Buster Keaton, perchè a 50 anni dalla morte il suo genio rivoluzionario è ancor oggi simbolo di innovazione

  “Davvero bello. Ma è tutto trent’anni troppo tardi…” Alla fine dell’estate 1965, pochi mesi prima di morire, uno dei più grandi protagonisti e innovatori della storia del cinema aveva finalmente goduto del meritato trionfo, una standing ovation alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che gli aveva dedicato una retrospettiva. L’aveva commentato amaramente con queste parole, affidate alla storica del cinema Lotte Eisner, come ricorda Kevin Brownlow, nel suo “The parade’s gone by”,  un classico dedicato al cinema muto, scrivendo che “Buster Keaton è stato probabilmente il miglior regista di commedie. Al confronto, l’uso che Chaplin faceva del cinema era mediocre”. Cinquant’anni fa, il 1 febbraio 1966, Buster Keaton se ne andava, dopo aver goduto di omaggi e riconoscimenti tardivi da parte di un mondo cui aveva dato un contributo artistico enorme e che pure l’aveva dimenticato per decenni. A decretare il suo tramonto era stata un’innovazione tecnologica, l’avvento del sonoro, combinata a una scelta imprenditoriale sciagurata, “il più grande errore della mia vita“, quella di farsi convincere nel 1928 da Joe Schenk, suo produttore e suo cognato, a vendere i propri studios per affidarsi alla nascente Metro-Goldwin-Mayer, perdendo così ogni autonomia. Proprio mentre si profilava quella rivoluzione che avrebbe decretato il tramonto di tante star del muto. A mezzo secolo dalla sua morte, l’arte di Buster Keaton non merita di essere ricordata solo per la sua capacità di allargare i confini del cinema, muovendo la cinepresa che Chaplin teneva quasi fissa su un’inquadratura, escogitando infinite soluzioni dinamiche, mettendosi costantemente in gioco a costo di rischiare la vita in scene pericolose senza controfigura. In film che stanno per compiere cento anni, la sua  icona è oggi più che mai, nel ventunesimo secolo, metafora dell’uomo alle prese con una modernità complicata che appare incomprensibile e ostile, che pure trova il modo di non subire passivamente, escogitando soluzioni ingegnose. Negli anni in cui un capolavoro come Metropolis di Fritz Lang (1927) prefigurava un futuro da incubo per un’umanità spersonalizzata, prima che Chaplin denunciasse l’alienante automazione finendo negli ingranaggi delle macchine in Tempi Moderni (1936) Buster impersona l’eroe solitario catapultato in cento situazioni impossibili, capace però di uscire indenne da disastri, spesso utilizzando con inventiva le tecnologie. Eppure avrebbe potuto accontentarsi delle sue straordinarie doti di mimo e cascatore. Figlio di attori di vaudeville, la mamma l’aveva partorito durante un ciclone, in Kansas nel 1895, durante una tournée a fianco del grande mago Henri Houdini, che secondo la leggenda gli diede quel soprannome di “Buster” (demolitore ma pure fenomeno) per la capacità di uscire indenne e pure impassibile dalle più incredibili cadute che sin da bambino i genitori gli facevano fare sulla scena. Era nato pochi mesi prima che fosse presentata al pubblico la nuova rivoluzionaria invenzione, la magia delle immagini in movimento, che avrebbe segnato la fine di quel mondo girovago del varietà, portando milioni di persone a stupirsi ed emozionarsi davanti a uno schermo. E sullo schermo Buster esordisce nel 1917 a fianco di Roscoe “Fatty” Arbuckle. Ma lui che sognava di diventare ingegnere si appassiona presto a quel nuovo strumento. “La prima cosa che feci fu fare un migliaio di domande riguardo la cinepresa, poi andai in sala di proiezione per vedere il montaggio. Semplicemente mi affascinava“. Come ha ricordato Nicholas Barber su Independent, in un articolo intitolato Impassibile ma vivo nel futuro: Buster Keaton il rivoluzionario, le tecnologie Keaton le usa per allargare l’orizzonte cinematografico. Come in Sherlock jr (1924) dove interpreta un proiezionista che si addormenta e sogna di finire sullo schermo, trovandosi via via in sequenza in un giardino, su una strada, su una scogliera, nella giungla. Cosa che all’epoca senza effetti speciali e montaggi digitali richiedeva una precisione  meticolosa nei rilievi per ottenere sempre la stessa distanza dalla cinepresa, andando a girare in location diverse. Su una nave abbandonata o su un treno in corsa, Buster affronta stoicamente le avversità facendo dell’inventiva la sua forza, capace di andare oltre i limiti senza timore di sconfinare nel surreale. Sino a farsi precipitare addosso la facciata di una casa, correre già da una collina da cui rotolano centinaia di macigni  o far precipitare nel fiume un vero treno, la scena più costosa della storia del muto, in The General (1926) , con un’ambiziosa ricostruzione della guerra civile americana, per Orson Welles “forse il più grande film mai girato”. Quanto il cinema contemporaneo deve a Buster Keaton , l’ha ben spiegato Tony Zhou, giovane filmmaker e cinefilo di San Francisco in questo montaggio Buster Keaton – The Art of the Gag from Tony Zhou on Vimeo.   Mentre Rick Chaubet si è spinto in un’approfondita analisi del rapporto di Keaton con la meccanica. Botanist or electrician? Buster Keaton’s relation to the mechanical: a critical analysis of some interpretations from Rik Chaubet on Vimeo.     Buster che si  rialza imperturbabile e incolume dalle cadute più micidiali è un simbolo di resilienza,  quasi una metafora del saper rischiare e riscattarsi con successo da un fallimento. Buster che in tanti film compare nella posa di scrutare lontano è il simbolo di chi sa esplorare territori nuovi, oltre gli stessi limiti del mondo materiale, con spirito  visionario. Con tutta l’ammirazione espressa dalle parole di Jim Carrey, “Che genio creativo… che inventore… con un tipo del genere, c’è solo da rilassarsi e dire: ok non ci arriverò mai”.  

Luca Prasso ex DreamWorks svela i segreti della sua Curious Hat

Una startup lanciata da un italiano in California, per creare app che avvicinino i bambini al mondo reale attraverso gli apparecchi mobili, invece di isolarli in un mondo virtuale. E che ora, nel secondo weekend di novembre 2014 ha segnato una pietra miliare, toccando il milione  di download! Curious Hat è stata fondata nel 2012 da Luca Prasso, torinese cresciuto a Verona e oggi veterano della grafica digitale a Silicon Valley. Vecchio amico e uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Luca aveva raccontato a IdF nel 2008 la sua straordinaria esperienza a DreamWorks. In questa intervista del 2013, nella sede di Mind the Bridge, Luca aveva illustrato la sua Curious Hat. Oggi Luca, che è pure un bravo fotografo, sta anche svolgendo una collaborazione a contratto con Google, lavorando ad un progetto avveniristico: la realizzazione di cartoni animati “immersivi”, in cui lo spettatore entra nel mondo stesso dell’animazione, attraverso un apparecchio mobile: può seguire la vicenda del protagonista come se fosse davanti a lui ma spostando lo schermo attorno a sé scopre un intero mondo animato a 360 gradi, di cui ha la sensazione di far parte. Ci siamo rivisti per qualche minuto, durante la visita a Google in ottobre con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, ospiti di Stefano Menti, manager vicentino del colosso della ricerca. Non c’è stato nemmeno il tempo per una chiacchierata con il gruppo ma ci saranno presto altre occasioni… Lo scorso anno nel corso di un incontro informale, Luca aveva incontrato nella sede di San Francisco di Mind the Bridge oltre ad alcune startup impegnate nei corsi, i giovani imprenditori del sud dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour di primavera, rievocando la propria esperienza da DreamWorks a Curiosus Hat. Nel video qui sotto un estratto del suo intervento.

Design creativo per la comunicazione sociale: i progetti “Out of the Box” di Pasquale Volpe

Ma… non è il sogno di tutti gli studenti, trovarsi al di là della cattedra? A lui è riuscito nel giro di un anno: a poco più di vent’anni voleva iscriversi ad un master di design, pochi mesi dopo è stato chiamato a parteciparvi… ma come insegnante. Grazie al talento ma anche a un’impresa “folle”: mettere professionalità e doti artistiche al sevizio di un’idea non profit di comunicazione sociale. Pasquale Volpe è davvero un personaggio fuori dagli schemi… chi potrebbe permettersi altrimenti un sito web così, proclamando che “alcune persone non hanno idee. Io non ho un sito web?”. L’idea che lo ha reso celebre come graphic designer, partorita qualche anno fa, si chiama Good50x70.  Dal 2007 al 2011, con un gruppo di amici Pasquale ha realizzato e diffuso grazie al web un grande progetto: coinvolgere migliaia di creativi per partecipare con i loro disegni a campagne di impegno sociale a favore di grandi associazioni internazionali, nel campo della tutela dei diritti umani e dell’ambiente. Già dal primo anno le opere selezionate (ma tutte hanno avuto visibilità e crediti) sono state esposte in Triennale, punto di partenza per esposizioni che hanno girato l’Italia e l’estero. L’iniziativa è letteralmente esplosa, raccogliendo migliaia e migliaia di contributi negli anni da tutti gli angoli del mondo. E quella mole di lavoro, senza un compenso, ha fruttato a Pasquale enorme visibilità e prestigio. Insegna regolarmente design in Italia ma ha tenuto ormai seminari in diversi continenti, realizzando anche progetti “ad hoc” per diverse città. Molti si sarebbero seduti sugli allori, per Pasquale quell’esperienza è ormai alle spalle. E lo scorso anno ha lanciato con successo un nuovo progetto, Design in Town, che lo scorso anno ha travolto con un torrente di creatività la sua cittadina natale, Troia nelle Puglie, facendone la sede di un evento, “format per studenti e giovani professionisti selezionati e… supermotivati. “Vogliamo mettere alla prova i progettisti e i designer del domani, portandoli a confrontarsi con un territorio denso di storia e di storie, e con committenti in carne e ossa che esprimono un reticolo complesso di bisogni, desideri e difficoltà.  Con sei percorsi per esplorare le tradizioni, i comportamenti, le storie e le aspirazioni di un territorio urbano, e costruire risposte efficaci”, spiega nelle note Pasquale. L’esperienza, raccontata in un Diario di bordo è stata poi riassunta in un bel libro a cura di un altro ultracreativo amico di Italiani di Frontiera, Eugenio Alberti Schatz. E andata oltre ogni previsione e già si lavora all’edizione 2014. Io ho un motivo in più per ammirare Pasquale. Che la mattina del 31 dicembre 2007, incontrando in un bar di Milano un giornalista in overdose adreanlinica, alla partenza con tutta la famiglia per la California senza sapere bene cosa avrebbe fatto, aveva in testa però un nome, Italiani di Frontiera, e s’era sognato di notte un logo a forma di Golden Gate Bridge… beh Pasquale aveva ascoltato e in pochi giorni aveva sfornato il logo IdF. Che oggi ha girato il mondo, come i suoi progetti “Out of the Box”.      

Dodici video d’ispirazione per un fantastico 2014, con gli auguri di Italiani di Frontiera

Sì, ci sono pure rabbia e denuncia, ma soprattutto abbondano fantasia, creatività e slanci d’altruismo, utili pure quando si tratta di fronteggiare il peggio. Condivisione e Ascolto  ci rendono più forti e più intelligenti, dice in un bellissimo video di qualche tempo fa la regina Rania di Giordania. Così il modo migliore per iniziare il 2014 è quello di  scegliere dodici video che mi hanno particolarmente ispirato, e condividerli con gli amici di Italiani di Frontiera, che ha vissuto un 2013 straordinario per incontri, eventi e riconoscimenti, in tutt’Italia e all’estero. Mentre alcune delle sue parole chiave stanno diventando sempre più preziose ed attuali, in una crisi che richiede nuovi valori, nuovi modi di pensare e di esprimersi. Poche le occasioni di essere orgoglioso di appartenere alla categoria dei giornalisti italiani. Ma ne segnalo almeno due. L’iniziativa semplice ma straordinaria di un gruppo di colleghi di Modena, che di fronte alla valanga di ributtanti insulti rovesciati online da simpatizzanti del Movimento 5Stelle su una veterana del giornalismo, messa alla berlina nel blog di Beppe Grillo, hanno deciso di “metterci la faccia” e leggerli tutti, quegli insulti. In un video prodotto da Officine Tolau, prezioso per capire che occorre Reagire al Peggio: non ci sarà rinnovamento senza scuotersi di dosso l’assuefazione a violenza verbale, volgarità, voglia di sopraffazione, che non saranno mai un’energia innovativa ma solo un’eredità fascista, di cui dovremo liberarci una volta per sempre, per guardare avanti.    Mentre festeggiavamo mesi fa a cena a Seregno il successo del Massimo Banzi Day, (organizzato da IdF  con il co-fondatore di Arduino, tornato nella sua ex scuola ITI Fermi di Desio per incontrare studenti, professori ed ex compagni) è circolato il terribile video di uno dei più bravi giornalisti d’inchiesta italiani, Fabrizio Gatti dell’Espresso,  girato poco prima proprio da quelle parti. Un’intervista segnata dal Coraggio di Denunciare,  sfociata in drammatico confronto con un imprenditore brianzolo, su intrecci di interessi torbidi con la malavita organizzata. Qui l’inchiesta integrale su l’Espresso.   Eppure oggi più che mai la Rete rappresenta uno strumento eccezionale, per far circolare belle idee e valori positivi, conciliando magari Creatività e Solidarietà. Fra i tanti, quello che mi ha più colpito è forse The Tutu Project, del fotografo Bob Carey. Dopo aver scoperto che ridere giovava alla salute della moglie Linda, malata di tumore al seno, Bob ha deciso di farsi fotografare in giro per il mondo in pose buffe con addosso solo un tutù rosa. L’effetto virale di quelle foto che fanno ridere e commuovere è stato strepitoso e ha sostenuto una raccolta fondi. Come le immagini, anche la musica può più di tante parole, Far Volare Idee ed Emozioni. Proponendo magari l’Inno alla Gioia di Beethoven con un’esibizione a sorpresa, un  Flash Mob, nella piazza di una cittadina spagnola…   E rinuncia oltre che alle parole anche ai colori Paperman di John Kahrs, prodotto da Walt Disney Animation Studios, bellissimo cortometraggio animato che sa Raccontare con Poesia una storia d’amore metropolitano, inseguendo un foglio di carta…   Le conferenze TED sono da sempre fonte di idee e spunti preziosi. Quella che più mi ha più colpito di recente è di Giles Duley, fotografo di guerra che dopo aver testimoniato per anni gli orrori dei conflitti, in Afghanistan viene dilaniato da una mina che gli fa perdere le gambe e un braccio. Con una forza d’animo e una leggerezza non comuni, Giles riflette sul come Raccontare e Diventare parte della Storia raccontata gli abbia offerto una nuova prospettiva e una nuova consapevolezza della propria missione. Ma il web aiuta anche a riflettere su come Reagire a Pregiudizi Diffusi e stereotipi di cui dovremmo liberarci. Grazie magari allo slancio di persone comuni. Come questo soldato americano, involontario protagonista di una Candid Camera organizzata dall’emittente Abc nel programma “What Would You Do?” (Cosa fareste?). Un giovane attore entra in un fast food e comincia a provocare prendendo di mira un ragazzo dietro al bancone, all’apparenza musulmano, dandogli del terrorista e disprezzando gli islamici. Molti sono sconcertati ma un cliente gli dà pure ragione… fino a quando entra un soldato, che lo prende di petto intimandogli di andarsene. “Sei libero di comprare le patatine da un’altra parte come lui è libero di praticare la sua religione dappertutto. Questa è la ragione per cui io indosso la divisa. Così ognuno può vivere liberamente in questo Paese“. E dopo l’addio ad uno dei grandi protagonisti del Novecento, capace come nessun altro di Combattere le Discriminazioni, merita ricordare lo storico Discorso d’insediamento di Nelson Mandela a Pretoria, il 10 maggio 1994. “…Dall’esperienza di uno straordinario disastro umano durato troppo a lungo, deve nascere una società di cui tutta l’umanità sarà fiera” (qui una sintesi in italiano su Corriere.it) Conduttrice di un’emittente tv americana, Jennifer Livingston ha saputo reagire alla grande ad un’altra forma di odiosa discriminazione, dopo che uno spettatore le aveva scritto criticandola come modello negativo per la comunità, perché lei è sovrappeso. Jennifer ha deciso di rispondere pubblicamente ed è stata sommersa da messaggi di solidarietà. La lucidità con cui ha esaminato e saputo Opporsi a Disprezzo e Bullismo, che trasudavano da quel messaggio, è stata eccezionale. “Le parole di quest’uomo non significano nulla per me, ma mi fanno arrabbiare molto perché ci sono tanti bambini che non sanno difendersi e che ricevono ogni giorno email anche peggiori di questa che ho ricevuto io. Se tu sei a casa e stai parlando della giornalista grassa, è probabile che i tuoi bambini ti stiano ascoltando e la prima cosa che faranno una volta a scuola è chiamare grasso qualcun altro”. La traduzione del suo bellissimo intervento su attualissimo.it Ancor più eclatante e spettacolare, sul palco di un concerto, la capacità di Reagire con Ironia, della cantante Amanda Palmer (protagonista di una toccante conferenza TED  sull’Arte di Chiedere, in cui rievoca i suoi inizi come artista di strada). Infastidita da un articolo dedicato interamente  non alla sua musica ma al fatto che le fosse uscito un capezzolo durante la performance, lei ha scritto una fulminante canzone satirica prendendo in giro il giornale: “Caro Daily Mail… Lì sul palco facevo una serie di cose tra le quali persino cantare canzoni (come di

Passerella di Italiani di Frontiera a Mind the Bridge. E alla fine arriva pure il leggendario Federico Faggin!

Davvero un gran finale, per il Silicon Valley Tour con i Giovani Imprenditori del Sud. Incontro personale con il console generale a San Francisco, poi tutta la giornata a Mind the Bridge per la sessione finale di formazione startup, con un cocktail alla sera che è stato un’incredibile passerella di amici e Italiani di Frontiera che vivono a San Francisco, raccontati in questi anni, dopo aver incontrato Franco Folini nella nuova sede di  Novedge. Da Luca Prasso, che ha da poco lasciato   un colosso della grafica digitale come DreamWorks a Matteo Fabiano a Francesco Sullo , alle brave Elena Favilli e Francesca Cavallo di Timbuktu, all’effervescente Simone Brunozzi evangelist di Amazon.  Pareva di scorrere l’archivio di IdF… invece come sempre è tutto proiettato nel futuro. Una mano esperta ha scritto la sceneggiatura di questo viaggio nella Bay Area,   visto che l’epilogo non poteva essere migliore: l’incontro con Federico Faggin, leggendario padre del microchip, che forse come nessun altro, con le sue straordinarie riflessioni, sul talento italiano e i meccanismi culturali che penalizzano l’Italia, ha saputo orientare e ispirare il mio progetto. E al quale ho avuto il piacere di presentare  il bravissimo Phil Pasquini, grande amico di IdF, fotografo italoamericano che ha appena realizzato un’impresa non da poco, con la sua meticolosa ricerca sull’architettura islamica sparsa per gli USA. Che a Faggin e signora è molto piaciuta… L’ultima puntata del diario da Silicon Valley su Startup Italia

Esplorare Everest e Kilimangiaro con Google Maps, nel team anche Michele Battelli

  Esplorare le montagne più celebri, grazie a una combinazione di hi tech e trekking, con Google Maps. E nella squadra che ha consentito di usufruire ora di questa nuova funzione c’è pure  Michele Battelli (nella foto in alto), laurea all’Università di Ferrara, poi ricercatore alla Sapienza a Roma ed alla Northeaestern University di Boston, ingegnere italiano di Google a Mountain View,  membro di BAIA. Un Italiano di Frontiera niente male, Michele, visto che alla competenza nel software ha abbinato la partecipazione alle spedizioni… La nuova funzione di Google Maps viene presentata  in questo post nel blog di Google. La descrizione del lavoro svolto “sul campo” dagli ingegneri esploratori, fra i quali Michele, in quest’altro post. Michele l’ho incontrato qualche anno fa a Silicon Valley. Presto ci rivedremo e potrà raccontare la sua fantastica esperienza…

Peter Greenaway alla scoperta di Brancusi. Quando a Venezia 2009 mi aveva spiegato il futuro interattivo del cinema…

Negli ultimi anni si è dedicato ad esplorare in modo inedito capolavori dell’arte attraverso cinepresa e nuove tecnologie, convinto che il cinema tradizionale, quello di una fruizione passiva in sala, sia finito. Ora Peter Greenaway si appresta a ricostruire la vita di un grande maestro dell’arte contemporanea, il romeno Costantin Brancusi (grazie per la segnalazione a Nicoletta Iacobacci, preziosa amica di IdF, Head of Multiplatform di European Broadcasting Union e fantastica organizzatrice di TEDx Transmedia a Roma). Un’occasione per rispolverare una delle interviste più interessanti degli ultimi anni. Era stata una chiacchierata impegnativa a straordinaria, quella con un maestro del cinema, tutto proiettato nel futuro. Greenaway  (nella foto sulla terrazza dell’Excelsior, mentre scrutava il sottoscritto…), alla Mostra del Cinema 2009, dov’ero all’epoca inviato di Reuters, l’avevo intervistato da solo, mentre altri colleghi si preoccupavano di seguire i passi al Lido di Noemi Letizia, sigh… Il regista aveva proclamato la “morte del cinema”, come fruizione mediatica passiva in una sala buia. E’ con il telecomando, primo passo di interazione per lo spettatore, aveva detto, che è iniziata la fine del cinema come lo abbiamo inteso nel secolo scorso. E il futuro è nuove tecnologie, connettività e interconnessione, che danno a tutti la potenzialità di diventare autori e distributori. Di opere “in divenire”, che teoricamente potrebbero essere modificate ogni giorno. Sono passati tre anni e in questo mondo di media interattivi siamo immersi più che mai… Qui sotto l’intervista di allora, dal notiziario Reuters di Roberto Bonzio VENEZIA (Reuters) – Il cinema come l’abbiamo conosciuto è destinato a sparire, per questo un posto come la Mostra del Cinema non ha più senso. A dirlo è un maestro del grande schermo, Peter Greenaway, in scena stasera fuori concorso a Venezia con “The Marriage”, parte di un progetto multimediale che il regista britannico ha intrapreso da qualche anno rileggendo con installazioni tra immagini, musica e sculture grandi capolavori dell’arte, dalla Ronda di Notte di Rembrandt all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. “The Marriage” è dedicato alla Nozze di Caana di Veronese (l’installazione a Venezia è ospitata a San Giorgio), mentre Greenaway proporrà al Lido una rilettura in una chiave inedita di quello che definisce “Live Cinema”. “Ci sono 126 personaggi, ricostruzioni a 360 gradi… abbiamo finito questo lavoro 24 ore fa, non abbiamo ancora un film ma cinque clip associate al film”, dice a Reuters Greenaway, spiegando che con il suo “Live Cinema” si propone di riportare il mondo dei film in una sorta di ritorno alle origini, quasi circo e varietà, con un contatto rinnovato col pubblico, non più spettatore passivo. “Sono diventato una sorta di ‘VJ’, giro il mondo e incontro grandi pubblici… con attrezzature molto sofisticate”, spiega. E si dice molto interessato a cosa il cinema sarà nel futuro. “Di certo non sarà noioso, non sarà star seduti nella sala buia con tutti che guardano in una direzione”. “Deve diventare qualcosa di meglio. E sto cercando per quanto posso di connettere la nozione di cinema a due parole (comuni nel giornalismo): interattività e multimediale. E il cinema può essere entrambe”. Il regista, che ha all’attivo capolavori quali “I misteri del giardino di Compton House”, “L’ultima tempesta”, “I racconti del cuscino”, è convinto che il cinema come è stato nel Ventesimo Secolo sia ormai un fenomeno superato: “I giovani non vanno più al cinema e non guardano più la tv. C’è una nuova ‘laptop generation’ che comunica con Facebook. E la nozione di cinema sta cambiando, che piaccia o meno, in una comunità … i ragazzi i film vogliono farli da soli con laptop, sta diventando un settore fai da te non più per élite, non più organizzato da Hollywood”. “E se voglio continuare a rivolgermi al pubblico, ai giovani che davvero trovo eccitanti, devo cambiare modo di fare film. E posti come la Mostra del Cinema sono oggi una completa perdita di tempo, un’istituzione creata da Mussolini negli Anni Trenta, ora siamo 70 anni dopo abbiamo bisogno di festival?”. L’interazione con un pubblico non più passivo, che con laptop, telefonini e YouTube può fare film costituisce per gli artisti “un dialogo molto più ricco e sofisticato … ai tempi dei romani c’era un creativo ogni milione di persone, dopo la Seconda guerra mondiale forse 250 ogni milione, oggi con laptop e videocamera può essere uno su uno. Se crediamo nella democrazia nella politica, perché non credere nella democrazia nell’arte”, aggiunge. YouTube, Facebook e Internet sono strumenti che consentono di trasformarsi anche in distributori delle proprie opere, osserva. Fenomeno recentissimo, carico di energia. Perché “stiamo comunicando fra noi come non abbiamo mai fatto prima”, aggiunge. E un film girato col telefonino, magari sacrifica formato e suono ma può essere inviato in pochi secondo ad un amico di Pechino. Mentre un film della Mostra, se si è fortunati, a Pechino arriva tre anni dopo. Dobbiamo accantonare cose alle quali siamo abituati per poter sfruttare le opportunità del futuro, dice ancora Greenaway. Convinto che la fine del cinema sia iniziata nel settembre 1983, col primo telecomando, che ha introdotto l’inizio dell’interazione che il cinema non prevede. Non si cambia la fine di Titanic, dice, mentre oggi “posso fare un film e cambiare la fine ogni giorno della settimana. Un incubo, per i distributori, che tanto sono destinati a sparire comunque”. Ma le nuove tecnologie permettono anche di rileggere e scoprire segreti in grandi capolavori del passato. Il suo lavoro sull’Ultima Cena, ricorda Greenaway, ha individuato nella tavola una cosmografia che comprende Plutone, pianeta scoperto nel 1903, mentre le mani del dipinto, riportate su uno spartito musicale, coincidono con le note dell’antica canzone di Salomone che Beethoven riprese nell’Inno alla Gioia. Con “The Marriage”, invece, il regista avvalora la tesi che fu Pietro l’Aretino a convincere il Veronese a dipingere una scena che celava in realtà un’eresia, il matrimonio di Cristo con Maddalena. Greenaway è convinto che siano le nuove tecnologie ad aprire orizzonti inediti all’arte delle immagini in movimento. Per questo, ai giovani attirati dal cinema suggerisce di non preoccuparsi più del cinema: “E’ un fenomeno che sta

Luisa Trojanis, imprenditrice turistica in Lapponia. Grazie al web

Niente domande su Babbo Natale per favore. Anche se lei abita e lavora in Lapponia. Luisa Trojanis è stata ospite di un evento organizzato da Italiani di Frontiera a Milano lo scorso settembre, “Business creativo con il social network”, nell’ambito della Social Media Week. Ne abbiamo approfittato per una chiacchierata con videointervista al parco, sotto il sole, habitat un po’ diverso dal quello della Lapponia svedese dove ha deciso di trasferirsi. Diventando imprenditrice turistica con Redfox Adventure. Un business, da un paesino di 22 anime, lanciato online grazie ad una intelligente strategia di comunicazione, che in particolare su Facebook ha dato notorietà a Luisa (le interviste non si contano) trasformando in star del web il suo cane Ginger, un Siberian husky. Dietro, oltre a belle foto, passione per la natura e intuizioni da imprenditrice “di frontiera”, una tenacia e una determinazione impressionanti, che hanno fatto decidere a Luisa di lasciare uno degli angoli più dolci del Paese, la sua Val d’Orcia, per trasferirsi in un ambiente estremo, dove la temperatura può scendere a meno 40°… Grinta, voglia di mettersi alla prova in difficili sfide, doti di cui oggi in Italia oggi c’è proprio bisogno, per immaginare un futuro fuori dalla crisi, non solo finanziaria, pure culturale. Quel che fa imbestialire Luisa sono gli sterotipi, sulla Lapponia in cui vive. Che sia una regione della Finlandia (mentre lei vive in Svezia), o la terra di Babbo Natale. Per questo il post lo pubblico ora in clima natalizio. Uno scherzetto a Luisa… Qui il post con il video, in inglese, per Forbes.

Giuliana Bruno napoletana ad Harvard: nuovi media cambiano arte e nostro rapporto col mondo

I nuovi media stanno cambiando in profondità non solo il rapporto fra arte e rappresentazione ma la stessa percezione che abbiamo della realtà circostante e dei nostri rapporti sociali. Lo dice Giuliana Bruno, napoletana, docente ad Harvard, tra le maggiori esperte mondiali in materia di studi innovativi sulle tendenze artistiche del mondo contemporaneo e l’interazione fra arti visive e cinema. Giuliana Bruno è stata protagonista a Milano di Meet the Media Guru, dopo personaggi del calibro di Joichi Ito, Cory Doctorow e Lawrence Lessig, già presenti su questo blog. Che ieri (assieme a Michelangelo Patron, amico e direttore del Cfmt partner del progetto) ha avuto il piacere di essere citato da Maria Grazia Mattei, animatrice dell’iniziativa (grazie Maria Grazia), nella presentazione di Giuliana Bruno. Che pure lei ha iniziato la sua conferenza parlando di Italiani di Frontiera! Qui l’intervista per Reuters.