Inventori del Futuro: dieci video d’ispirazione

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo  PROLOGO Renzo Piano: Partire e poi tornare. Per scoprire il resto del mondo ma prima ancora se stessi.   Chris Hadfield: Space Oddity (David Bowie, 1969) registrata dall’astronauta canadese in assenza di gravità sulla Stazione Spaziale Orbitante. Christoper Nolan: “E’ come se ci fossimo dimenticati chi siamo. Pionieri, Esploratori. Non Custodi…” (Interstellar 2014, con Matthew McConaughey).     AsapScience, Science Wars parodia sulle note di Guerre Stellari (Star Wars 1977, di George Lucas. Colonna sonora di John Williams). acapellascience: Evo-Devo (sulle note di Despacito, 2017 di Luis Fonsi con Daddy Yankee)     Stanley Kubrick: Paths of Glory (Orizzonti di Gloria, 1957, con Kirk Douglas), scena finale.   acapellascience: The Molecular Shape of You (parodia di Ed Sheeran)   Charlie Chaplin: City Lights (Luci della Città, 1931, con Charlie Chaplin e Virginia Cherrill), scena finale. acapellascience: The Science of Love (Parodia dei Queen). Playing for Change: Standy By Me (di B. E. King, 1961) progetto multimediale con musicisti di tutto il pianeta.

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

Vincenzo Di Nicola dal successo di GoPago ceduta ad Amazon all’avventura italiana nei Bitcoin con Conio Inc.

Serendipity pura, altro che coincidenze… E dunque, dopo qualche anno finalmente ci rivediamo, con , protagonista fisso degli storytelling Italiani di Frontiera con la sua foto sulla tomba del conte di Little Bighorn sulla collina del Presidio a San Francisco, con tricolore e bandiera stellestresce. L’aveva scattata subito dopo aver ceduto ad Amazon la sua GoPago, che mi aveva raccontato qualche anno prima, quando l’aveva appena avviata, nel 2011, a San Francisco, durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour … E che giorno scelgo, per andare a scoprire la sua nuova avventura, a Milano, Conio Inc, all’avanguardia nel campo dei Bitcoin? Ma quello del secondo compleanno della startup, con tanto di torta… Ottima occasione per incrociare la giovane, bella squadra di Vincenzo e conoscere il suo partner d’eccezione, Christian Miccoli, già manager di Ing Direct e ceo di CheBanca! Forse ho (finalmente) capito i Bitcoin ma fra tre insaziabili curiosi, abbiamo parlato un sacco di storia e Digital Humanities… conquistati pure loro dallo straordinario lavoro sulle origini di Venezia di Diego Calaon, archeologo di Ca’ Foscari a Stanford. Molte sorprese in arrivo! Dopo la visita, Vincenzo pubblica questo bel commento: “Grazie Roberto: bella coincidenza esserci reincontrati in un giorno speciale. Abbiamo lavorato tantissimo a fari spenti in questi 2 anni, quasi da trincea, e abbiamo ancora molto da costruire: la strada e’ tutta in salita, ma e’ un’occasione unica per far uscire l’Italia dalla periferia della tecnologica digitale mondiale e urlare finalmente la nostra voce. E ogni aiuto, consiglio, supporto e’ veramente benvenuto”.

Cosa ci ha lasciato l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour: la parola a quattro professionisti e amici

Un giovane imprenditore che ha appena inaugurato la nuova sede di occhiali nel Bellunese, due professionisti veterani del mondo aziendale, il titolare di un’impresa di energie rinnovabili: cosa lascia l’esperienza della scoperta di Silicon Valley dopo uno dei Tour di Italiani di Frontiera. Un grazie a Nicola Del Din, Renato Ciuci, Angelo Bonomi e Silvio Gentile, che confermano come il valore più importante di Italiani di Frontiera sia lo straordinario network delle persone che si riconoscono in questa avventura.

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Il surf, uno sport metafora che la California scoprì grazie a tre principi hawaiani 130 anni fa, mentre veniva fondata Stanford

Navigare e cavalcare le onde, due metafore ricorrenti, anche negli storytelling di Italiani di Frontiera. Navigazione come sfida all’ignoto, elevata a simbolo della condizione umana, magistralmente evocata da Joseph Conrad. Il flusso e lo scorrere come visione di un mondo in costante cambiamento, in cui sfuma la distinzione fra Reale e Virtuale, la differenza fra Intelligente e Smart si fa irrilevante, c’è un primato dell’Interazione sulle Cose, come rilevato in una splendida conferenza ad un recente evento Cisco da Luciano Floridi, filosofo ad Oxford. Che ha citato un prezioso frammento di Eraclito: Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”. l surf simbolo d’intraprendenza che consente di sfidare forze indomabili, come quelle dell’oceano, ma oggi pure simbolo del pensiero laterale, percorsi trasversali e collegamenti eccentrici che consentono di “catturare” significati che sfuggono al pensiero lineare. Sinonimo di coraggio, libertà individuale ed anticonformismo, il surf è diventato pure un simbolo per la California. Che lo scoprì però solo 130 anni fa… Estate 1885,  Santa Cruz 120 chilometri a sud di San Francisco sta conoscendo un inatteso boom turistico. Cinque anni prima è stata conclusa la South Pacific Coast Railroad e la località balneare è una meta molto più facilmente raggiungibile, per chi vuole sfuggire alla calura dell’entroterra californiano ma anche da tutto il Paese. Uno dei grandi magnati della ferrovia è Leland Stanford, che proprio nella primavera di quel 1885 assieme alla moglie Jane ha fondato poco più a nord, a Palo Alto, l’Università che aprirà i battenti nell’ottobre 1891, dedicata alla memoria del figlio Leland Junior, morto a sedici anni l’anno prima a Firenze, durante un viaggio in Europa, a causa del tifo contratto in Grecia. In questo dramma umano e nella costruzione della celebre Università, gli italiani e i veneziani in particolare giocheranno un ruolo speciale, come raccontato i questo post. A descrivere l’atmosfera eccitata di Santa Cruz invasa da turisti è un quotidiano vivace ma dalla vita effimera, il Santa Cruz Daily Surf. Quella parola “surf” di etimologia incerta (sembra indicasse in origine le coste dell’India) che definisce la cresta dell’onda che diventa schiuma infrangendosi su spiagge o scogli, sta per entrare nell’uso comune con un altro significato. Fra i turisti che affollano la località infatti ci sono tre cadetti  della Saint Mathew’s School, accademia militare di San Mateo (non lontano da dove oggi sorge l’aeroporto di San Francisco).  Sono tre giovani principi delle Hawaii: David Kawananakoa, Edward Keliiahonui e Jonah Kuhio Kalanianole. Secondo la leggenda, sono saliti sulle montagne di Santa Cruz per ritagliarsi con legno di sequoia tre tavole particolarmente lunghe, riservate nella tradizione hawaiana all’aristocrazia. I tre rimasti orfani erano stati adottati dallo zio,  il re hawaiano David Kalakaua e sua moglie la regina consorte Esther Julia Kapi’olani e affidati alla tutela di una cugina che viveva in California, dove loro studiavano.    Secondo le cronache, le esibizioni dei tre giovani sulle loro lunghe tavole destarono un’enorme impressione sulla folla di turisti che non avevano mai visto nulla del genere. E per anni si parlerà di quello spettacolo, che ha gettato il seme di un nuova disciplina, destinata a caricarsi di significati simbolici, nella sfida giocosa e coraggiosa a una forza terribile, quella dell’oceano.  Ai tre giovani hawaiani, ricordati da una targa bronzea, nel 130° anniversario di quella esibizione, Santa Cruz ha dedicato dal mese scorso una mostra. I tre erano destinati a lasciare un segno pure nella storia delle Hawaii. Mentre Edward tornato alle isole malato di scarlattina morì nel 1887, David erede al trono non diventò mai re. Nel 1893 un colpo di stato propiziato dagli Stati Uniti mise fine alla monarchia instaurando una repubblica filoamericana. Due anni dopo, Jonah finì in carcere, per aver partecipato a un tentativo d’insurrezione per ripristinare la monarchia. Impossibile opporsi alla potenza americana: Jonah trovò un suo modo per “cavalcare” l’onda in politica, diventando esponente del partito repubblicano e delegato rappresentante delle Hawaii al Congresso USA. Ma era ancora in carcere, oltreoceano, quando un giornale di Santa Cruz aveva rilevato come quella prima esibizione del 1885 di cui era stato protagonista avesse tenuto a battesimo un nuovo sport, scrivendo: “I ragazzi che vanno a nuotare a Seabright Beach usano tavole da surf per cavalcare le onde, proprio come gli hawaiani”.

Lavorare nell’azienda che cresce più rapidamente al mondo: Vittorio Viarengo racconta la sua avventura a MobileIron

Quella in cui lavora oggi è l’azienda hi tech americana che secondo Deloitte è cresciuta più rapidamente negli ultimi cinque anni, in pratica la più veloce in tutto il mondo. Tra i  protagonisti di Italiani di Frontiera, Vittorio Viarengo, ingegnere genovese oggi a MobileIron,  è pure uno degli ospiti fissi dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (che riparte a fine aprile con la prima edizione 2015), evangelist impareggiabile per verve ed eccentricità nello svelare i segreti della Bay Area. In questa intervista esclusiva, Vittorio svela invece i segreti dell’azienda in cui lavora, spiegando come è riuscita a registrare una crescita senza confronti, anche nella culla mondiale dell’innovazione. – Quali sono in sintesi le cifre del boom e del record di MobileIron? “E’ l’azienda cresciuta più rapidamente al mondo fra 2009 e 2013. Da 0 a 100 milioni di fatturato in 4 anni (Microsoft ci ha messo 9 anni ad arrivare a 50). Da 0 a 7500 clienti in meno di 5 anni. Una delle migliori piccole e medie aziende per cui lavorare. Siamo andati in Borsa lo scorso giugno, stiamo ancora crescendo del 50% anno su anno: per noi il problema più grosso è trovare personale da assumere…”. – Cosa fa MobileIron? E quale tendenza ha intercettato, per avere un tale successo? “I dispositivi mobili stanno cambiando radicalmente il mondo sia nella nostra vita privata che in azienda. È la più grossa trasformazione tecnologica dall’avvento del web. La piattaforma MobileIron mette in sicurezza i dati aziendali su qualsiasi smartphone e tablet moderno. In un mondo dove ormai ci sono più di 500 milioni di dispositivi mobile inutilizzati in azienda, MobileIron permette ai dipendenti di essere produttivi sul lavoro utilizzando lo smartphone o tablet che preferiscono e allo stesso tempo fornisce al team IT gli strumenti necessari per proteggere dati e applicazioni aziendali. Il modello di sicurezza mobile introdotto da MobileIron fin dal 2009 (mobile device management o MDM) sarà adottato anche da Microsoft Windows 10 e Gartner prevede che nel 2020 questo sarà il modello di sicurezza e gestione dominante nelle aziende di tutto il mondo”. – Quali le caratteristiche che più distinguono l’azienda dalle altre di Silicon Valley? “Direi che invece abbiamo molte caratteristiche in comune con le migliori aziende qui intorno: siamo fanatici nel cercare le persone migliori e creare un ambiente dove possano dare il meglio di loro stessi, abbiamo creato un prodotto “disruptive” (dirompente) che sta cambiando il modo in cui i dipendenti lavorano in azienda, utilizzando il loro smartphone o tablet preferito, lavoriamo con intensità e senso di grande urgenza. E tutti i giovedì con un pranzo gratis c’è un Company meeting, per parlare di cosa va bene e di cosa va male (intellectual honesty0 TUTTI i giovedi’ (con free lunch). – Ma dietro ai numeri ci sta di sicuro un modo di pensare… ci sono alcune parole chiave? “I nostri valori aziendali che pratichiamo a partire dall’executive team. Usiamo questi valori per valutare le persone che assumiamo, promuoviamo e licenziamo: Customer First (Prima il cliente) Intellectual Honesty (Onestà Intellettuale) Tenacity (Tenacia) Teamwork with Low Ego (Spirito di squadra con basso egocentrismo) Learning (Imparare) Practicality (Praticità)”. – C’è qualcosa di “Italian Style” che caratterizza il tuo ruolo professionale in azienda? “Certamente. Anche se ormai sono molto americanizzato, porto comunque con me tradizioni e cultura che permeano la mia vita lavorativa. Per esempio, in un mondo dove si lavora molto e a ritmi vorticosi, mi assicuro che  membri del mio team abbiano occasione di ricaricare le pile nel fine settimana ed in vacanza. Cucino spesso per il mio team e cerco di forzarli a fare la pausa pranzo e mangiare in compagnia e non di fronte al loro computer. E poi non può mancare la macchina per l’espresso. Qui sto ancora cercando di educare I colleghi e colleghe a vedere la pausa caffè come un’occasione di socializzazione, ma con scarso successo. Loro preferiscono portarsi il caffe’ alla scrivania e berlo mentre lavorano…”. – Cosa di questa esperienza ti sentiresti di indicare come modello, per le aziende italiane? “Faccio sempre fatica a dare consigli ad aziende al di fuori della Silicon Valley perchè non ho esperienza diretta nel lavorare altrove (manco dall’Italia da 17 anni). Però penso che creassi una ditta altrove applicherei comunque alcune formule di cui parlo del mio seminario sull’innovazione che tu conosci bene: assumi gente brava e togliti dai piedi, dai spazio specialmente ai giovani, non punire chi sbaglia perché prende dei rischi e prova soluzione nuove, abbandona ogni speranza a vantaggio di piano concreti”. – E cosa invece ritieni dovrebbe essere di ispirazione per il nostro Paese, quali suggerimenti ad esempio per il capo del governo italiano, al quale hai dedicato di recente un video? “Tutto quello che volevo dire a Renzi, l’ho registrato nel video messaggio… Se fallisce nello snellire la burocrazia in Italia, sarà difficile attrarre investimenti privati e far ripartire l’occupazione. Lui lo sa. Tutti lo sanno. Devono solo mettere da parte ideologie anacronistiche e ‘get stuff done’. E se l’Italia non investe nei giovani, non c’e’ futuro. Punto”. – Di cosa dovremmo finalmente liberarci? “E’ difficilissimo cambiare la cultura di una azienda privata, figuriamoci di un Paese con una storia di 3000 anni. Se proprio devo scegliere due cose direi: 1 – L’abitudine di piangersi addosso e sperare nel fallimento altrui 2 –Il puntare su passione, inventiva e talento, quando invece occorre focalizzarsi molto di più sulla pianificazione e l’esecuzione. C’e’ una nuova scuola di pensiero che sostiene che il talento non esista  e che non si debba seguire le proprie passioni bensì diventare bravissimi nel proprio campo, che di conseguenza diventerà una passione. Io ci credo molto in base alla mia esperienza personale e ne ho fatto la filosofia di vita: il fare invece dello sperare”. – Quale dote nascosta e magari mortificata vedi, nell’Italia in crisi, che potrebbe trasformarsi in carta vincente? “Ogni secondo che perdiamo a lamentarci di quello che non funziona, è un secondo perso nel lavorare ad una soluzione”.   Qui la videointervista in cui Vittorio racconta a Italiani

Halloween 2010, ritorno a Palo Alto nella casa natale di Italiani di Frontiera. Poi era successo di tutto…

Palo Alto, 970 Los Robles Avenue: alla vigilia di Halloween 2010, con non poca emozione ero tornato a visitare la casa di Palo Alto, dove Italiani di Frontiera era nato, nei sei mesi trascorsi due anni prima con famiglia (ribattezzata Bonzi.Us con blog omonimo), nel cuore di Silicon Valley. Beh non è proprio come il leggendario garage di Hewlett e Packard, 367 di Addison Avenue, luogo di nascita di Silicon Valley come certificato da targa in ghisa, che andiamo a visitare ad ogni Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (ci siamo stati pure due settimane fa…). Però per me quella casa ha un gran valore affettivo. Mike e Karen Nanewicz, i proprietari che sono tornati ad abitarci, sono stati amici preziosi. Rivedere stanza per stanza la “nostra” casa mi aveva davvero commosso. E certo assistendo alla “lezione di Mike, che insegnava con perizia ai figli come tagliare la zucca per Halloween, non immaginavo cosa fosse davvero nato, in quella casa. Il giorno dopo, 1 novembre 2010, eravamo sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn, per celebrarlo con una cerimonia interamente ideata e prodotta da IdF, con a fianco amici preziosi tra i quali l’allora console Fabrizio Marcelli, Franco Folini (Novedge), Phil ed Elaine Pasquini, fotografo e giornalista di talento. Con me ovviamente Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian e biografo del conte di Rudio, che aveva girato le scene nella “nostra casa”. Passando poi davanti alla videocamera per la cerimonia al cimitero nel Presidio. Ma non solo: pure per festeggiare le World Series vinte dai Giants. Come è accaduto di nuovo proprio ieri… E dopo quella giornata incredibile ed emozionante, piena di straordinari contrattempi e segnali, ognuno dei quali coincideva con un episodio della persona cui siamo andati a rendere omaggio, il ritorno in Italia. E di lì a poco la decisione di scommettere sull’avventura di Italiani di Frontiera e lasciare il posto fisso, per farne il mio lavoro a tempo pieno. Ormai non mi stupisco, più, di fili invisibili e puntini uniti da IdF…  

“Fare il cantastorie mi ha cambiato la vita…” IdF nella homepage di EconomyUp!

“Ciò che nel mio lavoro tradizionale era considerato quasi un limite, curiosità inesauribile, desiderio di inseguire storie senza cercare un tornaconto immediato, propensione al rischio e una certa eccentricità, sono stati fondamentali per avviare e portare avanti il progetto che mi ha cambiato la vita, Italiani di Frontiera…”. Anche Giulia Cimpanelli è una giornalista curiosa (tutti dovrebbero esserlo per definizione… ma sigh non è così!) e davvero brava, a giudicare dalla bellissima intervista che ha pubblicato su EconomyUp, una delle testate per le quali lavora, raccontando l’avventura di Italiani di Frontiera. Ho incrociato Giulia di recente, ad un evento al Circolo della Stampa di Milano, poi nei giorni scorsi all’Arsenale di Venezia a RestartEurope, al quale ho avuto l’onore di essere invitato in qualità di facilitatore, nell’ambito di DigitalVenice. Dalle nostre chiacchierate è uscito un pezzo davvero ben fatto, che coglie   lo spirito e le idee centrali di IdF. “Certo sei anni fa, partendo per la California con famiglia, prendendo sei mesi di aspettativa, non immaginavo quanto le nostre vite sarebbero cambiate…” “Sfidare le frontiere andando all’estero per fare un’esperienza e vedere le cose in maniera diversa, ma anche superando le barriere interiori;think out of the box, ragionare fuori dagli schemi; credere nelle proprie idee folli;  sognare e raccontare il sogno: essere imprenditori vuol dire avere una visione ma anche saperla raccontare. E questo, secondo Bonzio, è il punto debole delle imprese italiane e la caratteristica che le porta a essere entusiaste di lui.” Qui il testo dell’intervista. Thanks Giulia!

“Vivere la frontiera. Roberto Bonzio ci racconta come farlo”. per una volta, l’intervistato sono io…

    “Roberto Bonzio è un personaggio decisamente atipico nel panorama italiano, a metà tra il giornalista e il cantastorie. Invitato da scuole, università e aziende, Roberto racconta a giovani studenti e professionisti storie di imprenditori in Silicon Valley e di personaggi storici. Vicende diverse ma accumunate dalla capacità di credere nei propri sogni e di prendere tra le proprie mani il proprio destino. In un paese dove il “dire” abbonda e il “fare” scarseggia, Roberto è uno che, per dirla con un’espressione americana “walks the talk“, cioè non solo crede in ciò che racconta ma lo vive in prima persona”. Per una volta, la storia da raccontare è quella di Italiani di Frontiera. Grazie a un amico straordinario, Franco Folini, Italiano di Frontiera a San Francisco con la sua Novedge, fra i primi incontrati all’inizio di quest’avventura nel 2008, alla quale ha dato un contributo determinante. Oltre che imprenditore e animatore di BAIA (Business Association Italiy America), Franco è osservatore attento delle vicende italiane. E collabora a Punto.Ponte Blog, piattaforma culturale curata da fior di professionisti di vari settori imprenditoriali, nella sua nativa Valtellina. A sei anni da quando mi aveva intervistato per BAIA Ha voluto intervistarmi di nuovo, facendo il punto su IdF oggi in un pezzo con bellissime annotazioni, delle quali sono molto orgoglioso. E’ stato un lavoro impegnativo rispondere ma come sempre, con interlocutori del genere, la fatica è ampiamente ripagata e cercando le risposte, si finisce sempre con lo scoprire qualcosa di nuovo… di se stessi e del proprio lavoro! “Roberto promuove un ottimismo costruttivo che ad alcuni, abituati al cinismo del panorama italiano, può apparire ingenuo. Ci racconta che è possibile avere il coraggio di sfidare i nostri limiti, credere nei nostri sogni lavorando attivamente a realizzarli. È anche possibile gioire delle vittorie altrui e imparare dai nostri errori senza vergognarcene. Roberto non si limita a raccontare queste cose, in prima persona ha fatto scelte di vita impegnative allineate con la filosofia di vita che promuove”. No words Franco, un grande pezzo da un grande amico. Qui l’intervista su Punto.Ponte, che Franco ha rilanciato anche sul suo bel blog personale Di Tutto un Po’.