Missione compiuta per Lorenzo Thione: dopo Bing e il software, oggi l’esordio con un musical a Broadway

Piccolo teatro Off Broadway, un giovane ingegnere italiano di grande successo, studi al Politecnico di Milano e University of Texas, a New York dopo un’esperienza a Silicon Valley, siede col suo compagno in platea, vicino a una coppia di altri uomini che inizia a commentare una serie di spettacoli che anche lui aveva visto. Uno è un volto celebre, un signore anziano già protagonista della serie di culto televisiva Star Trek.   La curiosità diventa amicizia ma solo per caso il giorno dopo i quattro si ritrovano di nuovo seduti vicini in un altro teatro.  Quando il volto celebre viene rigato dalle lacrime. L’ingegnere si incuriosisce e chiede il perchè di quella commozione. L’attore risponde che il dramma sul palco gli ricorda quello vissuto dalla sua famiglia, immigrati di origine giapponese che all’indomani di Pearl Harbour si trovarono trattati da nemici in quella che consideravano la loro nuova patria, internati in campi di concentramento. L’emozione si trasforma in ispirazione. L’idea di rievocare quella pagina dolorosa per un’intera comunità su un altro palcoscenico. In un musical. Storia di ieri con temi di straordinaria attualità: identità, immigrazione, determinazione. Dopo una lunga gestazione, un esordio a San Diego e un mese di previews col pubblico di New York, “Allegiance” (Fedeltà) fa il suo esordio ufficiale a Broadway martedì 10 novembre. L’interprete principale, George Takei, classe 1937 nel frattempo è diventato una star del web, protagonista di un’attenta campagna di promozione sui social media. Produttore e coautore del musical Lorenzo Thione, comasco di nascita, milanese d’adozione, che dopo aver conquistato la ribalta nel mondo hi tech per aver gettato nel 2008 le basi del motore di ricerca di Microsoft, operazione da 100 milioni di dollari, a poche settimane da un incontro con il presidente Barack Obama completa ora uno straordinario percorso professionale: dal software al musical, da Bing a Broadway. Fra i protagonisti di questo progetto e del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA), Lorenzo ha concesso questa intervista in esclusiva, alla vigilia dell’esordio a Broadway. – In questo musical c’è qualcosa della tua esperienza personale? “La mia esperienza ha avuto un impatto enorme su questo lavoro con due autori, uno italiano l’altro americano di origine cinese… Io sono arrivato come studente, ho avuto una determinazione molto mirata nel voler restare. E a dire la verità non ti fanno la vita facile: arrivi col visto da studente, devi trovare il modo di fermarti con visto di lavoro… nel mio percorso ci sono voluti quasi otto anni e mezzo. Nel frattempo, avevo costruito una vera vita, una famiglia, amici, un’esperienza di precarietà, ti sembra che da un momento all’altro possa succedere qualcosa per cui  tutto quello che hai costruito, per cui hai lavorato possa svanire, l’ho sempre percepita come una spada di Damocle, qualcosa  che non era sotto il mio controllo…”. – E come si integra la tu storia con una vicenda della seconda guerra mondiale? “L’esperienza di queste famiglie, i loro padri o i loro nonni venuti qui per realizzare un futuro migliore per sé e i propri figli e il vedersi  sottrarre da un momento all’altro tutto quel che avevano costruito, in maniera del tutto fuori dal loro controllo, a causa di questa precarietà determinata da un senso di percezione dei cittadini di origine giapponese come stranieri… in questa esperienza, anche senza questi aspetti drammatici, io mi riconoscevo: la sensazione che malgrado ti impegni a integrarti, a identificarti anche in una cultura, nelle norme sociali, c’è sempre una voce di sottofondo che dice: ma sei effettivamente completamente riconosciuto come parte della società? E’ una sensazione latente che ha avuto un ruolo nello scegliere questa storia”. – Qual è stata la cosa più difficile, per arrivare a Broadway? “Ottenere un teatro qui a Broadway,  uno dei palcoscenici che sono limitati e hanno un’enorme richiesta. E’ difficilissimo, c’è voluta una grande pazienza e quasi tre anni, ci sono voluti tempo e dedizione. Si tratta di un settore molto diffidente, di cui devi ottenere fiducia e stima per poter meritare questa opportunità. La vera prova sarà vedere se lo spettacolo piacerà o no. I prossimi mesi saranno cruciali per noi per capire se questo è un lavoro che piace al pubblico”. – E come si affronta questa sfida? “Devi avere un team estremamente differenziato, avere persone esperte di ambiti dei quali sai pochissimo, dunque la vera abilità è quella di mettere insieme la squadra giusta che può essere vincente.  Esordiamo dopo un mese di preview, con lo spettacolo che cambia ogni giorno, solo alla fine la vera apertura ufficiale. Il che significa ogni giorno, dopo lo spettacolo, ripensarlo di notte, alla mattina effettuare i cambiamenti, al pomeriggio le prove, tutto in base alle reazioni del pubblico, d’istinto. Ci scambiamo le impressioni sulle reazioni della platea attraverso l’evoluzione dello spettacolo, magari decidiamo un cambiamento di scena che richiede una settimana per essere realizzato”.   – Cosa c’entra un musical con l’esperienza precedente di imprenditore nel software? “Il percorso dello sviluppo di questo spettacolo è molto simile a quello del prodotto  software… richiede anni di impegno non solo della squadra che lo realizza ma pure feedback dal pubblico. Il copione oggi ha forse uno o due dei brani e delle scene dell’originale, tutto il resto è diverso. Hai uno percorso interattivo, di crescita, analisi, sviluppo… come se stessi facendo una scultura, ci vogliono anni e ogni volta che ritocchi all’improvviso capisci che devi rimodellare tutto in modo diverso… E’ un processo incredibile di scoperta, di cose dei cui non avevi idea, perchè non sai… le cose che non sai!  Ed è la stessa cosa che venture capital ed angels mi dicevano riguardo a come decidevano di finanziare o no un imprenditore. Vieni con un’idea ma l’unica cosa di cui devi essere certo e che non lo seguirai alla lettera. L’importante per i finanziatori era riconoscere se quella persona aveva la resistenza e l’abilità per cogliere queste svolte ed essere flessibili e motivati per andare nella nuova direzione scoperta.  Riciclarsi, cambiare direzione in risposta

Jack Sarfatti, incontro con lo scienziato eccentrico che ha ispirato “Doc” di “Ritorno al Futuro”

  Lo stralunato “Doc”, il dottor Emmet Brown di “Ritorno al Futuro” è ispirato proprio a lui, che negli anni Settanta è stato una figura di punta della scienza quantistica e contemporaneamente della controcultura californiana. Scienziato eccentrico, Jack Sarfatti classe 1939 vive ancora a San Francisco,  dove Italiani di Frontiera lo ha incontrato nel corso di un recente viaggio. Una chiacchierata preziosa, che viene pubblicata non a caso il 21 ottobre 2015, giorno in cui nel celebre film professore e studente protagonisti del film di Robert Zemekis del 1985 compiono il viaggio nel tempo. Con i suoi studi, Sarfatti  che in passato ha trascorso anche un periodo di studi a Trieste, al Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam, per una ricerca sui mini buchi neri, ha fornito spunti ad altre pellicole imperniate su viaggi nel tempo, come “Terminator due: Il Giorno del Giudizio” e “L’Esercito delle Dodici Scimmie”. Nel recente “Come gli hippie hanno salvato la fisica” (Castelvecchi), David Kaiser docente di Fisica all’MIT ha illustrato il ruolo di un gruppo eccentrico di scienziati degli anni Settanta che combinavano ricerca d’avanguardia agli esperimenti di misticismo orientale e telepatia, test di mobilità psichica attingendo dal subconscio, uso dell’LSD… percorrendo una nuova importante frontiera: quella della fisica quantistica. Si riunivano spesso in una stanza del Lawrence Berkeley National Laboratory, si chiamavano Fundamental Fisiks Group e il loro eccentrico leader era proprio Sarfatti. “La teoria dei quanti rappresenta ancora oggi uno dei più eccitanti orizzonti della fisica. Eppure in pochi conoscono il grande contributo che a questa disciplina hanno dato gli eccessi del movimento New Age degli anni Settanta. Molte delle idee che sono alla base della fisica dei equanti, ebbero origine dalla frenetica controcultura di quegli anni, da un fecondo miscuglio di bong, viaggi con l’LSD, misticismo orientale, teorie del complotto ed entusiastiche fedi nell’Era dell’Acquario”, ha scritto Kaiser. Secondo il quale, sarebbero  stati loro a recuperare in qualche modo quell’intreccio fra ricerca scientifica e tensioni filosofiche ed esistenziali che era stato naturale sino agli anni Venti per geni con Albert Einstein e Niels Bohr, ma era stato mortificato, piegando la ricerca alle esigenze belliche, con secondo conflitto mondiale e Guerra Fredda. – Kaiser vi assegna un ruolo importante. Davvero negli anni Settanta avete dato una svolta alla fisica? “E’ un libro storico quello di Kaiser, racconta la storia di come io e i miei amici abbiamo iniziato a parlare di Quantum Entanglement (correlazione quantistica) oggi un aspetto importante. Ma all’epoca quando ne parlavamo molte figure di spicco della fisica dicevano no, non è importante… oggi c’è un settore di miliardi di dollari che è uscito da quelli che furono i nostri sforzi di allora e il libro documenta tutto questo”. – E com’è successo che Hollywood si sia ispirata a te per il personaggio di Doc in “Ritorno al Futuro”?  “Negli anni Settanta incontrai Eleaonor Coppola, moglie di Francis Ford Coppola, ad un seminario in cui ero stato incaricato di svolgere un aggiornamento sulle ultime novità della fisica. Ely aveva con sé una copia del mio libro Space-Time and Beyond scritto con Fred Wolfe e Bob Toben. Le portò me e Fred a casa sua alle tre di notte e Francis Ford Coppola scese dalla camera da letto molto contrariato dicendo: Non mi piace questa roba penso siano scemenze…” è così che io e Francis ci incontrammo e passai poi un bel po’ di tempo con lui e i suoi amici come George Lucas… una volta portai ad una festa, a casa di Francis, Uri Geller (controverso personaggio israeliano che sosteneva di possedere poteri psichici ndr), con me c’era pure Jacques Valèe, che divenne poi consulente tecnico per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977 Steven Spielberg ndr). Poiché il mio libro parlava di viaggi nello spazio, è stato così che è stato creato il personagio di Ritorno al Futuro. Credo che anche Eli Coppola abbia fatto un film sui viaggi nello spazio, era un tema che la intrigava molto”. – I viaggi nel tempo sono il tema di uno dei più interessanti film di fantascienza degli ultimi anni, Interstellar di Christopher Nolan… “La fisica in Interstellar è la migliore che ci sia stata nella fantascienza, perché è stata creata da Kip Thorne, fisico di prim’ordine del CalTech. L’ho incontrato la prima volta attorno al 1967… quando ho ho visto il fim sono rimasto impressionato anche dalla colonna sonora… forse un po’ confuso all’inizio ma di sicuro un bello sforzo e parla di quelo che è davvero la fisica”. – Davvero ci sarà la possibilità di percorrere questi tunnel spaziotemporali? “Non sono sicuro di esser d’accordo con l’uso di Kip Thorne della quinta dimensione per spiegare i suoi effetti. Penso ci sia un altro modo per arrivare ai wormholes (tunnel spazio-temporali) ma penso la questione centrale è che dischi volanti e fenomeni Ufo sono per me prove che forme di intelligenza (aliena ndr) visitano la Terra e l’hanno visitata per molto tempo, forse migliaia, milioni di anni ed hanno influenzato la nostra storia. Infatti penso che la Bibbia sia un libro di Ufo. Se pensi ai profeti, che hanno visioni e vedono le stesse cose in cielo… – Un futuro che ha condizionato il passato? “Io ho anche il sospetto che chi ci ha progettato… siamo stati noi stessi, provenienti dal futuro, con un viaggio nel tempo. E c’è uno degli amici di Kip Thorne, Igor Novikov, fisico russo, che ha scritto di questo anello del tempo”. – Vuoi raccontare quali sono le tue radici italiane? “Il padre di mio padre era cugino di Margherita Sarfatti, intellettuale molto conosciuta in Italia che sfortunatamente in qualche modo creò Benito Mussolini (Margherita Sarfatti 1880-1961 fu appassionata sostenitrice, collaboratrice e per lunghi anni amante di Mussolini ndr) … ma c’era pure un Sarfatti che fu medico personale di Papa Giulio II e professore di anatomia di Michelangelo…”            

Addio a Morando Morandini, grande critico cinematografico e amico

Per me che sono un maniaco di cinema, lui è sempre stato il migliore. Morando Morandini che ho avuto l’onore di avere come collega e amico, decano dei critici cinematografici e autore del celebre dizionario del cinema che porta il suo nome, era capace di abbinare cultura cinematografica e umanità, con un’apertura mentale che gli consentiva di giudicare senza quegli stereotipi e pregiudizi che spesso fra simpatie e antipatie condizionano molti critici. Capace per questo di ammettere gli errori, come l’aver firmato all’epoca una lettera contro il commissario Calabresi. E di esaminare con straordinaria intelligenza e lucidità l’Italia e il suo degrado culturale. Un amico oltre che una leggenda. Eravamo stati colleghi nella redazione del Giorno. Poi quando seguivo per Reuters la Mostra Internazionale del Cinema, era diventato un appuntamento fisso e una delizia, il bilancio alla vigilia della consegna dei Leoni con lui, una carrellata impressionante per competenza e memoria di quanto era passato sugli schermi. Da rileggere, quelle straordinarie panoramiche, come quelle sulle ultime mostre seguite assieme ( alla Mostra del 2008, poche settimane dopo il ritorno dall’avventura USA e nel 2009, quando ormai guardavo la rassegna con un occhio rivolto a Italiani di Frontiera  ed ebbi pure l’occasione di fare un’intervista per me memorabile al regista Peter Greenaway, sul futuro del cinema già iniziato). Morando aveva pure collaborato alla mia tesi su Harpo Marx, che è stata ricca di spunti poi per la realizzazione di IdF… e aveva partecipato pure alla memorabile festa di laurea, con il blues di un altro amico scomparso, Guido Toffoletti (1951-1999), che ho raccontato su Italiani di Frontiera! Morando se n’è andato l’altro giorno a 91 anni. Non ti dimenticheremo, grazie Morando.

Cinquant’anni fa il primo personal computer stupiva New York. Era italiano, la P 101 “Perottina” Olivetti

Steve Jobs aveva dieci anni quando  nello stand Olivetti del BEMA di New York, il salone dell’elettronica,  il pubblico trascurando le macchine da scrivere si mise a cercare incuriosito il fascio di cavi che di sicuro collegava quella macchina grande come una telescrivente a un “computer-armadio” nascosto chissà dove… perchè quella macchina da tavolo veniva presentata come un computer! Il 14 ottobre 1965 fece il suo esordio pubblico quello che è considerato il primo personal computer la P101 Olivetti, ribattezzata  “Perottina” poiché era stata realizzata da un manipolo di “ingegneri folli” capitanati da Pier Giorgio Perotto, una storia che viene spesso rievocata nelle conferenze Italiani di Frontiera. E alla quale La Stampa  ha dedicato un bell’articolo. Tutta la storia della leggendaria P101 è raccontata nella pagina di storia del sito di Olivetti Eccone un estratto. “…Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.. . nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina” …Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti. Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto. Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101… …Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965… …Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti…”. Oltre che fucina di straordinaria innovazione, come ricordato anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” la Olivetti è stata pure il trampolino di lancio per tanti protagonisti di questo progetto incrociati a Silicon Valley, come ricorda questo post pubblicato nel 2010, nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti. Qui invece l’intervista 2008 realizzata per Reuters a Laura Olivetti, presidente dell’omonima fondazione.

Cristina Dalle Ore un’Italiana di Frontiera nel team NASA della sonda che ha raggiunto Plutone

“Caro Roberto: è sempre un super piacere sentirti! Complimenti per il libro di cui sono orgogliosa di esser parte”. Da alcune ore Cristina Dalle Ore, astronoma trevigiana, è rimbalzata  su schermi e siti di tutto il mondo, nelle immagini della squadra che alla NASA ha festeggiato il successo della missione della sonda che ha raggiunto Plutone (nella foto in alto è la prima a sinistra). Fra i protagonisti di Italiani di Frontiera, che le ha dedicato anche un paragrafo nel libro uscito qualche mese fa, Cristina ha una storia bellissima, di tenacia, determinazione. Ma prima l’attualità. Cristina trova il tempo di rispondere rapidamente dalla California via mail a una serie di domande sul suo lavoro. Le sue parole, sul valore e il significato di questa missione sono da incorniciare. – Perchè è così importante questa missione? “Perchè spinge i confini della nostra specie ai bordi del sistema solare. Perchè sarà di ispirazione per le nuove generazioni a continuare a espandere l’orizzonte della nostra conoscenza verso nuove mete sempre più lontane. Perché unisce l’umanità nell’entusiasmo della scoperta e in questo rivela la parte migliore del genere umano. E più praticamente perché spinge i limiti della tecnologia motivando nuovi studi”. – Quando avete iniziato questo lavoro mirando a Plutone?  La missione e’ stata approvata nel Novembre 2001, dopo anni di tentativi. Quale è stato il tuo ruolo? “Il mio coinvolgimento vero e proprio  è incominciato recentemente con l’arrivo dei primi dati spettroscopici e sta velocemente prendendo importanza,  mano a mano che i dati ci arrivano con risoluzione spaziale sempre più alta. Sono una collaboratrice del gruppo che studia la composizione delle superfici di Plutone e delle sue lune. Il mio ruolo è analogo a quello di ‘detective-archeologa’, attraverso lo studio delle immagini ‘hyperspectral’. Queste sono immagini in cui ogni pixel ha uno spettro, cioè la rappresentazione della luce riflessa a 256 lunghezze d’onda diverse dall’area di Plutone coperta dal pixel. Immagina un arcobaleno con 256 colori invece dei soliti 6. L’intensità dei colori è come l’impronta digitale della superficie e da quella riusciamo a risalire alla composizione e indirettamente alla storia della superficie stessa. Sono parte di un piccolo gruppo di scienziati (tre) e ognuno di noi applica tecniche analitiche diverse che poi confrontiamo per assicurarci che i risultati siano accurati”. – Quali sono le metodologie più avanzate utilizzate nel tuo lavoro?  “Il mio approccio analitico utilizza tecniche di classificazione che vengono comunemente usate per l’analisi di ‘big data’ e che permettono di fare un’analisi oggettiva dei dati. Il risultato della classificazione viene poi interpretato con l’aiuto dei dati geografici e confrontato con I risultati indipendenti dei miei due colleghi di cui ti parlavo nel mio messaggio precedente”. – Il momento più difficile? “Fino ad ora è stato lunedì scorso, quando i primi dati interessanti sono arrivati e non riuscivo a stare nella pelle dalla voglia  di analizzarli e capire il loro significato. Allo stesso tempo è stata una delle giornate più’ eccitanti della mia carriera. :-)”. -Cosa vi aspettate in futuro?  “Prossimamente (nei prossimi mesi)i: dati a maggiore risoluzione geografica che ci diranno in dettaglio che materiali compongono le diverse parti di Plutone e di Caronte. A lungo termine: nuove missioni verso altre parti del sistema solare e magari anche al di fuori, a seconda di quanto lontano nel futuro ci vogliamo riferire”. Qui sotto un estratto dal paragrafo a lei dedicato, nel mio libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). “Mai rinunciare a inseguire le proprie passioni, usare Internet come porta d’accesso e, per le ragazze, prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini. Come ha fatto lei, quando arrivò in America parlando un inglese che sembrava quello degli indiani nei film (solo verbi all’infinito) e su una tastiera aveva digitato soltanto due parole: «Hallo world». Astronoma trevigiana, laurea all’Università di Padova, Cristina Morea Dalle Ore è oggi ricercatrice al Carl Sagan Center oltre che al SETI Institute e all’Ames Research Center della NASA, dove è arrivata passando per University of California e Harvard… Oggi Cristina è specializzata nello studio dei bordi del sistema solare, un filone di ricerca che consente di capire la composizione chimica del sistema e la sua storia”. La foto in posa scherzosa, assieme alla figlia Lucia, che Cristina ha pubblicato sui social per celebrare l’evento, per me ha un significato particolare. specie in un Paese come l’Italia, che troppo spesso ammira l’arroganza costruita sul nulla. Qui una grande scienziata, un’ eccellenza mondiale, con uno scatto dimostra come la competenza  si  combini a una dose di ironia, con la leggerezza  dell’intelligenza.

Ken Jacuzzi scopre di essere fra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E dice grazie in una mail

“Caro signor Bonzio, grazie per il suo gentile invito a intervenire a un evento a Venezia questo giugno. Purtroppo io e mia moglie Daniela  abbiamo altri impegni sino alla fine dell’anno. Le auguro molta buona fortuna nel proseguire i suoi sforzi nel far conscere i risultati raggiunti dagli Italiani negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Stia bene e in salute. Cordialmente,  Ken“. Ken sta per Kenneth Jacuzzi. Vive in Arizona, non ci siamo mai incontrati  e l’avevo contattato nella speranza di poterlo avere ospite ad un evento a Venezia. La sua è una delle storie più toccanti, raccontate in decine di eventi e poi inserita nel mio libro.  Ken non è solo erede di una dinastia che ha fatto grande fortuna negli USA, sette fratelli emigrati a inizio del Novecento da Casarsa della Delizia (Pordenone) in California. E’ anche la persona che a causa di una grave malattia che lo affligge da quando era ragazzino, ha ispirato al padre l’idea del prodotto di cui il nome della famiglia è diventato sinonimo. E il suo grazie, il suo incoraggiamento sono un motivo d’orgoglio per IdF. Sono sicuro che prima o poi ci incroceremo… Good luck Ken e Daniela!      

Una pagina del Corriere per la prefazione di Gian Antonio Stella a “Italiani di frontiera”!

                                                                            Avere la prefazione di quello che considero il miglior giornalista italiano è stato un altro sogno realizzato, grazie a IdF. E a due giorni dall’uscita del libro, venerdì 17  aprile il bellissimo contributo di Gian Antonio Stella ha occupato l’intera pagina di apertura della sezione Cultura del Corriere della Sera! Per me è stata una giornata piacevolmente frenetica, una raffica di incontri fra Mestre e Venezia, tempestato di messaggi di congratulazioni per quella pagina, al cellulare e sui social. “Io non faccio quel che tanti fanno saccheggiando il meglio dal libro per scrivere la prefazione, col risultato che uno poi dice beh ho capito com’è il libro… e non lo legge”, mi aveva detto Gian Antonio. Che infatti ha scritto un pezzo non solo molto bello ma con contenuti originali, arricchendo il libro con non poco del suo tempo e del suo lavoro. Per me è stata una giornata piacevolmente frenetica, una raffica di incontri fra Mestre e Venezia, tempestato di messaggi di congratulazioni per quella pagina, al cellulare e sui social. Una giornata iniziata mandando a Gian un sms di ringraziamento di primo mattino, ricordandogli che il suo è stato un contributo fondamentale a un percorso faidate in età over 50, lasciando il posto fisso per un mestiere che mi sono inventato, che ha visto svanire dalla mia vita parole di certezza come CASAGIT (la previdenza giornalisti alla quale ero iscritto dalla nascita, come figlio di giornalista…) e comparirne altre di incertezza come Business Model… Giornata conclusa con una telefonata, in serata, da Gian Antonio. “Scusa, sono stato molto impegnato. Tutto a posto?”. Sì Gian, tutto a posto e grazie mille, ancora. Che personaggio. (Nella foto sotto da “Scusate sono un timido. Il racconto di una vita dedicata alla cronaca”, Marsilio, 2005, biografia di mio padre Gibo scritta da mio fratello Gianpaolo, Gian Antonio Stella al mio fianco nel dibattito del ventennale della morte).

Addio a John Renbourn: tanti anni fa l’avevo accompagnato a Venezia, la sua musica ha accompagnato IdF

  Nooo! E’ morto John Renbourn! Fondatore dei Pentangle, una leggenda del folk progressivo, grandissimo chitarrista ch ho sempre adorato. Tanto tempo fa, lo avevo portato per Venezia dopo un suo concerto, una passeggiata indimenticabile, raccontandogli una storia su un personaggio incrociato in una calle… qualche anno dopo, l’avevo ritrovato  per caso su un treno in Friuli… lui tornava da un concerto  a Gorizia e mi aveva subito ricordato quella storia veneziana… presentandomi a un’altra leggenda che era con lui, il chitarrista Bert Jansh. Non immaginavo che tanti anni dopo, sarebbe stato lui ad accompagnare me, con la musica che adoro (dal su lp The Hermit) in molti degli storytelling Italiani di Frontiera​. Colto, garbato, capace di innovare riscoprendo antiche tradizioni… Fortunato chi ti ascolterà fra le nuvole, John. Qui sotto, una delle sue canzoni che più ho amato: prima la suona, poi spiega come suonarla. Si intitola Lord Franklin, è dedicata all’esploratore scomparso cercando il leggendario passaggio a Nordovest. Un personaggio di frontiera…    

Lavorare nell’azienda che cresce più rapidamente al mondo: Vittorio Viarengo racconta la sua avventura a MobileIron

Quella in cui lavora oggi è l’azienda hi tech americana che secondo Deloitte è cresciuta più rapidamente negli ultimi cinque anni, in pratica la più veloce in tutto il mondo. Tra i  protagonisti di Italiani di Frontiera, Vittorio Viarengo, ingegnere genovese oggi a MobileIron,  è pure uno degli ospiti fissi dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (che riparte a fine aprile con la prima edizione 2015), evangelist impareggiabile per verve ed eccentricità nello svelare i segreti della Bay Area. In questa intervista esclusiva, Vittorio svela invece i segreti dell’azienda in cui lavora, spiegando come è riuscita a registrare una crescita senza confronti, anche nella culla mondiale dell’innovazione. – Quali sono in sintesi le cifre del boom e del record di MobileIron? “E’ l’azienda cresciuta più rapidamente al mondo fra 2009 e 2013. Da 0 a 100 milioni di fatturato in 4 anni (Microsoft ci ha messo 9 anni ad arrivare a 50). Da 0 a 7500 clienti in meno di 5 anni. Una delle migliori piccole e medie aziende per cui lavorare. Siamo andati in Borsa lo scorso giugno, stiamo ancora crescendo del 50% anno su anno: per noi il problema più grosso è trovare personale da assumere…”. – Cosa fa MobileIron? E quale tendenza ha intercettato, per avere un tale successo? “I dispositivi mobili stanno cambiando radicalmente il mondo sia nella nostra vita privata che in azienda. È la più grossa trasformazione tecnologica dall’avvento del web. La piattaforma MobileIron mette in sicurezza i dati aziendali su qualsiasi smartphone e tablet moderno. In un mondo dove ormai ci sono più di 500 milioni di dispositivi mobile inutilizzati in azienda, MobileIron permette ai dipendenti di essere produttivi sul lavoro utilizzando lo smartphone o tablet che preferiscono e allo stesso tempo fornisce al team IT gli strumenti necessari per proteggere dati e applicazioni aziendali. Il modello di sicurezza mobile introdotto da MobileIron fin dal 2009 (mobile device management o MDM) sarà adottato anche da Microsoft Windows 10 e Gartner prevede che nel 2020 questo sarà il modello di sicurezza e gestione dominante nelle aziende di tutto il mondo”. – Quali le caratteristiche che più distinguono l’azienda dalle altre di Silicon Valley? “Direi che invece abbiamo molte caratteristiche in comune con le migliori aziende qui intorno: siamo fanatici nel cercare le persone migliori e creare un ambiente dove possano dare il meglio di loro stessi, abbiamo creato un prodotto “disruptive” (dirompente) che sta cambiando il modo in cui i dipendenti lavorano in azienda, utilizzando il loro smartphone o tablet preferito, lavoriamo con intensità e senso di grande urgenza. E tutti i giovedì con un pranzo gratis c’è un Company meeting, per parlare di cosa va bene e di cosa va male (intellectual honesty0 TUTTI i giovedi’ (con free lunch). – Ma dietro ai numeri ci sta di sicuro un modo di pensare… ci sono alcune parole chiave? “I nostri valori aziendali che pratichiamo a partire dall’executive team. Usiamo questi valori per valutare le persone che assumiamo, promuoviamo e licenziamo: Customer First (Prima il cliente) Intellectual Honesty (Onestà Intellettuale) Tenacity (Tenacia) Teamwork with Low Ego (Spirito di squadra con basso egocentrismo) Learning (Imparare) Practicality (Praticità)”. – C’è qualcosa di “Italian Style” che caratterizza il tuo ruolo professionale in azienda? “Certamente. Anche se ormai sono molto americanizzato, porto comunque con me tradizioni e cultura che permeano la mia vita lavorativa. Per esempio, in un mondo dove si lavora molto e a ritmi vorticosi, mi assicuro che  membri del mio team abbiano occasione di ricaricare le pile nel fine settimana ed in vacanza. Cucino spesso per il mio team e cerco di forzarli a fare la pausa pranzo e mangiare in compagnia e non di fronte al loro computer. E poi non può mancare la macchina per l’espresso. Qui sto ancora cercando di educare I colleghi e colleghe a vedere la pausa caffè come un’occasione di socializzazione, ma con scarso successo. Loro preferiscono portarsi il caffe’ alla scrivania e berlo mentre lavorano…”. – Cosa di questa esperienza ti sentiresti di indicare come modello, per le aziende italiane? “Faccio sempre fatica a dare consigli ad aziende al di fuori della Silicon Valley perchè non ho esperienza diretta nel lavorare altrove (manco dall’Italia da 17 anni). Però penso che creassi una ditta altrove applicherei comunque alcune formule di cui parlo del mio seminario sull’innovazione che tu conosci bene: assumi gente brava e togliti dai piedi, dai spazio specialmente ai giovani, non punire chi sbaglia perché prende dei rischi e prova soluzione nuove, abbandona ogni speranza a vantaggio di piano concreti”. – E cosa invece ritieni dovrebbe essere di ispirazione per il nostro Paese, quali suggerimenti ad esempio per il capo del governo italiano, al quale hai dedicato di recente un video? “Tutto quello che volevo dire a Renzi, l’ho registrato nel video messaggio… Se fallisce nello snellire la burocrazia in Italia, sarà difficile attrarre investimenti privati e far ripartire l’occupazione. Lui lo sa. Tutti lo sanno. Devono solo mettere da parte ideologie anacronistiche e ‘get stuff done’. E se l’Italia non investe nei giovani, non c’e’ futuro. Punto”. – Di cosa dovremmo finalmente liberarci? “E’ difficilissimo cambiare la cultura di una azienda privata, figuriamoci di un Paese con una storia di 3000 anni. Se proprio devo scegliere due cose direi: 1 – L’abitudine di piangersi addosso e sperare nel fallimento altrui 2 –Il puntare su passione, inventiva e talento, quando invece occorre focalizzarsi molto di più sulla pianificazione e l’esecuzione. C’e’ una nuova scuola di pensiero che sostiene che il talento non esista  e che non si debba seguire le proprie passioni bensì diventare bravissimi nel proprio campo, che di conseguenza diventerà una passione. Io ci credo molto in base alla mia esperienza personale e ne ho fatto la filosofia di vita: il fare invece dello sperare”. – Quale dote nascosta e magari mortificata vedi, nell’Italia in crisi, che potrebbe trasformarsi in carta vincente? “Ogni secondo che perdiamo a lamentarci di quello che non funziona, è un secondo perso nel lavorare ad una soluzione”.   Qui la videointervista in cui Vittorio racconta a Italiani

Massimo Banzi torna in Brianza dopo l’evento 2013 con IdF nel “suo” ITI Fermi a Desio

Essere nato a Monza gli ha lasciato un imprinting, nel contatto con tanti piccoli imprenditori e artigiani che gli ha insegnato a considerare l’imprenditoria una possibile carriera. Aver visto  come funzionano  fabbriche e aziende locali è stato spunto prezioso, per capire poi, anche con alcuni progetti  Arduino che c’erano dei mercati per quei progetti. Ma altrettanto importante è stato andare poi via, all’estero, il modo migliore per mettere a frutto in altri contesti l’esperienza del luogo da cui si proviene… Cofondatore di Arduino, Massimo Banzi, star internazionale dell’hi tech è tornato nella sua Monza,  spiegando in questa bella videointervista di Roldano Radaelli per Corriere.it (Dalla Casa Bianca alla Villa Reale di Monza) che dal mondo dei maker, di cui è principale testimonial, vengono spunti preziosi per rilanciare l’economia tradizionale. Perché spesso aziende create dai maker riescono a dare linfa vitale ad aziende consolidate che però hanno bisogno di reinventarsi con vedute nuove. E in Brianza il contesto ideale è ovviamente l’industria del legno, del mobile, della casa che sta passando attraverso grandi innovazioni con Internet delle Cose… Molto in linea con la strategia dei preziosi partner di IdF, l’agenzia di Social & Innovation  Sharazad. Beh forse Italiani di Frontiera ha avuto un piccolo ruolo in questo ritorno alle origini di Massimo Banzi, organizzando “Massimo Banzi all’ITI Fermi Desio“,  il bellissimo evento 2013  che lo ha visto protagonista  nella sua scuola, dove ha risvegliato un autentico vulcano di idee e progetti di studenti ma anche di professori, collegati a Arduino e arrivati poi sulla passerella del Maker Faire a Roma.  A questo serve IdF: innescare e ispirare con storie e percorsi anomali tanti italiani di talento che poi finiscono col percorrere strade nuove…