I Libri dell’Anno, consigliati da Amici di Italiani di Frontiera davvero speciali

Al momento di pensare ai regali per le feste, chi non va a caccia di quell’amico esperto che… beh Italiani di Frontiera vanta una bella schiera di Special Friends. Ecco dunque i consigli su libri che hanno lasciato il segno,  da amici davvero competenti, rintracciati in giro per l’Italia e il mondo. Tante idee per suscitare nuove idee, e per tenere a battesimo un’altra novità, il sito di Italiani di Frontiera appena rinnovato, con la collaborazione di altri preziosi amici, gli esperti di Social & Innovation di Sharazad.   Massimo Banzi, cofondatore di Arduino (e protagonista quest’anno di una giornata memorabile a lui dedicata, organizzata nella sua ex scuola in Brianza da Italiani di Frontiera), dice di aver letto quest’anno parecchi libri delle discipline più diverse dalla psicologia al business. “Uno che mi è piaciuto molto è “The Idea Factory: Bell Labs and the Great Age of American Innovation” di Jon Gertner che racconta la storia del laboratori Bell, il più grande centro di ricerca della storia. E’ molto interessante come studio di come l’innovazione si evolva coi tempi e di come molte idee richiedono molti anni per essere accettate o trovare un posto nel mondo. Spesso la stessa idea viene proposta diverse volte a distanza di anni senza successo poi si creano magicamente le condizioni ideali e l’idea ha successo”. Lorenzo Thione, passato dal successo di Bing, motore di ricerca di Microsoft, alla produzione di un musical a Broadway a un progetto per il rilancio del mercato delle opere d’arte, confessa invece di non averne letti molti in questo anno impegnativo. Ma quello che si sente di consigliare e’ Contagious: Why Things Catch on”, di Jonah Berger, New York Times bestseller,  per Lorenzo “Un master class in marketing”.         Per Selene Biffi, imprenditrice sociale pluripremiata, con progetti dall’Afghanistan all’India, esperta di social innovation, il libro dell’anno: è Join the Club. How Peer Pressure Can Trasform the World, del Premio Pulitzer Tina Rosenberg (2011), “libro intelligente e quanto mai attuale, che spiega come la peer pressure (pressione collettiva, di un gruppo) possa essere una forza importante nell’istigare fenomeni di massa per l’attuazione di comportamenti e cambiamenti positivi all’interno della società”.     Riccardo Luna, giornalista e opinion leader, già direttore di Wired, ora direttore di CheFuturo!,  che con il suo “Cambiamo Tutto! La rivoluzione degli innovatori” ha letteralmente spopolato quest’anno, segnala come suo libro dell’anno  Future Perfect, The Case For Progress In a Networked Age” di Steven Berlin Johnson (intervistato negli anni scorsi per Reuters e Italiani di Frontiera): “C’è dentro una visione della innovazione e della condivisione quali strumenti di cambiamento sociale con un superamento dei modelli tradizionalmente proposti da Destra e Sinistra. Insomma oltre lo Stato e il Mercato ci sono le reti di persone”.               “Startup Communities: Building an Entrepreneurial Ecosystem in Your City” è invece il libro consigliato da Chiara Giovenzana, “geek biotech prima, poi imprenditrice e ora responsabile della community di alumni alla Sigularity University“. “Come trasformare la tua città in una fucina di startup. Chi guida e chi segue. Le fatiche e le gioie per arrivarci. È un libro che si legge velocemente, che non inventa nulla ma che mette in risalto in maniera lucida e precisa i vari steps, i protagonisti e le connessioni che hanno trasformato nel profondo intere zone. Se vuoi che la tua città sia quella in cui le startup vogliono andare, ecco questo è un buon libro da cui iniziare”.       “Labirinti“, (Rizzoli 2013) di Giovanni Mariotti e Franco Maria Ricci, con introduzione di Umberto Eco, è il libro dell’anno per Davide Bocelli ,esperto di marketing e di digital multimedia a livello internazionale, membro della Long Now Foundation di San Francisco, (fra le varie iniziative in campo culturale ha lanciato ReopenPalatina! che con Twitter e Facebook è riuscita a raccogliere fondi via Paypal e altri strumenti per riaprire il più rapidamente possibile la Biblioteca Palatina di Parma, chiusa per inagibilità causa incendio).  “Il labirinto è un simbolo onnipresente. E’ una metafora dell’errare umano, pieno di errori. E’ una forma interessantissima per i matematici. Un grande argomento per i filosofi. Per Franco Maria Ricci è soprattutto una lunga avventura intellettuale culminata nella costruzione del più grande labirinto del mondo nella campagna vicino all’amata Parma. Con splendide illustrazioni che raccontano l’ideazione del labirinto più grande del mondo e testi che raccontano il labirinto ed il suo fascino molteplice”.     Il segnale e il rumore di Nate Silver è invece il libro dell’anno per Guido Romeo, eclettico giornalista scientifico di Wired. “È un libro diventato subito fondamentale per capire come usare (e non usare) i dati, sia big che small… L’autore è di tutto rispetto. Nate è uno statistico che ha azzeccato per due volte la vittoria do Obama: ha sbagliato un solo stato nel 2008 e nessuno nel 2012. Non a casa ha lasciato il New York Times per Espn. Quando si dice che i big data sono sexy…”               Leandro Agrò, eclettico innovatore e manager, cofondatore di Frontiers of Interaction non ha dubbi, sul “suo” libro dell’anno: “La nuova geografia del lavoro“, di Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, libro di economia dell’anno pure per Forbes. “Ho sempre avuto una ossessiva attenzione alla geografia e come questa determina, quasi più delle nostre stesse azioni, il nostro destino. Infatti, la nostra geografia culturale ed economica, ed il “tempo”, determinano cosa è accettabile, quali obiettivi sono raggiungibili, cosa è percepito come necessario, e molto altro. E tutto questo non può non avere delle notevoli conseguenze sulla economia… Sono stato testimone di mondi diversi e distanti, che condividono il terreno ma non le menti che vivono su di esso. Mondi che viaggiano a diverse velocità, e nel quale ci sono zone soggette a singolari accelerazioni. Ebbene, neanche se avessi dettato i miei pensieri ad Enrico Moretti avrei potuto sperare di ritrovarmi così puntualmente nel suo libro. Lui infatti, da esperto e mente notevole quale è, ha superato e sostanziato le mie “impressioni” (ma anche quelle di Richard Florida nella “Classe Creativa”) , suffragandole con numeri, storie e situazioni che

Fare impresa a Silicon Valley, un tour de force fra incubatori e aziende innovative

“Pensa in grande. Parti con intelligenza. Cresci in fretta”. La seconda giornata  dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro, è stata una vera full immersion su come fare impresa, nella culla dell’innovazione. Di primo mattino nella sede di San Josè, una sessantina di chilometri da San Francisco, Alfredo Coppola coamministratore delegato dell’incubatore Us Market Access  riassume con un’impeccabile analisi le chiavi del successo, che arride non alla tecnologia migliore, dice, ma a quella che ha il miglior marketing. Per affrontare un ecosistema dove tutto si muove rapidamente e occorre sapersi adeguare a questo ritmo, anche nelle presentazioni, che devono essere brevi e fulminanti. Imparare a colpire ma anche a capire rapidamente se  l’opportunità sfa sfumando. Con umiltà, sottolinea, ricordando la storia di un giovane brillante startupper con un bel progetto, dche ovendo incontrare 17 investitori ha immaginato si sarebbero fatti la guerra per ottenere la sua ottima idea, che invece per il suo atteggiamento arrogante è rimasta nel cassetto. Nel cassetto rischiava di restare pure l’idea di Emilio Billi, che assieme ad Antonella Rubicco sta perfezionando  A3Cube, che in Italia era stato bocciato ed è invece visto con grande interesse a Silicon Valley, dov’è  incubato da Us Market Access. Un’idea dalla portata addirittura rivoluzionaria, ispirata dallo studio del cervello: sostituire un processore con tanti piccoli processori, in modo da aumentare enormemente le capacità di elaborazione di un computer, cosa che ridurrebbe consumi energetici  e di banda permettendo inoltre di moltiplicare utenti e contenuti e soprattutto di abbattere i tempi di realizzazione di elaborazioni complesse, come previsioni ambientali o economiche, che invece di alcuni giorni richiederebbero poche ore. Da tener d’occhio, Emilio e Antonella… Ma a Silicon Valley possono sbarcare pure piccole e medie imprese. Che troppo spesso approcciano il mercato oltreoceano in modo maldestro, prima di tutto ignorando quanti e quali siano in realtà i loro concorrenti. E’ nel preparare con studi di settore ed assistere le aziende italiane che vogliono tentare il grane salto che si sta specializzando un altro incubatore, M31 di Aldo Cocchiglia, che facendo gli onori di casa, sempre a San Josè, ha spiegato ai giovani imprenditori romagnoli quanto sia importante affrontare una sfida così difficile come l’ingresso nel mercato USA con dati affidabili e studi di esperti per valutare le proprie effettive potenzialità ma anche per superare le barriere culturali con una realtà complessa, che questa sfida richiede.  E’ quel che fa M31, e in alcuni casi il consiglio è di lasciar perdere. Mentre quando un’azienda ha i numeri per percorrere questa strada, compensa poi la consulenza con una percentuale sui profitti o quote di azioni. Si possono fare aziende di successo interagendo in modo singolare con dei colossi, ha spiegato invece nel quartier generale di Cisco Carlo Tedesco, ripercorrendo la straordinaria storia della company. E ricordando come Mario Mazzola e Luca Cafiero, storici manager della società, che vanta una forte presenza di italiani, abbiano adottato negli anni più volte una formula singolare: lasciare la società per fondare una startup, realizzare una tecnologia di successo, acquisita proprio da Cisco. Quindi farvi ritorno per ripartire dopo qualche anno con un’altra idea, un’altra uscita e un nuovo ritorno coronato da successo. E da un impatto finanziario non indifferente. E se il business riguarda la tv e il suo futuro? Nell’ultima tappa del tour de force, a Minerva Networks, Mauro Bonomi  ceo della società spiega che la tecnologia della sua azienda segue una strada precisa: saranno sempre più i contenuti… a inseguire gli utenti e non viceversa. Dunque non solo la tv non è stata uccisa dal web ma reti e infrastrutture dovranno favorire un’interazione per una fruizione di contenuti sempre più personalizzata, su televisori ma anche su apparecchi mobili. Il tempo per l’utlima foto ricordo e si riparte. Serata a Palo Alto. E le prossime tappe saranno a Facebook e Stanford…

Fabrizio Capobianco: ecco come TOK.tv ha conquistato la “mia” Juventus

E’ andato tutto molto più velocemente del previsto, per l’ultima creatura di Fabrizio Capobianco, Top IdF Friend (protagonista della prima intervista Italiani di Frontiera, all’inizio dell’avventura californiana nel 2008)  e figura di spicco degli italiani di Silicon Valley, dopo il successo della sua Funambol di cui oggi è presidente. Con un piacevole scherzo del destino. Partita con successo negli USA, TOK.tv  doveva arrivare in Italia l’anno prossimo. Invece a Fabrizio è arrivato un messaggio della sua squadra del cuore e… in poco tempo è nata Juventus Live . Partenza alla grande, consacrazione sui media l’altro giorno, con un articolo su Repubblica di Riccardo Luna. Ma andiamo per ordine. Incontrato la primavera scorsa durante il Tour a Silicon Valley con i Giovani Imprenditori del Sud guidati da Antonio Perdichizzi, Fabrizio  ha spiegato nei giorni scorsi a IdF la sua nuova avventura, rimbalzata in anticipo in Italia. Ed i suoi promettenti risvolti di business. – Com’è nata l’idea di TOK.tv? Ero stufo di vedere le partite da solo con il mio cane Roberto (detto Bobby, stai tranquillo). E’ una buona compagnia, pero’ quando segna la Juve e io urlo, si spaventa. Il mio sogno era vedere le partite con la mia famiglia, come facevo quando vivevo in Italia. Purtroppo pero’, loro sono in Italia, io in California, e mio fratellino adesso e’ in Mozambico. Mi sono dovuto inventare un modo per poter vedere le partite con loro a distanza. Adesso ci riesco, mi guardo la Juve con la mia app sul divano e mi sembra di essere a casa. Noi emigrati siamo ingegnosi… – E com’è stata accolta negli USA? Negli USA abbiamo lanciato tre app: TOK Baseball – partita già per le World Series del 2012 – , TOK Football – pubblicata poco prima del Super Bowl – e TOK for Oscars, unico esperimento non sportivo. Con TOK Baseball – entrata tra le top 10 apps della categoria “Sport” in US – abbiamo scoperto che gli utenti tornano ad usare la nostra app quotidianamente e che parlano in media per 24 minuti a partita. Numeri incredibili. Lì abbiamo capito che possiamo davvero essere la second screen app – o come diciamo noi – l’app da divano (o couch app) per eccellenza”. – Cos’è piaciuto di più? “La Social Photo – cioè la possibilità di scattare una foto a tutti i partecipanti alla living room (massimo 4) e di condividerla su Facebook – è stata accolta in modo strepitoso (quasi 15,000 foto scattate durante il primo weekend di Juventus Live…)”. – Forse non pensavi di sbarcare così presto in Europa… da cosa è scaturito il contatto con la Juve? “Un giorno ho ricevuto una mail da un indirizzo con dominio juventus.com. Credevo fosse uno scherzo (puoi immaginarti quante verifiche tecniche ho fatto per accertarmene…) e invece era davvero la mia squadra del cuore, la Juve. La passione di sempre che bussava alla porta di TOK.tv. Puro caso del destino”. – E quali i primi riscontri nei primi giorni della app per la Juve? “Con Juventus Live abbiamo raggiunto quota 100.000 downloads nel primo weekend. I commenti sull’App Store e sui nostri canali Social sono entusiasti. Insomma, non ci lamentiamo… Stiamo lavorando alla versione Android, e vorrei triplicare i downloads nel primo weekend “. – Quali altre occasioni vedi in Italia per TOK.tv: altre squadre di calcio, altri sport o eventi… “Noi non ci poniamo limiti 😉 Lo sbarco in Italia era previsto per il 2014 ma l’esperienza di Juventus Live insegna che l’imprevedibile è sempre dietro le porta. Fintanto che ci sarà qualcuno che vuole restituire alla TV il suo lato autenticamente Social, allora avrà senso pensare che TOK.tv possa trovare spazio sia per gli eventi sportivi sia per altri tipi di produzioni TV. E poi il team – come quello di Funambol – e’ tutto in Italia, quindi piu’ riusciamo a fare nel Bel Paese, meglio e’”. – Dietro ad un servizio utile per appassionati e tifosi c’è un sistema in grado di definire il profilo di utenti possibili consumatori, per potenziali inserzionisti. Puoi spiegare questo aspetto di business? “L’idea e’ semplice: l’85% della raccolta pubblicitaria mondiale e’ legata alla TV. Con l’altro 15% – di Internet – Google ha creato un’azienda enorme. Noi vogliamo avvicinare quell’85% a Internet. Oggi le aziende spendono un milione di dollari per una pubblicita’ durante il Superbowl. Non sanno quanti veramente l’abbiano vista, ne’ possono avere un feedback diretto (il famoso click-through di una campagna Internet). Se passa una pubblicita’ in TV e tu hai in mano TOK.tv, noi possiamo darti la possibilita’ di “cliccare” sulla pubblicita’. Passa uno spot di un libro in televisione, compare l’icona in basso a destra, tu pensi “bello, questo me lo compro”, un click ed e’ fatta. E’ una rivoluzione, in un mercato da 200 miliardi di dollari all’anno. Noi ci accontentiamo dell’1% …”.

Fare innovazione a Berlino: Giuseppe Colucci (Ploonge) e lo Startup Safary

Berlino ha un valore particolare per Italiani di Frontiera, visto che ha segnato l’esordio all’estero di una delle sue conferenze (nel 2009 grazie ad una compagna di liceo ritrovata online, oggi docente all’Institut fur Romanische Philologie) alla prestigiosa Freie Universitat, con la prima narrazione multimediale di IdF oltre confine. La capitale tedesca, oggi una dei più promettenti centri per le startup, si appresta a diventare fra pochi giorni, dal 6 settembre, il cuore dell’innovazione europea con Startup Safary Berlin. Non sono pochi i giovani imprenditori italiani che stanno mettendo radici a Berlino, con tanto di quotidiano online per gli italofoni della città: Ilmitte, dove lo Startup Safary è stato illustrato in un articolo da uno degli organizzatori, Giuseppe Colucci, 28 anni, da quasi 3 nella capitale tedesca, dove ha gettato le basi per una startup italiana, Ploonge. Che ha raccontato a IdF la sua avventura.   – Giuseppe che ci fai a Berlino? “Sono arrivato qui nel 2011 assolutamente per caso e non seguendo il Berlin Dream come molti connazionali. Io, in realtà, mi ero trasferito in Spagna e volevo vivere lì, ma poi la mancanza di lavoro e di prospettive mi hanno portato a cercare nuove possibilità in giro per il mondo. mi è capitato un lavoro a Berlino, l’ho preso ed eccomi qui”. E cos’è Ploonge? “E’ una startup italiana, nata dall’idea di 2 ragazzi milanesi, Giorgio Bertolini e Alessandro Coscia, a fine 2011. Diventata azienda nel maggio 2012, da settembre di quell’anno è presente anche a Berlino. Ecco, io ho creato le basi per l’insediamento di una sede di Ploonge a Berlino, che tuttora gestisco. Il concetto di Ploonge è quello di social online ticketing, una piattaforma per vendere biglietti per eventi di ogni tipo, combinata a un social network in cui la gente interagisce e si scambia informazioni, feedback e raccomandazioni sugli eventi, il tutto per rendere gli stessi più social e virali e quindi aiutare gli organizzatori ad aumentare le vendite”. – Quali sono i vantaggi di Berlino come ecosistema per le strartup rispetto al resto d’Europa? “Mah, quello che in genere si dice – ed è ancora vero, occorre vedere per quanto tempo – è che Berlino è cheap. Molti giovani imprenditori squattrinati vengono qui per questo motivo. E’ anche vero che l’ecosistema ha iniziato a crearsi intorno a qualche esempio di startup di successo nata qui, come SoundCloud. E poi Berlino è una città vibrante, cosmopolita, molto attraente per giovani menti creative, molto aperta di vedute. Perciò qui a Berlino è facile trovare ispirazione da altri che fanno il tuo stesso lavoro. E anche manpower, perché, come detto, molti giovani creativi vengono a vivere qui”. – E il confronto con Silicon Valley? “Ancora improponibile, ovviamente. Per costruire un ecosistema forte e stabile come nella Valley ci vogliono decenni, non un lustro. Ci vogliono capitali ingenti, che a Berlino ancora mancano. Ci vogliono aziende nate lì dal nulla e diventati colossi mondiali che investano fior di soldi in aziende minori per aiutare l’ecosistema a crescere”. – Com’è la comunità berlinese degli startupper italiani? “Vibrante. Mi è capitato un paio di volte di essere intervistato da Der Spiegel e Venture Village sul boom degli startupper italiani a Berlino. E’ una community numerosa e laboriosa che si dà da fare, si aiuta (c’è un gruppo Facebook chiamato Digitaly che riunisce tutti noi sotto lo stesso tetto, organizza eventi per farci conoscere, aiutare, consigliare..) e fa impresa. Venuta qui perché in Italia si sentiva oppressa dalla mancanza di vision della nostra classe economico-finanziaria e ovviamente anche politica. Ci sono molte startup a Berlino create da italiani, alcune vanno bene, altre meno, però c’è molta dinamicità”. – Cosa si ripropone Startup Safary Berlin? “Startup Safary Berlin sarà la prima giornata di open doors per startup a Berlino. 60 aziende piccole o medio-grandi apriranno le proprie porte all’intera community di Berlino per workshops, tours, Q&A, networking meetups. L’obiettivo è quello di portare l’intera community insieme, per dialogare, per conoscersi meglio, creare opportunità di business, far sì che chi ancora non fa impresa si lasci ispirare da coloro che ci sono riusciti. Però, ovviamente, non vuol essere un evento auto-celebrativo ma vuole aprirsi anche al resto d’Europa. Infatti ci saranno diverse delegazioni che arriveranno da altre città e paesi per costruire un ponte tra Berlino e altri ecosistemi, per dialogare, fare business, scambiarsi informazioni utili. E abbiamo degli Ambassador in molti paesi europei che ci aiutano a promuovere l’evento e creare delegazioni. Ne abbiamo anche in Italia, come ad esempio l’azienda di Business Design, Beople.”. – E che ruolo avranno gli startupper Italiani? “All’interno del team di Startup Safary ci sono ben 2 italiani! Oltre a me anche Lorenzo Musiu, un filmmaker che si occupa della parte video. E poi delle aziende partecipanti ci sono anche alcune realtà italiane: vedi Expaway, o Frestyl. E poi ci aspettiamo che dall’Italia vengano numerosi a tastare il polso al nuovo hub startup europeo, Berlino”. – Ad un aspirante startupper italiano che volesse venire a Berlino: cosa consigli di fare… e di non fare? “Direi: pensaci 5 volte prima di intraprendere un percorso così difficile. Solo se la tua idea è davvero valida e il tuo business model è forte hai possibilità. Vedo qui molte aziende che nascono, magari hanno anche un team molto bravo e creeranno un forte hype intorno a sé, ma poi entrano in un vicolo cieco per mancanza di un revenue model che davvero funzioni. Qui nessuno sta aspettando te, c’è molta concorrenza e di startup ne nascono 2 al giorno, perciò bisogna essere davvero forti. Però le opportunità ci sono e se uno è convinto di poterle sfruttare, allora ben venga, lo accogliamo a braccia aperte! Per lo meno Berlino è un posto che ti permette di provarci. Magari si tratta solo di una sensazione che si ha, perché tutto è molto elettrico, ma se uno è convinto davvero allora ci provi!”.

Addio a Doug, che vide il futuro senza sfera di vetro, in una scatoletta di legno: il mouse

A Stanford avevano celebrato l’evento nel dicembre 2008, pochi mesi dopo il mio ritorno in Italia e io l’avevo segnalato non su Italiani di Frontiera ma sul nostro blog di famiglia. Quarant’anni prima, il 9 dicembre 1968, Douglas Engelbart, ricercatore visionario, realizzava a San Francisco quella che è stata definita “la madre di tutte le presentazioni”. Novanta minuti indimenticabili per i mille presenti, che indicarono il futuro. Mentre l’Europa vibrava per le tensioni di un ’68 che prometteva una rivoluzione politica che non c’è stata, a San Francisco si annunciava ufficialmente, senza saperlo, quale sarebbe stata la strada della rivoluzione dei decenni successivi. Tecnologica ma libertaria. Avete presente Hal 9000, il supercomputer di “2001 Odissea nello spazio”? Cosi’, giganteschi e onnipotenti, si immaginavano negli anni Sessanta i computer del futuro. Doug sul palco indicò un’altra strada, che avrebbe potenziato non l’intelligenza artificiale in mano a pochi, ma l’intelligenza collettiva. E azzeccò quasi tutto: connettività, ipertesti, finestre sullo schermo… in mano non aveva una sfera di cristallo ma una scatola di legno con rotelle che aveva inventato lui (dopo aver provato comandi a pedale e a… ginocchio): il mouse. L’altro ieri Doug se n’è andato, a 88 anni. Qui il ricordo su Wired. Ah, chi c’era a una delle telecamere, durante la storica presentazione? Un giovane Stewart Brand, oggi a capo della LongNow Foundation, figura chiave nell’intreccio fra controcultura californiana e tecnologia, autore di quel Whole Earth Catalog da cui Steve Jobs nel leggendario discorso agli studenti di Stanford del 2005 trasse la celebre frase “Stay Hungry, Stay Foolish”.

Ritorno a Google con il guru Hal Varian. Poi le novità dei veterani Cosimo Spera e Fabrizio Capobianco

Palme e colori pastello fanno sempre il loro effetto, entrando nel quartier generale di Google a Mountain View, poco dopo Palo Alto…  il diario da Silicon Valley nel viaggio con i giovani imprenditori del Sud prosegue con la visita al colosso della ricerca online, con guide d’eccezione, Cosimo Spera, veterano italiano di Silicon Valley, grazie al quale abbiamo avuto la fortuna di incontrare un celebre guru suo amico: Hal Varian, professore emerito della Berkeley University, che a Google è “soltanto” il chief economic. Pochi chilometri poi per arrivare a Menlo Park. nello studio di Jeff Capaccio, fondatore di Silicon Valley Italian Executive Council. Dove Cosimo Spera illustra il suo ultimo progetto Beebell. Poi Tocca al grande Fabrizio Capobianco, presidente di Funambol raccontare la sua ultima creatura, Tok.tv… Il diario della tappa fra Mountain View e Menlo Park su StartupItalia

Esplorare Everest e Kilimangiaro con Google Maps, nel team anche Michele Battelli

  Esplorare le montagne più celebri, grazie a una combinazione di hi tech e trekking, con Google Maps. E nella squadra che ha consentito di usufruire ora di questa nuova funzione c’è pure  Michele Battelli (nella foto in alto), laurea all’Università di Ferrara, poi ricercatore alla Sapienza a Roma ed alla Northeaestern University di Boston, ingegnere italiano di Google a Mountain View,  membro di BAIA. Un Italiano di Frontiera niente male, Michele, visto che alla competenza nel software ha abbinato la partecipazione alle spedizioni… La nuova funzione di Google Maps viene presentata  in questo post nel blog di Google. La descrizione del lavoro svolto “sul campo” dagli ingegneri esploratori, fra i quali Michele, in quest’altro post. Michele l’ho incontrato qualche anno fa a Silicon Valley. Presto ci rivedremo e potrà raccontare la sua fantastica esperienza…

Hi tech e creatività: in Bocconi l’incontro con Simone Brunozzi, Technology Evangelist di Amazon

Come parlare di tecnologia, innovazione e business con grande creatività. Ci siamo incrociati più volte di sfuggita, spesso online, con Simone Brunozzi, dal 2008 Senior Technology Evangelist di Amazon, specializzato in Cloud Infrastructure, base a San Francisco, missioni in giro per il mondo. Oggi ci sarà occasione di conoscerlo più a fondo. Simone è infatti l’ospite protagonista dell’evento in programma alle 18 alla Bocconi, proposto dall’associazione Alumni dell’università, organizzato da Federico Bonacina e dall’instancabile Cesare De Giorgi, prezioso amico di Italiani di Frontiera. Assieme ad Emil Abirascid, altro amico di IdF, avrò il piacere di fare alcune domande a Simone, prima di aprire il dibattito con il pubblico. Nel video qui sopra, una recente presentazione effettuata a Las Vegas da Simone, esemplare per capacità narrativa e competenza nei contenuti. Fossero tutti così…

Giovanni Segni e Porcovino, villaggio virtuale per l’Italian food online in Giappone e Usa

Per anni ha fatto la spola tra Asia e Stati Uniti. Più che manager giramondo, preferisce definirsi “zingaro”. Passato da un continente all’altro, dall’IT alla logistica, dall’e-commerce all’alimentare, alla fine ha deciso che queste competenze eterogenee poteva metterle assieme, in un unico filo, per un progetto imprenditoriale internazionale che vende prodotti alimentari ma è basato… sul racconto.   Sì, perchè è la narrazione la chiave vincente con cui Porcovino propone vini e prodotti alimentari italiani ai consumatori oltreoceano, dice Giovanni Segni, che dalla Sardegna ha costituito una squadra di specialisti, per lanciare un’ambiziosa piattaforma di e-commerce proiettata su Giappone e Stati Uniti. L’intervista a Giovanni nella finestra dedicata a Italiani di Frontiera dal portale Voglioviverecosì.

Curious Hat e Pick1, idee di Italiani di Frontiera nella prestigiosa selezione di 500Startups

http://www.youtube.com/watch?v=SC1TPO3D06I Due aziende lanciate da protagonisti di Italiani di Frontiera nella prestigiosa selezione di uno dei più importanti acceleratori di startup americani. Curious Hat e Pick1 compaiono nella lista appena diffusa da 500Startups, seed found ed acceleratore di nuove imprese lanciato negli Usa da Dave McClure. Qui l’elenco completo delle startup selezionate, annunciato con la pubblicazione di un video ironico su YouTube. Curious Hat è la nuova impresa californiana, dedicata alla creatività hi tech per i bambini, di Luca Prasso, veronese, che ha lasciato da poco DreamWorks, dove è stato manager di successo nella grafica digitale sin dagli anni Novanta. Pick1, unica startup italiana dell’elenco, è invece l’evoluzione di Doochoo, lanciata da Paolo Privitera, mestrino, assieme ed Armando Biondi, che puntando sulle potenzialità dell’aggregazione delle opinioni online ha di recente ottenuto finanziamenti per un milione di dollari. Beh Italiani di Frontiera continua a portare fortuna…