Adriano Celentano, un fenomeno unico per capire il rapporto controverso dell’Italia con la modernità

  Quando nel 1962 esordirono a Londra dei ragazzi inglesi che 55 anni dopo sono un fenomeno unico di longevità col marchio Rolling Stones, in Italia un giovanissimo cantante aveva già raggiunto una popolarità tale da esser chiamato a interpretare se stesso, figura iconica della modernità trasgressiva rappresentata dal rock, in una pietra miliare della storia del cinema e del costume italiano: La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Adriano Celentano ha compiuto 80 anni e chiedersi come sia riuscito da cantante, attore, personaggio televisivo, predicatore mediatico a rappresentare una figura così potente per 60 anni nell’immaginario popolare di generazioni diverse forse aiuta un po’ a capire l’Italia stessa. Ci abbiamo provato con una lunga telefonata, io che da anni mi occupo di cultura dell’innovazione con Italiani di Frontiera e un amico come Davide Bennato, docente universitario ed eccentrico esperto di sociologia dei media ai quali ha dedicato numerosi saggi (in arrivo uno sulla bellissima serie tv Black Mirror), per un articolo comparso su Linkiesta. Roberto – “C’è un modo di pensare diffuso che frena l’innovazione in Italia, di diffidenza verso ogni cambiamento, temuto addirittura come minaccia a un’identità proiettata in un Piccolo Mondo Antico ideale e mai esistito come la Padania… quando ho cercato di dargli un nome mi è venuto spontaneo chiamarla “Sindrome del ragazzo della via Gluck”. Ma chi l’ha detto che si stava meglio quando ci si lavava giù nel cortiile??? Celentano è stato sempre cantore di questa nostalgia dei bei tempi andati, idealizzati…”. Davide – “Celentano è riuscito a traghettare la cultura dell’Italia contadina del dopoguerra nel nuovo mondo della rivoluzione dei consumi e dei linguaggi giovanili, intercettando la modernità senza comprenderla fino in fondo. Sancire la nostalgia di un’arcadia perfetta nelle canzoni che si oppongono a un’Italia di operai (Il ragazzo della via Gluck) o nella cinematografia che irride alla modernità borghese (Il bisbetico domato, Castellano e Pipolo, 1980), intuire tanti cambiamenti nelle forme culturali, come nell’uso del collettivo creativo attraverso il Clan o anticipando la sensibilità rap in Prisencolinensinainciusol. Ma il Clan sembrava il progetto di un gruppo di amici del bar più che una factory warholiana, il rap una presa in giro della fonetica delle canzoni anglosassoni famose, un po’ come fanno i bambini quando cantano senza sapere le parole. Intuizioni frutto del buonsenso tipico della gente di campagna, più che figlie di una riflessione sul contemporaneo”. Roberto – “Intercettare la modernità senza comprenderla a fondo… Davide non ci crederai ma ho appena chiesto un parere sul Celentano nella musica a un altro vecchio amico, Giò Alajmo, per 40 anni giornalista musicale del Gazzettino e oggi blogger della testata online Spettakolo… Ecco il suo prezioso contributo: ‘Antimodernista Celentano? Certo. Ma anche un rivoluzionario, per quel che ha seminato ed è stato raccolto da altri, più che per quel ha fatto. Ha portato semi nuovi, quelli del rock che altri han fatto germogliare, pur provenendo da un mondo vecchio, con una visione del mondo da vecchio contadino, popolaresca, mistica, farcita di luoghi comuni, l’anti intellettuale per eccellenza. Ma dopo tutto, cosa aveva fatto Elvis Presley? Non capiva il mondo nuovo, era legato a un mondo tradizionale, quello del country, si era impossessato della musica dei neri che erano ancora segregati, non era Dylan ma la sua negazione. Eppure lui ha ispirato il nuovo in Dylan, come nei Beatles, che sono stati i veri innovatori. Come se una generazione che era un passo indietro, di fatto… avesse precorso i tempi, propiziando il nuovo. Come è successo al beat italiano, che viveva di cover del rock anglosassone ma così facendo alla fine ha favorito la nascita di musica nuova come il progressive di Area o Premiata Forneria Marconi…’ Incredibile come Giò sia in linea con le tue osservazioni”. Davide – “La modernità kitsch di Celentano sta in questo suo messaggio: non c’è elemento della contemporaneità caotica e industriale che non possa essere ricondotto alle forme della saggezza popolare proveniente dalle campagne. La sua innovatività nel sancire caparbiamente la sua non appartenenza al moderno… usando proprio il linguaggio del moderno. La legittimità dell’ignorante è quella di chi sa che può affrontare il mondo con l’umiltà della saggezza contadina e non con l’arroganza di chi si crede esperto grazie ad un uso – ingenuo – di Google. Sono questi gli elementi che rendono Celentano un personaggio assolutamente coerente, dal rock di 24 mila baci al contadino ruspante e un po’ ingenuo di Serafino (film diretto da Pietro Germi nel 1968). Senza dubbio un maestro, soprattutto perché questo suo ribadire la semplicità è stato molte volte controverso e controcorrente. Come giustificare senza sarcasmo un film come Joan Lui (scritto e diretto da Celentano nel 1985) in cui un predicatore cantante e ballerino si comporta come un redivivo Gesù per affrontare i mali dell’Italia? Un flop commerciale assoluto frutto di una tensione religiosa che strideva nell’Italia dell’edonismo reaganiano. Oppure come giudicare le sue apparizioni televisive come conduttore di Fantastico 8, celebri per le sue lunghe pause silenziose diventate un marchio di fabbrica di successo, in una televisione rumorosa e sincopata, che lo resero inquietantemente simile al vecchio telepredicatore del film Quinto Potere di Sidney Lumet (1976)”.   Roberto – “Certo che oggi Il re degli ignoranti titolo scelto da Celentano per un album e un libro (1991) diventa un quarto di secolo dopo un tema purtroppo di straordinaria attualità: l’ignoranza esibita con orgoglio, l’incompetenza celebrata come titolo di merito, ostentando l’approccio istintivo e irrazionale anche a temi delicati e complicati, chiave di interpretazione semplificatoria di una realtà complessa è più che mai d’attualità. Mette i brividi rileggere oggi i tentativi di scienziati, giornalisti o ministri che negli anni hanno tentato di contestare, dati alla mano, affermazioni infondate che il Molleggiato ha dispensato con toni da predicatore e una spaventosa potenza mediatica su giornali e in trasmissioni di grande ascolto, in materia di aborto, di trapianti, di cure farlocche come il caso stamina. Anche su questo Celentano ha precorso i tempi. Non c’è verso di opporsi alle fake news

Un tocco made in Italy nel “robot sociale” in copertina su Time. Roberto Pieraccini presenta Jibo

. Dopo una lunga fase di preparazione, Jibo il piccolo “social robot” che risponde alle domande con senso dell’umorismo e sa persino ballare, a poche settimane dall’uscita sul mercato è finito sulla copertina di Time Magazine tra le migliori invenzioni del 2017.     A presentarlo in questa intervista è Roberto Pieraccini, incrociato a San Francisco e ritrovato poi a Milano,  che oggi vive a Boston dopo un lungo periodo a Silicon Valley. Un video con immagini in esclusiva di Italiani di Frontiera, che aveva incontrato il robot quando ancora non era uscito dai laboratori di Redwood City. Autore di “The Voice in the Machine: Building computers that Understand Speech” (2012), grande esperto di interazione vocale con le macchine, Roberto  è Director of Advanced Conversational Technology dell’azienda fondata da Cyntia Brezeal di MIT Media Labs, che ha progettato il robot.     Con Roberto ci siamo rivisti a Milano dov’è stato speaker a Frontiers Conferences 2017, 23 settembre, nei giorni in cui venivano consegnati i primi esemplari del piccolo robot a clienti che lo avevano prenotato da tempo.     Per me Jibo ha un valore particolare… visto che anche se con grafia diversa, ha lo stesso nome di mio papà, Giovanni “Gibo” Bonzio, cronista per una vita a Mestre, che qualche anno fa gli ha intitolato una piazzetta in centro. Ed è stato divertente svelare lo scorso anno a Redwood City agli sviluppatori hi tech del robottino che in una città a due passi da Venezia c’è una corte che porta il nome della macchina che stavano ultimando…      

Massimo Banzi torna in Brianza dopo l’evento 2013 con IdF nel “suo” ITI Fermi a Desio

Essere nato a Monza gli ha lasciato un imprinting, nel contatto con tanti piccoli imprenditori e artigiani che gli ha insegnato a considerare l’imprenditoria una possibile carriera. Aver visto  come funzionano  fabbriche e aziende locali è stato spunto prezioso, per capire poi, anche con alcuni progetti  Arduino che c’erano dei mercati per quei progetti. Ma altrettanto importante è stato andare poi via, all’estero, il modo migliore per mettere a frutto in altri contesti l’esperienza del luogo da cui si proviene… Cofondatore di Arduino, Massimo Banzi, star internazionale dell’hi tech è tornato nella sua Monza,  spiegando in questa bella videointervista di Roldano Radaelli per Corriere.it (Dalla Casa Bianca alla Villa Reale di Monza) che dal mondo dei maker, di cui è principale testimonial, vengono spunti preziosi per rilanciare l’economia tradizionale. Perché spesso aziende create dai maker riescono a dare linfa vitale ad aziende consolidate che però hanno bisogno di reinventarsi con vedute nuove. E in Brianza il contesto ideale è ovviamente l’industria del legno, del mobile, della casa che sta passando attraverso grandi innovazioni con Internet delle Cose… Molto in linea con la strategia dei preziosi partner di IdF, l’agenzia di Social & Innovation  Sharazad. Beh forse Italiani di Frontiera ha avuto un piccolo ruolo in questo ritorno alle origini di Massimo Banzi, organizzando “Massimo Banzi all’ITI Fermi Desio“,  il bellissimo evento 2013  che lo ha visto protagonista  nella sua scuola, dove ha risvegliato un autentico vulcano di idee e progetti di studenti ma anche di professori, collegati a Arduino e arrivati poi sulla passerella del Maker Faire a Roma.  A questo serve IdF: innescare e ispirare con storie e percorsi anomali tanti italiani di talento che poi finiscono col percorrere strade nuove…

La conferenza TED più vista: compie 10 anni il capolavoro di Ken Robinson “La scuola uccide la creatività?”

Registrata nel febbraio 2006 e vista da oltre 37 milioni di persone, la conferenza di Ken Robinson,  La Scuola uccide la Creatività?, la più vista fra le centinaia di bellissime conferenze TED, è un caposaldo per il progetto Italiani di Frontiera, nella modalità di presentazione e nei contenuti, un capolavoro di narrazione brillante sul tema della valorizzazione del talento dei bambini, insistendo sul fatto che accettare senza paura il rischio di commettere errori sia alla base dell’innovazione e dune indispensabile per immaginare il futuro. Nel video qui sotto (si possono impostare i sottotitoli in italiano) la conferenza, effettuata nel 2006, la più vista in assoluto nella lunga lista di bellissime conferenze TED. Semplicemente imperdibile. Ken Robinson ha poi proseguito sulla stessa line sin altre due belle conferenze TED, Provocate la rivoluzione nell’apprendimento! (febbraio 2010, oltre sei milioni di views) e Come fuggire dalla Valle della Morte dell’Educazione (aprile 2013, oltre cinque milioni si views).      

Dopo il viaggio a Silicon Valley, il Tour prosegue a caccia di idee innovative in libreria

Finito da poco l’Italiani di Frontiera Slicon Valley Tour 2014, mi rendo conto che oggi più che mai questo percorso fra Italia e Silicon Valley è un ponte di andata e ritorno. Storie di persone che dall’esperienza nella culla mondiale dell’innovazione hanno tratto ispirazione per affrontare nuove avventure in patria, un flusso sempre più intenso di suggestioni e conoscenze che coinvolge sempre più persone che il viaggio ancora non l’hanno fatto. E allora, come condividere più a fondo questa esperienza con chi non c’è stato, come coltivarla e nutrirla con chi è appena tornato? Ecco le letture che Italiani di Frontiera si sente di suggerire. Nessun libro esamina in profondità le ragioni che fanno di quell’angolo della California il territorio di sperimentazione del pensiero occidentale (dalla contestazione all’ecologismo, dalla New Age alla riscoperta delle religioni orientali) meglio del bellissimo  Hippie.com, la New Economy e la controcultura californiana  (Vita e Pensiero, Enrico Beltramini), scritto da un prezioso amico di IdF. Non si capisce Silicon Valley e la sua propensione alla ricerca e al cambiamento senza ripercorrere la storia del territorio, dalla Corsa all’Oro alla ricostruzione dopo il terremoto del 1906 all’Utopia di un’America diversa inseguita da Beat Generation e movimento hippie. Divertente, nello spiegare in modo brillante come la controcultura abbia segnato a fondo anche il mondo della ricerca scientifica rigenerandola, Come gli hippie hanno salvato la fisica (Castelvecchi, David Kaiser) Per i maniaci (come il sottoscritto) disposti a inseguire quelle suggestioni di controcultura fra le strade in pendenza di North Beach, quartiere italiano che ne fu la culla, preziosa la- Guida Beat di San Francisco (Cooper, Bill Morgan), con una straordinaria introduzione di Lawrence Ferlinghetti che da sola spiega benissimo l’utopia che ispira l’anima della città. E chi incarna la figura di un ex hippie trasformatosi in imprenditore visionario, meglio del fondatore di Apple? Silicon Valley è ovviamente lo sfondo della biografia  Steve Jobs (Mondadori, Walter Isaacson), ricchissima, meticolosa, a tratti persino impietosa nel descrivere i risvolti meno piacevoli del carattere di un personaggio geniale e controverso. Silicon Valley insegna l’importanza del pensiero controcorrente. E il best seller che spiazza, esortando a dimenticare analisi e previsioni e guardare al futuro con la flessibilità necessaria per adattarsi all’imprevedibile è Il cigno nero come l’improbabile governa la nostra vita (Il Saggiatore, Nassim Nicolas Taleb). Cigno nero come metafora di quel che esiste ma non conosciamo, visto che prima di arrivare in Australia, gli europei pensavano che i cigni fossero solo bianchi…   E controcorrente rispetto alle previsioni sono anche le dinamiche che consentono di conquistare il mercato. Non le campagne pubblicitarie ma il passaparola virale,  spiega Contagioso, perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono (Sperling & Kupfer, Jonah Berger), il libro raccomandato anche da  un Italiano di Frontiera di successo di recente protagonista di due venti IdF a Como e Milano: Lorenzo Thione. Da un giovane ricercatore italiano di Berkeley, una riflessione che allarga invece l’orizzonte a una scala globale, su come l’innovazione sia motore di occupazione. E’ stato considerato Libro di Economia dell’Anno 2013 dalla rivista Forbes,  La nuova geografia del lavoro (Mondadori, Enrico Moretti), raccomandato da un altro vecchio amico di IdF, Leandro Agrò. “Capire perché le differenze economiche tra città e regioni, anziché diminuire — com’era nelle attese di molti -, continuano ad aumentare, e perché le imprese e i lavoratori più creativi si siano concentrati in determinati luoghi e non in altri, è di vitale importanza per decifrare e orientare il futuro della nostra economia”, scrive Moretti. Uno dei pilastri di Silicon Valley è la cultura del fallimento, ripete IdF: rischiare, fallire e riprovare.. non c’è innovazione senza questo percorso. E’ quel che analizza uno dei libri che più  hanno segnato questo progetto, il bellissimo Elogio dell’errore, perché i grandi successi iniziano sempre con un fallimento (Sperling & Kupfer, Tim Harford), al centro di questa bellissima conferenza TED . Due titoli infine di due dei più celebri guru del pensiero innovativo.  In un batter di ciglia (Mondadori, Malcolm Gladwell) fra mille aneddoti indaga sul potere del pensiero intuitivo, scelte azzeccate in momenti critici che sono ispirate da una conoscenza d’istinto, spesso vincenti su meccanismi di decisione più elaborati  farraginosi. Nell’era dell’economia della connessione, i consigli alla prudenza non hanno più senso, occorre uscire dalla comfort zone, essere rapidi, guardare lontano, rischiare e volare alto,  dice Quel pollo di Icaro, Come volare alto senza bruciarsi le ali (Mondadori, Seth Godin). Un motivo in più, per programmare un viaggio a San Francisco? Forse sì. Con in tasca la guida più essenziale, Top 10 San Francisco (Mondadori), prezioso compendio di luoghi, storie e persone, anche per chi è già tornato. O sogna di andrai in giorno. Possibile chiudere questa galleria senza una… cavalcata nel West, con la biografia di uno dei personaggi simbolo di Italiani di Frontiera, con le rocambolesche avventure di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn e sepolto a San Francisco, davanti al Golden Gate Bridge? E dunque Dal Piave al Little Bighorn (Alessandro Tarantola editore, Cesare Marino), con introduzione del sottoscritto. Nei giorni scorsi siamo tornati su quella tomba, durante un tour in bicicletta sul ponte sino a Sausalito (foto in alto il ritorno con il ferry), per render omaggio al conte, prima di portare in dono il bel libro di Cesare Marino (con mia introduzione) a un altro prezioso amico di IdF, Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco.

Da Venezia a Palo Alto: in ricordo di Adalberto Viggiano, decano degli italiani di Silicon Valley

Quattro anni fa, 25 marzo 2010,  a Palo Alto se ne andava Adalberto Viggiano. Era il decano degli italiani di Silicon Valley, dove viveva dal 1962, una lunga carriera come ingegnere responsabile di apparecchi di ricerca a fianco del premio Nobel per la Chimica 1983 Henry Taube. Di emigrazione, Stanford, ricerca, italoamericani, scienza e armamenti,Adalberto aveva parlato in questa intervista per me molto preziosa (2008), assieme alla moglie Dina, una donna straordinaria a lungo responsabile di Casa Italia a Stanford, alla quale poi nel 2011 abbiamo dedicato una bellissima giornata all’Università di Ca’ Foscari . Sono ricordi e testimonianze, dalle quali emerge soprattutto l’eccezionale umanità di Adalberto e Dina, partiti da Venezia nel 1958.  Straordinari pure nell’ospitalità. E come dimenticare quella cena della primavera 2008, in cui a casa Viggiano, a Palo Alto, gli ospiti a tavola erano solo i Bonzios…  Federico Faggin, Luca Cavalli Sforza e le rispettive signore? Dina e Adalberto Viggiano nella loro casa a Palo Alto, estate 2008.

Pancrazio Auteri, un Emmy Award per la Tecnologia a TiVo di cui è direttore

Ho ancora a casa un suo decoder TvBlob… Passato per Minerva Networks, che abbiamo visitato in ottobre durante l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013, oggi Pancrazio Andrea Auteri, elementari a Taormina e laurea al Politecnico di Milano, è a San Francisco Director of Product Management, Content and Metadata a TiVo,  che produce un apparecchio prezioso per consentire selezione personalizzata e registrazione di contenuti televisivi, ancora non commercializzato in Italia. In queste ore, Pancrazio si sta godendo uno straordinario riconoscimento: niente meno che un Emmy Award, l’Oscar della televisione Usa!… “Ci hanno dato il premio Emmy per la Tecnologia… per le raccomandazioni su cosa guardare e la videoregistrazione automatica… Proud of the team!”, ha scritto su Facebook… Grande Pancrazio!

I Libri dell’Anno, consigliati da Amici di Italiani di Frontiera davvero speciali

Al momento di pensare ai regali per le feste, chi non va a caccia di quell’amico esperto che… beh Italiani di Frontiera vanta una bella schiera di Special Friends. Ecco dunque i consigli su libri che hanno lasciato il segno,  da amici davvero competenti, rintracciati in giro per l’Italia e il mondo. Tante idee per suscitare nuove idee, e per tenere a battesimo un’altra novità, il sito di Italiani di Frontiera appena rinnovato, con la collaborazione di altri preziosi amici, gli esperti di Social & Innovation di Sharazad.   Massimo Banzi, cofondatore di Arduino (e protagonista quest’anno di una giornata memorabile a lui dedicata, organizzata nella sua ex scuola in Brianza da Italiani di Frontiera), dice di aver letto quest’anno parecchi libri delle discipline più diverse dalla psicologia al business. “Uno che mi è piaciuto molto è “The Idea Factory: Bell Labs and the Great Age of American Innovation” di Jon Gertner che racconta la storia del laboratori Bell, il più grande centro di ricerca della storia. E’ molto interessante come studio di come l’innovazione si evolva coi tempi e di come molte idee richiedono molti anni per essere accettate o trovare un posto nel mondo. Spesso la stessa idea viene proposta diverse volte a distanza di anni senza successo poi si creano magicamente le condizioni ideali e l’idea ha successo”. Lorenzo Thione, passato dal successo di Bing, motore di ricerca di Microsoft, alla produzione di un musical a Broadway a un progetto per il rilancio del mercato delle opere d’arte, confessa invece di non averne letti molti in questo anno impegnativo. Ma quello che si sente di consigliare e’ Contagious: Why Things Catch on”, di Jonah Berger, New York Times bestseller,  per Lorenzo “Un master class in marketing”.         Per Selene Biffi, imprenditrice sociale pluripremiata, con progetti dall’Afghanistan all’India, esperta di social innovation, il libro dell’anno: è Join the Club. How Peer Pressure Can Trasform the World, del Premio Pulitzer Tina Rosenberg (2011), “libro intelligente e quanto mai attuale, che spiega come la peer pressure (pressione collettiva, di un gruppo) possa essere una forza importante nell’istigare fenomeni di massa per l’attuazione di comportamenti e cambiamenti positivi all’interno della società”.     Riccardo Luna, giornalista e opinion leader, già direttore di Wired, ora direttore di CheFuturo!,  che con il suo “Cambiamo Tutto! La rivoluzione degli innovatori” ha letteralmente spopolato quest’anno, segnala come suo libro dell’anno  Future Perfect, The Case For Progress In a Networked Age” di Steven Berlin Johnson (intervistato negli anni scorsi per Reuters e Italiani di Frontiera): “C’è dentro una visione della innovazione e della condivisione quali strumenti di cambiamento sociale con un superamento dei modelli tradizionalmente proposti da Destra e Sinistra. Insomma oltre lo Stato e il Mercato ci sono le reti di persone”.               “Startup Communities: Building an Entrepreneurial Ecosystem in Your City” è invece il libro consigliato da Chiara Giovenzana, “geek biotech prima, poi imprenditrice e ora responsabile della community di alumni alla Sigularity University“. “Come trasformare la tua città in una fucina di startup. Chi guida e chi segue. Le fatiche e le gioie per arrivarci. È un libro che si legge velocemente, che non inventa nulla ma che mette in risalto in maniera lucida e precisa i vari steps, i protagonisti e le connessioni che hanno trasformato nel profondo intere zone. Se vuoi che la tua città sia quella in cui le startup vogliono andare, ecco questo è un buon libro da cui iniziare”.       “Labirinti“, (Rizzoli 2013) di Giovanni Mariotti e Franco Maria Ricci, con introduzione di Umberto Eco, è il libro dell’anno per Davide Bocelli ,esperto di marketing e di digital multimedia a livello internazionale, membro della Long Now Foundation di San Francisco, (fra le varie iniziative in campo culturale ha lanciato ReopenPalatina! che con Twitter e Facebook è riuscita a raccogliere fondi via Paypal e altri strumenti per riaprire il più rapidamente possibile la Biblioteca Palatina di Parma, chiusa per inagibilità causa incendio).  “Il labirinto è un simbolo onnipresente. E’ una metafora dell’errare umano, pieno di errori. E’ una forma interessantissima per i matematici. Un grande argomento per i filosofi. Per Franco Maria Ricci è soprattutto una lunga avventura intellettuale culminata nella costruzione del più grande labirinto del mondo nella campagna vicino all’amata Parma. Con splendide illustrazioni che raccontano l’ideazione del labirinto più grande del mondo e testi che raccontano il labirinto ed il suo fascino molteplice”.     Il segnale e il rumore di Nate Silver è invece il libro dell’anno per Guido Romeo, eclettico giornalista scientifico di Wired. “È un libro diventato subito fondamentale per capire come usare (e non usare) i dati, sia big che small… L’autore è di tutto rispetto. Nate è uno statistico che ha azzeccato per due volte la vittoria do Obama: ha sbagliato un solo stato nel 2008 e nessuno nel 2012. Non a casa ha lasciato il New York Times per Espn. Quando si dice che i big data sono sexy…”               Leandro Agrò, eclettico innovatore e manager, cofondatore di Frontiers of Interaction non ha dubbi, sul “suo” libro dell’anno: “La nuova geografia del lavoro“, di Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, libro di economia dell’anno pure per Forbes. “Ho sempre avuto una ossessiva attenzione alla geografia e come questa determina, quasi più delle nostre stesse azioni, il nostro destino. Infatti, la nostra geografia culturale ed economica, ed il “tempo”, determinano cosa è accettabile, quali obiettivi sono raggiungibili, cosa è percepito come necessario, e molto altro. E tutto questo non può non avere delle notevoli conseguenze sulla economia… Sono stato testimone di mondi diversi e distanti, che condividono il terreno ma non le menti che vivono su di esso. Mondi che viaggiano a diverse velocità, e nel quale ci sono zone soggette a singolari accelerazioni. Ebbene, neanche se avessi dettato i miei pensieri ad Enrico Moretti avrei potuto sperare di ritrovarmi così puntualmente nel suo libro. Lui infatti, da esperto e mente notevole quale è, ha superato e sostanziato le mie “impressioni” (ma anche quelle di Richard Florida nella “Classe Creativa”) , suffragandole con numeri, storie e situazioni che

Dai colossi hi tech VmWare e IBM alla presentazione… in un ristorante a San Francisco

Niente male davvero, guidare un gruppo… e sbagliare guidatore. La giornata è iniziata così, stipando il nostro pullman di bagagli per il trasferimento da Redwood City a San Francisco. Come non rendere omaggio al conducente che ha caricato qualche quintale di valige? Così propongo un bell’applauso per il nostro autista abituale Rick… solo che al volante c’è il suo socio Tony e io non me ne ero accorto. Succede, specie dormendo quattro ore per, guidare, organizzare e alla fine scrivere a notte fonda questo diario, dopo giornate di tour de force… Ma la penultima giornala dell’’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro è comunque cominciata al meglio. L’accoglienza nello strepitoso campus di VmWare a Palo alto è stata spettacolare. L’azienda è leader del settore del software di virtualizzazione, promuovendo l’innovazione semplificando le attività operative dell’IT e rendendole più competitive, virtualizzando l’infrastruttura, dal data center al cloud ai dispositivi mobili. Il campus è un insieme di giardini curatissimi, fontane e stagni con tanto di tartarughe, architettura moderna e spazi sportivi. Per gli imprenditori romagnoli che compongono la grande maggioranza della nostra squadra è un’emozione in più che a fare gli onori di casa sia Lorenzo Montesi, ingegnere di Cesena, passato dalla Normale di Pisa al Massachusetts Institute of Technology, Sloan School of Management. Lorenzo spiega come siano rapidità e sperimentazione di strade nuove le chiavi vincenti, per un’azienda che si trova spesso a percorrere sentieri inesplorati. Appena assunto non si è sentito assegnare dei compiti ma chiedere invece cosa proponesse lui di fare, per sviluppare il suo settore. “Vedo la mia carriera come un viaggio”, confessa Lorenzo, che si riconosce una propensione al cambiamento, caratteristica indispensabile nel mondo del marketing. C’è tempo per un pranzo gentilmente offerto nella bellissima mensa, fra dipendenti di ogni nazionalità, prima di ripartire con il bus per San Josè. Visto da fuori sembra un bunker militare, il quartier generale di IBM. L’ingresso è invece elegante e fa un certo effetto a tutti essere nel cuore di un’azienda leggendaria per l’hi tech. Luisa Bozano già incontrata con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2011 , esperta di nanontecnologie e neomamma, ci fa da guida assieme a tre studenti italiani attualmente impegnati in ricerche a IBM, spiegando come il colosso dell’informatica sia impegnato in attività d’avanguardia in campi diversi, come la produzione di wafer ultrasofisticati, in un laboratorio che abbiamo la fortuna di poter visitare. Un lavoro duro ma ricco di soddisfazioni, quello di Luisa, che amette di essere legata alla sua azienda anche per motivi affettivi,  colpita da come il suo capo, che le aveva profilato una promozione, non abbia indietreggiato nemmeno dopo che lei le aveva annuciato di aspettare un bambino. Si riparte e in serata finalmente è San Francisco. Cena in un ristorante di una meta turistica per eccellenza, il celebre molo Pier 39. Ma l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour non si rilassa nemmeno a cena… e un vecchio amico di IdF fa il suo ingresso a sorpresa fra gli imprenditori romagnoli impegnati a spezzare chele di enormi granchi. Paolo Privitera, cofondatore con Armando Biondi di Pick1 è venuto a trovarci ed a raccontare l’improvvisa accelerazione che la sua startup, incubata da 500Startups ha avuto nelle ultime settimane. Paolo incassa di buon grado lo scherzo (lo presento come “il congnato del vincitore di TechCrunch Italia, visto che Matteo Faggin è marito di sua sorella…). Ma mentre il ristorante si svuota accetta di fare una sua presentazione e incanta tutti con la sua carica. Gli amici di Cesena fanno capannello, dal ristorante ormai ci cacciano e ancora sul Pier 39 ormai deserto, nel vento di mezzanotte, riechegginao voci italiane con accenti diversi che parlano di impresa, startup e nuovi progetti da condividere…  

Silicon Valley, viaggio nella storia del computer con una guida doc

Ma a chi può capitare di visitare il prestigioso Computer History Museum di Mountain View, a pochi chilometri dal quartier generale Google… accompagnati da un autore doc? A noi, col gruppo dei giovani imprenditori del Sud, di cui Davide Bennato, docente all’Università di Catania (nella foto) e autore di “Sociologia dei media digitali” è guest star. Visita memorabile. E dunque, oggi lascio a lui la parola, nel diario di viaggio su Startup Italia. . Go Davide! “Da un lato, muoversi nei luoghi che hanno visto nascere tutte le tecnologie più importanti degli ultimi decenni, come il personal computer, internet, l’universo dei social media. Dall’altro, dare un volto a quei luoghi che sono stati la culla della voglia di sperimentare e di contaminare la scienza con la guerra, la tecnologia con le persone, il mondo hippy con la galassia «corporate». Dall’altro ancora vuol dire assistere all’imporsi di un nuovo ecosistema fatto di imprese piccole e aggressive, le startup, dei finanziatori molto diversi dalle banche, i venture capital e i business angels, di un manipolo di giovani imprenditori più simili a sognatori che a personaggi dell’universo aziendale. Ma vuol dire anche incontrare la più importante cattedrale della memoria culturale del XX secolo, il Computer History Museum di Mountain View”. continua…