Ci salverà la Curiosità… in un podcast gli intrecci di storie di Italiani di Frontiera

    “Pandemia, Guerre, Emergenza Ambientale… la Complessità sembra sempre più un’onda gigantesca che rischia di travolgerci.  Ma con la tavola giusta, quel che stava per schiacciarci può farci volare, scoprendo significati inattesi in percorsi trasversali, fra storie di ieri e di oggi, preziosi per guardare al domani.  Quel surf si chiama Curiosità…”. All’esordio nelle principali piattaforme, nel canale T-Podcast, casa di produzione del gruppo Triboo,  il primo di dieci episodi di Italiani di Frontiera Podcast. Nel primo capitolo, com’è iniziata l’avventura di famiglia, da “Sixth Saint John (Sesto San Giovanni) a Palo Alto California, facendo tutto da soli per sei mesi di Ispirazione che hanno visto nascere Italiani di Frontiera. Poi l’incontro con i primi due protagonisti, Cesare Marino “antropologo degli indiani” allo Smithsonian Institution di Washington, scopritore di straordinarie storie di connazionali sulla frontiera del Far West, Luca Prasso veterano della grafica digitale, prima a DreamWorks oggi a Google. Due personaggi ideali per svelare i segreti del talento italiano: creatività, versatilità, capacità di combinare competenze, oggi più che mai doti ideali per affrontare un mondo sempre più complesso. Le loro sono le prime di una serie di storie, di ieri e di oggi, preziose per chi deve immaginare il domani.   Questo il libro citato nell’episodio, “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” ( David Epstein, LUISS 2020) Visione e ottimismo sono da anni gli ingredienti della la narrazione “eccentrica” di Italiani di Frontiera, che propone dieci episodi della prima stagione di podcast e ha ora  in cantiere un nuovo spettacolo, una web tv… e pure un film. (Nella copertina del podcast, elaborazione di un’illustrazione di Susanna Della Sala, realizzata da Sofia Elisa Suanno). Qui sotto, nello studio di registrazione nel quartier generale di Triboo a Milano Bicocca, con la fantastica squadra di T-Podcast: Stefano Dargenio, Noemi Zago e Fabio Donolato.  

Patrick Consorti: a Silicon Valley per imparare a far business. Consapevoli dei propri punti di forza

Dall’Italia a Silicon Valley per imparare a fare business. Ma senza complessi di inferiorità, consapevoli dei propri punti di forza.. Un confronto fra Sardegna e Bay Area, la consapevolezza di quali sono questi punti di forza “mano destra” (cultura, capacità di socializzare, costi contenuti, molteplicità di talenti, creatività) sforzandosi di combinarli con i potenziali punti deboli “mano sinistra” (rischio, velocità, flessibilità, velocità di crescita, rapporto col danaro). Più una performance che una lezione, quella del mio amico Patrick Consorti, non solo il valore dei contenuti ma la capacità di proporli in modo vivace e creativo, interattivo. “Ok hai un minuto per convincermi: perchè dovrei investire sulla tua startup in Sardegna?” Grande Patrick, nella sessione a a Galvanize San Francisco del progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli.

Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di

Alessandro Palmisano (TrenDevice): rivoluzionare l’azienda… grazie all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour

Era stato fra i partecipanti di uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (2013). Solo qualche tempo fa ho scoperto che in quel periodo, la sua azienda rischiava di chiudere rapidamente e che l’idea giusta, per reinventarsi come imprenditore cambiando completamente modello di business, gli era venuta proprio da ispirazioni e stimoli raccolti in quel viaggio. Si trattava “semplicemente” di guardare le cose da una prospettiva diversa, ragionare “Out of the Box” e trovare un’opportunità proprio dove sembravano esserci solo criticità. Oggi la sua azienda, TrenDevice, sta crescendo a pieno ritmo e sta affrontando con successo una campagna di crowdfunding. Per questo ho chiesto ad Alessandro Palmisano: racconta questa bella storia. Con una sorpresa: fargli rivedere per la prima volta le immagini del suo commento entusiasta e anche un po’ profetico, all’aeroporto di  San Francisco, al termine di quel 2013, su quanto si portava a casa da quell’avventura. Con un pizzico di orgoglio, per quanto Italiani di Frontiera riesce ad esser prezioso, per imprenditori visionari… Non bastasse, Alessandro Palmisano ha appena raccolto la sua esperienza in un libro, “Aziende al bivio” firmato assieme a Luca Morandini (con cui cura il podcast Digitalizzaredavvero), raccontando la trasformazione di una PMI italiana “tra passaggio generazionale e digital transformation”.

“Pionieri. Esploratori. Non guardiani” IdF con Federico Faggin l’8 giugno nel paese di Leonardo, per ricordarci chi siamo

  “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri, esploratori, Non guardiani“. Le parole del protagonista del film Interstellar sembrano descrivere un Paese come il nostro, in cui oggi l’italianità aperta all’innovazione, protagonista col proprio talento in patria e nel mondo, sembra occultata nei media e social media da una costante evocazione di conflitti e paure, quasi ci fosse bisogno di muri, rivali da combattere, cambiamenti da esorcizzare per definire se stessi. Di questa “italianità” rimossa invece c’è un grande bisogno, a livello globale, di fronte a cambiamenti sempre più rapidi e una complessità che i Big Data hanno amplificato. Perchè “gli italiani hanno una capacità unica di affrontare e risolvere problemi complessi. Un dono naturale, creativo, frutto di un ricco retaggio culturale”. Ad affermarlo è Federico Faggin, tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch, scienziato e imprenditore da tempo trapiantato a Silicon Valley. Proprio Faggin  il prossimo sabato 8 giugno sarà protagonista di un evento promosso da Italiani di Frontiera, con diversi partner, a Vinci, pochi chilometri da Firenze,  dal forte valore simbolico: il più importante inventore vivente nella patria di Leonardo, a 500 anni dalla scomparsa del genio toscano, per presentare la sua attesa autobiografia uscita da poche settimane, “Silicio (Mondadori), testimonial ideale di un progetto che in nome di questa italianità mira a lanciare iniziative di respiro internazionale di promozione del talento innovativo, del territorio, delle sue aziende, sviluppato grazie a una partnership con l’agenzia”da Vi Travels’” di Stefania Tielli. Un’iniziativa che avrà un Media Partner di prestigio, Startup Italia, piattaforma e magazine dell’innovazione, che pochi giorni dopo, 12 giugno, terrà a Firenze il suo Open Summit Curiosità inesauribile, straordinaria multidisciplinarietà, capacità di far tesoro del passato per “leggere” il futuro, attenzione ai risvolti etici della propria opera: gli ingredienti che Leonardo sintetizzò in modo irripetibile caratterizzano  l’apertura mentale di molti connazionali che oggi affrontano con successo la frontiera dell’innovazione, Un’identità che secondo Faggin ieri come oggi  si realizza nella capacità unica di osservare problemi complessi da angolazioni diverse, trovando soluzioni creative che hanno spesso anche un valore artistico ed estetico. Nei video qui sotto, alcune delle riflessioni che ci guideranno, in un weekend dedicato alla scoperta del talento, nei luoghi che diedero i natali al più grande dei talenti. Per ispirare e ispirarsi, per guardare al futuro con fiducia. Da pionieri, esploratori. Non guardiani.   Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità (Palo Alto, marzo 2019)   Tra scienza e spiritualità: Federico Faggin e la consapevolezza della materia (presentazione  di “Silicio”, Milano Università Bicocca 6 maggio 2019)   Fabio Parodi, da Olivetti a LinkedIn: italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le sembianze del caos (Redwood City Agosto 2017)   Renzo Piano: la cultura ci ha dato una sottile, invisibile capacità di affrontare la complessità delle cose (Vieni via con me, Raitrè 2010)      

Un tocco made in Italy nel “robot sociale” in copertina su Time. Roberto Pieraccini presenta Jibo

. Dopo una lunga fase di preparazione, Jibo il piccolo “social robot” che risponde alle domande con senso dell’umorismo e sa persino ballare, a poche settimane dall’uscita sul mercato è finito sulla copertina di Time Magazine tra le migliori invenzioni del 2017.     A presentarlo in questa intervista è Roberto Pieraccini, incrociato a San Francisco e ritrovato poi a Milano,  che oggi vive a Boston dopo un lungo periodo a Silicon Valley. Un video con immagini in esclusiva di Italiani di Frontiera, che aveva incontrato il robot quando ancora non era uscito dai laboratori di Redwood City. Autore di “The Voice in the Machine: Building computers that Understand Speech” (2012), grande esperto di interazione vocale con le macchine, Roberto  è Director of Advanced Conversational Technology dell’azienda fondata da Cyntia Brezeal di MIT Media Labs, che ha progettato il robot.     Con Roberto ci siamo rivisti a Milano dov’è stato speaker a Frontiers Conferences 2017, 23 settembre, nei giorni in cui venivano consegnati i primi esemplari del piccolo robot a clienti che lo avevano prenotato da tempo.     Per me Jibo ha un valore particolare… visto che anche se con grafia diversa, ha lo stesso nome di mio papà, Giovanni “Gibo” Bonzio, cronista per una vita a Mestre, che qualche anno fa gli ha intitolato una piazzetta in centro. Ed è stato divertente svelare lo scorso anno a Redwood City agli sviluppatori hi tech del robottino che in una città a due passi da Venezia c’è una corte che porta il nome della macchina che stavano ultimando…      

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

“Dobbiamo tutto agli Hippie”, un successo la prima nazionale a Vicenza. E alla fine gli elogi sul palco di Federico Faggin!

  “Ho imparato molte cose nuove guardando il tuo lavoro… quando uno è dentro, non ha la visione a 360… come può avere uno che guarda successivamente e vede connessioni che io certamente non avevo visto…” Le parole di Federico Faggin (nel video con slideshow qui sopra) il padre del microchip e della tecnologia touch, salito sul palco al mio fianco, emozionandomi non poco, alla fine della prima nazionale di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, giovedì 26 ottobre al Teatro Comunale di Vicenza, sono state il coronamento di una serata indimenticabile. L’esordio è andato oltre ogni aspettativa. Anche se lavoro con gente così brava che a volte vorrei fermarmi nella mitragliata di parole, per ascoltare meglio la musica scelta sul palco da Luca Presence Carini, guardare le immagini e le bellissime animazioni alle mie spalle frutto della creatività di Roberta Gaito e Roberta Pirrera, tutta la scena ideata e diretta con maestria alla regia da Alessio Mazzolotti.   Come sempre è la passione il vero motore, e questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata senza la passione di Claudia Baldina e degli amici di Niuko, di Alessandro Fossato arrivato da Mestre con una folta squadra dalla sua Interlogica, le due aziende che hanno comprodotto lo spettacolo.   Collegare Hippie e New Economy poteva sembrare un’idea bizzarra a chi non conosce le radici culturali di Silicon Valley,  in realtà questo spettacolo attraverso storie e aneddoti invita a riflettere su come siano i visionari capaci di sogni all’apparenza impossibili i veri protagonisti dell’innovazione, in un intreccio fra personaggi  e idee che spera di ispirare chi deve immaginare il futuro.   Sul palco, il surf è diventato metafora del pensiero laterale, capace di scoprire percorsi inaspettati, dall’arte alla scienza, dalla cultura alla società. Un racconto spiazzante, che lungo quel filo rosso individua molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò il personaggio di Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che all’Università di  Berkeley “innescò” la contestazione studentesca già nel 1964.   E il percorso inaspettatamente, partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, vicentino d’origine trapiantato dagli anni Sessanta in California, che dopo storiche invenzioni è impegnato oggi in una battaglia ideale, per contestare l’idea diffusa a Silicon Valley che le macchine diventeranno presto più intelligenti degli esseri umani, al quale è dedicata la chiusura dello spettacolo multimediale, con grafica digitale e animazioni sullo schermo, la musica selezionata dal vivo sul palco da Luca. Come nessun altro Federico ha ispirato con le sue riflessioni il mio lavoro, con Italiani di Frontiera e oggi con questo spettacolo. Per questo, la fortunata coincidenza di scoprire che in questi giorni era in Italia, invitarlo con una mail e ricevere al telefono la sua conferma nel giro di venti minuti, esordire nella sua città d’origine con lui attentissimo in una delle prime file, poi vederlo alzarsi con un’ovazione della sala e ricevere sul palco i suoi elogi e alla fine averlo assieme a tanti preziosi anici con noi pure all’aperitivo dopo lo spettacolo, con la moglie Elvia… davvero indimenticabile. Ma ora la sfida è quella di proseguire avventura, portando “Dobbiamo tutto agli Hippie” in giro per l’Italia… e perchè no? Magari pure oltreoceano… Un grazie a Marina Pezzoli amministratore delegato di Niuko, intervistata con me e Federico nel video qui sotto, realizzato dal bravo Marco Bergamaschi che ringrazio anche per le belle foto.    

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna