’inventiva e congegni meccanici, come l’uso di un filo d’acciaio che Olivetti impiegava per le molle, che si rivelò perfetto. Mario Bellini, architetto che realizzò il design della P 101 oggi esposta in diversi musei del mondo Dopo un lavoro ossessivo, il prototipo di quella macchina con 10 registri di memoria, un facile linguaggio di programmazione, scheda magnetica che funzionava come un floppy disk per registrare dati e programmi, piccola stampante incorporata, era pronto. E poteva stare su una scrivania, con un elegante design di un giovane architetto,

Cinquant’anni fa il primo personal computer stupiva New York. Era italiano, la P 101 “Perottina” Olivetti

Steve Jobs aveva dieci anni quando  nello stand Olivetti del BEMA di New York, il salone dell’elettronica,  il pubblico trascurando le macchine da scrivere si mise a cercare incuriosito il fascio di cavi che di sicuro collegava quella macchina grande come una telescrivente a un “computer-armadio” nascosto chissà dove… perchè quella macchina da tavolo veniva presentata come un computer! Il 14 ottobre 1965 fece il suo esordio pubblico quello che è considerato il primo personal computer la P101 Olivetti, ribattezzata  “Perottina” poiché era stata realizzata da un manipolo di “ingegneri folli” capitanati da Pier Giorgio Perotto, una storia che viene spesso rievocata nelle conferenze Italiani di Frontiera. E alla quale La Stampa  ha dedicato un bell’articolo. Tutta la storia della leggendaria P101 è raccontata nella pagina di storia del sito di Olivetti Eccone un estratto. “…Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.. . nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina” …Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti. Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto. Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101… …Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965… …Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti…”. Oltre che fucina di straordinaria innovazione, come ricordato anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” la Olivetti è stata pure il trampolino di lancio per tanti protagonisti di questo progetto incrociati a Silicon Valley, come ricorda questo post pubblicato nel 2010, nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti. Qui invece l’intervista 2008 realizzata per Reuters a Laura Olivetti, presidente dell’omonima fondazione.

Machiavelli, Olivetti, Montessori e la modernità… mi tocca dar ragione a Ostellino!

Aiutooo! Qualcosa di grave mi sta succedendo. Dopo aver apprezzato una battuta di Vittorio Feltri (chi l’avrebbe mai detto?) sull’insopportabile volgarità di Lucianina Litizzetto… per la prima volta concordo pure con Piero Ostellino, principe della chiacchiera dotta, uno che ha sempre evitato le notizie (è stato “solo” che direttore, al Corriere) e ora pontifica costantemente sullo stesso quotidiano, sempre in nome del liberalismo. Solo che questa sua recente riflessione mi ha colpito, perché coincide con una parte del percorso di Italiani di Frontiera, che spiega ad esempio perché grandi maestri capaci di pensare il futuro, come Adriano Olivetti e Maria Montessori, siano stati così emarginati in patria. E cioè, che a frenare l’Italia sulla strada della modernità siano coincidenze fra pensiero cattolico e comunista, con una serie di stereotipi consolidati e ancora diffusi, nella società non solo nella classe politica, che ormai fanno a pugni con la realtà. Italiani di Frontiera osserva come Adriano Olivetti e Maria Montessori fossero appunto “Out of the Box” rispetto a questi stereotipi. Ostellino traccia un percorso simile ma parte dall’emarginazione in Italia di Niccolò Machiavelli, pioniere del pensiero politico moderno. “Perché nei nostri licei e nelle nostre università non si studiano, non si analizzano e, spesso, manco si leggono le opere di Machiavelli? Perché molti italiani neppure sanno chi egli è stato per il pensiero politico della Modernità?…La risposta sta, forse, nel fatto che, in Italia, fra la prassi religiosa e morale della Chiesa della Controriforma che, se necessario, indulge volentieri al realismo, ma evita contemporaneamente di parlarne, e la prassi politica e moralistica del comunismo, ambiguamente oscillante fra parlamentarismo praticato e rivoluzionarismo promesso, ci sono state più affinità e coincidenze di quanto si creda. Il realismo di Machiavelli era in contraddizione sia con l’utopismo marxiano, sia con la togliattiana doppiezza politica del Pci; oggi, lo è anche rispetto al trasformismo dei suoi eredi”. A dire il vero nelle scuole si studia eccome Machiavelli. Ma è quella tradizione di pragmatico realismo che sembra esser stata emarginata dalla politica ma forse pure dalla società, afflitta da un eccesso di ideologismo litigioso che spesso si accontenta di affermare se stesso, meglio se contrapponendosi agli altri. E di difendere il consenso attorno a quell’identità. Risolvere i problemi (Problem Solving)? No non è la cosa più importante… Qui l’editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera: Il diritto al lavoro per legge, l’illusione che fa male agli italiani.

IdF Archives, Enzo Torresi ricorda la straordinaria esperienza Usa di Olivetti

All’inizio, era l’Olivetti. Il 29 ottobre 1908 aprì a Ivrea la prima fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, fondata da Camillo e lanciata poi a livello internazionale dal figlio Adriano. Una storia straordinaria, anche se dall’epilogo amaro. Un esempio unico di azienda votata all’innovazione, con uno spirito aziendale molto simile a quello di Silicon Valley, dove l’Olivetti sbarcò in forze, contando oltre 250 dipendenti al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto. E gli “Olivetti Boys”, oggi imprenditori veterani, sono il nucleo centrale  degli Italiani di Frontiera protagonisti di questo blog. A partire da un testimone d’eccezione, Enzo Torresi, oggi venture capitalist con EuroFund , che fu il vero protagonista dell’avventura Usa di Olivetti. DA IVREA ALL’AMERICA – Laureato da poco, all’inizio degli anni Settanta entrai in Olivetti. A Ivrea avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come responsabile della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…”, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei display a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumerai di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?”. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti”. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America. Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia. Ma in quel periodo in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono a Mountain View, dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’ solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi convincerete anche voi…”. Questa operazione dei test divene un altro grosso successo di efficienza per Olivetti e mi diedero ancora un po’ piu’ corda. PROGETTARE IL PRIMO PC OLIVETTI – La fonte dello

Amici di Idf: Laura Curino in teatro con il sogno Olivetti nel centenario

L’impresa come sogno di visionari con i piedi per terra. Un padre che la crea scommettendo su un futuro di tecnologia, un figlio che da’ all’azienda statura mondiale. Senza mai dimenticare che al centro non sta il profitto ma l’uomo e la costante innovazione. Lo ammetto, avevo gli occhi lucidi applaudendo al Teatro Studio di Milano la straordinaria Laura Curino, attrice bravissima tornata in scena con “Camillo Olivetti: alle radici di un sogno“. Qui l’intervista per Reuters a Laura, che ha riportato in scena lo spettacolo su Adriano Olivetti. Temi particolarmente importanti per questo blog. Non solo perche’ da Olivetti e’ uscito il nucleo centrale degli Italiani di Frontiera di Silicon Valley. Alcuni gia’ presenti sul blog. Come Enzo Torresi, Gianluca Rattazzi , Giacomo Marini, Enrico Pesatori, Ezio Valdevit, Luciano dalle Ore, Giamma Clerici . E altri di imminente pubblicazione come Francesco Lacapra di MaxiScale e Luca Cafiero di Cisco. Ma anche perche’ lo spirito che ispiro’ gli Olivetti, forse troppo in anticipo sui tempi in Italia, ha molto in comune con quello di Silicon Valley. Qui un commento di Carlo De Benedetti (in un lancio Agi) in occasione del coinvegno a Milano moderato proprio da Laura Curino (qui un resoconto Ansa). Qui invece un ricordo di Laura Olivetti su La Stampa.

Dopo uno storytelling Italiani di Frontiera. Guida per Curiosi fra personaggi, video, podcast e link

Avete visto di recente una performance di Italiani di Frontiera (Milano, Rimini, Genova, Gubbio) e… siete rimasti leggermente frastornati dal vortice di storie, personaggi, citazioni, parole chiave? Niente paura. Ecco una Guida per Curiosi dopo uno storytelling IdF con tutti gli approfondimenti. Pronti con il Surf? POST E VIDEO Interviste e immagini degli incontri con  Augusto Marietti (Mashape, ora Kong) e Loris Degioanni (Sysdig) oggi unicorni italiani a Silicon Valley La lunga intervista esclusiva (Stanford 2008) a Luca Cavalli Sforza leggendario genetista oggi scomparso. Tutti i post degli incontri ed eventi con Federico Faggin La metafora del Surf all’inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano Blue Note maggio 2018). Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour in una playlist commenti dei partecipanti Genesi della fortunata metafora della Sindrome del Palio di Siena finita nel rapporto Eurispes I post su Maria Montessori  e Adriano Olivetti STORIE E PERSONAGGI NEL NUOVO PODCAST  Si trovano tutti sul sito di Italiani di Frontiera, da qualche settimana le loro storie, con nuovi approfondimenti, sono disponibili pure nel nuovo IdF Podcast su Spotify (anche per gli account gratuiti) e altre piattaforme audio L’inizio di Italiani di Frontiera Cesare Marino antropologo degli indiani  e scopritore di italiani nel West allo Smithsonian Institution Luca Prasso pioniere della grafica digitale da DreamWorks a  Google, oggi sulla frontiera dell’Intelligenza Artificiale. Roberto Busa gesuita autore dell’Index Thomisticus e straordinario pioniere dell’Umanesimo Digitale Lorenzo Thione imprenditore  di successo nel software e nel musical, da Bing a Broadway Giacomo Costantino Beltrami e Paolo Andreani esploratori nel West nell’Ottocento e Settecento Cristina Dalle Ore già astronoma NASA, dalle sonde spaziali alle nuove frontiere dell’agricoltura Andrea Vaccari startupper da uno sgabuzzino a casa Zuckerberg, ribaltando una situazione “impossibile” Chris Hadfield astronauta canadese canta “Space Oddity” di David Bowie sulla stazione spaziale orbitante in assenza di peso. Multiverso e caos indecifrabile: “Everything Everywhere All at Once“, sette Oscar (trailer italiano) Piccola Renna (2024) serie Netlfix di enorme successo che spinge a cambiar prospettiva nel seguire la storia Federico Faggin: “Quel dono unico degli italiani nell’affrontare la Complessità” (video esclusivo IdF) Lorenzo Thione da Bing a Broadway: il musical “Allegiance” (2012) di cui è stato produttore e coautore Fabio Parodi da Olivetti a Cisco a LinkedIn: “Italiani a proprio agio nella Complessità anche quando ha le  caratteristiche del Caos” (da 1’27”, video esclusivo IdF) Tre film premiati con  gli Oscar, con storie d’amore fra artisti capaci di esser mentori l’un l’altro nei momenti più difficili. “La La Land” (2017) “A Star is Born” (2018) “Once” (2006) “Reverse Turing Test Experiment with Ais” (2024).  Come l’Intelligenza Artificiale “scopre” chi è un essere umano. “Interstellar” (2014). “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri, Esploratori. Non Guardiani” Infine, alcuni dei libri citati nelle presentazioni. Buon viaggio! Ah: condivisioni, commenti e link sui social, clic su “segui” al podcast, saranno preziosi per IdF… Grazie!

Cavalcare l’Onda della Complessità: una guida dopo gli storytelling Italiani di Frontiera a Cagliari

Che emozione, e che piacere tornare qualche giorno fa con Italiani di Frontiera a Cagliari a nove anni esatti dal primo incontro, 30 giugno 2014, scoprendo un’infinità di preziosi amici vecchi e nuovi: al mattino alla Facoltà di Ingeneria dell’Università, al pomeriggio nella sala di Open Campus, incubatore Tiscali. Un piacere anche per IdF, accompagnato per anni negli storytelling da chitarra o pianoforte, la prima di un  duetto con un sax, quello del bravo Enrico Marongiu. Grazie Enrico! Replicheremo presto…   IdF ha ampliato il proprio raggio discostandosi dal ponte Italia-Silicon Valley con sempre nuovi spunti d’ispirazione. Ecco quindi una scaletta per ricordare e approfondire gli spunti degli ultimi storytelling. Chris Hadfield astronauta canadese, combinando eccezionali competenze, realizza un memorabile video cantando Space Oddity nella Stazione Spaziale Orbitante, in assenza di peso. 52 milioni di visualizzazioni in dieci anni, per quella che David Bowie aveva considerato la miglior versione della sua canzone, uscita pochi giorni prima dello sbarco dell’Uomo sulla Luna.   A ispirargli Space Oddity, aveva detto Bowie, lo sconcerto di fronte a un film bellissimo e misterioso come “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.   Lo stesso sconcerto provato davanti al film di Kubrick si ripresenta davanti al caotico Multiverso di “Everything. Everywhere. All at Once“, film dei “Daniels“, vincitore di sette premi Oscar.       Lo spazio che sa ispirare. Cristina Dalle Ore astronoma trevigiana  e la sonda su Plutone Gli italiani e la Complessità. Federico Faggin e il dono unico degli italiani di affrontare la complessità con una visione di sistema.   Fabio Parodi (ex LinkedIn) e la capacità degli italiani di affrontare la Complessità sentendosi a proprio agio anche quando questa ha le sembianza del Caos   Cavalcare l’onda della Complessità. La metafora del surf  come Pensiero Laterale, inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano, Blue Note esaurito il 28 maggio 2018)   Luca Prasso da Dreamworks a Google Maria Montessori straordinaria pedagogista che insegnò a intercettare e valorizzare il talento, l’incredibile serie di Montessori Alumni protagonisti a Silicon Valley. Adriano Olivetti e gli olivettiani su Italiani di Frontiera. Roberto Busa gesuita incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale   Cesare Marino antropologo degli indiani allo Smithsonian Institution e scopritore di italiani nel West. Giacomo Costantino Beltrami esploratore romantico alle sorgenti del Mississippi.   La La Land, Once, A Star i is Born, Tre film che raccontando un sofferto rapporto d’amore fra due artisti svelano l’importanza di essere mentori: ispirare e aiutare gli altri a superare ostacoli sul proprio percorso. Non sono nel sito ma nel libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella) storie che si trovano online com quella dei fratelli Jacuzzi, di  Francesca Cavallo, autrice con Elena Favilli del successo mondiale di “Storie della Buonanotte per bambine ribelli”.    “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri. Esploratori. Non Guardiani”. “Interstellar” (2014) di Christopher Nolan. Italiani di Frontiera a Cagliari, Open Campus Tiscali 30 giugno 2014.

“Surf e Mongolfiere…” guida fra personaggi, idee e parole chiave dell’ultimo storytelling IdF

  Il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera “Surf e Mongolfiere: in tempi di crisi è indispensabile essere Curiosi“, proposto con successo in un evento online e in due eventi a Milano con accompagnamento al pianoforte di Alessandro Pavesi,  è come un concentrato di storie, idee e parole chiave. Ecco qualche spunto riprenderle e per approfondire, per chi ha assistito alle performance e per chi lo farà in futuro. – La storia di Annamaria dal Violin, grande talento musicale del Settecento di cui nessuno conosce il volto, che ebbe come mentore Antonio Vivaldi. – Il libro che l’ha ricordata, best seller New York Times: “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” (David Epstein, LUISS). – L’importanza di esplorare: Cristina Dalle Ore astronoma che ha partecipato alla missione NASA che ha portato la sonda New Horizons su Plutone   Lo speech Italiani di Frontiera al TEDxMestre 2021 sul tema del ConFine – Il Surf metafora del Pensiero Laterale, i tre principi hawaiani che lo fecero scoprire alla California – Italiani visionari nel West: Paolo Andreani  nobile milanese dal volo in mongolfiera all’avventura americana in canoa tra gli Irochesi, Giacomo Costantino Beltrami patriota bergamasco che risalì da solo il Mississippi con un ombrello rosso, Cesare Marino antropologo “dei nativi americani “allo Smithsonian Institution e scopritore di connazionali sulla frontiera americana (numerosi i post a lui dedicati). Grandi Innovatori – Luca Prasso pioniere della grafica digitale e VRArcheologist (archeologo della Realtà Virtuale) da DreamWorks a Google (in numerosi post) – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zuckerberg per convincerlo a entrare in Facebook… – Lorenzo Thione dal software del motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway (diversi post)   Figure storiche –  Roberto Busa gesuita vicentino incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale – Maria Montessori e Adriano Olivetti giganti mondiali dell’innovazione, Italiani di Frontiera Out of the Box (diversi post) – Federico Faggin dal primo microprocessore alla tecnologia toUch alla ricerca sulla consapevolezza della materia (numerosi)   Riflessioni in video Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità   Fabio Parodi (già a LinkedIn) e gli italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le caratteristiche del caos