Manson, il sogno e l’incubo nella controcultura. Una riflessione su Linkiesta dopo “Dobbiamo tutto agli Hippie”

A pochi giorni dall’esordio a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”, una riflessione su Linkiesta in occasione della morte in un carcere californiano il 19 novembre 2017 di Charles Manson, che di quella controcultura ha incarnato come nessun altro il vero spirito del Male, l’incubo che si insinua nella ricerca del sogno. “Healter Skelter”. Il titolo della canzone dei Beatles, scritto in modo sgrammaticato col sangue su un frigorifero, in quell’Agosto 1969, fece il giro del mondo. Accompagnata dalle immagini di una delle scene del crimine più agghiaccianti mai viste. In una sontuosa villa hollywoodiana a Bel Air, distretto di Los Angeles, aveva trovato la morte, assieme ad altre tre persone, Sharon Tate, bellissima attrice di 26 anni, incinta all’ottavo mese. Una carriera iniziata in Italia dov’era al seguito del padre militare della base USA di Vicenza. Un massacro misterioso, un episodio di inaudita crudeltà. Pochi giorni dopo, le prime pagine vennero invase dalle immagini di un gigantesco raduno all’insegna di Pace, Amore e Musica. Oltre 400mila ragazzi, forse ancora di più quelli bloccati su strade e autostrade intasate, verso una fattoria a nordovest di New York City, per la tre giorni del Festival di Woodstock. Sul come raccontare un evento di quella portata e senza precedenti, si scatenò un‘accesa polemica all’interno del New York Times. Fra editorialisti che da Manhattan guardando le foto avevano infierito scrivendo di un disastro di fango e colossali ingorghi, e inviati sul posto, che arrivarono addirittura a minacciare le dimissioni per il modo in cui i loro colleghi avevano distorto i fatti in base a pregiudizi, mentre loro erano stati conquistati dallo spirito pacifico e di collaborazione di cui erano stati testimoni, che alla fine aveva permesso di svolgere un raduno gigantesco, improvvisato e rischioso senza incidenti gravi. La scena di un feroce massacro, un grande evento spontaneo all’insegna della pace: solo pochi mesi dopo si scoprì che immagini tanto diverse avevano una matrice comune. E fu una scoperta sconvolgente. Se Charles Manson, scomparso ieri nel carcere californiano di Bakersfield poco dopo aver compiuto 83 anni è diventato per quasi mezzo secolo nell’immaginario collettivo un’icona pop, la personificazione stessa del Male, non è solo per la terribile crudeltà dei sette delitti commessi dai suoi seguaci (altri tre oltre a quelli nella villa di Sharon Tate, anche se lui di fatto non uccise mai nessuno) ma anche perché quegli omicidi efferati di persone scelte solo per il loro status sociale furono ispirati da un’aberrante deformazione di quella stessa controcultura che perseguiva l’utopia di un mondo diverso e migliore. Quasi che inseguire il sogno racchiudesse in sé anche l’inquietante germe dell’incubo. Figlio illegittimo di una madre minorenne, Manson finì nei guai con la giustizia sin da ragazzino. Considerato un soggetto pericoloso in riformatorio già a diciassette anni. Ne aveva 33 quando finita di scontare l’ennesima condanna, dopo un soggiorno a Berkeley si trasferì nel cuore hippie di San Francisco, il quartiere di Haight Ashbury, fondando una comune che si ritagliò uno spazio suo in quell’incrocio di controcultura, droghe, musica ed esperienze mistiche della Summer of Love, l’estate 1967 che fu il punto più alto ma pure l’inizio di un rapidissimo declino per il movimento. Vincent Bugliosi, che fu implacabile interlocutore di Manson come procuratore nel processo per la strage di Bel Air, scrisse che il criminale era stato probabilmente ispirato dalla filosofia della Process Church, che credeva in una riconciliazione fra Satana e Cristo alla vigilia di un’imminente fine del mondo, nella quale secondo Manson l’America avrebbe conosciuto l’Apocalisse per mano degli afroamericani, incapaci però di gestire un dopo rivoluzione, in cui un’elite di Illuminati avrebbe retto il potere. E lui ovviamente sarebbe stato uno di questi. Satanismo, Scientology, ipnotismo Manson li aveva studiati avidamente in carcere, perfezionando una capacità di manipolazione e soggiogamento psicologico e sessuale che esercitò su un gruppo di giovani sbandati, tra cui alcune ragazze che alle spalle non avevano abusi e traumi ma famiglie della “buona borghesia”. Quando Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten, tre delle “Manson’s Women” comparvero in abiti color pastello davanti ai giudici, cantando e tenendosi per mano sorridenti, nei corridoi del tribunale che le processò e condannò come esecutrici materiali degli omicidi ordinati dal loro capo spirituale, quelle immagini surreali fecero rabbrividire ancor più di quelle della villa imbrattata di sangue in cui avevano massacrato persone a loro sconosciute. A scatenare quella follia omicida premeditata, dopotutto, era stato il veder sfumare il sogno di entrare in quel mondo dorato hollywoodiano. Manson era stato a un passo dal realizzare un disco con Dennis Wilson, batterista e co-fondatore dei Beach Boys, nella cui casa aveva incassato come musicista persino gli apprezzamenti di Neil Young, che aveva a sua volta pensato a un disco con lui. La sua vendetta si era scatenata contro persone colpevoli solo di trovarsi nella villa di proprietà del produttore che alla fine aveva chiuso la porta in faccia a Manson. Una strage alla quale, altro aspetto inquietante, il regista Roman Polanski marito di Sharon Tate era scampato perché impegnato nella lavorazione del suo film più demoniaco, Rosemary’s Baby. Dopo la condanna alla pena di morte, poi convertita in ergastolo, Manson registrò diverse canzoni messe in commercio e incise anche da altri musicisti. Diventando un’icona pop per quella sua combinazione di ferocia, follia, carisma e capacità manipolatorie. Con quella svastica tatuata sulla fronte, era l’immagine perfetta del Male postmoderno, per il mondo della moda, della musica, celebrata in libri, dischi, documentari e film, l’ultimo dei quali ancora in cantiere, annunciato pochi mesi fa da Quentin Tarantino. Dieci anni dopo quel delitto, Francis Ford Coppola prendeva spunto da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad per rievocare la delirante follia che si nasconde nei meandri della mente umana con Apocalypse Now. Solo un anno prima, in una location non meno esotica delle Filippine in cui aveva girato il suo film ambientato in Vietnam, la Guyana, il reverendo Jim Jones, altro inquietante guru di quella controcultura californiana, aveva trasformato

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

Tour a Silicon Valley: il libro Italiani d Frontiera in quattro eventi nella Bay Area!

L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che inizia lunedì 2 novembre sarà occasione per presentare nella Bay Area il libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, qui la rassegna stampa) che racconta attraverso storie, interviste e incontri nascita e sviluppo di questo progetto. Partito con una famiglia che qualche anno fa decide di vivere per qualche mese in California, trasferendosi da Sesto San Giovanni a Palo Alto, senza immaginare cosa sarebbe accaduto… Martedì 3 novembre primo appuntamento al meeting SVIEC, enoteca Donato di Redwood City, in una serata che avrà come speaker d’eccezione Kenny Lauer, Vice President of Marketing and Digital of the Golden State Warriors. Noi ci saremo con tutti i partecipanti al Tour, Jeff Capaccio ideatore e anima di SVIEC, partner essenziale per Italiani di Frontiera, dedicherà qualche minuto alla presentazione del libro di cui è fra i protagonisti. Sabato 7 novembre secondo evento, interamente dedicato al libro,  18.30 a Berkeley (Valley Life Sciences Building, Room 2060), ospite dell’Italian Society @ Berkeley (grazie mille Irene Ciuci e Fabio De Martino). “An Evening with Roberto Bonzio” niente meno! Qui le registrazioni. E alla fine ceneremo insieme… Ah dovrò prepararmi a presentare il libro in inglese. Ma l’ho già fatto con l’American Business Group a Milano… Mercoledì 11 novembre terzo evento nel cuore di San Francisco con gli amici di BAIA (grazie Franco Folini e Matteo Daste), presentazione alle 18 30 nella bellissima sede di  Squire Patton Boggs LLP, 275 Battery Street Suite 2600 (qui la registrazione) Giovedì’ 12 novembre infine quanto e ultimo appuntamento, in un luogo che ha un valore affettivo speciale, visto che durante i sei mesi trascorsi a Palo Alto, lì eravamo di casa con tutta la famiglia… l’elegante Stanford Shopping Center, ancora con BAIA  (grazie Sara Pirami, Maria Luisa Sacchi, Franco Folini, e Gabriele Bodda), alle 18.30 nel locale Tootsies, 700 Welch Rd Ste 150 Palo Alto, registrazioni nel gruppo BAIA di Facebook,  presentazione in italiano.   Oh quanti amici da invitare… un grazie speciale a tutti gli organizzatori, al Consolato generale d’Italia a San Francisco (amico straordinario di Italiani di Frontiera il console Mauro Battocchi!) e all’Istituto Italiano di Cultura (e al suo direttore Paolo  Bariera) che hanno sostenuto la promozione del progetto nella Bay Area.  

Da IdF dieci parole chiave e dieci video d’ispirazione, per iniziare al meglio il 2015

Dieci parole chiave per iniziare al meglio il 2015. Con altrettanti video d’ispirazione, che dall’arte all’impresa, dalla musica alla filosofia offrono spunti preziosi per l’anno appena iniziato. Le parole che ho scelto sono Narrazione, Impegno Civile, Giustizia Sociale, Scoprire Talenti, Reinventare l’Immaginario, Barriere da Abbattere, Credere nei Visionari, Basta Piangersi Addosso, Non si può fare? Invece sì, Cavalcare l’Onda. 1) Narrazione Chissà che il 2015 sia l’anno buono per iniziare un racconto diverso, del Paese e di noi stessi, per troppo tempo rassegnati a sentire raccontare dei peggiori e non di chi può ispirare e dare esempio, ai giovani che devono costruire il futuro e a tutti noi. IdF mi ha fatto capire che il raccontare, strumento cruciale del mio lavoro, è proprio  il punto debole di tante aziende d’eccellenza italiane. Che adagiandosi forse sulla potenza del marchio “made in Italy” hanno trascurato a lungo questo aspetto cruciale: sviluppare una narrazione d’impatto globale su chi si è e cosa si fa. Col risultato di perder colpi, di fronte a chi oggi è magari meno bravo nel fare, ma si sa raccontare meglio, stando magari dall’altra parte del mondo. Primo video dunque, una bella eccezione. Col racconto di un’azienda oggi hi tech e internazionale, ma fondata in Cadore nel Settecento: KeyLine. Una piccola storia lanciata a inizio 2014 per celebrare Prospero Bianchi, che un secolo fa trasformandosi da fabbro in imprenditore aveva saputo dare una svolta a quell’azienda, che nel video di fatto non compare. E il suo prodotto, le chiavi, nel racconto diventano oggetti evocativi, assumono valore di metafora, come custodi di tesori di un viaggio che non finisce… Bellissimo. Prospero’s Year Begins 2) Impegno Civile Il 2 dicembre 2014 ricorreva il cinquantenario e Italiani di Frontiera l’ha ricordato… In quel giorno, nel 1964 all’Università di Berkeley, Mario Savio,  genitori italiani, studente di grande carisma che non aveva ancora 22 anni, fece un discorso entrato nella storia, di grande passione civile, che infiammò la protesta studentesca rilanciando il Freedom Speech Movement, movimento per i diritti civili e la libertà di parola. In qualche modo un prologo al ’68. “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”. Da ascoltare e fare ascoltare, per ricordare come le parole ispirate possano smuovere le coscienze e ispirare cambiamenti importanti. Mario Savio on the operation of the machine. 3) Giustizia Sociale  Fra mille immagini di protesta e denuncia da tutto il mondo, ho scelto un piccolissimo fatto che ha però avuto un forte impatto, grazie all’effetto virale del video che l’ha immortalato. Occasione per riflettere anche sull’incredibile potenziale rappresentato dai social media. Un episodio che è diventato simbolico, del forte malessere che sta vivendo la “seconda patria” di Italiani di Frontiera: la Bay Area. Perché l’impatto che un nutrito gruppo di giovani facoltosi professionisti che lavorano per le aziende di Silicon Valley sta avendo su San Francisco è pesante. Sono ragazzi dagli stipendi vertiginosi che possono pagare affitti esorbitanti senza batter ciglio… con il risultato di aver fatto schizzare alle stelle i valori immobiliari della città, costringendo molti residenti, pure della classe media, (compresi molti amici di IdF) a trasferirsi.  Una ricchezza di pochi che dunque non beneficia ma anzi pesa sulla sorte di molti altri. Per questo il video è diventato simbolico. Un campo di calcetto nel quartiere di Mission, per tradizione a prevalenza latinoamericana, dove si gioca secondo la vecchia regola che si fa a turno turno e chi vince resta in campo. Ma arriva un gruppo di giovani aitanti con tanto di ricevuta: le regole sono cambiate, loro hanno pagato e dunque hanno diritto a occupare il campo. Quasi tutti alti e biondi i nuovi venuti, quasi tutti scuri e bassi quelli invitati a uscire, mai visti latinoamericani che chiedono di esibire i documenti a bianchi anglosassoni… Una discussione vivace ma composta, ripresa in un video che in pochi giorni conta oltre mezzo milione di views, scatenando proteste in municipio… e di lì a poco, il nuovo regolamento che permetteva di affittare il campo viene cancellato… Mission Playground is Not For Sale. 4)Scoprire i Talenti Promo di un documentario su una storia straordinaria, quasi incredibile (in questo momento disponibile nei canali Sky). Un giovane giornalista, John Maloof, che cercava immagini d’epoca di Chicago, acquista una scatola di negativi e rullini non sviluppati ad un’asta da un rigattiere. Le foto si rivelano strepitose e lui inizia a cercare ed acquistare tutti gli altri negativi di questa fotografa misteriosa. Si chiamava Vivian Maier, è morta nel 2009 (due anni dopo che lui aveva comprato quella scatola) era una bambinaia stramba, eccentrica e scorbutica. Non aveva mai diffuso le stampe dei suoi scatti, viveva semisegregata fra montagne di libri, ritagli… e oltre centomila negativi, almeno settecento pellicole di film non sviluppati. Le sue foto sono una straordinaria galleria di immagini di vita quotidiana, ritratti di un’umanità anonima, in città come Chicago, New York, Los Angeles. Ora che un’attenta campagna promozionale ha creato il caso d’impatto internazionale (Finding Vivian Maier), con documentario e mostre in diverse città in mezzo mondo, c’è chi ha detto che quella bambinaia sconosciuta ha costretto a riscrivere la storia della fotografia di strada del Novecento… Finding Vivian Maier promo 5) Reinventare l’Immaginario IdF insiste sull’Idea che gli ostacoli al rinnovamento sono spesso culturali, si nascondono in cattive abitudini e modi di pensare consolidati, che vanno combattuti con una Rivoluzione Culturale. Questo vale per l’Italia ma non solo. Nella cultura occidentale, forse nessun altro gruppo è stato definito in base a stereotipi e luoghi comuni dei nativi americani. Hollywood ha via via disegnato nell’immaginario collettivo del Novecento figure stereotipate, dopo che nei secoli precedenti i nativi americani erano stati per

Mario Savio: il 2 dicembre 1964 a Berkeley il suo discorso storico che diede il via alla protesta studentesca. Preannunciando il ’68…

  “Arriva un momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti rende così infelice che non puoi più farne parte, non puoi farne parte nemmeno passivamente. E devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farla fermare. E devi mostrare alle persone che la gestiscono, alle persone che la possiedono che se non sarai libero, alla macchina sarà impedito del tutto di funzionare”.  Come Demostene, l’oratore greco, da bambino aveva sofferto di un grave difetto della parola. Questo non gli impedì di pronunciare a nemmeno 22 anni un discorso entrato nella storia,  incendiando la protesta degli studenti della Berkeley University. Il 2 dicembre 1964, sui gradini di Sproul Plaza, le sue parole lanciarono il Free Speech Movement. E qualcuno ha scritto che fu lui a “inventare” il ’68… Era nato a New York ma i suoi genitori erano italiani e il padre siciliano era emigrato nel 1928 dalla provincia di Caltanissetta. Si chiamava Mario Savio. Ed è stato uno dei protagonisti di quella controcultura californiana che è alle radici della rivoluzione hi tech  che ha ispirato New Economy e Silicon Valley.         Erano trascorsi due mesi da quando, il primo ottobre 1964, Mario Savio aveva compiuto un altro gesto straordinario, dopo che la polizia aveva fermato un suo compagno, Jack Weinberg, che stava facendo propaganda per il CORE, Comitato per l’Uguaglianza Razziale. All’alba della stagione delle proteste studentesche, lo scontro con le autorità accademiche riguarda proprio il diritto di svolgere attività politica all’interno del campus.  Quando Jack sta per essere portato via nell’auto della polizia, Mario Savio sale sul tetto dell’auto, dopo essersi tolto le scarpe per non danneggiare una proprietà pubblica, comincia a usare l’auto come podio per arringare la folla. Qualcuno grida “Sedetevi!” e una folla di studenti, arriveranno ad essere tremila, si raduna attorno all’auto, adottando la tecnica di protesta nonviolenta del sit-in, tipica del movimento contro le discriminazioni razziali. Gli agenti nell’auto restano bloccati, la situazione di stallo durata ben 32 ore, sino a quando le accuse contro Weinberg vengono ritirate e lui viene rilasciato. Mario Savio nasce l’8 dicembre 1942 a New York. Il padre Joseph emigrato dalla Sicilia sta combattendo nella seconda guerra mondiale, nei primi anni viene accudito dalla mamma Dora e dal nonno materno, Armando, originario del Nord Italia e ammiratore di Mussolini. Alla fine della guerra, le tensioni fra il padre tornato dal fronte, antifascista sostenitore di Roosvelt e il suocero fascista diventano palpabili. Mario è considerato dagli insegnanti un “bambino nervoso”, che ha problemi nell’esprimersi: su alcune parole e sillabe si blocca, così utilizza giri di parole per evitare quegli ostacoli, con una tensione ed uno sforzo che impegnano tutto il suo corpo, in spasmi che a volte lo costringono a rinunciare. Sin da ragazzo ha una forte passione religiosa e viene conquistato dagli ideali di egualitarismo del socialismo. E’ affascinato da Karl Marx ma non capisce perché venga considerato l’Anticristo. Decide di parlarne col padre, che gli racconta allora un aneddoto. In Sicilia, un militante comunista aveva tentato di convertire suo bisnonno Beppino, che si era detto interessato all’idea di cedere metà delle sue proprietà al partito. Ma aveva chiesto al militante: cosa sarebbe successo se il partito in un anno avesse dilapidato quella ricchezza? Il militante aveva risposto che allora si sarebbe dovuta ridividere di nuovo la sua proprietà e… “Vattini via, prima che ti degno ‘na bastonata!” , era stata  la reazione del bisnonno, roteando il suo bastone. Anni dopo, a un giornalista che gli chiedeva da dove suo figlio  avesse preso quelle idee così radicali, il padre aveva risposto che le aveva trovate in un libro letto in casa… ed aveva mostrato una copia della Bibbia. GLI STUDI E L’IMPEGNO CIVILE Mario inizia a frequentare un college cattolico a New York, prendendo via via le distanze dagli insegnamenti della Chiesa ma sempre più appassionato a questioni di natura sociale. Un periodo trascorso in Messico come volontario in un’associazione umanitaria gli fa scoprire il dramma del Terzo Mondo. E quando i suoi si trasferiscono in California, lui decide di seguirli e sceglie l’Università di Berkeley, dove arriva nel 1963, consapevole che i fermenti che già agitano l’ateneo sono in linea con la sua vocazione all’impegno politico. In quell’anno viene assassinato John Kennedy, l’impegno degli USA nel Vietnam comincia a diventare consistente. Ma è soprattutto l’anno della grande mobilitazione per i diritti civili dei neri americani, culminata con la marcia a Washington ed il celeberrimo discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial: “I have a Dream“. Le autorità scolastiche si illudono di poter tenere questa enorme carica di passione civile all’esterno degli atenei, grazie a severe norme in linea con le ossessioni della Guerra Fredda ma adottate negli anni Trenta: “West Coast Red Scare” viene chiamata la grande paura che lo sciopero generale di San Francisco potesse diffondere sentimenti comunisti. A Berkeley il presidente dell’ateneo Clark Kerr non è un conservatore ma il tentativo di impedire agli studenti di svolgere le attività di impegno politico e civile nell’unico spazio all’aperto è l’innesco di una rivolta. Davanti a seimila persone che manifestano, quel due dicembre 1964 (tra loro pure Joan Baez, che guida i canti intonati in gruppo), Savio sviluppa magistralmente una metafora che per paradosso gli era stata suggerita dal suo antagonista. Kerr infatti non aveva voluto prender le distanze pubblicamente da un divieto (preso dal Consiglio dei Reggenti) che forse non condivideva. E aveva detto: “Ve l’immaginate il manager di un’azienda che prende pubblicamente posizione contro il suo Consiglio dei Direttori?”. E quello era stato lo spunto che Savio aveva colto. “Bene vi chiedo di considerare, se questa è un’azienda e il Consiglio dei Reggenti è un Consiglio di Direttori e il president Kerr di fatto un  manager, allora vi dico una cosa: la facoltà è un mucchio di dipendenti e noi siamo materia prima! Ma siamo un mucchio di materie prime che non hanno intenzione di esserlo,  di essere in alcun modo manipolate. Non hanno intenzione di esser trasformate in

Dopo il viaggio a Silicon Valley, il Tour prosegue a caccia di idee innovative in libreria

Finito da poco l’Italiani di Frontiera Slicon Valley Tour 2014, mi rendo conto che oggi più che mai questo percorso fra Italia e Silicon Valley è un ponte di andata e ritorno. Storie di persone che dall’esperienza nella culla mondiale dell’innovazione hanno tratto ispirazione per affrontare nuove avventure in patria, un flusso sempre più intenso di suggestioni e conoscenze che coinvolge sempre più persone che il viaggio ancora non l’hanno fatto. E allora, come condividere più a fondo questa esperienza con chi non c’è stato, come coltivarla e nutrirla con chi è appena tornato? Ecco le letture che Italiani di Frontiera si sente di suggerire. Nessun libro esamina in profondità le ragioni che fanno di quell’angolo della California il territorio di sperimentazione del pensiero occidentale (dalla contestazione all’ecologismo, dalla New Age alla riscoperta delle religioni orientali) meglio del bellissimo  Hippie.com, la New Economy e la controcultura californiana  (Vita e Pensiero, Enrico Beltramini), scritto da un prezioso amico di IdF. Non si capisce Silicon Valley e la sua propensione alla ricerca e al cambiamento senza ripercorrere la storia del territorio, dalla Corsa all’Oro alla ricostruzione dopo il terremoto del 1906 all’Utopia di un’America diversa inseguita da Beat Generation e movimento hippie. Divertente, nello spiegare in modo brillante come la controcultura abbia segnato a fondo anche il mondo della ricerca scientifica rigenerandola, Come gli hippie hanno salvato la fisica (Castelvecchi, David Kaiser) Per i maniaci (come il sottoscritto) disposti a inseguire quelle suggestioni di controcultura fra le strade in pendenza di North Beach, quartiere italiano che ne fu la culla, preziosa la- Guida Beat di San Francisco (Cooper, Bill Morgan), con una straordinaria introduzione di Lawrence Ferlinghetti che da sola spiega benissimo l’utopia che ispira l’anima della città. E chi incarna la figura di un ex hippie trasformatosi in imprenditore visionario, meglio del fondatore di Apple? Silicon Valley è ovviamente lo sfondo della biografia  Steve Jobs (Mondadori, Walter Isaacson), ricchissima, meticolosa, a tratti persino impietosa nel descrivere i risvolti meno piacevoli del carattere di un personaggio geniale e controverso. Silicon Valley insegna l’importanza del pensiero controcorrente. E il best seller che spiazza, esortando a dimenticare analisi e previsioni e guardare al futuro con la flessibilità necessaria per adattarsi all’imprevedibile è Il cigno nero come l’improbabile governa la nostra vita (Il Saggiatore, Nassim Nicolas Taleb). Cigno nero come metafora di quel che esiste ma non conosciamo, visto che prima di arrivare in Australia, gli europei pensavano che i cigni fossero solo bianchi…   E controcorrente rispetto alle previsioni sono anche le dinamiche che consentono di conquistare il mercato. Non le campagne pubblicitarie ma il passaparola virale,  spiega Contagioso, perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono (Sperling & Kupfer, Jonah Berger), il libro raccomandato anche da  un Italiano di Frontiera di successo di recente protagonista di due venti IdF a Como e Milano: Lorenzo Thione. Da un giovane ricercatore italiano di Berkeley, una riflessione che allarga invece l’orizzonte a una scala globale, su come l’innovazione sia motore di occupazione. E’ stato considerato Libro di Economia dell’Anno 2013 dalla rivista Forbes,  La nuova geografia del lavoro (Mondadori, Enrico Moretti), raccomandato da un altro vecchio amico di IdF, Leandro Agrò. “Capire perché le differenze economiche tra città e regioni, anziché diminuire — com’era nelle attese di molti -, continuano ad aumentare, e perché le imprese e i lavoratori più creativi si siano concentrati in determinati luoghi e non in altri, è di vitale importanza per decifrare e orientare il futuro della nostra economia”, scrive Moretti. Uno dei pilastri di Silicon Valley è la cultura del fallimento, ripete IdF: rischiare, fallire e riprovare.. non c’è innovazione senza questo percorso. E’ quel che analizza uno dei libri che più  hanno segnato questo progetto, il bellissimo Elogio dell’errore, perché i grandi successi iniziano sempre con un fallimento (Sperling & Kupfer, Tim Harford), al centro di questa bellissima conferenza TED . Due titoli infine di due dei più celebri guru del pensiero innovativo.  In un batter di ciglia (Mondadori, Malcolm Gladwell) fra mille aneddoti indaga sul potere del pensiero intuitivo, scelte azzeccate in momenti critici che sono ispirate da una conoscenza d’istinto, spesso vincenti su meccanismi di decisione più elaborati  farraginosi. Nell’era dell’economia della connessione, i consigli alla prudenza non hanno più senso, occorre uscire dalla comfort zone, essere rapidi, guardare lontano, rischiare e volare alto,  dice Quel pollo di Icaro, Come volare alto senza bruciarsi le ali (Mondadori, Seth Godin). Un motivo in più, per programmare un viaggio a San Francisco? Forse sì. Con in tasca la guida più essenziale, Top 10 San Francisco (Mondadori), prezioso compendio di luoghi, storie e persone, anche per chi è già tornato. O sogna di andrai in giorno. Possibile chiudere questa galleria senza una… cavalcata nel West, con la biografia di uno dei personaggi simbolo di Italiani di Frontiera, con le rocambolesche avventure di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn e sepolto a San Francisco, davanti al Golden Gate Bridge? E dunque Dal Piave al Little Bighorn (Alessandro Tarantola editore, Cesare Marino), con introduzione del sottoscritto. Nei giorni scorsi siamo tornati su quella tomba, durante un tour in bicicletta sul ponte sino a Sausalito (foto in alto il ritorno con il ferry), per render omaggio al conte, prima di portare in dono il bel libro di Cesare Marino (con mia introduzione) a un altro prezioso amico di IdF, Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco.

Berkeley premia la startup biotech Tensive di Alessandro Tocchio

Un incrocio quasi impossibile, un’ora prima della partenza mia da San Francisco, al termine dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour con gli imprenditori romagnoli,  breve chiacchierata su Skype con Alessandro Tocchio, appena arrivato in Italia… da San Francisco, con il prestigioso premio conquistato a Berkeley, con la sua startup Tensive. Il logo è un albero stilizzato, senza foglie o fiori ma così fitto di rami da promettere una rigogliosa fioritura. La missione, ambiziosa: fornire attraverso l’alta tecnologia una rigenerazione di tessuti umani per l’utilizzo in campo medico. Una strada lunga ma i frutti già si vedono. E nelle settimane scorse all’Intel Global Challenge a Berkeley, Tensive, startup milanese, è stata fra i tre vincitori, a conferma che in Italia coniugare ricerca e business è possibile, fa capire Alessandro Tocchio, amministratore delegato di Tensive e negli ultimi anni ricercatore alla fondazione Filarete acceleratore e centro di eccellenza per la generazione di innovazione e il trasferimento tecnologico verso le PMI nei campi delle Scienze della Vita, delle Biotecnologie e della Salute. «Il ricercatore italiano… soffre ed è per questo più disposto a rischiare. C’è più gente che ha voglia di fare impresa perché è in posizione scomoda e qui ho trovato i miei soci, ricercatori con la stessa voglia di fare impresa che avevo io», dice Alessandro, laurea in Ingegneria Fisica al Politecnico Milano, un breve periodo in un fondo di Private Equity, e dopo il contatto col capo dipartimento Fisica dell’Università di Milano, Paolo Milani, direttore del CIMAINA sezione del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, nonché professore e ricercatore sulle nanotecnologie in campo medicale, l’inizio di una collaborazione che ha poi portato al trasferimento alla Fondazione Filarete, di cui il Milani era direttore scientifico… continua a leggere su Startupitalia!

A Google con il guru Varian. Poi a Berkeley, a scoprire i segreti della ricerca più libera

Mai, mai dimenticare qualcosa nella sede di Google. Potreste scoprire che il colosso della ricerca online, che in poche fraziooni di secondo è in grado di reperire montagne di informazioni, impiega oltre trenta minuti per recuperare uno zainetto dimenticato in una zona offlimits, cosa che richiede l’intervento di un addetto alla vigilanza, del suo superiore e la redazione di un rapporto. Il primo appuntamento dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno si è concluso con un piccolo inconveniente, utile però per riflettere sul significato delle regole negli USA, pure nella culla dell’innovazione e dell’informalità, dove semplicemente le  scorciatoie trasgressive non sono nemmeno concepite. Nel famoso campus in cui i colori pastello si susseguono, dagli arredi interni agli ombrelloni nel giardino, dalle biciclette alle condotte dell’acqua, abbiamo avuto l’onore di incontrare (per me per la seconda volta dopo il tour d’aprile) una figura di primo piano di Silicon Valley: Hal Varian, direttore economico di Google, secondo alcuni addirittura in odore di premio Nobel. Un guru che in un fitto botta e risposta con gli agguerriti imprenditori romagnoli ha prefigurato alcuni degli scenari del futuro, affermando che è proprio perchè guarda lontano che Google ha intrapreso strade come quella dei Google Glass o del progetto dell’auto senza guidatore, prevedendo una forte interazione con suoi strumenti quali Google Maps e Street View. Ma è stato Cosimo Spera, imprenditore seriale e stratupper di Silicon Valley, origini campane e studi a Pisa, a catturare l’attenzione dei partecipanti al tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena conAgenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro. Grande amico di Varian e mentore di diversi ragazzi sbarcati a Silicon Valley, nel campus Google Cosimo ha raccontato la sua carriera soffermandosi poi nella descrizione della sua nuova startup Bee Bell, lancio previsto nei prossimi mesi a San Francisco, dal prossimo anno in alcune città italiane, uno strumento estremamente sofisticato nel campo dei social network, in grado di fornire all’utente in tempo reale informazioni e suggerimenti “personalizzati”, ritagliati cioè sulle esigenze e persino sullo stato d’animo del momento di chi la utilizza. E di spirito di startup si è poi parlato, una volta attraversata la Baia, a Berkeley con Pieruigi Nuzzo, ricercatore nel  Department of Electrical Engineering and Computer Sciences, che ha illustrato una preziosa relazione svolta col suo mentore, figura principe degli italiani di Silicon Valley, il professor Alberto Sangiovanni Vincentelli. Un’analisi approfondita dell’ecosistema dell’innovazione, per sfatare alcuni luoghi comuni, com quello del rapporto fra atenei ed aziende, che nella realtà, ha detto Nuzzo, non è mai “coercitivo”: ai ricercatori viene lasciata libertà e questo non lavorare con la pressione di dover sviluppare al più presto un prodotto è uno dei segreti dell’Università che ha sfornato Nobel a raffica. Assieme al fatto di saper rompere schemi tradizionali: c’è condivisione dei risultati persino con gli atenei concorrenti, ci sono ricerche “open source” che fanno tesoro del contributo di altri studiosi, persino la tutela dei brevetti non è rigidissima per facilitare che anche i prodotti più sofisticati possano essere modificati e migliorati. Un tema, quello della ricerca “aperta” ripreso pure da Alessandro Ratti, Scientific Research Consultant and Contractor dello stesso ateneo, che ha avuto pure il merito  di guidare il gruppo  nella visita al famoso ciclotrone Laurence Berkeley Laboratory . Per tutti l’occasione di incrociare  in un fuoriprogramma anche due preziosi amici a Berkeley di Italiani di Frontiera, Isabella Sioleri, consulente in materia di software e il marito Paolo  Calafiura, scienziato pure lui docente in quella università, venuti apposta per incontrarci. Una lunga, lunga chiacchierata, non in una sala ma su una splendida terrazza, con una vista strepitosa sulla Baia. Mentre il sole tramontava in uno scenario da brividi, con sullo sfondo il Golden Gate… E domani si riparte.

Imparare e scoprire toccando lo schermo: Timbuktu, primo iPad magazine per bambini

  Imparare e scopire… toccando uno schermo.  Quella di Timbuktu, primo magazine per iPad dedicato ai bambini ma non solo, è stata una delle presentazioni di maggior impatto, la settimana scorsa al Mind The Bridge Venture Camp nella sede del Corriere a Milano, in una vetrina di start up davvero di prima qualità. Merito di Elena Favilli, studi a Berkeley, e Francesca Cavallo, amministratore delegato e direttore creativo di Timbuktu, che hanno illustrato con grande efficacia una realtà già consolidata (premiata lo scorso anno con una borsa di studio al Working Capital di Telecom Italia). In questa intervista in inglese per Forbes, con alcuni spezzoni della loro presentazione a Mind The Bridge, Elena e Francesca spiegano come i tablet computer offrano straordinarie opportunità nel campo dell’educazione, combinando notizie, conoscenza e divertimento per rivolgersi a bambini ma anche a educatori e genitori. In Italia il progetto ha da poco stretto una preziosa collaborazione con la fondazione Reggio Children. Ma l’obbiettivo è la diffusione in tutto il mondo. Lanciato in inglese, lettori in una cinquantina di Paesi, Timbuktu punta ora al mercato asiatico, con in cantiere una versione in giapponese (2012) e una in cinese.

L’infinitamente piccolo: nanotecnologie al Berkeley Lab con Stefano Cabrini (IdF Silicon Valley Tour)

  Un ambiente suggestivo e asettico, per giovani ricercatori alle prese con l’infinitamente piccolo. Secondo video dal Berkeley Lab, in compagnia di Stefano Cabrini,  già comparso in video in un precedente post, che qui presenta il lavoro nelle nanotecnologie del laboratorio da lui diretto. La visita a Berkeley nelle settimane scorse, a conclusione del primo Italiani di Frontiera Silicom Valley Tour.