Progetto italiano con team globale per kit che monitora di notte il bimbo malato vince Hackathon mondiale di Microsoft

Grandi, grandissimi Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo! Per cinque anni hanno dovuto vegliare a turno di notte il loro bimbo di otto anni che soffre di crisi epilettiche potenzialmente letali dall’età di tre. Roberto che è “Director of program management on the Commercial Software Engineering” di Microsoft a Milano ha elaborato un progetto per uno specifico kit (testato con successo proprio dal figlio di Francesca e Roberto) al quale ha lavorato a lungo con colleghi di tutto il mondo, presentato al Global Hackathon annuale dell’azienda, 6860 progetti in gara da i da tutto il pianeta. Un team di esperti di Intelligenza Artificiale con caratteristiche eterogenee di genere, lingua, abilità, “Una comunità di genitori con un bisogno preciso, quello di allontanare la paura della malattia dalla loro quotidianità” hanno consentito a Fightthestroke di conquistare il Gran Premio 2019 dell’Hackathon promosso da Microsoft, ma anche i premi speciali AI for accessibility e Health AI”. L’annuncio su Fightthestroke.org  e nella pagina notizie del sito Microsoft. Nel frattempo, Francesca e Roberto hanno ritrovato il sonno… Grazie a Luca Prasso, veterano della grafica digitale, già a DreamWorks, vecchio amico di Italiani di Frontiera oggi a Google, per la segnalazione.

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Massimo Banzi torna in Brianza dopo l’evento 2013 con IdF nel “suo” ITI Fermi a Desio

Essere nato a Monza gli ha lasciato un imprinting, nel contatto con tanti piccoli imprenditori e artigiani che gli ha insegnato a considerare l’imprenditoria una possibile carriera. Aver visto  come funzionano  fabbriche e aziende locali è stato spunto prezioso, per capire poi, anche con alcuni progetti  Arduino che c’erano dei mercati per quei progetti. Ma altrettanto importante è stato andare poi via, all’estero, il modo migliore per mettere a frutto in altri contesti l’esperienza del luogo da cui si proviene… Cofondatore di Arduino, Massimo Banzi, star internazionale dell’hi tech è tornato nella sua Monza,  spiegando in questa bella videointervista di Roldano Radaelli per Corriere.it (Dalla Casa Bianca alla Villa Reale di Monza) che dal mondo dei maker, di cui è principale testimonial, vengono spunti preziosi per rilanciare l’economia tradizionale. Perché spesso aziende create dai maker riescono a dare linfa vitale ad aziende consolidate che però hanno bisogno di reinventarsi con vedute nuove. E in Brianza il contesto ideale è ovviamente l’industria del legno, del mobile, della casa che sta passando attraverso grandi innovazioni con Internet delle Cose… Molto in linea con la strategia dei preziosi partner di IdF, l’agenzia di Social & Innovation  Sharazad. Beh forse Italiani di Frontiera ha avuto un piccolo ruolo in questo ritorno alle origini di Massimo Banzi, organizzando “Massimo Banzi all’ITI Fermi Desio“,  il bellissimo evento 2013  che lo ha visto protagonista  nella sua scuola, dove ha risvegliato un autentico vulcano di idee e progetti di studenti ma anche di professori, collegati a Arduino e arrivati poi sulla passerella del Maker Faire a Roma.  A questo serve IdF: innescare e ispirare con storie e percorsi anomali tanti italiani di talento che poi finiscono col percorrere strade nuove…

Vigilia del Silicon Valley Tour: una giornata con Silvia Giordani, che studia … il “dopo silicio

  “Per fare scoperte di un certo calibro bisogna rischiare”. San Francisco, nuvole, pioggia… e straordinarie coincidenze. Cosa poteva esserci di migliore, per trascorrere la vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 di una giornata con un’Italiana di Frontiera che sta preparando l’era… del dopo silicio.. e che per caso in questi giorni è proprio a San Francisco? Silvia Giordani è una ricercatrice bergamasca con un curriculum “da urlo”. Laurea in chimica farmaceutica all’Università di Milano, dottorato all’Università di Miami, poi tre anni alla Scuola di Fisica del Trinity College a Dublino, un anno All’Università di Trieste, poi ritorno a Dublino alla guida di un centro di ricerca in nanotecnologie. Nel frattempo, una sfilza di pubblicazioni e di premi internazionali (fra i quali L’Oréal UK & Ireland Fellowship For Women in Science e Rotary International Paul Harris Fellow Award). Da sei mesi Silvia è tornata in Italia, alla guida di un laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova, dove si occupa di nanotecnologie basate sul carbonio. Nuova frontiera nel campo della medicina ma non solo, visto che sui nuovi materiali lavora da anni anche l’industria dei computer, nella convinzione che ormai la curva costante di miglioramento delle prestazioni del silicio nei microprocessori sia vicina all’apice. Il bello è che dopo esserci conosciuti a Orientagiovani Confindustria 2012 a Firenze dove eravamo entrambi speaker, davanti a mille studenti nel Nuovo Teatro dell’Opera, con Silvia tutti i tentativi di incontrarci di nuovo erano falliti… ma stavolta è bastato Facebook e la coincidenza di trovarla proprio a San Francisco, al termine di un convegno internazionale sui materiali che ha seguito da relatrice. Silvia è una “spacciatrice” di idee, ha una vera e propria… incontinenza di progetti scientifici, e non solo nei campi in cui lavora… ma è soprattutto un mentore straordinario. Anche durante gli anni di Dublino ha perseguito il suo progetto di formazione e promozione di giovani di talento tenendo periodicamente lezioni nell’ITIS di Bergamo in cui si era diplomata, poi portando alcuni dei ragazzi più promettenti al suo fianco in grandi eventi, sino a trasformare una di loro in speaker in una conferenza internazionale davanti ad una platea sterminata! Brava Silvia, si chiama “Give Back”, è la base per costruire il futuro ma in Italia ancora troppo pochi l’hanno capito. Ma Italiani di Frontiera ha qualche idea in proposito, per coinvolgere pure Lorenzo Thione, Vincenzo Di Nicola, Vito Lomele…   Con Silvia lunga passeggiata sotto la pioggia, poi pranzo thailandese con il grande Franco Folini, Top IdF Friend, fra i primi intervistati da Italiani di Frontiera nel 2008 e visita alla sua Novedge. Poi camminata in centro città, Chinatown e North Beach fino ad uno dei locali più suggestivi, il leggendario Caffè Trieste, tempio della Beat Generation, per incontrare Giacomo Ghiraldo, da poco incrociato alla conferenza IdF a Padova  e Diego Echecopar, fondatore di SV Links che si occupano a loro volta di portare imprenditori a Silicon Valley, soprattutto dal Sudamerica. Il gran finale con un risotto nella “tana” di Italiani di Frontiera a San Francisco, la casa di Felice Bonardi e Sabrina Bellotti, ingegneri software di inesauribile curiosità che con le idee e i progetti di Silvia hanno trovato pane per i loro denti… Giornata da incorniciare, Silvia dopo un giro turistico della città domani torna in Italia ma di sicuro la collaborazione con IdF è appena cominciata… E domani intanto arriva la mia banda… l’Italiani di Frontier Silicon Valley Tour 2014 sta per partire! Con Silvia Giordani, Sabrina Bellotti e Felice Bonardi    

Pancrazio Auteri, un Emmy Award per la Tecnologia a TiVo di cui è direttore

Ho ancora a casa un suo decoder TvBlob… Passato per Minerva Networks, che abbiamo visitato in ottobre durante l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013, oggi Pancrazio Andrea Auteri, elementari a Taormina e laurea al Politecnico di Milano, è a San Francisco Director of Product Management, Content and Metadata a TiVo,  che produce un apparecchio prezioso per consentire selezione personalizzata e registrazione di contenuti televisivi, ancora non commercializzato in Italia. In queste ore, Pancrazio si sta godendo uno straordinario riconoscimento: niente meno che un Emmy Award, l’Oscar della televisione Usa!… “Ci hanno dato il premio Emmy per la Tecnologia… per le raccomandazioni su cosa guardare e la videoregistrazione automatica… Proud of the team!”, ha scritto su Facebook… Grande Pancrazio!

Fare impresa a Silicon Valley, un tour de force fra incubatori e aziende innovative

“Pensa in grande. Parti con intelligenza. Cresci in fretta”. La seconda giornata  dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro, è stata una vera full immersion su come fare impresa, nella culla dell’innovazione. Di primo mattino nella sede di San Josè, una sessantina di chilometri da San Francisco, Alfredo Coppola coamministratore delegato dell’incubatore Us Market Access  riassume con un’impeccabile analisi le chiavi del successo, che arride non alla tecnologia migliore, dice, ma a quella che ha il miglior marketing. Per affrontare un ecosistema dove tutto si muove rapidamente e occorre sapersi adeguare a questo ritmo, anche nelle presentazioni, che devono essere brevi e fulminanti. Imparare a colpire ma anche a capire rapidamente se  l’opportunità sfa sfumando. Con umiltà, sottolinea, ricordando la storia di un giovane brillante startupper con un bel progetto, dche ovendo incontrare 17 investitori ha immaginato si sarebbero fatti la guerra per ottenere la sua ottima idea, che invece per il suo atteggiamento arrogante è rimasta nel cassetto. Nel cassetto rischiava di restare pure l’idea di Emilio Billi, che assieme ad Antonella Rubicco sta perfezionando  A3Cube, che in Italia era stato bocciato ed è invece visto con grande interesse a Silicon Valley, dov’è  incubato da Us Market Access. Un’idea dalla portata addirittura rivoluzionaria, ispirata dallo studio del cervello: sostituire un processore con tanti piccoli processori, in modo da aumentare enormemente le capacità di elaborazione di un computer, cosa che ridurrebbe consumi energetici  e di banda permettendo inoltre di moltiplicare utenti e contenuti e soprattutto di abbattere i tempi di realizzazione di elaborazioni complesse, come previsioni ambientali o economiche, che invece di alcuni giorni richiederebbero poche ore. Da tener d’occhio, Emilio e Antonella… Ma a Silicon Valley possono sbarcare pure piccole e medie imprese. Che troppo spesso approcciano il mercato oltreoceano in modo maldestro, prima di tutto ignorando quanti e quali siano in realtà i loro concorrenti. E’ nel preparare con studi di settore ed assistere le aziende italiane che vogliono tentare il grane salto che si sta specializzando un altro incubatore, M31 di Aldo Cocchiglia, che facendo gli onori di casa, sempre a San Josè, ha spiegato ai giovani imprenditori romagnoli quanto sia importante affrontare una sfida così difficile come l’ingresso nel mercato USA con dati affidabili e studi di esperti per valutare le proprie effettive potenzialità ma anche per superare le barriere culturali con una realtà complessa, che questa sfida richiede.  E’ quel che fa M31, e in alcuni casi il consiglio è di lasciar perdere. Mentre quando un’azienda ha i numeri per percorrere questa strada, compensa poi la consulenza con una percentuale sui profitti o quote di azioni. Si possono fare aziende di successo interagendo in modo singolare con dei colossi, ha spiegato invece nel quartier generale di Cisco Carlo Tedesco, ripercorrendo la straordinaria storia della company. E ricordando come Mario Mazzola e Luca Cafiero, storici manager della società, che vanta una forte presenza di italiani, abbiano adottato negli anni più volte una formula singolare: lasciare la società per fondare una startup, realizzare una tecnologia di successo, acquisita proprio da Cisco. Quindi farvi ritorno per ripartire dopo qualche anno con un’altra idea, un’altra uscita e un nuovo ritorno coronato da successo. E da un impatto finanziario non indifferente. E se il business riguarda la tv e il suo futuro? Nell’ultima tappa del tour de force, a Minerva Networks, Mauro Bonomi  ceo della società spiega che la tecnologia della sua azienda segue una strada precisa: saranno sempre più i contenuti… a inseguire gli utenti e non viceversa. Dunque non solo la tv non è stata uccisa dal web ma reti e infrastrutture dovranno favorire un’interazione per una fruizione di contenuti sempre più personalizzata, su televisori ma anche su apparecchi mobili. Il tempo per l’utlima foto ricordo e si riparte. Serata a Palo Alto. E le prossime tappe saranno a Facebook e Stanford…

Fabrizio Capobianco: ecco come TOK.tv ha conquistato la “mia” Juventus

E’ andato tutto molto più velocemente del previsto, per l’ultima creatura di Fabrizio Capobianco, Top IdF Friend (protagonista della prima intervista Italiani di Frontiera, all’inizio dell’avventura californiana nel 2008)  e figura di spicco degli italiani di Silicon Valley, dopo il successo della sua Funambol di cui oggi è presidente. Con un piacevole scherzo del destino. Partita con successo negli USA, TOK.tv  doveva arrivare in Italia l’anno prossimo. Invece a Fabrizio è arrivato un messaggio della sua squadra del cuore e… in poco tempo è nata Juventus Live . Partenza alla grande, consacrazione sui media l’altro giorno, con un articolo su Repubblica di Riccardo Luna. Ma andiamo per ordine. Incontrato la primavera scorsa durante il Tour a Silicon Valley con i Giovani Imprenditori del Sud guidati da Antonio Perdichizzi, Fabrizio  ha spiegato nei giorni scorsi a IdF la sua nuova avventura, rimbalzata in anticipo in Italia. Ed i suoi promettenti risvolti di business. – Com’è nata l’idea di TOK.tv? Ero stufo di vedere le partite da solo con il mio cane Roberto (detto Bobby, stai tranquillo). E’ una buona compagnia, pero’ quando segna la Juve e io urlo, si spaventa. Il mio sogno era vedere le partite con la mia famiglia, come facevo quando vivevo in Italia. Purtroppo pero’, loro sono in Italia, io in California, e mio fratellino adesso e’ in Mozambico. Mi sono dovuto inventare un modo per poter vedere le partite con loro a distanza. Adesso ci riesco, mi guardo la Juve con la mia app sul divano e mi sembra di essere a casa. Noi emigrati siamo ingegnosi… – E com’è stata accolta negli USA? Negli USA abbiamo lanciato tre app: TOK Baseball – partita già per le World Series del 2012 – , TOK Football – pubblicata poco prima del Super Bowl – e TOK for Oscars, unico esperimento non sportivo. Con TOK Baseball – entrata tra le top 10 apps della categoria “Sport” in US – abbiamo scoperto che gli utenti tornano ad usare la nostra app quotidianamente e che parlano in media per 24 minuti a partita. Numeri incredibili. Lì abbiamo capito che possiamo davvero essere la second screen app – o come diciamo noi – l’app da divano (o couch app) per eccellenza”. – Cos’è piaciuto di più? “La Social Photo – cioè la possibilità di scattare una foto a tutti i partecipanti alla living room (massimo 4) e di condividerla su Facebook – è stata accolta in modo strepitoso (quasi 15,000 foto scattate durante il primo weekend di Juventus Live…)”. – Forse non pensavi di sbarcare così presto in Europa… da cosa è scaturito il contatto con la Juve? “Un giorno ho ricevuto una mail da un indirizzo con dominio juventus.com. Credevo fosse uno scherzo (puoi immaginarti quante verifiche tecniche ho fatto per accertarmene…) e invece era davvero la mia squadra del cuore, la Juve. La passione di sempre che bussava alla porta di TOK.tv. Puro caso del destino”. – E quali i primi riscontri nei primi giorni della app per la Juve? “Con Juventus Live abbiamo raggiunto quota 100.000 downloads nel primo weekend. I commenti sull’App Store e sui nostri canali Social sono entusiasti. Insomma, non ci lamentiamo… Stiamo lavorando alla versione Android, e vorrei triplicare i downloads nel primo weekend “. – Quali altre occasioni vedi in Italia per TOK.tv: altre squadre di calcio, altri sport o eventi… “Noi non ci poniamo limiti 😉 Lo sbarco in Italia era previsto per il 2014 ma l’esperienza di Juventus Live insegna che l’imprevedibile è sempre dietro le porta. Fintanto che ci sarà qualcuno che vuole restituire alla TV il suo lato autenticamente Social, allora avrà senso pensare che TOK.tv possa trovare spazio sia per gli eventi sportivi sia per altri tipi di produzioni TV. E poi il team – come quello di Funambol – e’ tutto in Italia, quindi piu’ riusciamo a fare nel Bel Paese, meglio e’”. – Dietro ad un servizio utile per appassionati e tifosi c’è un sistema in grado di definire il profilo di utenti possibili consumatori, per potenziali inserzionisti. Puoi spiegare questo aspetto di business? “L’idea e’ semplice: l’85% della raccolta pubblicitaria mondiale e’ legata alla TV. Con l’altro 15% – di Internet – Google ha creato un’azienda enorme. Noi vogliamo avvicinare quell’85% a Internet. Oggi le aziende spendono un milione di dollari per una pubblicita’ durante il Superbowl. Non sanno quanti veramente l’abbiano vista, ne’ possono avere un feedback diretto (il famoso click-through di una campagna Internet). Se passa una pubblicita’ in TV e tu hai in mano TOK.tv, noi possiamo darti la possibilita’ di “cliccare” sulla pubblicita’. Passa uno spot di un libro in televisione, compare l’icona in basso a destra, tu pensi “bello, questo me lo compro”, un click ed e’ fatta. E’ una rivoluzione, in un mercato da 200 miliardi di dollari all’anno. Noi ci accontentiamo dell’1% …”.

Addio a Doug, che vide il futuro senza sfera di vetro, in una scatoletta di legno: il mouse

A Stanford avevano celebrato l’evento nel dicembre 2008, pochi mesi dopo il mio ritorno in Italia e io l’avevo segnalato non su Italiani di Frontiera ma sul nostro blog di famiglia. Quarant’anni prima, il 9 dicembre 1968, Douglas Engelbart, ricercatore visionario, realizzava a San Francisco quella che è stata definita “la madre di tutte le presentazioni”. Novanta minuti indimenticabili per i mille presenti, che indicarono il futuro. Mentre l’Europa vibrava per le tensioni di un ’68 che prometteva una rivoluzione politica che non c’è stata, a San Francisco si annunciava ufficialmente, senza saperlo, quale sarebbe stata la strada della rivoluzione dei decenni successivi. Tecnologica ma libertaria. Avete presente Hal 9000, il supercomputer di “2001 Odissea nello spazio”? Cosi’, giganteschi e onnipotenti, si immaginavano negli anni Sessanta i computer del futuro. Doug sul palco indicò un’altra strada, che avrebbe potenziato non l’intelligenza artificiale in mano a pochi, ma l’intelligenza collettiva. E azzeccò quasi tutto: connettività, ipertesti, finestre sullo schermo… in mano non aveva una sfera di cristallo ma una scatola di legno con rotelle che aveva inventato lui (dopo aver provato comandi a pedale e a… ginocchio): il mouse. L’altro ieri Doug se n’è andato, a 88 anni. Qui il ricordo su Wired. Ah, chi c’era a una delle telecamere, durante la storica presentazione? Un giovane Stewart Brand, oggi a capo della LongNow Foundation, figura chiave nell’intreccio fra controcultura californiana e tecnologia, autore di quel Whole Earth Catalog da cui Steve Jobs nel leggendario discorso agli studenti di Stanford del 2005 trasse la celebre frase “Stay Hungry, Stay Foolish”.

Federico Faggin premiato a Villaverla (Vicenza). Le sue straordinarie riflessioni sull’Italia che hanno ispirato IdF

Padre del microchip, inventore del touchpad, Federico Faggin viene premiato domani martedì 5 marzo dal Comune di Villaverla (Vicenza). Faggin, che  nel 2010 ha ricevuto alla Casa Bianca dal presidente  Obama l’onoreficenza più importante degli USA in campo tecnologico (National Medal of  Technology and Innovation), è stato tra i principali protagonisti e ispiratori di Italiani di Frontiera. Una parte dell’intervista video in esclusiva era stata inserita in una puntata della trassmissione VERSUS di AntennaTre, di cui ero stato ospite. Tutte le straordinarie riflessioni di Faggin su cosa frena l’Italia e ostacola l’innovazione, frutto di diversi incontri, in questo post di un paio d’anni fa, nel quarantennale dell’invenzione del chip. Qui invece una recente intervista per il Corriere Innovazione si temi della scienza e della consapevolezza, dal titolo Dal microchip a Dio.

Stefano “Stefio” Ceccon e la sua app “London Crowd” che ha spopolato durante le Olimpiadi

Va bene, va bene, lo ammetto: la sterminata galleria di talenti raccolta da Italiani di Frontiera, malgrado tutto è leggermente… sbilanciata a nordest. Ora, che io sia di Mestre conta poco. Ma è colpa mia se IdF viene invitato a Londra per le Olimpiadi (qui un diario per immagini), va in scena nell’auditorium di Casa Italia in un evento organizzato dagli amici di Medioera (ancora grazie a Mauro Rotelli e tutta la banda viterbese) ma alla vigilia scopre (segnalazione dell’inesauribile Luca Perugini) che c’è un talento in trasferta proprio a Londra, che ha appena realizzato una app che spopola online… e quel ragazzo è di Crespano del Grappa? Beh, una parte del tempo passato a Londra, IdF l’ha dedicato a conoscere e soprattuto a fra conoscere a giornalisti e altri personaggi del mondo media e imprenditoriale incrociati a Casa Italia Stefano “Stefio” Ceccon e la sua “London Crowd”, applicazione basata su un algoritmo che rielaborando in tempo reale i dati pubblici delle videocamere che monitorano il traffico nella capitale britannica, fornisce un quadro aggiornato della circolazione e degli intasamenti. Nel video, “Stefio” presenta la sua app e spiega come sia arrivato a Londra per la specializzazione con una borsa di studio alla prestigiosa Brunel University che l’ha selezionato dopo… un colloquio via Skype! La micidiale macchina di relazioni di IdF non si è mossa invano. Stefio e London Crowd sono finiti in tv a Rai Unomattina, Curzio Maltese gli ha dedicato un articolo su Repubblica e il Corriere della Sera un pezzo online, tutti e due citando Italiani di Frontiera. Non solo, grazie a Fortunato Celi Zullo, direttore dell’Italian Trade Commission a Londra, Stefio è stato chiamato last minute a partecipare ad un incontro Banca Intesa, con fior di investitori ai quali è stato invitato a presentare il proprio progetto. Tutta la vicenda è stata ben raccontata da “Dani” Ceccon, brava collega e sorella di Stefio, che era a Londra con noi, in un bell’articolo, “Bassanesi a Casa Italia, diario di un’avventura olimpica” su VicenzaPiù. Sì insomma, IdF non si muove a caso. Anche se può migliorare sui tempi, visto che per girare il breve video qui sopra, come ho scritto ho perso l’aereo pernottando su una panca a Heathrow…         Aggiornamento 2014: per la cronaca, oggi Stefio è rimasto a Londra come ricercatore e lavora part time come esperto di Data Journalism… al prestigioso The Times! Qui una sua presentazione.