La nuova Eta’ dell’Oro? Forse nello spazio, dice Luca Cavalli Sforza in un nuovo libro

E’ possibile un ritorno all’Età dell’Oro? Forse sì ma non qui sulla Terra. E’ quanto afferma Luigi Luca Cavalli Sforza, classe 1922, genetista di fama mondiale, professore emerito a Stanford, tra i protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera, che lo intervistò in esclusiva pochi giorni prima che lasciasse l’Università californiana. Intervista poi ripresa in Italia da stampa, siti e blog. Ieri La Stampa ha pubblicato un lungo articolo di Cavalli Sforza,  tratto dal suo prossimo libro, “La specie prepotente”  in uscita il prossimo 25 agosto (Editrice San Raffaele). Cosa potrebbe caratterizzare questo stato di grazia dell’Età dell’Oro, da perseguire? Forse la “totale mancanza di gerarchia sociale… La mancanza del ‘senso di superiorità’ e ‘inferiorità’, così comuni nelle nostre società, rende forse anche più facile la gentilezza e l’aiuto reciproco”, dice Cavalli Sforza. Rilevando che ormai queste condizioni non sarebbero perseguibili sul pianeta. “Si tratterebbe dunque di costruire delle piattaforme orbitanti intorno alla Terra (o alla Luna, o a un altro pianeta) in cui sia possibile far crescere il cibo necessario per mantenere indefinitamente qualche centinaio o al più qualche migliaio di persone, usando allo scopo l’energia solare. Queste unità dovrebbero essere fornite di navette che possano trasportare un piccolo gruppo di individui dalla Terra e verso la Terra, o anche un’altra piattaforma ruotante intorno allo stesso pianeta. La proposta originale è stata concepita per piattaforme di centinaia e più tardi anche migliaia di persone”. Qui per intero l’anticipazione su La Stampa

Luca Cavalli Sforza, l’intervista esclusiva di IdF al genetista scomparso, poco prima della sua partenza da Stanford nel 2008

Il 31 agosto 2018 all’età di 96 anni scompariva a Belluno Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, uno dei protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera. Dieci anni prima, agosto 2008, alla vigilia della sua partenza dall’Università di Stanford dove si era trasferito nel 1971 e dove era stato professore emerito, per tornare in Italia, a Milano all”Università Vita-Salute San Raffaele.  Italiani di Frontiera lo aveva intervistato, raccogliendo in video le sue riflessioni, sulla sua carriera, la scienza, l’insegnamento, il Paese che si lasciava alle spalle e quello in cui aveva deciso di tornare. Una testimonianza eccezionale, per competenza, profondità di pensiero e umanità, che dopo la sua scomparsa ha un valore ancora maggiore. Cavalli Sforza ha dato un contributo in più a questo progetto, visto he è stato incrociando le sue osservazioni sull’Italia a quelle di un altro grande protagonista,  Federico Faggin tra i padri del microchip e inventore del touch, che IdF ha creato la  Sindrome del Palio di Siena,  fortunata metafora sull’assurda conflittualità diffusa in Italia, così popolare da essere diventata titolo del Rapporto Eurspes 2016 sullo stato del Paese. Ecco una sintesi dell’intervista del 2008, che era stata ripresa da Reuters e da AdnKronos  sul proprio portale, anche in formato audio, e rilanciata da diversi altri siti. PADRI E MAESTRI – Ho avuto tre grandi maestri. Il primo, Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino, giornalista e scrittore ndr) ha capito che la genetica era la biologia del futuro, come oggi sappiamo, e quando io l’ho conosciuto era da poco tornato dagli USA dove era andato per impararla, non avendo trovato nessuno in Italia che gliela insegnasse. Poi due genii in assoluto: R.A.Fisher, professore di genetica a Cambridge, che era un grande genetista e il piu’ grande statistico del secolo scorso. Mi ha insegnato a pensare probabilisticamente. L’altro era un collaboratore stretto un po’ piu’ giovane di me, Joshua Lederberg, autore di contributi fondamentali alla genetica batterica, all’immunologia, all’intelligenza artificiale e altre scienze. Lavorare con i genii non aiuta a migliorare l’opinione di se stessi ma e’ egualmente un grandissimo piacere e stimolo intellettuale. Di genii se ne incontrano pochi e quando capita bisognerebbe riuscire a restarci attaccati. UN INCONTRO CHE HA CAMBIATO LA VITA – Piu’ di uno, oltre a quello coi tre maestri che ho gia’ nominato. Quando ho fatto il primo corso di genetica all’universita’ di Parma nel 1951-52 ho avuto due studenti eccezionali: Don Antonio Moroni, e Danilo Mainardi, poi divenuti professori a Parma, che hanno ambedue usato bene le loro capacita’ intellettuali per promuovere molte iniziative valide. Su informazioni intelligenti avute da loro ho cambiato campi di ricerca, passando dalla genetica batterica all’evoluzione umana ed alla evoluzione culturale. ARRIVO NEGLI USA – La prima volta ho passato tre mesi con Lederberg a Madison (Wisconsin) – avevamo collaborato per posta e siamo diventati molto amici. Quando gli hanno offerto di costruire il dipartimento di Genetica dell’Università di Stanford mi ha invitato a fare corsi e mi ha offerto una cattedra. Ha messo vari anni a convincermi e dopo un anno di prova con tutta la famiglia mi sono trasferito qui nel 1971. Stanford e’ un posto eccezionale perche’ oltre ad essere una delle migliori Università degli USA ha anche uno dei climi piu’ belli del mondo e si vive a contatto con la natura. In agosto torno in Italia per ragioni famigliari ma anche perche’ ho progetti interessanti, ma non sara’ facilissimo rientrare a Milano a tempo pieno. UNIVERSITA’ AMERICANA – E’ la migliore al mondo, seguita a ruota da quella inglese. Prendendo parte ai concorsi per eleggere i professori delle cattedre vacanti ho imparato che cos’e’ la meritocrazia fatta sul serio: ci si scervella veramente per capire qual e’ il candidato migliore. Tutte le decisioni importanti passano al vaglio di un consiglio superiore , fatto di saggi e spesso ricchi magnati locali, sovente ex-allievi dell’università che sono attivi mecenati e vogliono che i loro doni siano ben investiti. Vi sono molte Universita’ di Stato veramente buone, almeno in California, ma le Università migliori sono quasi tutte private. Vi e’ molto mecenatismo e vi sono anche parecchie ricche fondazioni private che aiutano la ricerca. UNIVERSITA’ ITALIANA – E’ rovinata dai concorsi; malgrado molti tentativi di migliorarli e’ tornata al vecchio sistema, che permette all’influenza baronale di aiutare i propri allievi. In questo modo, non si portano le novita’ si porta la roba vecchia, mentre bisogna saper accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie. Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perchè continuino le nostre idee, le Universita’ si fermano. Bisognerebbe che le Universita’ diventassero indipendenti e imparassero a scegliere molto bene i loro professori, che sono la parte piu’ importante del loro patrimonio. Lo Stato da’ aiuti sulla base del numero di studenti, che dipende anche da quanto facili sono gli esami. Dovrebbe darlo invece sulla base dei voti nell’esame professionale di Stato, usandoli per valutare le Università dove hanno studiato. Forse per le Universita’ italiane, il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri. HI TECH E SOCIETA’ – Come tutta la tecnologia, la high tech bada soprattutto al proprio guadagno, ma almeno a Silicon Valley vi è anche una visione delle necessita’ di preoccuparsi degli altri, come alcune religioni tentano di insegnare. La high tech è ricca di persone intelligenti, e la combinazione con l’altruismo può dare frutti straordinari. L’IDEA MIGLIORE – E’ quella di coloro che hanno l’intelligenza necessaria per diventare ricchi e a un certo punto divengono anche mecenati (in modo intelligente). In Italia quando i ricchi fanno la carita’, lo fanno in genere in modo egoistico: alla Chiesa, perche’ vogliono comprarsi il Paradiso. O agli ospedali, perchè vogliono essere curati bene. Non c’e’ un buon mecenatismo. Nella Rockefeller University di New York sotto il ritratto di uno dei grandi benefattori vi e’ una semplice iscrizione: L’ARTE DI DONARE. L’ERRORE PIU’ GROSSO – Investire nella guerra che non ha scopi esclusivamente difensivi, o piu’ in generale ignorare che i malanni piu’ grossi della societaà sono guerre, epidemie

Addio Dina. Lezioni sul futuro dalla decana veneziana degli italiani di Silicon Valley, scomparsa a quasi 101 anni, nel Columbus Day.

Per andarsene ha scelto un giorno speciale: 12 ottobre Columbus Day, festa degli italiani in USA. Il 19 novembre avrebbe compiuto 101 anni, una combinazione quella di 1 e 0, che ha un significato particolare, per chi  si occupa di innovazione. Dina Viggiano (Leopoldina Fontanin) classe 2024, nata a Venezia e presto trasferitasi nel Trevigiano, poi emigrata oltreoceano col marito Adalberto diventando la decana degli italiani di Silicon Valley, l’avevo incontrata per l’ultima volta a casa sua, Palo Alto, lo scorso febbraio, dopo l’ultimo nostro Silicon Valley Tour con Confindustria Romagna. Maglietta di Italiani di Frontiera addosso, aveva insistito perchè mi fermassi da lei. “Torno presto Dina, promesso”. Troppo tardi.   Conoscere Dina, raccontare la sua storia di donna “di frontiera”, organizzare e accompagnarla in un evento a Ca’ Foscari anni fa in suo onore, rivederla negli ultimi anni della sua vita, è stato un privilegio. L’energia inesauribile, la curiosità e la passione nell’aprirsi agli altri con generosità, anche agli sconosciuti, erano doti sbalorditive, intatte anche dopo i 100 anni. Il meglio di un’italianità che rimane per noi d’esempio per il futuro anche dopo la sua scomparsa. Dina l’avevo incontrata per caso nei sei mesi trascorsi a Palo Alto con famiglia nel 2008… grazie a una foto. Alla cerimonia dei diplomi di mio figlio Alessandro alla Gunn High School di Palo Alto, fra oltre duecento studenti, più di un terzo asiatici, un solo cognome italiano, oltre a quello di mio figlio: “Emily Viggiano” premiata per di più fra i tre migliori studenti dell’anno. Centinaia di persone, parenti e amici, affollavano il  prato del campus… quante possibilità c’erano che i Viggiano fossero a pochi metri da noi? Invece… fu così che ci ritrovammo a incontrare, e quasi subito abbracciare,  Adalberto e Dina Viggiano, nonni di Emily, scoprendo che non solo erano i veterani della comunità italiana di Palo Alto, in California dal 1962… ma erano partiti da Venezia! Quell’incontro, la foto scattata ad Emily premiata sul palco, ci valsero una serata memorabile: trovarsi a tavola a cena a casa Viggiano, unici ospiti assieme a due leggende, gli italiani più illustri della Bay Area: Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale oggi scomparso, e per mia moglie biologa sedere accanto a lui era un sogno… Federico Faggin, scienziato e inventore, tra i padri del microprocessore, inventore del touch, diventato poi il principale mentore del mio progetto, un’amicizia preziosa della nostra famiglia con lui e la moglie, Elvia, una donna straordinaria, che dura ancor oggi.   Il racconto di come avessero lasciato Venezia negli anni Cinquanta per approdare a Stanford all’inizio degli anni Sessanta di Adalberto Viggiano, triestino di nascita, era stato suggestivo ma segnato da una punta di amarezza, visto che lui e la moglie da giovani laureati a Padova, lui Ingegneria Industriale lei in Lettere, avevano deciso di andarsene perchè un posto di lavoro adeguato all’epoca richiedeva di schierarsi politicamente. Loro rifiutarono il partito… e decisero di partire, con i figli piccoli. Dopo un periodo in Canada erano arrivati a Stanford, dove Adalberto aveva fatto una brillante carriera come ingegnere esperto di strumenti di precisione, collaboratore e amico intimo per anni di Henry Taube, premio Nobel per la fisica 1983, di cui ricordava con emozione la straordinaria carica umana. Dina invece laureata in Lettere aveva insegnato dal 1974 a Stanford lingua italiana, curando per diversi anni Casa Italia, il punto di riferimento per i connazionali che lavoravano nell’Università, molti dei quali figure illustri, il luogo in cui ricevere in visita ospiti famosi, da attori come Marcello Mastroianni e Giulietta Masina all’artista Michelangelo Pistoletto. Qui l’intervista a Dina e Adalberto Viggiano nel 2008. Dina era stata di recente anche tra i protagonisti di uno dei podcast di Italiani di Frontiera, ” Stanford e  i Veneziani” visto che era stata lei a farmi scoprire l’incredibile storia che lega l’Università californiana a Venezia…   Instancabile, Dina ha continuato a venire in Italia quasi ogni anno. Così nell’autunno 2011 grazie a un prezioso amico, Leonardo Buzzavo docente di Ca’ Foscari, ero riuscito a organizzare last minute una cerimonia in suo onore nell’ateneo veneziano, con tanto di giro in laguna sul motoscafo messo a disposizione dal rettore! Dina si era presentata con un braccio ingessato.  Un “gentiluomo” all’aeroporto di Venezia l’aveva fatta cadere cn uno spintone, poi visto che lei non si lamentava si era dileguato rapidamente. Il braccio era fratturato ma Dina, tempra in titanio, l’aveva preso come un piccolo insignificante contrattempo Eravamo rimasti in contatto ma Dina l’avevo finalmente rivista solo l’estate dello scorso anno, ennesimo volo transoceanico poco prima dei 100 anni… di passaggio a Milano con la figlia Monique e la famiglia. Ospiti per un paio d’ore di Stefano Siglenti, managing partner di VC Partners SGR e presidente di Stanford Club Italia, che raccoglie gli alumni italiani dell’università californiana. Avevo parlato di Dina con tre bravi colleghi, che le avevano dedicato tre bellissimi ritratti, qui sotto, ricchi di aneddoti e riflessioni.   L’articolo di Eleonora Chioda su la Repubblica Italian Tech,, dopo una breve intensa intervista al leggendario Bar Jamaica di Brera.    L’articolo di  Tommaso Moretto su Corriere del Veneto   L’articolo di Angela Pederiva su Il Gazzettino. Sei figli nati in angoli diversi del mondo, diciassette nipoti e uno stuolo di pronipoti, tutti tenuti a parlare italiano, Dina è rimasta un faro e un  esempio invidiabile di doti umane sempre più rare, che l’età non aveva scalfito. Ci mancherai Dina ma molto di te sopravvive in chi ti ha amato.

Dopo uno storytelling Italiani di Frontiera. Guida per Curiosi fra personaggi, video, podcast e link

Avete visto di recente una performance di Italiani di Frontiera (Milano, Rimini, Genova, Gubbio) e… siete rimasti leggermente frastornati dal vortice di storie, personaggi, citazioni, parole chiave? Niente paura. Ecco una Guida per Curiosi dopo uno storytelling IdF con tutti gli approfondimenti. Pronti con il Surf? POST E VIDEO Interviste e immagini degli incontri con  Augusto Marietti (Mashape, ora Kong) e Loris Degioanni (Sysdig) oggi unicorni italiani a Silicon Valley La lunga intervista esclusiva (Stanford 2008) a Luca Cavalli Sforza leggendario genetista oggi scomparso. Tutti i post degli incontri ed eventi con Federico Faggin La metafora del Surf all’inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano Blue Note maggio 2018). Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour in una playlist commenti dei partecipanti Genesi della fortunata metafora della Sindrome del Palio di Siena finita nel rapporto Eurispes I post su Maria Montessori  e Adriano Olivetti STORIE E PERSONAGGI NEL NUOVO PODCAST  Si trovano tutti sul sito di Italiani di Frontiera, da qualche settimana le loro storie, con nuovi approfondimenti, sono disponibili pure nel nuovo IdF Podcast su Spotify (anche per gli account gratuiti) e altre piattaforme audio L’inizio di Italiani di Frontiera Cesare Marino antropologo degli indiani  e scopritore di italiani nel West allo Smithsonian Institution Luca Prasso pioniere della grafica digitale da DreamWorks a  Google, oggi sulla frontiera dell’Intelligenza Artificiale. Roberto Busa gesuita autore dell’Index Thomisticus e straordinario pioniere dell’Umanesimo Digitale Lorenzo Thione imprenditore  di successo nel software e nel musical, da Bing a Broadway Giacomo Costantino Beltrami e Paolo Andreani esploratori nel West nell’Ottocento e Settecento Cristina Dalle Ore già astronoma NASA, dalle sonde spaziali alle nuove frontiere dell’agricoltura Andrea Vaccari startupper da uno sgabuzzino a casa Zuckerberg, ribaltando una situazione “impossibile” Chris Hadfield astronauta canadese canta “Space Oddity” di David Bowie sulla stazione spaziale orbitante in assenza di peso. Multiverso e caos indecifrabile: “Everything Everywhere All at Once“, sette Oscar (trailer italiano) Piccola Renna (2024) serie Netlfix di enorme successo che spinge a cambiar prospettiva nel seguire la storia Federico Faggin: “Quel dono unico degli italiani nell’affrontare la Complessità” (video esclusivo IdF) Lorenzo Thione da Bing a Broadway: il musical “Allegiance” (2012) di cui è stato produttore e coautore Fabio Parodi da Olivetti a Cisco a LinkedIn: “Italiani a proprio agio nella Complessità anche quando ha le  caratteristiche del Caos” (da 1’27”, video esclusivo IdF) Tre film premiati con  gli Oscar, con storie d’amore fra artisti capaci di esser mentori l’un l’altro nei momenti più difficili. “La La Land” (2017) “A Star is Born” (2018) “Once” (2006) “Reverse Turing Test Experiment with Ais” (2024).  Come l’Intelligenza Artificiale “scopre” chi è un essere umano. “Interstellar” (2014). “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri, Esploratori. Non Guardiani” Infine, alcuni dei libri citati nelle presentazioni. Buon viaggio! Ah: condivisioni, commenti e link sui social, clic su “segui” al podcast, saranno preziosi per IdF… Grazie!

IdF Podcast 3 – L’incredibile filo rosso che collega Stanford University a Venezia

C’era un mestrino che passando in bicicletta per il campus di Stanford University… Dal viaggio compiuto dagli Stanford a Venezia poco prima della morte in Italia del figlioletto, cui è dedicata l’Università, agli artigiani della vetreria Salviati che decorarono per due volte con mosaici e vetrate la chiesa cuore dell’ateneo, prima e dopo il terremoto del 1906 che devastò San Francisco, a Diego Calaon, ricercatore di Ca’ Foscari oggi tornato in laguna, che a Stanford aveva iniziato a riscrivere la storia delle origini di Venezia, combinando archeologia, scavi a Torcello e Big Data… “Stanford e i Veneziani”, terza puntata di Italiani di Frontiera Podcast, traccia un incredibile filo rosso che collega la prestigiosa Università californiana all’Italia, anzi a Venezia, sin dalle proprie origini. Ricordando pure l’evento organizzato da IdF all’Università Ca’Foscari nel 2011, in onore di Dina Viggiano, trevigiana, veterana col marito Adalberto e il genetista Luca Cavalli Sforza, oggi scomparsi, della comunità italiana nella Silicon Valley, partita nel 1962 proprio da Venezia.

“Son contento di perdere purchè tu perda…” Italia 2022, più attuale che mai (purtroppo) la Sindrome del Palio di Siena ideata da IdF

Italia, luglio 2022. “Sono contento di perdere purchè tu perda…”. La tragicomica situazione politica dell’Italia, in un momento terribilmente delicato rilancia (purtroppo) la fortunata metafora della Sindrome del Palio di Siena, ideata da Italiani di Frontiera, sullo sconfortante malcostume di realizzarsi nella sconfitta altrui (non mi importa vincere, basta che tu perda)… formula finita nel 2016 nel titolo del Rapporto Eurispes sullo stato del Paese! In un minuto, nel video qui sotto, come è nata la Sindrome del Palio, elaborando riflessioni di Federico Faggin, tra i padri del microprocessore e inventore del touch, Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale oggi scomparso. Messaggio ai più giovani: ragazzi spetta a voi liberarci da questa abitudine, sciagurata autolesionista. Qui la Sindrome in un precedente post.

Sindrome del Palio: la metafora creata da Italiani di Frontiera titolo del Rapporto Eurispes 2016!

Due tenniste italiane si contendono un prestigioso trofeo a New York ma in patria si parla solo del premier che va a celebrarle. Si aprono enormi opportunità negli scambi con l’Iran ma tutta l’attenzione finisce su delle statue sciaguratamente coperte. Apple apre un centro per formare centinaia di sviluppatori di app a Napoli ma molti la considerano quasi una patacca, perchè non sono veri posti di lavoro… Ma non è arrivato il momento di ragionare in modo diverso, cominciare a vedere le opportunità, smetterla di litigare e realizzarsi nella sconfitta altrui? Ecco perchè la Sindrome del Palio di Siena, metafora creata da Italiani di Frontiera finita nel titolo del Rapporto Eurispes, è più attuale che mai… “Guarda che il Gr2 ha appena parlato della Sindrome del Palio di Siena”, mi dice al telefono Stefano Schiavo, prezioso amico e partner di Italiani d Frontiera e cofondatore a Verona con Nicola Zago di Sharazad. Breve ricerca online… che emozione, scoprire così che un’idea che ho avuto nel 2009 ha ispirato addirittura il titolo del Rapporto Eurispes 2016 presentato a Roma: La Sindrome del Palio. “Sindrome del Palio di Siena” è una metafora felice che ho creato nell’ambito di Italiani di Frontiera, nei sei mesi trascorsi fra gli italiani di Silicon Valley. Parola chiave cruciale, nei miei storytelling in conferenze e seminari in tutt’Italia e all’estero, ma pure nei viaggi con gruppi di imprenditori e manager alla scoperta della culla mondiale dell’innovazione con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, che aiutano a capite potenzialità e modi di pensare da abbattere in patria, come ho spiegato in un recente articolo su CheFuturo! Quelle decine di storie e interviste hanno cambiato la mia vita, aiutandomi a capire non solo i segreti del talento italiano, la cui parola chiave è “Think out of the Box”, la capacità per la profondità della nostra storia e la nostra cultura di ragionare fuori dagli schemi, avere come dice Renzo Piano qualcosa di particolare che ci consente di affrontare la complessità, intrecciando magari competenze diverse. Soprattutto i veterani di Silicon Valley si erano però concentrati sull’esaminare  il rovescio della medaglia. Com’è possibile che produciamo così tanto talento e lo sperperiamo, costringendo molti a realizzarlo all’estero? Ci sono cattive abitudini da superare per non continuare a mortificare in patria questo patrimonio. Una di queste, il malcostume del realizzarsi nella sconfitta altrui, l’ho sintetizzato con quella formula dopo aver incrociato osservazioni sull’esasperata conflittualità di Federico Faggin, tra i padri del microchip a quelle sull’incapacità di fare squadra di Luca Cavalli Sforza, genetista all’epoca (2008) a Stanford. Da un conflitto si può uscire con un vincente e un perdente, aveva detto Faggin. Ma ci sono anche soluzioni “win-win” in cui ognuno guadagna qualcosa. In Italia invece c’è una conflittualità così esasperata che si arriva a realizzarsi nel fatto che l’altro perda. Come nel Palio, dove molte contrade che non hanno cavallo e fantino competitivi corrono per far perdere la contrada rivale. Proprio il Palio di Siena, secondo Cavalli Sforza, rappresentava un po’ il nostro individualismo, mentre tutti gli sport di squadra sono stati creati dagli inglesi e moltipicati dagli americani. Così è nata la formula, che ho citato pure nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella) uscito lo scorso anno, che la riporta pure nel retro di copertina. E’ un onore che questa metafora sia diventata di uso comune, dopo esser comparsa online per la prima volta in una breve intervista fattami dalla brava Giulia Battini per YouReporter nel febbraio 2009, quando ero ancora giornalista Reuters. Ed è una grande soddisfazione, dare ora il titolo al Rapporto Eurispes, vedere gli occhi delle persone quando nelle mie presentazioni accenno alla Sindrome del Palio di Siena: capisco che in quel momento potrei fermarmi e lasciare la parola a chi ho davanti. Ognuno avrebbe un episodio da raccontare, aver avuto una persona a fianco che si è impegnata a far fallire un tuo progetto, magari senza avere nulla da guadagnare… a voi non è mai capitato vero?

Da Venezia a Palo Alto: in ricordo di Adalberto Viggiano, decano degli italiani di Silicon Valley

Quattro anni fa, 25 marzo 2010,  a Palo Alto se ne andava Adalberto Viggiano. Era il decano degli italiani di Silicon Valley, dove viveva dal 1962, una lunga carriera come ingegnere responsabile di apparecchi di ricerca a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. Di emigrazione, Stanford, ricerca, italoamericani, scienza e armamenti,Adalberto aveva parlato in questa intervista per me molto preziosa (2008), assieme alla moglie Dina, una donna straordinaria a lungo responsabile di Casa Italia a Stanford, alla quale poi nel 2011 abbiamo dedicato una bellissima giornata all’Università di Ca’ Foscari . Sono ricordi e testimonianze, dalle quali emerge soprattutto l’eccezionale umanità di Adalberto e Dina, partiti da Venezia nel 1958.  Straordinari pure nell’ospitalità. E come dimenticare quella cena della primavera 2008, in cui a casa Viggiano, a Palo Alto, gli ospiti a tavola erano solo i Bonzios…  Federico Faggin, Luca Cavalli Sforza e le rispettive signore? Dina e Adalberto Viggiano nella loro casa a Palo Alto, estate 2008.

Think Out Of The Box e Sindrome del Palio di Siena: IdF in due parole chiave

Think Out Of The Box, Sindrome del Palio di Siena. Finalmente online, in due parole chiave, l’idea centrale di Italiani di Frontiera, che ben conosce chi ha assistito ad una performance dal vivo di IdF. Gli italiani sono ricchi di una dote intellettuale oggi sempre più preziosa, in un mondo in rapida evoluzione: la capacità di ragionare fuori dagli schemi. Eppure per conflitti e rivalità assurde siamo abituati a sperperare questo patrimonio. Incapaci di fare squadra, realizzandosi nella sconfitta altrui che porta a gioire per i fallimenti degli altri, anche se non ci portano alcun vantaggio. Think Out Of The Box è la caratteristica che gli italiani di Silicon Valley riconoscono a se stessi. Sindrome del Palio di Siena è una sintesi “creativa” di quanto raccolto nei colloqui in California con due veterani straordinari, Federico Faggin, uno dei padri del microchip, e Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, che nei giorni scorsi ha compiuto 90 anni Il video dalla presentazione IdF all”evento Econocom a Montecarlo, 9 febbraio 2012.

A Venezia “Dina Viggiano Day”, con IdF omaggio di Ca’ Foscari a una veterana di Silicon Valley

Una giornata speciale venerdi 16 settembre 2011 a Venezia per Italiani di Frontiera, al quale a volte riescono piccoli miracoli… Se oggi il ponte fra Italia e Silicon Valley è così consolidato, il merito è anche di persone che ne gettarono le basi tanti anni fa. Dina Fontanin Viggiano, giunta in California nel 1962 col marito Adalberto, purtroppo scomparso nel 2010, ha insegnato per anni italiano a Stanford, facendo gli onori di casa per ospiti illustri dalla madrepatria, in quella Casa Italia che ospitava anche gli studenti italiani.   L’incontro con i Viggiano, carica d’energia e ottimismo tutta americana, di finezza ed umanità tutta italiana, ha segnato la mia avventura a Palo Alto. Ma Dina in questi giorni è in Italia (mentre il figlio Frank e sua moglie Sharon sono stati così gentili da accompagnarmi all’aeroporto di San Francisco per il ritorno). Così, grazie a Leonardo Buzzavo, amico e docente a Ca’ Foscari e delegato dal rettore alla valorizzazione del nome, della storia e degli spazi dell’università veneziana ed ad Anna Morbiato, suo braccio destro, siamo riusciti  a organizzare un piccolo evento in suo onore, nella sede del rettorato. Occasione per pubblicare l’intervista in video a Dina e Adalberto registrata tre anni fa. Ma anche per lanciare la proposta di gemellaggio Venezia-Stanford che Italiani d Frontiera ha già presentato a diversi amici in California, sulla scia di questa originale storia. E per conoscere meglio Dina. E dirle grazie. Come abbiamo fatto, con una breve, toccante cerimonia… e un giro fantastico in laguna con Dina e i suoi familiari… sul motoscafo del rettore! Di seguito, l’annuncio di Ca’ Foscari. L’Università Ca’ Foscari ha deciso di rendere omaggio a Dina Fontanin Viggiano, studiosa veneziana emigrata in California negli anni Cinquanta dove è stata per decenni docente di italiano all’Università di Stanford e da dove, insieme al marito ha contribuito a gettare le basi del ponte tra Italia e Silicon Valley. Venerdì 16 settembre alle 11 nella sala riunioni del rettorato, rievocherà l’attività svolta a Stanford con straordinaria vitalità, assieme al marito, scomparso lo scorso anno, che visse la sua carriera di ingegnere a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. L’incontro sarà occasione per lanciare la proposta di un gemellaggio fra Stanford e Venezia, avanzata da “Italiani di Frontiera”, progetto multimediale dedicato al talento italiano di cui è autore Roberto Bonzio, giornalista veneziano emigrato a Milano. E di cui Dina Fontanin Viggiano sarebbe madrina ideale. Una proposta che l’Università veneziana potrebbe sostenere, in vista di “Ca’ Foscari 2018 – 150 anni di idee”, un programma che porta l’ateneo a valorizzare il suo percorso verso il 150° anniversario dalla fondazione, avvenuta nel 1868.   Dina Fontanin Viggiano, partita per il Canada poi negli Stati Uniti con il marito Adalberto negli anni Cinquanta, è stata per due decenni docente di italiano all’Università di Stanford, vivendo a lungo in quella Casa Italia che ospitava studenti nostri connazionali nel celebre ateneo californiano. Dove negli anni ha accolto ospiti celebri, come l’attrice Giulietta Masina e l’artista Michelangelo Pistoletto. Vivendo fianco a fianco con alcune delle figure più illustri della comunità italiana in California. Come il genetista Luca Cavalli Sforza, per decenni docente a Stanford e di recente tornato a Milano per insegnare all’Università San Raffaele. O l’ingegnere vicentino Federico Faggin, forse l’italiano più celebre di Silicon Valley, premiato lo scorso anno dal presidente Barack Obama con la prestigiosa National Medal of Science, Technology and Innovation, come uno dei padri del microchip.